Il solito silenzio assordante sullo stato di salute dell’ateneo senese

Altan-mismuovoRabbi Jaqov Jizchaq. Il “radioso avvenire” che ci attende, senza troppe illusioni, è questo:

«Ricercatori precari a vita solo uno su cento ce la fa. Effetto perverso delle riforme in serie: la stabilizzazione negli Atenei è una chimera. Solo un ricercatore precario su 100 nelle università italiane ha davanti a sé una possibilità vera di stabilizzazione, gli altri 99 stanno perdendo tempo» (La Stampa, 3 novembre 2014)

Le nubi sul futuro mi paiono dunque tutt’altro che diradate; i finanziamenti diminuiranno e i problemi restano sul tappeto; a parte alcuni grossi atenei, gli altri paiono destinati a vivacchiare. Comunque, noto il solito silenzio assordante che accompagna ogni notizia, bella o brutta, sullo stato di salute dell’ateneo, rotto a tratti da moti rapsodici di esultanza, o da stantie battute di dileggio. Sarà una forma di “pruderie”, di affettato ed ipocrita pudore, ma di quello che sta succedendo realmente pare vietato parlarne.

“Eh so’ troppi, guadagnano un fottìo di quattrini e un fanno una sega; du’ ore di lezione, e poi al bar!”, ribadisce il genius loci, attossicato dall’acquavite come i Pellerossa d’America. Eppure all’Università di Siena non entra un “giovane” da dieci anni quasi. In compenso, di giovani ne sono stati buttati fuori parecchi. Quasi tutti. Età media, quella di Matusalemme. Quelli che (forse) entreranno nei prossimi anni saranno una quota infinitesima, e tutti in settori accademicamente e politicamente forti, ove sono rimaste in piedi gerarchia, catena di comando e potere accademico, mentre il 50% dei docenti che va in pensione e l’offerta formativa si impoverisce ulteriormente in modo drammatico.
E poi starei attento a certe generalizzazioni, perché anche tra i docenti di ruolo (“privilegiati”, entrati prima che si fermasse tutto, anche se giunti esangui al traguardo dopo innumerevoli anni di precariato a pane e acqua), ve n’è per tutti i gusti e tutti gli stipendi, tra i 1.700 e i 10.000 euri. Ce ne sono alcuni che, pur essendo gerarchicamente pari grado di altri, avendo avuto la fortuna di vivere quando ancora c’erano gli scatti, per il solo effetto dell’anzianità guadagnano incomparabilmente più dei loro sfortunati colleghi che sono venuti dopo (oltre ad averci la pensione assicurata): due epoche, due mondi, prima del diluvio e “àpres le déluge”.

Soprattutto, a Siena circa il 50% (e scusate se è poco), è costituito da ricercatori (prego verificare nel sito MIUR), congelati nel freezer da un decennio nella vana speranza, forse, che non invecchino, già pesantemente barcocchiati e colpevoli solo di essere venuti al mondo dopo una certa data; buona parte di costoro non sanno cos’è uno scatto stipendiale, non hanno avuto e non avranno alcuna prospettiva di carriera e non avranno mai una pensione.
Voglio sperare non si sia così inetti, da pensare che la prospettiva di vivacchiare per il resto dei propri giorni, pur percependo un modesto salario, sia in cima ai desideri di ogni “giovane ricercatore” (locuzione oramai vuota, visto che, come già ricordato, sono quasi dieci anni che a Siena non entra stabilmente un “giovane”), anche perché oramai gli aguzzini dell’ANVUR non lo consentono. Chi ci riesce perciò scappa, accentuando le voragini nella didattica e nella ricerca.

Silenzio di tomba da parte di politici, accademici e OO.SS, e una discussione rivolta al futuro, alle prospettive, agli indirizzi, ma in termini concreti ed operativi, cioè al di là degli slogan, personalmente non l’ho ancora sentita. È del tutto evidente che, prescindendone, non si va oltre gli alti lai o gli slogan, riproducendo solo l’insopportabile teatrino che mette in scena le corporazioni e la finzione di una realtà immutata, cartapesta che copre le macerie: i “docenti” contro “TA” , “noartri” contro “voartri”, senza additare una prospettiva e perdendo di vista l’essenziale: quando la fabbrica fa fallimento e chiude gli stabilimenti, è evidente che vi sono delle ripercussioni disastrose su tutti i lavoratori (che ovviamente risultano più gravi per quelli meno tutelati) e per l’indotto, e qui pare che taluni in fondo godano, luddisticamente, nel vedere gli impianti in fiamme; godano cioè, nel tagliarsi i cabbasisi.

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