Dopo anni di silenzio sull’università di Siena, torniamo a parlarne

Eugenio-NeriEugenio Neri (Capogruppo comunale di “Siena Rinasce”). Da mesi ormai – anche per nostra colpa- è calato il silenzio sull’università di Siena, silenzio rotto soltanto da qualche trionfalistico comunicato basato su classifiche farlocche e postdatate. La realtà è che il nostro ateneo versa in condizioni difficilissime, in alcuni settori addirittura drammatiche, ma non se ne parla più. Un ateneo costruito in passato più per soddisfare carriere politiche che per onorare la propria missione, rispecchia senza sorprese la situazione di profonda prostrazione della città; purtroppo (per qualcuno) la crisi della Fondazione, nel caso dell’Università, non spiega l’attuale decadenza e le responsabilità, tutte politiche, del disastro. Ma questo è passato e l’analisi la affidiamo ad altri più preparati, io parlo del presente che è “bigio” davvero. Ma il dato fondamentale e più preoccupante riguarda la prospettiva che, in ultima analisi danneggia il bene più prezioso della città, ovvero la fiducia nell’avvenire delle nuove generazioni. Il calo delle iscrizioni è sintomo grave per tutti gli atenei, ma per Siena, che dovrebbe aspirare ad essere la Cambridge italiana, la città-università per eccellenza, equivale ad un profondo “deficit metabolico”. Persa, anzi dissolta ogni pretesa di autonomia, perché ceduta ad un sistema regionale che ci permette di sopravvivere ma che di fatto ci assoggetta a realtà più influenti, Siena, che dovrebbe puntare decisamente sull’internazionalizzazione più spinta, vivacchia ancora una volta nelle pieghe della politica, che nella stasi delle idee prolifera bellamente. Chi pensava che la crisi portasse anche opportunità deve cercare altrove. I dati sono disperati per Medicina, dove non ci sono professori di ruolo per coprire sia i corsi che le scuole di specializzazione, che per necessità (e dolo?) emigrano verso Pisa e Firenze. Cardiologia perde posti, Anestesiologia e Rianimazione, senza una prospettiva a breve rischia di cambiare sede, Cardiochirurgia non ha Direttore per il 5° e 6° anno. I risvolti diventano preoccupanti anche per l’assistenza, ma sono esiziali per la prospettiva stessa di una scuola di Medicina a Siena: bisogna fare qualcosa! Ma anche le Scienze biologiche soffrono dell’incertezza del polo delle Scienze della vita. Gli studenti e le famiglie scelgono anche sulla base delle prospettive di occupazione e accesso a “possibilità” e Siena stagna anche su un altro fronte, quello delle Scienze bancarie, dove (similmente alla crisi dei diplomi di ragioniere) la crisi occupazionale di BMPS rende Siena poco attraente a chi, con grande maturità e realismo, prova a disegnare un futuro anche professionale, non volendosi accontentare solo della nobilissima tradizione goliardica della città.

Cosa chiediamo, cosa si può fare? Solo alcuni spunti: intanto chiarezza sul passato e sostanziale discontinuità dalla politica, cosa che di fatto non è avvenuta. Poi Siena deve smarcarsi dalla prospettiva toscana e cercare dei partners scientifici internazionali con cui condividere, più che sporadici scambi, programmi concreti di “fusione” sia con atenei europei di pari tradizione che con emergenti “studi” extraeuropei. E poi puntare risolutamente su tematiche ambientali, creando strutture che diano corpo alle nostre velleità. Immagino, in armonia con la vocazione del nostro territorio, un polo di medicina del benessere che coniughi scienza, cultura, risorse paesaggistiche e termali, qualità dell’alimentazione. E sulla medesima corda, facendo ricchezza del nostro patrimonio “dell’invecchiamento”, insegnare ed imparare nuove forme di geriatria e gerontologia. Il cibo e le biotecnologie legate all’alimentazione e all’agroalimentare (settore fortemente trainante) suggeriscono la necessità di una scommessa in questo campo, magari riconvertendo l’asfittica e fallimentare Siena Biotech in una sede di corso di laurea in biotecnologie agroalimentari. Infine, ma non ultime, le facoltà umanistiche, che devono con forza e autorevolezza reclamare il loro ruolo centrale nelle scelte culturali della città, sia nel futuro del Santa Maria e che nelle scelte di CEC 2019.

Infine la Banca Monte dei Paschi, che può avere un grande ruolo nel rilancio dell’ateneo, ma non certo come finanziatore: è una sua grande opportunità, per una nuova alleanza con la città e una opportunità irripetibile per la città di riscattarsi dal “grande elemosiniere”, grazie all’ingegno e al talento. La banca può mettere a disposizione la sua rete, aprendo opportunità ad hoc su Siena, per aziende e clienti e parallelamente rappresentare un “portale” per le opportunità di crescita individuale, permettendo, in maniera del tutto selettiva e per merito, a persone di qualità, di entrare in contatto con “mondi” esterni e competitivi e con questi confrontarsi. Selezione, qualità e promozione: moderno alunnato, direbbe Paolo Neri. È una sfida che possiamo affrontare tenendo presente che è una sfida per una nuova generazione di senesi, cui non possiamo rinunciare, pena il declino irreversibile della città. Parliamo di Università.

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3 Risposte

  1. Va bene, finalmente, ricominciare a parlare dell’ateneo; guardiamo a Oxford, a Cambridge ecc. ecc., per ora col binocolo, e ricordiamoci in che condizioni siamo: se Pisa si situa al centesimo posto della classifica di Shanghai, Siena è sparita dalle prime cinquecento posizioni. In quattro anni l’università italiana in genere (statale e no) ha perso un miliardo di euro su 7,5 disponibili; ha perso altresì 78.000 studenti in dieci anni, pari a due atenei come Pisa, ma in soli quattro anni ha perso anche 12.000 docenti, pari a sei atenei di quella dimensione, rimpiazzati solo da 2.000 giovani. Secondo le opinioni dell’uomo della strada, non ancora investito dal filobus, comunque “eh so’ troppiiiii!”, senza mai specificare chi e cosa è di troppo (Sedi? Docenti? Ordinari? Associati? Ricercatori? Personale TA? In quali settori disciplinari?).

    Spendiamo circumcirca l’1% del PIL, sommando le risorse pubbliche e quelle private, e non il 3% stabilito dall’U.E. nei trattati di Lisbona (2003); tra il 2007 e il 2013 hanno chiuso 1000 corsi di studio circa, il fondo di finanziamento ordinario cala costantemente e il numero di addetti ai lavori ogni 1000 abitanti, in Italia è meno della metà rispetto alla media OCSE: that’s Italy! L’aver dislocato un po’ ovunque sedi universitarie somministrando “ar popolino” corsi di laurea del cacchio, non ha contribuito, se non minimamente, alla mobilità sociale: all’ “ascensore sociale”, come si suol dire, che, anche per via del processo di rapida deindustrializzazione del nostro paese, va solo in discesa.
    Taluni scrivevano che “il personale” andava comunque ridotto del 20%; buffo ragionamento, come se “il personale” fosse personale generico ed intercambiabile, manovalanza: le maestranze, insomma, quasi non vi fossero leggi e decreti che regolano nei minimi dettagli i requisiti per l’accreditamento dei corsi. In ogni caso qui a Siena ci siamo andati giù pesanti e tra il 2008 e il 2020 va scomparendo una quantità attorno al 50%, e non genericamente tra “il personale”, ma quasi esclusivamente tra il personale docente di ruolo, per pensionamento – dunque a casaccio -, a turn over sin qui fermo, e con esso è sparita all’incirca metà dell’offerta formativa, grazie ai famigerati “requisiti di docenza” mussiano-gelminiani.

    Gli squilibri, poi, lascito del passato magna-magna: a fronte di certi settori che posseggono docenti a bizzeffe, ve ne sono altri che ne posseggono uno o due, o non più alcuno e non è difficile concludere che la scomparsa di 500 professori “vecchi” tra il 2008 e il 2020 ha avuto ed avrà l’effetto prioritario di chiudere molti insegnamenti ed ulteriori corsi di laurea. Paradossalmente, chiudendo altri corsi di laurea per mancato raggiungimento dei requisiti di docenza, resteranno i monconi amputati, decine di docenti qui non più utilizzabili: ma come già suggerito, possiamo sempre trasformare un dantista in un dentista.

    I dati sono disperati per Medicina, dove non ci sono professori di ruolo per coprire sia i corsi che le scuole di specializzazione, che per necessità (e dolo?) emigrano verso Pisa e Firenze. Cardiologia perde posti, Anestesiologia e Rianimazione, senza una prospettiva a breve rischia di cambiare sede, Cardiochirurgia non ha Direttore per il 5° e 6° anno. (Neri)

    È così in molti altri settori. Sebbene per Natale i famigerati requisiti siano stati attenuati (ci vuole un docente in meno X ogni anno) a babbo morto, cioè a programmazione già avvenuta, i corsi di laurea sin qui sopravvissuti che hanno il destino segnato sono molti, anche grazie alla pratica dei prepensionamenti un po’ a pene di segugio, alla fuga verso la pensione di chi ha maturato le condizioni, al trasferimento verso altri lidi di chi ci è riuscito (la mobilità come dato generale non esiste), che hanno dato il colpo di grazia a certi settori ove non vi erano legioni di docenti a sostituire i pensionandi. Così, nel quadro di una situazione economica generale plumbea, si è innescato un circolo vizioso: minore offerta, dunque meno iscritti, dunque caduta di altri insegnamenti e corsi di studio, dunque ulteriore diminuzione dell’offerta, dunque ulteriore fuga degli iscritti ecc. ecc.
    Il 44% del corpo docente (e sottolineo docente), pari a 400 individui circa (trattandosi mediamente di quelli meno anziani, quanti saranno percentualmente fra cinque anni?), qui a Siena è costituito da ricercatori di ruolo, congelati sei anni fa; benché in molti casi sia gente matura con figlioli a carico e titolata quanto coloro che nei giorni di vacche grasse ebbero la fortuna ad ascendere a ranghi più elevati, se va bene, solo una infima percentuale di costoro verrà scongelata ed avrà in un futuro prossimo qualche chance: in ogni caso bloccare dieci anni la vita di un “giovane ricercatore” (locuzione che proporrei di abolire dal linguaggio giornalistico), magari dopo altrettanto tempo di precariato, è un po’ come ammazzarlo: ça va sans dire che comunque, dopo quattro lustri, tanto giovane non lo è più. Riguardo al numero di esterni non di ruolo che sarà possibile incamerare nei prossimi anni, non credo che la situazione sia idilliaca, anche perché uno stipendio nuovo costa di più dell’adeguamento di uno stipendio già esistente. Con somma coglioneria qualcuno scrisse che mandavano via “i vecchi” per far posto “ai giovani”, e non, com’è avvenuto, semplicemente per chiudere bottega.

    La stessa analisi dei flussi potrebbe consentire ora di programmare il pagamento, entro il mese di luglio, di una serie di impegni che l’Ateneo ha assunto nei confronti di molti colleghi. Mi riferisco alle somme dovute per il graduale recupero degli adeguamenti ISTAT arretrati, per le ricostruzioni di carriera dal momento della conferma in ruolo, per gli incarichi assegnati ai ricercatori nell’anno accademico 2012-13. (il Rettore)

    In parole povere, tradotto dall’ugrofinnico, si spera di poter fare retromarcia sulla porcata, già stigmatizzata dal TAR, del taglio proditorio, caso pressoché unico in Italia, di tre-quattro anni dalla ricostruzione di carriera dei docenti più “giovani”, accademicamente parlando, ossia quelli che non avranno mai una vera pensione e peggio retribuiti; poi di poter pagare i debiti a gente che avanza dei quattrini e infine di incominciare a ragionare su stille di turn-over (senza che sia dato sapere al momento con quale criterio). Per carità, senza voler sminuire i successi conseguiti in questi ultimi anni nel risanamento della situazione finanziaria, ma neanche sottovalutare “gli elementi di incertezza dovuti allo stato della finanza pubblica generale” (Riccaboni), con i dati più volte citati relativi al dimezzamento del corpo docente, a fronte di un turn over minimo e per ora del tutto ipotetico, non mi pare che la cornice sopra descritta subisca sensibili variazioni (mi sbilancio se dico che nei prossimi anni verranno rimpiazzati una quarantina di docenti su cinque centinaia: pregherei il prof. Grasso di recuperare il famoso graficulo pendulo, ammosciantesi in modo deprimente verso il 2020).

    Dunque mi domando, e incito a farlo il Prof. Neri e il Prof. Falorni, cui riconosco il merito di aver rotto la cortina del silenzio, infrangendo la retorica dei radiosi mattini dalle dita rosate, che razza di ateneo ne uscirà fuori. Visto però che pur cambiando il colore politico dei ministri, l’effetto in termini di elargizioni pecuniarie non cambia e di quattrini ne affluiranno sempre di meno, ci sfugge come si possa rivendicare una totale “autonomia”, quando si vive attaccati alla flebo dei finanziamenti regionali e considerando che “l’autonomia” stessa è fons et origo di molti dissesti. Cioè a dire mi domando se non sarebbe il caso, a livello generale, di affrontare in maniera più strutturale il problema del sistema degli atenei e delle sedi universitarie, invece di subirla, idealmente difendendo una improbabile “autonomia“, onde reperire risorse, sia per garantire il diritto allo studio in modo meritocratico ripristinando un minimo di giustizia sociale, sia per avviare un po’ di turn over; se non sia opportuno in definitiva di discutere della stessa “autonomia”, che ha creato un sistema di monadi senza finestre, partendo dalla constatazione che la razionalità economica e la competitività internazionale da un lato, e la struttura gelosamente baronale, localistica e feudale dei nostri atenei dall’altro, risultano incompatibili e sono giunte oramai a collisione.

    In questo blog mi ero spinto a suggerire l’applicazione dell’art. 3 della riforma (“suggerire” di applicare la legge… oh tempora!), ossia l’istituzione di magistrali e dottorati a livello interateneo, laddove siano barcollanti in una o più sedi, atteso che non risorgeranno mai più, se non nella mente degli illusi, per avere almeno un Polo a livello regionale cogestito dalle tre sedi principali in grado di competere sul piano internazionale, invece di monconi mutilati di profilo bassissimo di qui e di là. Il rischio che pavento è che Pisa e Firenze prima o poi lo facciano da sé, escludendo Siena, che a quel punto sarebbe spacciata. Del resto, se chiedi di continuo quattrini alla regione, è inevitabile che questa prima o poi ti imponga soluzioni di programmazione territoriale di questo genere dall’alto e con criteri vieppiù politici e burocratici: e allora… meglio prevenire che combattere.

    Infine, ma non ultime, le facoltà umanistiche, che devono con forza e autorevolezza reclamare il loro ruolo centrale nelle scelte culturali della città, sia nel futuro del Santa Maria che nelle scelte di CEC 2019. (Neri)

    Circa il ruolo di quel poco che rimane dei comparti umanistici (non esiste più nessuna “Facoltà” umanistica e anche vari comparti risultano smantellati) fermo restando che ogni volta che odo gente insistere troppo sulla oziosa contrapposizione tra sapere umanistico e sapere scientifico – non mi riferisco al Prof. Neri -, senza che siano capaci di tracciare un confine netto tra scienze esatte ed “approssimative”, d’istinto metto mano al revolver, fanno testo le parole scolpite nel marmo del Prof. Prodi (Paolo) nel’articolo riportato nel blog, cui aggiungo che è notizia scandalosa di questi giorni, dopo la riduzione delle ore di storia dell’arte, la proposta di ridurre drasticamente l’insegnamento della filosofia nelle scuole, quasi che Heisenberg, Einstein siano meglio comprensibili senza alcuna base filosofica sui concetti di mente, numero, spazio, tempo e causa (e viceversa!).

    Col prevalere di una sottocultura pseudoscientifica e pseudoumanistica fatta di pure chiacchiere e scarso rigore, se si esclude tutto ciò che è tronfiamente funzionale alla propaganda politica, le cosiddette discipline “umanistiche” stanno subendo una completa marginalizzazione, al pari delle Scienze pure. Eppure, come già ricordato, in questa città, che già dette ospizio a Galileo Galilei, la prestigiosa Accademia dei Fisiocritici, ai tempi del suo splendore, ebbe tra i suoi membri corrispondenti nientepopodimeno che Immanuel Kant; ma nella società di oggi viviamo oramai tra gente zotica e vil compulsivamente dipendente da Twitter, “cui nomi strani, e spesso argomento di riso e di trastullo, son dottrina e saper”, per dirla col poeta.

  2. Questa sera alle ore 21 su SienaTV si parlerà di Università. Interverranno:

    Lorenzo Costa – RSU
    Andrea Machetti – FLC-CGIL
    Antonio Sterlacci – UIL-RUA

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