Anatomia delle bufale sull’Università e sul mondo della ricerca italiana

Oltre all’articolo seguente si raccomanda la lettura di quello integraleUniversità: cosa dice l’OCSE dell’Italiazeppo di dati e di una sintesi in PowePoint.

Università postfattuale tra mito e realtà (il manifesto 30 settembre 2011)

Giuseppe De Nicolao. Viviamo in quella che Farhad Manjoo ha battezzato «società postfattuale»: non abbiamo solo opinioni diverse, ma viviamo in mondi diversi, perché il diluvio di dati e statistiche ci permette di selezionare le notizie che confermano i nostri pregiudizi. Alcune persino false, ma il fact-checking è un esercizio così raro che difficilmente verranno smentite. L’università non fa eccezione. Eppure, grazie al web qualcosa potrebbe cambiare.

Primo esempio: il 22 agosto scorso, la Repubblica lancia l’allarme. Italia maglia nera d’Europa: dopo anni di crescita, tra il 2008 e il 2009 la produzione scientifica italiana ha subito un tracollo del 20%. La fonte sembra autorevole: un articolo scientifico intitolato «Is Italian Science declining?» scritto da Cinzia Daraio, ricercatrice dell’università di Bologna, e di Henk Moed, senior advisor della casa editrice Elsevier. Tra l’altro, la Daraio è allieva di Andrea Bonaccorsi, uno dei maggiori esperti italiani di valutazione e membro dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Ricerca (Anvur). La Repubblica legge il crollo come un effetto dei tagli imposti da Tremonti e Gelmini. La notizia, però, è una bufala. Nel mio blog dimostro, dati alla mano, che l’errore deriva dall’avere interrogato il database degli articoli scientifici del 2009 nella prima parte del 2010 quando gli archivi erano ancora incompleti. Chi dovrebbe reagire non lo fa. La Repubblica non rettifica e, a distanza di un mese, né il Ministro Gelmini né l’Anvur hanno commentato o smentito la notizia del crollo. Nella nuvola di fatti e dati non verificati, uno svarione in più non fa differenza sia per il giornalista sia per chi governa e valuta il sistema della ricerca.

È il web, bellezza! Però, qualcosa si muove ugualmente. Posta elettronica, bloggers, facebook e twitter diffondono a macchia d’olio la notizia della bufala. In meno di 24 ore, il blog riceve più di mille accessi e l’articolo viene segnalato tra i più “caldi” di WordPress. Dopo qualche giorno, Roberto Ciccarelli sul manifesto e Pietro Greco sull’Unità denunciano l’errore di Repubblica e ne spiegano la genesi. A quel punto, Cinzia Daraio prende le distanze, facendo capire di essere stata fraintesa, senza però spiegare da dove Repubblica abbia avuto quei numeri sbagliati, ma stranamente in accordo con una delle figure del suo articolo scientifico. Dario Braga, pro rettore alla ricerca dell’Università di Bologna interviene a difesa della ricercatrice e lamenta l’uso da parte del sottoscritto di mezzi di comunicazione non convenzionali. È vero: in altri tempi, la contestazione della notizia infondata avrebbe dovuto sottostare ai tempi e alle procedure delle pubblicazioni scientifiche o ai filtri dei grandi quotidiani. Humphrey Bogart gli risponderebbe: «È il web, bellezza! E tu non ci puoi fare niente».

Secondo esempio: la settimana scorsa viene pubblicato Education at a Glance 2011, il rapporto annuale dell’Ocse sull’istruzione. Anche i dati Ocse sono spesso oggetto di travisamenti, da quelli più rudimentali ad altri assai più raffinati. Alla prima categoria appartiene il comunicato stampa del Ministero dell’Istruzione: «I dati Ocse dimostrano inoltre che, tra il 2000 e il 2008, la spesa delle scuole per ogni studente è aumentata del 6%, mentre è aumentata dell’8% per ogni studente universitario». Rispetto al testo originale dell’Ocse il comunicato dimentica però di dirci che la spesa «è aumentata solo del 6% (rispetto alla media OCSE del 34%)» e che «si tratta del secondo incremento più basso tra i 30 Paesi i cui dati sono disponibili». Education at a Glance ci avverte anche che per gli studenti universitari l’aumento della spesa media Ocse è stato del 14%. Se letti e interpretati nella loro interezza, i dati dell’Ocse, offrirebbero spunti preziosi per capire lo stato del’università italiana. Per uscire dal circolo vizioso delle letture strumentali, nel mio blog ho usato la metafora dell’automobile per spiegare costi, risultati ed efficienza del sistema universitario. Le statistiche dicono che nel motore mettiamo poca benzina: come spesa rapportata al Pil, l’Italia è 31esima su 34 nazioni, con una spesa pari al 65% della media Ocse. Pochi i chilometri percorsi: come percentuale di laureati nella fascia 25-34 anni siamo terzultimi su 36 nazioni, ben 17 punti percentuali al di sotto della media Ocse, confermando un ritardo storico che l’università di massa non è riuscita a colmare.

La macchina consuma poco. Difficile negare questi numeri. Infatti, la partita decisiva per giustificare i tagli in nome degli sprechi, non si gioca qui ma sui consumi chilometrici, ovvero sulla spesa per studente. Questo indicatore ci vede da sempre agli ultimi posti, ma tre anni fa le nostre certezze vacillano. Nel libro L’università truccata, Roberto Perotti, economista della Bocconi, contesta i dati Ocse osservando che non tengono conto degli studenti inattivi e fuori corso. Correggendo il solo dato italiano, ottiene una nuova classifica in cui la spesa italiana per studente balza al quarto posto. Di fatto, con questa operazione viene ribaltato il senso dei dati Ocse, fornendo il supporto scientifico ai tagli degli ultimi anni. In realtà, la stessa Ocse scrive esplicitamente che le spese annuali per studente sono inconfrontabili a causa delle diverse durate degli studi nelle nazioni considerate. Per ovviare a questo problema, bisogna fare riferimento a quanto viene speso cumulativamente per ogni studente durante l’intero corso degli studi. Questo dato elimina alla radice le distorsioni dovute a studenti inattivi e fuori corso. Nella classifica di Education at a Glance 2011, l’Italia è 16ma su venticinque nazioni, con una spesa inferiore al 75% della media Ocse. Insomma, un’automobile a cui viene lesinato il carburante ma i cui consumi chilometrici sono persino sotto la media. Per smascherare le omissioni e smontare le manipolazioni ci vogliono spazio, tabelle e figure. Insomma, è qualcosa che si può fare solo in rete, unendo, se possibile, le competenze specialistiche di più soggetti. Non è facile. Tuttavia, Nicola Bruno e Raffaele Mastronardo ci hanno raccontato su Alias di come Bill Adair ha vinto il Pulitzer 2009 for national reporting proprio grazie al sito web PolitiFact, dedicato al fact-checking delle dichiarazioni dei politici americani. E in Italia? Il mondo dell’università e della ricerca potrebbe essere un buon laboratorio da cui iniziare. Il materiale non manca.

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18 Risposte

  1. …ma l’Università e il mondo della ricerca italiana tacciono vilmente di fronte a questioni e vicende da cui dipendono le ultime possibilità di sopravvivenza della popolazione italiana. Per questo i rari uomini che con dignità e capacità superiori si impegnano ad informare e formare come non fanno pavidi accademici meriterebbero cattedre honoris causa e tutela legale!



    http://www.notavtorino.org/documenti/150-rag-notav-corret-16-1-11.pdf

  2. Questi uffici, a proposito di anatomia non delle bufale, ma degli umani, rimangono inorriditi di fronte ai comportamenti antietici, se non addirittura ai limiti della legalità, che si possono intravedere dalla lettura di questo articolo:

    http://shamael.noblogs.org/?p=3318

    e si domandano: ma non sarà il caso di cominciare a controllare qualcosa in quella facoltà? Perché sembrerebbe che dai tempi di Tosi si siano dati alla bella vita, in barba a qualsiasi regola.
    Omaggi
    Cesare Mori

  3. La ricerca….
    Quando mi occupavo di scienze, una consistente percentuale della ricerca era affidata a gente che non avrebbe trovato un pelo di fica neanche in una casa di tolleranza! I poveri pirla che facevano ricerca seriamente venivano schiacciati dallo strapotere dei soliti figli e nipoti blasonati.
    La ricerca…
    Ricordo bene i dati che non tornavano e che con qualche aggiustatina diventavano pubblicazioni, robaccia che con la letteratura scientifica non ci entrava niente!
    La ricerca…
    Ricordo bene la spavalda cafonaggine di certi figli di… destinati inesorabilmente a diventare Proffi.
    E tutte le restanti teste coronate restano lì a non dire e a non fare nulla! I poveracci hanno più dignità.

    Puzzate peggio dei morti!

    N

  4. «Puzzate peggio dei morti!» Nemo

    Hai proprio ragione. Andiamo a respirare una boccata d’aria pulita a Montecitorio.

  5. Epistola a Nik:

    «… e soprattutto non credo che la fuga sia la strada maestra!» nik

    Nik, beato te che hai ancora una trincea da difendere; altrimenti, perché “restare” e per fare icché, direbbero a Firenze, se uno può andarsene? Tu mettiti nei panni di qualcuno ancora abbastanza giovane, non intruppato in confraternite varie, che pertanto non conta un tubo, cui si prospetta come avvenire quello di languire attendendo il passaggio di una cometa e nel frattempo assistendo imbelle alle ammazzatine, alle rubatine del Rubettino ed altri capolavori d’estro dell’insigne luminare dell’area comunicativa e soprattutto di chi gli dà merenda. Meglio farebbe a fuggire a Mumbay o a Beijing. Se riflettiamo infatti sugli edificanti propositi ribaditi sia in sede locale che nazionale, circa l’affermazione dell’eccellenza, il merito, bla…bla…bla…bla… si ha la sensazione di trovarci davanti a storie sempre più fantasiose inanellate in una contesa tra due bugiardi: con atteggiamento ottusamente fideistico poi alcuni credono a questi ed altri a quelli, ma come scrisse qualcuno, per comprendere la verità, la persona saggia dovrebbe ascoltarli entrambi. E ascoltandoli si accorgerebbe delle palesi contraddizioni presenti in queste vendoliane “narrazioni”. In sede locale abbiamo le pezze al culo, ci “narrano” che per ricavare i famigerati requisiti minimi che obbligano a fare “le nozze coi fichi secchi”, si è costretti ad abbassare indicibilmente la qualità dell’offerta didattica; nondimeno, causa inconfessabili baratti, si accetta di buon grado di conservare certi “sancta sanctorum” della dissipazione e di immolare sul loro altare buona parte del rimanente, per la cupidigia e la gloria effimera di quattro generali, magari senza esercito, ma con buone entrature a corte. Alle balle locali si aggiungono quelle generali: leggo infatti che il Fondo di Finanziamento Ordinario verrà sforbiciato del 3,75%, e del 5,5% nell’anno successivo, con il rischio di non riuscire a coprire il costo degli stipendi dei dipendenti; ciò vanifica ogni proclama intorno a presunte aperture verso i giovani, e quanto alle severe misure di razionalizzazione, non odo più parlare dell’accorpamento di atenei o di federazioni e quant’altro: “Jeder für sich und Gott gegen alle”, recitava il titolo di un vecchio film, e se altrove, qua e là si tentano delle forme di collaborazione, qui addirittura si accentuano le conflittualità interne tra separati in casa con gli aretini. Elettroencefalogramma piatto. Un generale appiattimento si riscontra del resto anche nei recenti provvedimenti nazionali tesi a dimezzare i SSD (cf. http://attiministeriali.miur.it/anno-2011/luglio/dm-29072011.aspx), dove la legge, in taluni casi, ha fatto letteralmente carne di porco, mescolando il cazzo con l’equinozio ed ottenendo raggruppamenti così ampi, che non si capisce bene cosa delimitino; né come sia possibile, in sede concorsuale, comparare quindi le mele con le pere, usando per forza di cose criteri diversi all’interno della stessa classe. Poi però ci si compiace dei successi della ricerca “avanzata”: del famoso… tunnel dalla Svizzera all’Italia dove passano i neutrini a tutta birra, che fanno pertanto il percorso inverso a quello dei ricercatori (dall’Italia alla Svizzera) e si biascica di “eccellenza”, “ricerca avanzata” e quant’altro. Così tutto si tiene e il microcosmo riflette il macrocosmo: come direbbe Gadda, “La Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia abbozzava: ingollava e defecava la legge.”
    Ma noto con piacere che nel forum, tranne il generale anatema del capitan Nemo, non compaiono più interventi di plauso per la chiusura dei corsi di “scienze del benessere del gatto”, giacché come credo oramai sia chiaro a tutti, ciò che rimane e ciò che è stato smantellato non ha molto a che fare con la salute del simpatico felino. Chiudono le facoltà, scompaiono alcuni dipartimenti e un numero considerevole di corsi di laurea e conseguentemente di discipline: per caso, qualcuno ha stilato una lista dei defunti, assieme ad una cartella clinica che chiarifichi di quale male defunsero e se veramente era così incurabile? Lo dico perché il sospetto che siano stati soppressi pazienti sani, prelevando loro organi vitali nel tentativo vano di salvare certi vuoti simulacri è forte. Tutto procede per dispacci imperiali, parto evidentemente di menti illuminate da costosissimi lampadari e molti Kilowatt, e il loro tono apodittico sembra soffocare sul nascere alcuni legittimi interrogativi: come si conciliano certi mescoloni inguardabili necessariamente votati al fallimento, bunga-bunga scientifico-disciplinari, con i tonitruanti proclami dell’ANVUR, intorno alla severa valutazione della ricerca scientifica (“Uno dei primi compiti dell’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca insediata il 2 maggio scorso, è la valutazione della qualità. Sarà esaminato, su indicazione del ministro, il lavoro di tutti i professori e di tutti i ricercatori delle università italiane. I risultati delle valutazioni dell’Anvur saranno determinanti per la distribuzione della quota premiale dei fondi, assegnata agli atenei su base meritocratica”.)? Non so se ci si rende conto di perseguire contemporaneamente due obiettivi diametralmente opposti ed inconciliabili tra loro.
    Nell’università più volte riformata e deformata, sembra di assistere al trionfo del “faccio cose, vedo ggggente”: “Per cambiare, insegno anche geografia cantata, e ogni tanto tengo una conferenza, oh, beh, faccio un mucchio di cose,…” (Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn).

  6. «Puzzate peggio dei morti!» Nemo
    «… e soprattutto non credo che la fuga sia la strada maestra!» Nik
    «Chiudono le facoltà, scompaiono alcuni dipartimenti e un numero considerevole di corsi di laurea e conseguentemente di discipline: per caso, qualcuno ha stilato una lista dei defunti, assieme ad una cartella clinica che chiarifichi di quale male defunsero e se veramente era così incurabile? Lo dico perché il sospetto che siano stati soppressi pazienti sani, prelevando loro organi vitali nel tentativo vano di salvare certi vuoti simulacri è forte.» Rabbi Jaqov Jizchaq

    Sembrano scenari di pertinenza medico-legale da regolamento di polizia mortuaria e cimiteriale, in cui restare ed operare risulta in effetti piuttosto disagevole e ripugnante.
    Mirabile ancora una volta il pezzo di Rabbi che mostra attitudini medico-legali necroscopiche ed autoptiche…
    Confermo “il sospetto che siano stati soppressi pazienti sani” non solo da professore di medicina legale ma anche da membro di un dipartimento condannato a morte!

  7. In morte della Ragione (e della Giustizia)

    Un filo rosso lega il mio primo ed ultimo commento uniti dal cordoglio per la più illustre tra le vittime di una stagione italiana e senese scellerata: la Ragione, soppressa perché più non si udisse la sua voce elencare i motivi del No alla TAV e quelli del No alla pedissequa sottomissione alla locale e nazionale “governance”

    Trionfa oscenamente la Follia della “narcisistica perversione” di chi, non sazio di malagestione e malversazione, si prodiga perché saccheggio e degrado esitino in stolida distruzione e insensata desertificazione, dalla multimillenaria Val di Susa al quasi millenario Ateneo di Siena!

    Per questo qui piangiamo la morte della Ragione prima che quella della Giustizia: http://www.youtube.com/watch?v=xsQhQhm27tQ

  8. Nove anni? No grazie!

    Se qualcuno si domanda come è stato possibile perpetrare una simile strage di valori e riferimenti rifletta sulla impunità di cui godono i peggiori in questa Italia cialtrona e gaglioffa:

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/01/condannato-per-mafia-libero-dopo-2-giorni-il-giudice-dimentica-i-tempi-della-carcerazione/161466/

  9. …che si sta andando in malora lo dice e lo scrive perfino qualche imprenditore docg!

  10. @ Rabbi «…ciò che rimane e ciò che è stato smantellato…»
    Aber was bleibet stiften die Zerstoerer.
    (Hoelderlin rivisto e corretto).

  11. …malgrado il silenzio di troppi accademici anche giuristi di fronte a “bufale” che nascondono gli intenti criminali di chi (caste, cricche, cosche) vuol reprimere e deprimere quel che resta di cultura, ricerca, formazione, informazione e giustizia, c’è chi si oppone all’imperante menzogna di Stato: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/02/corruzione-e-intercettazione/160994/

  12. Dedico questo breve sonetto a chi legge le statistiche… e ci crede! La statistica è una convenzione! … La statistica non èla realtà!

    Statistica
    Sai ched’è la statistica? È ‘na cosa
    che serve pe’ fa’ un conto in generale
    de la gente che nasce, che sta male,
    che more, che va in carcere e che sposa.

    Ma pe’ me la statistica curiosa
    è dove c’entra la percentuale,
    pe’ via che, lì, la media è sempre eguale
    puro co’ la persona bisognosa.

    Me spiego, da li conti che se fanno
    seconno le statistiche d’adesso
    risurta che te tocca un pollo all’anno:

    e, se nun entra ne le spese tue,
    t’entra ne la statistica lo stesso
    perché c’è un antro che ne magna due.
    (Trilussa)

    @ Rabbi
    Più che un’epistola a me, la tua sembra una dottissima disquisizione sulle disgrazie dell’università. Impossibile, per me, competere con te sul quel piano e, dunque, rispondere. Quanto affermi è perfettamente condivisibile, ma, dal tuo parlare capisco che i meccanismi che regolano il “funzionamento” (sic!) dell’università, sono estremamente complicati; nulla di simile, per intenderci, a quello che era l’università quando è nata… e, da povero di spirito, quale sono, ho imparato a diffidare di tutte le cose troppo complicate! Rendere tutto più complicato, tra l’altro, fa proprio il gioco dei dissestatori, perché così loro ti possono trovare mille spiegazioni a fatti inauditi e inconcepibili… e oltretutto, la gente non capisce e si allontana dalle istituzioni e dalla politica… che hanno buon gioco a fare come vogliono!
    Sulla “trincea da difendere”, credo che la “trincea” sia quella della umana dignità… spero che in parte la rappresenti quast’altra poesia del Trilussa …

    Bonsenso pratico
    Quanno, de notte, sparsero la voce
    che un Fantasma girava sur castello,
    tutta la folla corse e, ner vedello,
    cascò in ginocchio co’ le braccia in croce.
    Ma un vecchio restò in piedi, e francamente
    voleva dije che nun c’era gnente.

    Poi ripensò: “Sarebbe una pazzia.
    Io, senza dubbio, vedo ch’è un lenzolo:
    ma, più che di’ la verità da solo,
    preferisco sbajamme in compagnia.
    Dunque è un Fantasma, senza discussione”.
    E pure lui se mise a pecorone.
    (Trilussa)

  13. Questi uffici, in piena sintonia col titolo “Anatomia delle bufale” propongono agli stimati lettori di questo blog la lettura della terza puntata del Manuale del co- e post-dissestatore di atenei dal significativo titolo: cascare dal pero. Vi si narra di come la premiata ditta Riccaboni & Fabbro annoveri fra le proprie strategie quella di cascare dal pero, appunto. Una strategia condivisa da molti cricca-boys e cricca-girls, come – per esempio – Maurizio Cotta che spesso si è speso in lettere che davano ad intendere che lui non sapesse nulla (“Come si è potuti arrivare a tutto questo?”), mentre è stato consigliere di amministrazione coll’ottimo dissestatore Piero Tosi. Peccato (per Riccaboni) che – come recita un vecchio adagio – verba volant scripta manent.
    Buona lettura su http://shamael.noblogs.org/?p=3336.
    Omaggi

    Cesare Mori

  14. …IN PENSIONE!

    Il 21 settembre 2010 il deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori ha proposto l’abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo soli 5 anni di legislatura in quanto affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto per i lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per una pensione!

    Presenti 525
    Votanti 520
    Astenuti 5
    Maggioranza 261
    Contrari 498
    Favorevoli 22 Barbato, Borghesi, Cambursano, Di Giuseppe, Di Pietro, Di Stanislao, Donadi, Evangelisti, Favia, Formisano, Aniello, Messina, Monai, Mura, Paladini, Palagiano, Palomba, Piffari, Porcino, Razzi, Rota, Scilipoti, Zazzera.

    Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera: …penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno – ce ne sono tre – e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità. Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata. Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati. Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato, che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno!

    Silenzio di radio, giornali e TV!

  15. Oggi è morto il vecchio Steve Jobs. RAI3 gli dedica uno speciale con molti politici e comunicatori, ma poca scienza, ed è una immagine eloquente dell’Italia. Pare tuttavia che il primo computer portatile sia stato l’ELEA 9003 dell’Olivetti, realizzato da un geniale ingegnee italo-cinese, morto precocemente. Poi è cominciata la “deindustrializzazione”; il modello d’impresa è diventato la “televisiùn” e l’università è diventata un tempio dove si celebrano le stanche liturgie dei “requisiti minimi”. Se in un’ipotetica parusia uno come Jobs si reincarnasse in Italia, non credo che avrebbe grande fortuna.

  16. …pardon, per favore, togliete il “portatile” (l’ora è tarda). Volevo dire che fu il primo computer totalmente a transistor. Leggo inoltre questa singolare notizia sulla risuscitata Wikipedia:

    Elea 9003 (Macchina 1T), progettata dall’ottobre 1957 ….fu anche l’unico calcolatore realmente commercializzato, in circa 40 esemplari, di cui il primo (Elea 9003/01) fu installato alla Marzotto a Valdagno (VI) e il secondo (Elea 9003/02) alla banca Monte dei Paschi di Siena (che in seguito ne fece dono all’Itis “Enrico Fermi” di Bibbiena (AR), dove è ancora utilizzato a fini didattici).

  17. Se questa è la realtà cosa può fregare di ricerca, cultura, formazione, meritocrazia, giustizia, etica?
    C. Loré
    ——————

    Che dire? Ci si interroga se è giusto o no vendere “Acquacalda”, ma non si riflette se è giusto o no vendere… aria fritta. Sostiene il rettore che «Quest’anno, anche se non abbiamo ancora i dati definitivi, c’è un trend positivo che può portare ad una crescita delle iscrizioni del 20 per cento rispetto ad un anno fa». Vabbè… attaccacchiamoci al “trend”… intanto cadono le foglie, si avvicina l’inverno, i dipendenti (che non guadagnano tutti 10.000 euro al mese, come scrisse scioccamente mesi or sono una gazzetta) tiriano la monetina in aria per sapere se a Dicembre ci saranno le tredicesime e intanto mestamente pensano al fatto che poi con l’estate mancheranno verosimilmente anche le dodicesime e le undicesime; ma sarebbe interessante un dato di chiarezza anche intorno alle iscrizioni; sarebbe necessario cioè fornire il resoconto analitico, e non la propaganda per il “popolo” bue o ragionamenti un tanto al chilo; desidererei comprendere come è possibile che riducendo e dequalificando l’offerta, il prodotto ottenga maggiore successo di mercato (un po’ come la televisione trash, la politica mignottocratica, o la secessione birresca); vorrei capire dove si registrano questi incrementi e soprattutto a che prezzo si sono ottenuti. Perché come ho già detto il sospetto è che in taluni casi si faccia semplicemente il gioco delle tre carte e in altri, per rivitalizzare col Viagra illustri ciofeghe partitocratiche, si sia mandato in malora parte del patrimonio storico e della tradizione di questo ateneo, riducendo tutto ad un piattume inguardabile, ove chi abbia ancora il senso della decenza si trova fortemente a disagio.
    E del resto, non per ragionare “ab ovo”, ma come ho già scritto, a mio modestissimo avviso tutto ciò è il naturale epilogo dei mali endemici che affliggono questo ateneo, sito in una città sempre più “piccola” (troppo, per avere una opinione pubblica vigile ed incisiva), popolata da abitanti sempre più distratti dalle cose “culturali”, e caratterizzato anche per questo da un forte assenteismo che si è preferito ignorare, assolvendo tutti o (il che è equivalente) accusando genericamente tutti: un ateneo considerato da molte consorterie una diligenza da assaltare senza rischio per la vita, l’ennesima mucca da mungere, l’ennesimo poltronificio per scarti della politica, l’ennesimo ente pubblico da depredare da predoni che mentre depredano, magari dicono in giro che in questo contado non sorgerà mai nessuna esperienza scientifica interessante (peraltro ignorando, causa latitanza, quelle che già erano sorte a loro dispetto).
    Ma qui si va avanti a sòn di propaganda, magari brandendo ingannevolmente i famigerati dati del Censis relativi a corsi di laurea in larga parte soppressi e a “facoltà” che in quanto tali non esistono nemmeno più. Si continua a smantellare, stando ben attenti tuttavia di non dispiacere a marchesi e visconti, più o meno dimezzati, dicendo al “popolo” che tutto va per il meglio, e che si buttano via le cose inutili; le ragioni dell’affossamento di certi settori e del salvataggio di altri, pertanto, non di rado sono oscure, non traspaiono dai normali consessi democratici, consigli, comitati, adunanze varie, ma occorre essere “attovagliati” ai tavoli giusti per averne contezza.
    La più grossa ristrutturazione dell’ateneo degli ultimi quarant’anni avviene in definitiva in un silenzio assordante e avvolta in parte nel mistero, in parte nell’indifferenza; il dibattito reale è ristretto a cenacoli esclusivi e perviene alle orecchie dei comuni mortali solo “post festum”.
    Considerato che oramai per chi si è trovato ancor “giovine” nell’occhio del ciclone la cosiddetta “carriera” è andata a farsi fottere (e per chi sia privo dell’amorevole ala protettrice di una grassa chioccia è ben difficile che una qualche prospettiva si riapra fra quattro o cinque anni); che cioè in definitiva la maggior parte di coloro che non avevano già compiuto il salto del rospo verso “più elevati” livelli di carriera allo scoppiare del “buho”, è rimasta al palo, senza che si sia mai visto nessuno a “valutare” alcunché meritocraticamente, o eccellentemente, considerato tutto ciò, a questo punto direi che sono in diversi quelli che, dovendo trascorrere qui presumibilmente ancora qualche lustro prima di gettarsi dalle balze di Volterra (verosimilmente il tipo di “pensionamento” che allo scadere dei termini ad essi verrà proposto), non disdegnerebbero di sapere a fare cosa restano qui: con quali obiettivi, quali prospettive e in quale contesto, con quali interlocutori, entro quali progetti, quali corsi di laurea, atteso che non possono fare tutto e che di “dentisti dantisti” non se ne sente proprio il bisogno.
    Se i nomi sono l’essenza delle cose, dai nomi stessi di certi insegnamenti o corsi di laurea si evince facilmente la vacuità della loro essenza, e avendo perduto ogni cognizione di ciò che è fondamentale e ciò che è complementare, si è buttato sovente tutto a sobbollire nel pentolone della sòra Cianciulli, traendone un sapone molliccio incolore, ma non certo inodore; sicché quest’anno le statistiche delle immatricolazioni celebreranno ovviamente i successi di chi è stato salvato e stenderanno una nota di biasimo su chi è stato soppresso: reciteranno che i vivi sono andati meglio dei morti, senza che oltretutto nessuno si degni di indagare chi e perché è morto.

    «Qualche lieve fruscio sui vetri lo fece voltare verso la finestra. Aveva ricominciato a nevicare. Guardò assonnato i fiocchi, argentei e scuri, che cadevano obliqui contro la luce del lampione. Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso l’ovest. Oh sì, i giornali avevano ragione: c’era neve in tutta l’Irlanda. Cadeva dovunque sulla scura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva soffice sulla palude di Allen e, più a occidente, cadeva sulle scure onde ribelli dello Shannon. Cadeva anche nel solitario cimitero della collina dove Michael Furey era sepolto. Si posava a larghe falde sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sugli sterili rovi spinosi. E lenta la sua anima s’abbandonò mentre udiva la neve cadere lieve su tutto l’universo, lieve come la loro definitiva discesa, su tutti i vivi, su tutti i morti.»

    Joyce James, “I morti”, da “Gente di Dublino”.

  18. ” Et la neige continue à tomber, lente, grave, uniforme”
    Alain Robbe-Grillet “Dans le labyrinthe”

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