Quando Giovanni XXIII parlava agli scienziati del sistema periodico degli elementi

Erwin Chargaff

Erwin Chargaff

Nel giorno della canonizzazione di Giovanni XXIII, un breve ricordo del papa fatto dal grande ricercatore Erwin Chargaff nel 1979, diciotto anni dopo l’incontro.

Erwin Chargaff. (…) E che dire delle visite proustiane ai papi? Ne ho visti due da vicino, prigionieri delle pieghe irrigidite di un ufficio impossibile: essere insieme luogotenenti e ragionieri di Dio in Terra, direttori di una banca teocratica di investimento con una vista obbligata sull’eternità. La prima volta, a Castel Gandolfo, assistetti a un’allocuzione del pontefice a un gruppo di ematologi miscredenti, che con gli scatti delle loro macchine fotografiche sovrastavano le cadenze armoniose del discorso. Pio XII, nella sua bianca veste, un monumento di manierismo, scandiva con le sue belle mani dalle dita affusolate, il ritmo di una spossatezza sublime: il santo più elegante che il mondo abbia mai visto, come se un Francisco de Zurbarán avesse d’un tratto prodotto un capolavoro di bondieuserie. Ciò deve essere avvenuto nel 1958. Che atmosfera diversa, tre anni più tardi, con Giovanni XXIII, il papa gradito a tutto il mondo, esclusi i prelati. L’opportunità di incontrarlo mi fu offerta da un piccolo simposio sulle macromolecole biologiche, organizzato dall’Accademia pontificia delle scienze in coincidenza di una delle sue regolari riunioni. Fu un piccolo convegno, uno dei più gradevoli a cui abbia partecipato; il tipico atteggiamento italiano nei confronti delle scienze si manifestò nel suo modo migliore, come se la riunione si fosse tenuta sotto gli auspici di Spallanzani o Malpighi, Volta o Galvani: assoluta disponibilità e cortesia, senza le durezze che caratterizzano la nostra epoca. Una lieve, ironica mestizia si effondeva tra le graziose colonne di un padiglione rinascimentale: il Casino di Pio IV, eclettico capolavoro di Ligorio, in cui si svolgeva il convegno, nobilitava anche i contributi più rozzi; ma ancor meglio si stava nel bel cortile ovale, davanti al colonnato, nella pallida luce solare di una giornata di tardo autunno. Il sole al di sopra del piccolo edificio, un sole più saggio degli altri, aveva visto tutto, anche l’immortale Sibilla Cumana, che voleva morire. (…)

Alla fine del convegno Giovanni XXIII avrebbe dovuto dare udienza agli ospiti, ma si ammalò e il ricevimento fu disdetto. Tre giorni più tardi, stando meglio, fece invitare i partecipanti al convegno ancora presenti a Roma. I castori più zelanti erano già tornati in tutta fretta ai loro argini e alle loro costruzioni, così il gruppo che si raccolse nel Palazzo del Vaticano fu molto esiguo: alcuni membri dell’accademia e qualcuno di noi meno abbiente. Bastò una saletta con sei-otto file di posti, i membri dell’accademia erano in frack: Otto Hahn, già ottantaduenne e di salute molto cagionevole; Leopold Ruzicka, che si inginocchiò baciando l’anello al papa e alcuni altri. Quanto a me, ero seduto in terza fila e potevo vedere tutto da vicino. L’uomo tarchiato, in là con gli anni, con un volto insolitamente bonario e occhi un po’ buffi di contadino, non era un attore. Sistemando con disinvoltura il bianco zucchetto che spesso gli scivolava da una parte, il papa parlava correntemente in francese con un forte accento italiano. Non intendeva, ci disse, tenere un discorso preparato, ma preferiva richiamarsi ai suoi primi giorni di liceo, quando studiava le scienze naturali, ed ebbe particolari parole di lode per quello che egli definì «il nobile sistema periodico degli elementi». C’è chi deride ciò che i vecchi raccontano, altri li ascoltano volentieri tornare agli anni lontani della giovinezza, levigando per un troppo breve attimo le rughe del tempo e del declino. Io sono di questa specie e la voce del vecchio papa che ci raccontava del tempo quando era bambino e ragazzo non mi è ancora uscita dalle orecchie.

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