Il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge per la riforma del sistema universitario

gelmini.jpgComunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri  delle ore 11,05 di oggi.

«Il Consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Mariastella Gelmini, un disegno di legge per la riforma del sistema universitario. Si tratta di un provvedimento incisivo ed organico, che interviene sui nodi cruciali del sistema: l’accentuazione dell’autonomia responsabile degli Atenei; strutture di governo e di organizzazione più snelle ed incisive; meccanismi di finanziamento basati sul merito e sulle valutazioni; nuove norme sul reclutamento dei docenti e relativi diritti e doveri. In particolare vengono ridefiniti organi ed articolazione interna delle Università, previste fusioni e federazioni di Atenei anche a fini di razionalizzazione delle sedi e delle strutture, nonché la programmazione triennale del reclutamento del personale accademico. Il disegno di legge prevede una delega al Governo per l’introduzione di meccanismi premiali, per la razionalizzazione della normativa contabile, per la valorizzazione e qualificazione delle attività didattiche e della ricerca del personale. Sarà richiesta una valutazione a posteriori delle politiche di reclutamento e verrà rivista la normativa in materia di diritto allo studio. Viene prevista, tra l’altro, l’istituzione di un Fondo speciale per il merito, finalizzato ad incoraggiare eccellenza e merito dei migliori studenti tramite l’erogazione di borse di studio e la garanzia su prestiti d’onore. Al fine di rendere comprovata e meritevole la qualificazione scientifica del corpo docente, il disegno di legge prevede infine l’istituzione dell’abilitazione scientifica nazionale, che costituirà requisito essenziale per l’accesso alla prima e alla seconda fascia dei professori.»

Per leggere la relazione del Ministro Gelmini.

Sanitopoli e nepotismo valvolare

equipeFrancesco Rimini. È noto come sia diffuso il nepotismo negli ambienti pubblici e in quelli universitari. Ma non ne è immune l’industria privata. Quando la Sanitopoli del 2001 disgregò l’impero che coinvolgeva cardiochirurgie, cardiologie e rianimazioni di tutta la Toscana, si dovette correre ai ripari ed individuare un fornitore al di sopra di ogni sospetto. Iniziò così la fortuna del Signor Magnaccini, rappresentante della ditta Fratin (i nomi sono di fantasia), che riuscì a monopolizzare la fornitura di valvole e pacemaker cardiaci a Careggi (Firenze) e alle Scotte (Siena). Da notare che la ditta Fratin forniva tutte le valvole anche al Policlinico Umberto I di Roma dove operava uno dei primari coinvolti nella tangentopoli senese.

Un paradosso commerciale si verificò nel 2002 quando il Signor Magnaccini riuscì a far assumere il figlio da una ditta concorrente la Scrooge (nome di fantasia), produttrice di valvole e pacemaker. Così padre e figlio, rappresentanti nello stesso settore ma in due ditte concorrenti, hanno gestito in Toscana la fornitura di valvole e pacemaker. Possibile che i responsabili delle due ditte non si siano resi conto dell’ovvia competizione in corso di gara? Forse Magnaccini padre e figlio avevano trovato il giusto equilibrio, che tutelava le due ditte a danno delle altre! Un bel giorno, però, questo equilibrio si è rotto a vantaggio della ditta Scrooge, che ha piazzato tutte le sue valvole sia a Careggi che alle Scotte. A quel punto, però, la ditta Fratin ha ridotto il ruolo di Magnaccini padre.

Nel 2008 c’è stata una nuova gara europea a Siena e la ditta Fratin, all’insaputa di Magnaccini padre, ha abbassato i prezzi delle valvole. E così Magnaccini figlio, ignaro del ribasso dei prezzi, perde la gara. Padre e figlio, però, non demordono hanno già pronta la soluzione, per aggirare l’ostacolo. Da fonti affidabili si viene a sapere che alle Scotte sarebbe stato approvato l’acquisto fuori gara di uno stock di valvole della ditta Scrooge. Com’è possibile questa decisione visto che la gara, per definizione, prevede la copertura di tutto il fabbisogno dell’ospedale? Ovviamente non si tratta di valvole innovative, ma di valvole offerte in gara che hanno perso per i prezzi troppo alti. E chi sono i “professionisti” che non possono sopravvivere senza le valvole della ditta Scrooge? Dovranno fare attenzione perché pare che i Magnaccini, padre e figlio, abbiano un quadernino simile a quello descritto in altri casi. Fino a quando si continuerà ad abusare del sistema sanitario e del denaro dei contribuenti?

Il rischio per gli atenei toscani è di cadere nella brace delle interferenze politiche dirette, anche le più sfacciate

carlofusaroLe modifiche alla governance previste dal nuovo Statuto dell’ateneo senese, appena licenziato dalla Commissione, rendono attuali le seguenti riflessioni di Carlo Fusaro (Corriere Fiorentino, 10 ottobre 2009).

Lo scudo dell’autonomia

Carlo Fusaro. Alla fine di un’inchiesta aperta da tempo la procura di Bari ha ipotizzato una serie di reati a carico di decine d’illustri cardiologi, accusati di aver pilotato la scelta dei nuovi prof, scambiandosi favori per far vincere i propri protetti, al di là del merito. Fra gli accusati, il preside della facoltà di Medicina di Firenze. Non entro nello specifico: dico solo che – come per tutti – anche per questi professori vale la presunzione di innocenza. Non siamo neppure al rinvio a giudizio, e l’ipotesi accusatoria è, nella fattispecie, tecnicamente a dir poco audace. Si vedrà quando se ne occuperanno i giudici. Ma nessuno, specie chi nell’università lavora, può essere così ingenuo da nascondersi che, non dal punto di vista dei tribunali, ma sul piano del giudizio dell’opinione pubblica, vi è un’alta propensione – piuttosto – alla presunzione di colpevolezza: si tratta di chiedersi perché e se il mondo accademico ha fatto quanto doveva per sfuggire a tale sorte. Che si tratti di come si fanno i concorsi (soprattutto, a dire il vero, nelle discipline nelle quali una cattedra non vale solo un buono stipendio, ma cospicue entrate professionali) o di gestione degli atenei, la risposta non può che essere «no».

Le conseguenze sono gravi e – per la prima volta – l’università è chiamata a guardarle in faccia, assumendosi le sue responsabilità. A imporglielo ci ha pensato per primo, con la brutalità che gli è congeniale, il ministro dell’economia Tremonti, affiancato dalla ministra dell’istruzione Gelmini: avete fallito, dell’autonomia avete fatto abuso e cattivo uso, perciò cambiate come diciamo noi o vi strangoleremo finanziariamente.

Domani ci potrebbe pensare però la Regione, sulle risorse integrative della quale poggiano ormai le possibilità di finanziare decentemente gli atenei. Certo, è ancora troppo presto per dire che tipo di co-sponsor (per dire così) dell’università vorrà essere il governo regionale, però se lo scetticismo sull’autogoverno degli atenei è giustamente forte, non ne manca in ordine a come la Regione potrà influire sulla loro gestione. Il rischio è che l’Ateneo possa cadere dalla padella dei gruppi di potere nella brace delle interferenze politiche dirette, anche le più sfacciate.

In realtà l’università di Firenze, per prima, ha un modo per darsi una buona polizza di assicurazione. Mostrare di saper voltare radicalmente pagina e di sapersi gestire senza guardare in faccia a nessuno, sulla base di una propria strategia di sviluppo. È questo il compito difficile del nuovo rettore Alberto Tesi che entrerà nella pienezza dei suoi poteri il 1° novembre: per questo e non altro egli è stato eletto.

Psicosi della pandemia influenzale e possibile sperpero di denaro pubblico

influenza_suinaLe modalità di risposta della gestione della paventata pandemia influenzale da virus A/H1N1 sta sollevando polemiche (“bambini untori”, “vaccinazioni gratuite“, “modulo di rifiuto di vaccinarsi” indicato come una vera e propria “gogna preventiva”) ed accuse di sperpero del denaro pubblico come suggerisce l’articolo seguente.

Vincenzo Schiaccianoci. Una prassi consolidata nella pubblica amministrazione è l’acquisto di strumentazioni anche molto costose, che non vengono poi messe in uso e giacciono ancora imballate in magazzino oppure risultano fortemente sottoutilizzate. Anche il servizio sanitario non è indenne da queste pratiche, che risultano ancora più nocive se poi vengono a mancare le risorse per acquisire apparecchiature necessarie.

In occasione della paventata influenza A/H1N1, alcuni dirigenti medici dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, si sono fatti carico di sviluppare un piano per il trattamento dell’insufficienza respiratoria grave, possibile complicanza dell’influenza suina. In effetti all’ospedale San Gerardo di Monza, un paziente con questa grave complicanza è stato trattato con successo mediante l’uso di un sistema di ossigenazione extracorporea a membrana (ECMO), che supporta le funzioni vitali del cuore e dei polmoni, finché la terapia con farmaci non riesce a controllare l’infezione. Presso l’Azienda Ospedaliera Senese sono già presenti 3 di questi sistemi, acquisiti in comodato d’uso gratuito, cioè vengono comprati al bisogno soltanto ossigenatore e circuiti, che sono monouso. Non si capisce perché, dovendo affrontare questa rara complicanza, siano stati “acquistati” addirittura 8 sistemi completi che portano a 11 il potenziale dell’Azienda Ospedaliera di gestire il problema. E quanti saranno mai i candidati visto che l’uso per il trattamento dell’insufficienza suina è stato sporadico! Era necessario questo ampliamento del parco macchine? A chi giova?

Ed anche dimostrando una necessità reale, come mai non è stato considerato un ampliamento del comodato d’uso? Da quando è meglio comprare qualcosa che si può avere gratuitamente? Illuminante, a questo proposito,  quanto osservato dal sindaco di Siena con riferimento alla cessione delle Scotte alla Regione: «…la Regione Toscana può usare a costo zero la struttura (…) sarebbe bizzarro che comprasse qualcosa di cui dispone gratuitamente». Eppure tale aspetto “bizzarro” non è balenato agli occhi degli amministratori dell’Azienda Ospedaliera quando hanno approvato la spesa, circa 800.000 euro. Non solo, è anche previsto l’acquisto di tutta una serie di apparecchiature necessarie per la gestione dei nuovi sistemi. Tutte strumentazioni già disponibili in ospedale e funzionanti. Poveri contribuenti, ma il motto predominante sembra “l’importante è comprare, comprare, comprare”.

L’altro aspetto incomprensibile, è che i due medici sostenitori di questa spesa si sono stranamente dimenticati i risultati dell’esperienza senese dell’uso di questa metodica. Negli ultimi 10 anni il sistema è stato usato a Siena in una trentina di pazienti. Purtroppo non si è riuscito a staccare mai nessuno di loro dalla macchina e sono tutti deceduti, ad eccezione di due persone il cui cuore non ha ripreso ma è stato sostituito con trapianto cardiaco. Sulla base di questa esperienza, come si fa a proporre un uso allargato di queste tecniche?

In ricordo di un’amica conosciuta in rete nella comune lotta alla malauniversità

francesca_patanePer ricordare Francesca Patanè, giornalista innamorata della verità (come la definisce Nino Luca), prematuramente scomparsa il 16 settembre, riportiamo un articolo di Quirino Paris pubblicato sul blog “parentopoli”.

ELOGIO DI FRANCESCA PATANÈ

Quirino Paris (19 settembre 2009). Il giornale Ateneo Palermitano non turberà più il sonno di coloro che gestiscono la malauniversità, la malasanità, il malgoverno, e la mafia accademica. Il suo direttore responsabile, Francesca Patanè, è spirato il 16 settembre 2009 in seguito a metastasi da cancro. Il 26 agosto u.s. – da sola, come sempre – aveva messo online l’ultimo numero del suo amatissimo e sempre devastante Ateneo palermitano.

Nessuno, all’infuori dei familiari, sapeva della malattia che si protraeva dal 1998. Francesca Patanè non voleva la compassione di nessuno e, soprattutto, che la sua condizione di malata venisse a velare – nella mente dei suoi lettori e di coloro ai quali i suoi strali erano indirizzati – la professionalità della sua attività di giornalista.

Francesca Patanè divenne giornalista fin dagli anni dell’Università, nell’amata Catania, alla scuola di Giuseppe (Pippo) Fava, ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984 perché – scrisse Francesca Patanè – “… si era opposto coi suoi articoli ai ‘cavalieri’ della città, i maggiorenti che a quel tempo dettavano la storia economica, politica e sociale di Catania.” La verità innanzitutto – costi quel che costi – la legalità e la giustizia, sono sempre stati i soli criteri che hanno ispirato e guidato Francesca Patanè nella scelta e sviluppo dei temi per i suoi articoli e per il suo giornale.

La storia di Ateneo Palermitano è emblematica. Diventata dirigente bibliotecaria all’Università di Palermo, nel 1994 Francesca Patanè ricevette l’incarico speciale dall’allora rettore, Antonino Gullotti, di “riportare in vita il giornale” la cui testata, “Ateneo Palermitano,” aveva visto una pubblicazione molto frammentaria fin dal 1950, con ripetute decadenze della registrazione presso il Tribunale. Per più di due anni, dal 1994 all’ottobre 1996, il giornale dell’Università di Palermo uscì con puntualità – la prima e fondamentale caratteristica di professionalità di una testata – ma “scelte politiche” lo ridussero al silenzio ancora una volta, e alla decadenza della registrazione. Nel 2001, Francesca Patanè registrò a suo nome la testata “Ateneo Palermitano” divenendone proprietaria legalmente riconosciuta dal Tribunale di Palermo e direttore responsabile.  Iniziò allora una serie ininterrotta e puntuale di novantuno numeri, fino ad oggi.

I potenti dell’Università di Palermo, inclusi il rettore e il direttore amministrativo, non si sono mai dati pace del fatto che la testata “Ateneo Palermitano” fosse controllata da Francesca Patanè. I suoi editoriali ed articoli, precisi e documentati, misero spesso a nudo una situazione di malauniversità. Il colmo dell’insofferenza istituzionale fu raggiunto nel gennaio 2006 con un articolo che riportava la notizia, già diffusa da giornali nazionali, di due docenti dell’Università di Palermo indagati per associazione a delinquere dalla Procura di Firenze. La macchina silenziatrice dell’Università di Palermo si mise in moto avviando un procedimento disciplinare a carico di Francesca Patanè che le venne comunicato assieme all’articolo del codice di disciplina che prevede il licenziamento senza giusta causa. Francesca Patanè non si diede per vinta e allertò la stampa nazionale del sopruso che si stava consumando.  Il giorno stesso della sua audizione davanti alla commissione disciplinare, La Repubblica uscì con un articolo in sua difesa e in difesa della libertà di stampa. I maggiorenti dell’Università, presi alla sprovvista da tanta pubblicità non richiesta, fecero rapidamente marcia indietro e – per bocca del rettore Silvestri – annullarono, di fatto, il procedimento.

Nonostante la bruttissima e pericolosissima esperienza inflittale dall’istituzione alla quale aveva dedicato una vita di lavoro ma che, forse, per avere il quartier generale nello Steri – l’edificio dell’Inquisizione Spagnola – ne aveva assunto lo spirito che trasuda ancora dalle sue mura, Francesca Patanè trasse maggiore convinzione che la libertà di stampa fosse, in assoluto, il primo obiettivo e la prima condizione di una società civile. Così, negli ultimi anni, Ateneo Palermitano divenne un faro di luce a livello nazionale sulle vicende dei concorsi universitari truccati, dei bilanci universitari falsi, della magistratura che quando tratta di vicende universitarie spesso si intorpidisce senza lasciare tracce significative, del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (Miur) che non esegue mai le sentenze del Consiglio di Stato, del Miur che gestisce una privatizzazione latente dell’Università italiana a partire dalle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia e dalle Scuole Superiori per Mediatori Linguistici. Ateneo Palermitano prese spesso le difese di singoli ricercatori e professori tartassati dalle cosche baronali. Si scagliò contro le inutili ricette dei luminari di entomologia che non sanno fare niente di proficuo contro il punteruolo rosso che devasta le secolari palme di Palermo e della Sicilia.

Francesca Patanè amava la bellezza dello scrivere, la bellezza del vivere, la bellezza del mare di Cofano. Con la sua giustizia morale e onestà intellettuale ha fatto un grande onore al giornalismo.

È scomparsa una voce chiara ed importante.

Sordità e mutismo del precario della ricerca nell’università

mizaru_kikazaru_iwazaru.jpgLa lettura dell’articolo seguente fa venire in mente una vecchia canzone di Mina, parafrasando la quale si potrebbe dire: «Ci sono cose in un silenzio (quello dei precari) che non m’aspettavo mai, vorrei una voce ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto» e la voce di Ilaria Agostini (ricercatrice-docente precaria) che ha pubblicato su MicroMega le sue riflessioni sui precari della ricerca nel nostro paese.

La precarietà accademica, ovvero il gioco del silenzio

L’instabilità (anche accademica) azzera la voglia di partecipazione, la stima di sé, le capacità creative

Ilaria Agostini. È legittimo chiedersi perché in Italia i precari, forza numericamente rilevante, assorbano in silenzio i colpi impietosi loro inferti da un sistema lavorativo che, qualche decennio fa, avrebbe procurato notti insonni a datori di lavoro, privati o pubblici, a imprenditori e rettori. Il fenomeno dei lavori a termine conosce, nell’ambiente universitario, dove peraltro ha dimensioni dilaganti, la sua massima espressione di afasia: al ricercatore-docente avventizio, con mansioni da «adulto», ma status di «giovane» non ancora accolto dalla comunità, è precluso l’ascolto e la parola. Non sente la voce ufficiale dell’istituzione che lo esclude, più per consuetudine che per legge, dalle assise accademiche e dalla vita «democratica» di ateneo, adducendo a motivo l’intrinseca inafferrabilità della categoria precaria.

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Dai baroni della medicina all’università merchandising e ai dirigenti Asl

I libri sono il nostro tormento e la nostra passione, come la scienza che ci affratella; e se ci capita che un maestro sia insigne, lo onoriamo…

Carlo Castellani. C’era una volta il barone! Ricordate? Con fare deciso si aggirava tra i malati, seguito da uno stuolo di assistentucoli rapiti dai suoi gesti imperiosi, intimoriti dal suo sguardo severo e serioso; ogni suo impercettibile sbatter di ciglia veniva colto da quei discepoli non senza un batticuore, un’ansia, un brivido che li attraversava da capo a piedi. «Avrà guardato me?» si chiedeva l’avvenente specializzanda. «Avrà voluto che io…» si domandava angosciato lo studente di Enna in procinto d’esame. Lui, fascinoso, elegante, guardava tutti e nessuno… un silenzio tombale regnava nella sala… «sssssilenzio!» bisbigliava l’aiuto anziano, non appena Lui alzava la mano sapiente – tanto da sembrare essa stessa intelligente, certo benedetta da Ippocrate – e si apprestava alla percussione del torace del paziente di Asciano. «Qui… Tu! …Vieni …Percuoti …e ausculta! Qui!» S’avvicinava l’assistente tremante, confuso, rosso come un peperone, mentre gli altri sorridevano saccenti, rilassati per lo scampato pericolo… Pregava Iddio Carmelo Cacace da Enna di sentire ed intuire qualcosa, di fare la diagnosi lì, accanto a Lui, il divino; come sarebbe stato bello sentire… «Bravo, così si visita un malato … bravo … ehm come ti chiami giovinotto?». Ti spremevano, ti umiliavano, turbavano i tuoi sogni di ventenne quei potenti, ti tiravano dietro il libretto e tu dai a studiare di più e meglio, per strappar loro il fatidico: vada, giovinotto vada… ora sì che la sa! 18 vada!! Li odiavi ma li ammiravi nello stesso momento, ascoltavi le loro lezioni e li vedevi grandi, immensi e ti convincevi che in fondo ti volevano anche bene. Erano i tuoi incubi, ma ti davano qualcosa, e se ti capitava di incontrarne uno che ti ammaliava per due ore parlandoti di Semeiotica del torace, lo onoravi, ne riconoscevi la cultura, la passione che metteva nel suo parlar di scienza ed uscivi fuori dall’aula convinto che non ti saresti più scordato di quella lezione. Sì, era uno str…. ma, caspita, che maestro!! Ti aveva dato… e tanto!! Caniggia, Rocco, Marcolongo, Lenzi…

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Abbiamo smarrito il senso della legge e la capacità d’indignazione

michele_ainisRileggendo questo vecchio intervento di Michele Ainis (La Stampa, 19 agosto 2005) sulla questione morale, il pensiero corre ai responsabili della voragine nell’ateneo senese ma anche al silenzio, all’indifferenza e all’ignavia di docenti, personale amministrativo e tecnico che meritano, tutti, di far loro compagnia sul banco degli imputati.

NEL BELPAESE UNITO DALL’ABUSO

Michele Ainis. C’è un altro modo d’indicare la questione morale su cui l’Italia s’arrovella in queste settimane. E c’è anche un altro corpo collettivo, diverso dalla classe dirigente, che a  tale stregua merita di farle compagnia sul banco degli imputati. Questo soggetto siamo noi, uomini e donne del Paese. La nostra colpa è d’essere cittadini senza legge, senza rispetto per le regole. L’imputazione che ci pende sul capo apre perciò un secondo fronte della questione morale, che a sua volta evoca una legalità perduta, svuotata, vilipesa. (…) insieme al senso della legge abbiamo smarrito giocoforza la capacità d’indignazione, quel soprassalto, quella reazione di condanna e di rigetto davanti alle malefatte altrui che rappresenta l’anticorpo più potente delle democrazie. E d’altronde, dove potremmo trovare l’energia per indignarci quando le violazioni delle regole sono così diffuse e reiterate? Quando attorno a noi dovunque il furbo fa carriera, accumula ricchezze, s’accaparra vantaggi d’ogni sorta? Quando la legge viene elusa perfino da chi dovrebbe farla rispettare?

(…) Quando la stessa legge appresta gli strumenti per evaderne il precetto, e tali strumenti a loro volta si risolvono nella proliferazione senza fine dei precetti, e poi delle deroghe, delle proroghe, dei codicilli o dei cavilli che fanno la fortuna d’ogni buon avvocato? «Le gride son tante!» – esclama un personaggio di Manzoni – «e il dottore non è un’oca: qualcosa che faccia al caso mio saprà trovare».

Da qui il terzo corollario, la terza morale che è possibile desumere dall’immoralità che ci circonda. C’è infatti un approccio, c’è un modo di fare che a sua volta coniuga i comportamenti degli imprenditori, dei banchieri, dei politici le cui trame sono state disvelate in questi giorni, e i piccoli abusi quotidiani rispetto ai quali nessuno è davvero senza peccato. Sta di fatto che quasi mai viene in gioco la manifesta violazione d’una regola: la via è piuttosto quella del raggiro, dell’elusione, dell’atteggiamento capzioso o fraudolento. Sarà per questo che furti ed omicidi scemano, mentre le truffe hanno ormai toccato il picco (+69% negli ultimi quattro anni). Sarà per questo che le regole di correttezza sono cadute in disuso, come dimostra per esempio la parzialità di molti organi imparziali, e perciò le critiche che investono a turno questo o quel giudice, questo o quel presidente d’assemblea parlamentare. Sarà per questo che la gran parte delle leggi viene erosa da disapplicazioni sistematiche. Senza legge, però, è impossibile la stessa convivenza. Ed è lo spirito della legge, forse ancor più della sua lettera, l’alimento di ogni comunità civile.

Il crac dell’ateneo senese: eppure da almeno cinque anni sapevamo tutto

Tosi_pieroUNA DILAGANTE IPOCRISIA CI PERMEA E CI AVVOLGE

Annunziata Cozzolino. Sgraniamo gli occhi di fronte ad un disastro già denunciato molti anni prima ma di cui nessuno ha voluto prendere atto. Erano gli anni dei mausolei costruiti intorno all’uomo della provvidenza; il rettore Piero Tosi (nella foto).

«23 dicembre 2004: abbiamo letto su “l’Espresso” di un paio di settimane fa che il Senato Accademico del 15 novembre 2004, su proposta del rettore, ha approvato all’unanimità una modifica di statuto per consentire allo stesso rettore, il Prof. Piero Tosi, di restare in carica un anno in più del previsto. Erano presenti alla riunione: Piero Tosi, Nicola Dimitri, Lorenzo Gaeta, Alberto Auteri, Federico Corelli, Silvano Focardi, Franco Belli, Camillo Brezzi, Gioacchino Chiarini, Antonio Vicino, Antonio Cardini, Luigi Moi, Mariano Giacchi, Giovanni Minnucci, Maurizio Bettini, Carola Haupt, Donato Montibello, Loriano Bigi.

La legalità all’Università di Siena è così piegata alle ambizioni politiche del rettore in carica, prof. Piero Tosi, che vuole conservare a tutti i costi la poltrona di presidente della Conferenza dei rettori italiani fino alle prossime elezioni politiche del 2006. Magari, forse, per arrivare a proporre un allungamento del proprio mandato, il rettore avrà da esibire meriti amministrativi e gestionali tali da far passare in secondo piano la violazione delle regole democratiche. In realtà l’elenco dei problemi e delle disfunzioni amministrative e gestionali è lungo. La grave situazione finanziaria esistente nell’Ateneo ha già imposto e imporrà pesanti manovre che ipotecheranno l’attività programmatoria dei prossimi tre rettori, proiettandone gli effetti fino al 2018-2020. E, si badi, l’Università di Siena ha la fortuna di godere, a differenza di altre sedi, delle sostanziose elargizioni del Monte dei Paschi e della Fondazione Monte dei Paschi. Per dare un’idea dell’entità dei contributi, nel solo esercizio 2004, la Fondazione Monte dei Paschi ha destinato all’Ateneo 9.350.000 euro che saranno tutti gestiti direttamente dal governo dell’Università. A questi vanno aggiunti contributi pari a 2.060.000 euro destinati a progetti di ricerca, attrezzature, arredi e organizzazione di Convegni che saranno gestiti, invece, direttamente dalle strutture didattiche e scientifiche. Ma oltre i problemi di bilancio vi è l’uso discutibile dell’autonomia, l’esistenza di strutture dispendiose, inefficienti e, talora, precarie, la moltiplicazione dei Corsi di Studio, l’esautoramento degli organi di governo e di controllo per le troppe decisioni di vertice, la moltiplicazione non sostenibile dei ruoli.» (Estratto da: Il conflitto d’interessi del rettore dei rettori Piero Tosi, di Enrico Rufi, R.R.)

Epilogo: il 24 febbraio 2006 il rettore, Prof. Piero Tosi viene sospeso dal suo incarico dal Gip della Procura della Repubblica di Siena per abuso di ufficio aggravato e falso ideologico. In seguito si sono aggiunte molto altre ipotesi di reato, tra le quali il falso in bilancio.

Un sito che si oscura non è mai un bel segnale, anche a cambiamento avvenuto

giorgio_federiciIl titolo di questo post è mutuato da un commento di Chiara Dino (Corriere Fiorentino, 9 luglio 2009) sulla chiusura del sito Ateneofuturo, che ha svolto un ruolo fondamentale nella elezione di Alberto Tesi a rettore dell’Università di Firenze. Di seguito la dichiarazione di Giorgio Federici, che considera esaurita la funzione del sito che, pertanto, non sarà più aggiornato, anche se la documentazione degli ultimi tre anni sarà sempre accessibile.

CONGEDO

Ateneofuturo. Nella primavera del 2006 avevamo una grande speranza: un Ateneo futuro nel quale ci fosse rispetto per le persone che vi lavorano, per le competenze scientifico disciplinari, per la dignità dell’Accademia e dell’Istituzione.
C’era bisogno di sperare, nella primavera del 2006, perché la realtà ci appariva non più tollerabile: incompetenza al governo dell’Ateneo, familismo, nepotismo, disprezzo per il merito, gestione “manageriale” basata sul principio del bastone e della carota. Una immagine pubblica dell’Ateneo compromessa.
Il voto del giugno 2006 dimostrò che qualcosa stava cambiando nell’Ateneo, che la nostra analisi della situazione era condivisa da molti:  1500 persone avevano votato per il candidato avverso al rettore in carica. Con il rettore che, dopo due mandati, veniva votato solo da 1300 persone, e solo da un  terzo del personale tecnico amministrativo che si era recato al voto. La maggioranza di chi lavorava in Ateneo aveva capito. 
Come Ateneofuturo abbiamo cercato in questi tre anni di tenere informato l’ateneo di quello che stava accadendo e abbiamo contributo a tenere  viva la fiammella della speranza di un cambiamento. Il cambiamento è arrivato. Queste elezioni del Rettore sono state un  momento importante e positivo. La campagna elettorale è stata intensa e utile. È stata dimostrata  la capacità di reazione e il desiderio di rinnovamento come risposta alla crisi dell’università. In un momento di grave difficoltà economica, di disagio nel rapporto con la società, di ostentata pressione da parte del Governo, abbiamo scelto la strada più difficile: non abbiamo infatti scelto la strada apparentemente più sicura dell’esperienza, né quella della continuità, ma abbiamo scelto la strada di assecondare il nostro bisogno di rinnovarci e dunque di aprirci ad un’opzione nuova.

Oggi, avendo eletto Rettore Alberto Tesi, abbiamo fatto un  importante passo. Avremo un Rettore che ci aiuterà a ripristinare dignità nei rapporti personali e accademici, a procedere nel necessario rinnovamento. Siamo convinti che Ateneofuturo abbia  svolto un utile  ruolo di servizio, contribuendo al cambiamento che è avvenuto con informazioni e sollecitando il confronto, il dibattito, tenendo viva l’attenzione sui problemi del nostro Ateneo, spesso nascosti dal conformismo e dal disinteresse.
Grazie per l’attenzione che avete  voluto dedicarci. Auguri di buon lavoro Alberto, a te e a tutti noi.