Sordità e mutismo del precario della ricerca nell’università

mizaru_kikazaru_iwazaru.jpgLa lettura dell’articolo seguente fa venire in mente una vecchia canzone di Mina, parafrasando la quale si potrebbe dire: «Ci sono cose in un silenzio (quello dei precari) che non m’aspettavo mai, vorrei una voce ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto» e la voce di Ilaria Agostini (ricercatrice-docente precaria) che ha pubblicato su MicroMega le sue riflessioni sui precari della ricerca nel nostro paese.

La precarietà accademica, ovvero il gioco del silenzio

L’instabilità (anche accademica) azzera la voglia di partecipazione, la stima di sé, le capacità creative

Ilaria Agostini. È legittimo chiedersi perché in Italia i precari, forza numericamente rilevante, assorbano in silenzio i colpi impietosi loro inferti da un sistema lavorativo che, qualche decennio fa, avrebbe procurato notti insonni a datori di lavoro, privati o pubblici, a imprenditori e rettori. Il fenomeno dei lavori a termine conosce, nell’ambiente universitario, dove peraltro ha dimensioni dilaganti, la sua massima espressione di afasia: al ricercatore-docente avventizio, con mansioni da «adulto», ma status di «giovane» non ancora accolto dalla comunità, è precluso l’ascolto e la parola. Non sente la voce ufficiale dell’istituzione che lo esclude, più per consuetudine che per legge, dalle assise accademiche e dalla vita «democratica» di ateneo, adducendo a motivo l’intrinseca inafferrabilità della categoria precaria.

Anche la voce sindacale è flebile: i sindacati stentano ancora ad accettare tanta perversione in un territorio da sempre off-limits.
Il lavoratore provvisorio non sente il richiamo del branco, che non esiste. Il temporaneo della ricerca e della docenza universitaria non è un animale gregario, si mantiene su posizioni di autismo culturale; individuo solingo in un ecosistema ostile, si concentra sulla propria sorte e ricama su se stesso. I colleghi li ritiene competitori diretti, a maggior ragione se precari anch’essi; anzi, più il lavoratore è instabile, più teme i suoi simili. L’unico riferimento esterno è, per il ricercatore avventizio, il professore-madre.
Il rapporto filiale tra professore e allievo merita qui un approfondimento. Seguiamolo dalla nascita. Il prof individua nella popolazione studentesca un soggetto in cui, per affinità impalpabili, riconosce la propensione alla prosecuzione della scuola; lo tiene sott’occhio, gli propone la tesi, lo segue fino alla laurea; lo sostiene come candidato dottorando. Sono così posti i fondamenti della subordinazione diretta del giovane al prof. L’individuo «analogo» accede al corso di dottorato, ed ha una borsa per tre anni. È la metamorfosi: il precario esce dal bozzolo; inizia il percorso di precariato vero e proprio, costituito da una sequenza di assegni e borse, di preci e concessioni. Si manifestano ora, acuti, i segni della dipendenza, alimentati dalla promessa di una prossima (ma mai troppo) dipartita dell’individuo anziano che consentirebbe «automaticamente» l’accesso del giovane ai ruoli: mors mea, vita tua. Per inciso, è in questa fase che, nella contraddizione tra la natura pubblica dell’università e l’aspirazione personale alla discendenza culturale, si rende evidente la labilità, nell’accademia, del limite tra pubblico e privato. Ma di questo non tratteremo.
Il comportamento del ricercatore caduco, date le premesse, è fortemente condizionato dai desiderata, anche inespressi, del professore-madre e dai suoi stili di vita. Lo imita. Se il prof è poco sociale e dedica tempi lunghi alla ricerca in laboratorio o in biblioteca, il precario, per analogia, non partecipa alla vita collettiva della società di cui, nonostante tutte le ritrosie, pure fa parte. E, sempre per analogia, mantiene il silenzio. Ma – e qui risiede l’interesse del caso in esame – se il professore pratica invece vita sociale, sforando nei casi più estremi nella politica attiva, il precario anziché seguire le orme del prof-madre, inaspettatamente ne disconosce l’autorità su tale versante comportamentale e insiste nel non professare sociabilità. Le motivazioni sono molteplici, ma possiamo riassumerle in due filoni principali:

1) la finitezza delle risorse a disposizione dell’individuo più giovane: il lavoratore avventizio e multifunzionale esercita la propria provvisorietà in molti campi ed è perciò poco propenso a disperdere energie in attività sociali, sindacali o politiche che non gli garantiscano direttamente la sopravvivenza economica. Risultato: meglio astenersi, non c’è né forza né tempo;

2) la fugacità dell’esistenza lavorativa del temporaneo (e della sua esistenza in vita tout court): l’intermittente adotta perciò comportamenti mimetici, non si espone, non eccelle mai, sa che ogni mossa falsa può renderlo riconoscibile e designarlo come vittima ad un predatore, o all’individuo amico che ne dispone vita e morte. Ancora una volta tace.

Infine, un’ulteriore causa dell’afonìa del lavoratore sporadico è ravvisabile nel controllo esercitato su di esso dai suoi simili: la diffidenza gli è costantemente dimostrata dai colleghi decidui che mai sono favorevoli allo scatto in avanti del singolo, al grido di sdegno, alla manifestazione di consapevolezza, allo strappo nella tela, e sempre invece animati da un sentimento misto di paura e vergogna. Paura per caducità; vergogna per sottostima indotta («se non ce l’ho fatta, è colpa mia…» è il refrain del non-assunto). 
Il silenzio, in sintesi, si configura come risultato di pratiche individuali – ma estese capillarmente a tutta la popolazione precaria – di autocensura, autorepressione e autosegregazione, determinanti l’astensione di forze vitali dalla vita socio-politica di un paese che, è evidente, ne soffre la mancanza.
Non è facile individuare una soluzione al mutismo generazionale, se un governo (prima o poi) non dimostrerà la volontà di ridimensionare il fenomeno dei contratti creativi. Nell’attesa di tempi migliori, da parte dei lavoratori afasici sarà necessario acquisire consapevolezza delle condizioni di lavoro premoderne (non diremo schiavistiche per non offendere gli animi più sensibili) cui sono sottoposti, condizioni che tolgono diritti fondamentali a chi lavora, e che sanciscono una frattura sociale inaccettabile: da una parte i privilegiati (gli «strutturati») con tutele e scatti stipendiali legiferati, e dall’altra i dannati, i free-lance senza protezione. La presa di coscienza sul piano dei diritti dovrà affiancarsi ad una rilettura disincantata dell’impalcatura di privilegi che avviluppa il sistema universitario, cui l’avventizio (già cripto-barone) aspira ad accedere, privo del desiderio di apportarvi modifiche. Senza questo esercizio critico l’istituzione non potrà risanarsi, autoriproducendosi anzi nelle sue deformità o, se è possibile immaginarlo, acuendole. Consapevolezza dei diritti e critica dei privilegi, su questi punti è necessario operare per un lavoro dignitoso, non insegnare più gratis, dare continuità alla ricerca. Per poter parlare.

26 Risposte

  1. da precario…è spesso dannatamente vero…

  2. Nell’ambito di Lettere ho conosciuto lotta a coltello fra ricercatori, con tanto di minacce e vandalismi. Ma è terribile la servitù del ricercatore verso il boss-professore. Se vi capitano i boss di Lettere state freschi! Ma mi dicono che a medicina – parlo con medici – la cosa è più mostruosa: ormai là siamo al feudalesimo e alla cessione dei posti di ruolo ecc. con lampante nepotismo, ecc. ecc. Chi canta è colui che conta, in questa “illustre ed onorata” società, come cantava il mistico Battiato.
    Bardo

    E mentre i precari che insegnano e si fanno il culo – e… non debbono fare politica, come dice il Verbo Gelmini -, nel mentre non prendono due lire, negli enti “culturali” i soliti noti intascano migliaia di euro al mese; erano a cavallo col Piccini e lo sono col Cenni. Le loro foto sono anche oggi e ieri sui giornalacci locali che si rivolgono ad handicappati mentali, a idrocefali. Che fare? La rivoluzione? Ma son certo che tali stronzi sarebbero sempre a galla, anche in un regime polpottista!
    Bardo franco

  3. Benedetti figlioli, non decontestualizzate:

    …questi sono i riferimenti della maggior parte di coloro che ai vari livelli vivono nella città, nella banca, nel comune, nell’ateneo, nella provincia di Siena e costoro in combutta con l’altra fazione si stanno sbranando l’intera Italia. Viviamo da sempre in una condizione di ingiustizia disumana…
    Prof. Cosimo Loré Titolare Cattedra Criminologia

    …la prova della “combutta”? Basta ascoltare l’autorevole rappresentante della “opposizione” Luciano Violante!

  4. Che l’Italia sia ridotta a cosche che si sbranano non vi è dubbio alcuno. La faziosità del resto è nel DNA delle contrade di Siena e quindi nei suoi cittadini. Poi si può arzigogolare quanto si vuole… A Siena ora si celebra con “fasto” il Costituto del 1309, e terranno lezioni medieviste amici e amiche della ditta Cenni e C. (pare escluso l’Ascheri). Nel celebrare questa data di democrazia Cenni omette volutamente che il Costituto fu il parto della democrazia mercantile in lotta con i feudatari del territorio che avevan dato filo da torcere al Comune. Il volgare, infatti, fu la lingua adottata dalla borghesia mercantile (molto potente a Siena, Firenze, ecc.) che fu usato non solo per farsi capire dal popolo ma anche per unificare i traffici (una sorta di caduta delle dogane linguistiche). Ma questo Cenni e i suoi storici tacciono… chissà perché…
    Le critiche fatte dalla Mongolfiera e altri son più che giuste ma occorre vedere a cosa mirano questi signori. Che il provincialismo prevalga è cosa arcinota e solo i deficienti non possono vederlo, gli imboscati e le pupattole, chi non vuol fare nulla…
    Il prof. Loré cita poi Violante: questo fasciocomunista fa paura solo a vederlo. Fa parte di un mondo “poliziesco” tra Breznev e Pinochet (almeno nel mio immaginario).
    Il Bardo

    Post Scriptum. Quanto suesposto è confermato dallo storico di professione, che insegnò a Lettere a Siena, Giuliano Pinto: la Toscana del Dugento dominò l’Europa grazie alle sue attività mercantili-bancarie. La banca e la manifattura, dice lo storico, fecero si che le città toscane avessero “predominio” e rilievo in Europa.
    Addenda-per chiarire. I toscani nel 200 erano potenti anche perché divennero i banchieri del papa. Siena si lasciò superare da Firenze (che pure batteva in quanto a banchieri) quando Firenze creò il fiorino d’oro nel 1252: la prima moneta aurea dell’occidente medioevale: che invase l’Europa. Il Costituto sta in rapporto a ciò. Chiaro mr. Cenni!?

  5. …nè c’è da sperar nella “tutela” di associazioni dei cittadini “utenti” o – alla Ghedini maniera – “utilizzatori finali”, come attesta la richiesta Codacons in merito ad un momento delicatissimo quale è il cosiddetto “consenso informato” che si esige standardizzato per tutti alla faccia di quel che da una vita con Mauro Barni Medico Legale e in ogni manuale della materia si cerca di spiegare!!!

    Doctor News Primo Piano Codacons, moduli di consenso siano uniformi. Esposto del Codacons al Garante della privacy. L’associazione a tutela dei consumatori chiede che i moduli del consenso informato per le prestazioni sanitarie “siano uguali in tutta Italia”. Spesso, infatti, “si chiede l’autorizzazione a trasmettere i dati in modo decisamente eccedente rispetto alle finalità per le quali sono raccolti e dovrebbero essere trattati L’esposto parte da una segnalazione di un consumatore che doveva sottoporsi a un’ecografia in uno studio radiologico di Savona. “Al momento di mettere la firma sul ’solito’ modulo per la privacy – si legge in una nota del Codacons – il paziente, invece di firmare e basta, come normalmente fa la gran parte dei consumatori, decide di leggere alcuni passaggi scritti sul modulo e scopre che, firmando, avrebbe autorizzato a comunicare i suoi dati (quali?) ‘in Italia o all’estero’ (?), alle società di assicurazioni, alle banche, e, come se non bastasse, alle società operanti nel settore dei trasporti, spedizioni o comunicazioni, professionisti (quali?) e consulenti (di chi?)”. Il Codacons “sta sostenendo da tempo che, in campo medico, i moduli sulla privacy e il consenso informato vadano cambiati e resi più trasparenti. In caso di intervento chirurgico, ad esempio, il consenso sembra sempre più utilizzato dai medici per salvarsi da possibili ritorsioni legali che non per informare effettivamente il paziente, consentendogli una libera e consapevole scelta. Troppo spesso i rischi sono evidenziati in modo poco chiaro. Per questo chiediamo al ministero del Welfare che, per ogni intervento o anche un semplice esame diagnostico, ci sia un modello standardizzato di consenso informato uguale in tutta Italia, stabilito direttamente dall’Istituto superiore di sanità, autorizzato dal ministero della Salute e dal Garante della privacy, in accordo con le diverse categorie interessate, compresi ovviamente medici e consumatori”. Da regolare diversamente anche le modalità di consegna del consenso informato. “Spesso – conclude il Codacons – viene dato al consumatore 10 minuti prima dell’intervento, rendendo la rinuncia praticamente impossibile”.

    Se qualcuno del Codacons ci legge faccia sapere con quale non eccellenza – data la grossolanità della sciocchezza sarebbe corretto parlare di demenza – medico-legale si è consultata questa nobile associazione dei consumatori!!!!!!

    Costernato Prof. Cosimo Loré
    Medico Legale – Ateneo Siena

  6. …Un bell’esempio di democrazia, termine col quale tutta la merda d’Europa e non solo, si riempie stoltamente e ipocritamente la bocca. Ma vorrei integrare quanto detto sopra. Il “Costituto” (avrebbero dovuto dirlo Lorsignori e storici locali del piffero, quelli dei concorsi ad hoc, anzi ad personam) non fu il solo (N.B.!!!) exemplum di volgare. «A ciò che coloro li quali sanno gramatica e li altri lettarati possano di ciò avere pieno e chiaro intendimento». Così nel 1305 i frati del Santa Maria dettero alla luce le nuove costituzioni «per gramatica e per volgare»… (Vedasi Luciano banchi et ultra).
    Sempre più claro no? Vi era un movimento anche cittadino al volgarizzamento… E ditelo no, perbacco! Ma che il “Costituto” serva ai servi sciocchi della “democrazia” per un percorso tutto ideologico che parte da lontano (magari da Salerno, 1944)? A pensar male, ecc.
    Strabardo

  7. Sempre in tema di “consenso informato” è stato di recente pubblicato un mirabile capitolo di Emanuela Turillazzi in Trattato di Medicina Legale e Scienze affini a cura di Giusto Giusti (CEDAM 2009), che nulla ahimè incide sul cialtronesco andazzo imperante nella Repubblica dei mediocri ben descritta da Antonello Caporale per i tipi di Baldini Castoldi Dalai. Al peggio veramente non c’è fine… né d’altra parte nell’era berlusconiana della feccia su ogni altare televisivo, legislativo, amministrativo c’è da aspettarsi di meglio. Quando un’Authority contro l’umana deleteria insipienza?!

  8. E fan da pèndant ai mediocri i neo Abulafia della stultitia cabalistica, i neoesoterici pitagorici (la “Internazionale nera” secondo il matematico Boyer). E i nostrani simbolisti di bassa lega che intendono gettare onde nihiliste contro noialtri “allegorici” (in senso post-benjaminiano): certo, son talmente ignoranti che… ignorano il passato – e perciò né lo mitizzano alla Novalis né lo grammatizzano… bensì lo ideologizzano e proseguono nell’affabulazione per gli idioti!!!
    O tempora…
    Bardo

  9. Scusate esimi professori ma cosa c’azzeccano – direbbe il verace dipietro – le vostre riflessioni su questo thread dedicato ai precari?
    Capisco che il precariato non sia condizione a voi familiare, ma sappiate che riguarda un numero immenso di persone non conteggiate nei calcoli ufficiali dell’ateneo; persone che potrebbero ampiamente bloccare le attività di questo ateneo – persone senza le quali – diamo tempo al tempo, stiamo un po’ tutti lasciando – questo ateneo diventerà, con tutto il rispetto, come quello di Cassino. Perché tanti generali senza soldati la guerra non la fanno e molti – non dico tutti – membri del corpo docente – sono ormai più abituati alla politica ed al management by meeting che alla ricerca ed alla didattica…

  10. …giusto, Cal, spesso alcuni di noi usano questo blog in maniera impertinente rispetto allo scritto in prima pagina, però avrai notato che siamo così alle pezze non solo finanziariamente ma anche – e questa è la vera tragedia – mentalmente e moralmente, come si è più volte illustrato, tra indifferenti ed ostili anche al semplice naturale grido di dolore e alla legittima urgente pretesa di giustizia, che questa ci pare l’unica sede dove lasciar tracce ai posteri – come graffiti in caverne preistoriche – di temi diversi ma tutti strettamente connessi alla questione centrale.
    Nel tempio della cultura si agonizza perché la democrazia serve solo a farci eleggere soggetti indegni e inadeguati che l’ateneo seviziano trivialmente e la meritocrazia si sta riducendo ad autoreferenza per fingere neppure abilmente di far corse regolari tra aspiranti scienziati.
    Io son pronto anche a menar le mani e da decenni affronto senza moine ministri e rettori e stimolo colleghi e collaboratori, ma cerco invano un compare che mi pari le spalle senza maschere ed in campo aperto…
    Prof. Cosimo Loré

  11. Caro prof, il problema è che di democrazia peraltro ce n’è poca. Pensi ai precari per l’appunto. Fanno il lavoro dei grandi e sono trattati come i piccini. Non votano il rettore, ma questi li può tagliare di numero, può limitarne la durata dell’assegno, può incrementarne o diminuirne a piacimento il carico didattico ecc. Vanno in aula tanto quanto e spesso al posto di chi ci prende lo stipendio su quei corsi, scrivono e fanno ricerca spesso – non sempre – al posto di chi lo avrebbe come mestiere la ricerca.
    Ma guardi i nostri ordinari – la situazione generale dico, non i singoli – una massa di politicanti che generano commissioni su commissioni anche per decidere il colore della carta igienica, che non possono permettersi di incazzarsi più di tanto perché ognuno di loro ha una bella batteria di scheletri nell’armadio…
    Chi qui scrive – tutti voi è ovviamente eccezione a quanto dico ma se pensate ai vostri colleghi penso che non possiate che darmi torto; riflettete solo un attimo a ciò che è successo quando è scoppiata la crisi e alle reazioni dei nostri proffs in CdA o in senato… io non so, io non c’ero io non capivo io non sono del ramo… avranno fatto la lotta greco romana per farsi eleggere e poi? Molti di loro non sapevano neanche cosa firmavano… solo che il loro stipendio è (forse) al salvo, io devo (se ho fortuna) emigrare altrove e far fruttare quanto ho imparato ad unisi – l’università della mia città – da chi finora non mi ha dato nulla…
    che amarezza

  12. Cal, quel che scrivi non solo profuma di sincerità ma è purtroppo una fotografia non truccata della realtà, cui i più in questa città non vogliono nemmeno rivolgere il pensiero: il grave è che questo comportamento sciagurato si acuisce se si sale nei vari livelli dell’accademia divenendo – te lo dico da cattedratico di criminologia – intollerabile illecito incivile se si guarda a chi negli ultimi venti anni ha occupato il seggiolone più alto. Vero è che all’inizio nessuno nemmeno il sottoscritto avrebbe immaginato che si arrivasse a tanta scelleratezza, ma una volta che al sottoscritto cominciavano ad arrivare indizi convincenti la reazione è stata conseguente e immediata come si addice a qualsiasi animale dai riflessi sani, ma i cosiddetti colleghi salvo eccezioni encomiabili si muovono come se niente fudesse… Cal, teladdire? Non credo che sia il sonno della ragione a stordirli ma il fatto che se li andassimo a studiare seriamente scopriremmo mastodontiche miserie morali!
    Ma – scusa – anche i precari che continuano a stare a bu’o stretto e bocca cucita… in cosa sperano, in ometti siffatti?!
    CL

  13. Caro cal, avendo avuto vasta e geograficamente distribuita esperienza di precarietà, so perfettamente a cosa è servito e come è stato gestito lo schifo dei contratti di docenza ed altre consimili menate, che qualche burlone fuori dal mondo ha beffardamente osato paragonare a “tenure tracks”, e ti dico cosa a me è parso assolutamente insopportabile, nel comportamento di autorità accademiche ed amministratori: supponenza, arroganza, trombonismo, strafottenza, sistematica sottovalutazione del lavoro svolto, dei titoli posseduti e della dignità che questi dovrebbero conferire al loro possessore, ipocrisia nel non riconoscere esplicitamente “la realtà effettuale delle cose”, ossia che questo personale avventizio pessimamente retribuito e senza alcun diritto di tipo sindacale è stato indispensabile nell’implementazione delle varie riforme che si sono succedute in questi anni. È vero che non tutti avrebbero potuto comunque ascendere al rango di professori di ruolo, ma qui per la miseria, è successo il contrario, ossia che di fatto i precari sono stati usati come carne da macello, al punto da essere oggi stati posti davanti al dilemma se lavorare gratis o andarsene. Sul come sono stati utilizzati e poi liquidati è scesa infine l’omertà.

  14. Cal, io sono uno storico induttivo. Pare che io divaghi – e forse in parte, essendo speculativo, divago: ma visti i tempi de “L’uomo a una dimensione” può esser pregio, no? – ma really, if you put the eyes, vedrai che il divagamento non c’è. Cito il “Costituto” come partigianeria: e guarda caso Lettere fornisce ideologi di regime che falsificano la storia. Proprio coloro che occupano posti da politicanti (dò ragione al prof. Loré) e che – N.B. – impediscono un sano scorrimento di energie: i precari son tali grazie anche a questi signori. Intendo ribadire che il feudalesimo domina e i posti si tramandano di padre in figlio. È il “Sistema” corrotto e sinché non entrerà in campo il “freddo bacio della morte” sarà sempre così.
    Rifletti o precario Cal e con te riflettano ancora una volta tutti quanti. Il fiato non sia sprecato e si dian salde basi “morali e culturali” al nostro dire. Gli Ideologi arruolano soldataglia, lo sai. E spesso il popolo (italiano) vota i suoi carnefici. Nell’ultimo film su Hitler, molto antistorico in verità, quello dove c’è il solito Ganz, un gerarca nazista, quando gli dicono che il popolo soffre sotto i colpi dell’Armata Rossa, esclama in una Berlino distrutta: e chi se ne frega, non ho compassione del popolo: in fin dei conti è colpa sua: ci ha sostenuto per anni…!
    Meditate gente, meditate…
    Il Bardo

  15. P.S. – La mia, naturalmente, è una denuncia politica; tuttavia, anche come pura e semplice relazione od esposizione dello stato delle cose è inerente la verifica dei poteri e costituisce, a sua volta, una denuncia, forse in modo più sopraffino. Ti porto un exemplum storico. Una relazione che metteva in evidenza la decadenza economica senese. Bisogna scomodare il Fedeli. Nel 1561 l’ambasciatore veneziano Vincenzo Fedeli scriveva nella sua relazione che i senesi vivevano della rendita fondiaria e «non attesero mai ad industria alcuna, se non a quella dell’agricoltura.» (“Relazione degli ambasciatori veneti al Senato”……cit. in Cherubini, “I mercanti e il potere”).
    Qui invece fan finta di occuparsi di cultura ma è solo “kermesse”… i vari “Amerikano” lo evidenziano!
    Bardus

  16. Caro Paolo, lungi da me criticare i vostri post. Imparo più dalle vostre dotte riflessioni che da una puntata di Superquark con la famiglia Angela schierata al completo.
    Il mio era solo una riflessione sul fatto che tutta sta storia sta per essere – ed in parte lo è già stato – buttata in politica. I superproff si combatteranno a colpi di fioretto chi per restaurare e chi per rivoluzionare ma chi paga alla fine della festa sono sempre i precari. Perché che diventino rettore Angelo, Antonio o Giovanni… si tratta sempre di persone che negli anni in cui il problema si è generato non è che fossero stati altrove – soprattutto il primo. E ora vedo che compaiono memorie di questi, riflessioni, critiche… distinguo ecc. ecc…
    ma lo stipendio per questi signori c’è e ci sarà. Qualcuno ha fatto una stima vaga di quante persone se ne sono andate/se ne andranno – giovani anche brillanti? No il problema dei sindacati sono il parcheggio ed i buoni pasto, quello dei docenti è la governance
    Beh auguri…

  17. Hai ragione: fanno i quaqqueri ma ingurgitano stipendi ultramilionari!!! Le loro memorie poi: fossero nell’alveo di quelle di Napoleone a Sant’Elena! Macché, son sulla falsariga di qualche rottinculo emulo del Casanova e del De Sade! E ci han pure la cantaride, uhu!
    P.S. – Le critiche servono, ove fossero, a migliorare sempre uno stile, un modo, un corso, un lavoro…
    Ciao.

  18. Sono curioso di vedere che si dice il 21 settembre alla riunione del corpo accademico allargato al personale amministrativo e tecnico… il Gatto di Fontebranda alias il mago Silvan che dirà? Accetterà il contraddittorio? Avrà le badanti al seguito? Spargerà l’ottimismo dei fessi o si cospargerà il capo di cenere da capitano purgato? E quelli che io definisco i grandi galli del pollaio – senatori, membri del CdA, presidenti di collegi, nuclei e affini che diranno? E i sindacati “tutti dentro”?

  19. … qualcuno scrisse in questo blog che ne saprei una più del diavolo (fosse vero mi farebbe comodo visto che i fallimenti della Banca e dell’Ateneo senesi non si spiegano solo con logiche criminali umane!).
    Una cosa la so, però, e questo blog proprio attraverso gli scritti di “Cal” me lo conferma alla grande: non siamo tutti uguali neppure come caratteristiche personali né come capacità acquisite (grande scoperta ho fatto!) e Cal scrive dimostrando talento, tecnica, equilibrio emotivo, coscienza critica, ma quanti tra i “precari” sono a questi livelli?
    Intendo segnalare un fatto che a ben guardare risulterà addirittura ovvio ma su cui è bene riflettere: non esistono “categorie” di “buoni” o “cattivi” ma singoli soggetti mimetizzati in contingenti condizioni, uomini od ometti che spesso non riusciamo a identificare per la prevalenza del momentaneo appariscente loro status sociale.
    Almeno su questo pianeta l’esperienza insegna questo e la generalizzazione – ormai scrivo in piena sagra dell’ovvio – fa torto non solo alle doti del singolo ma alla corretta definizione dei fatti umani.
    Così è proprio sul campo dopo una vita ormai di varie vicissitudini che ho imparato a distinguere – spesso con ritardi preoccupanti e dannosi – le effettive qualità d’ognuno e ti assicuro, o Cal, che nelle varie “categorie” e “caste” c’è di tutto.
    Sa di poco tesser lodi “fra noi” assidui del blog di Grasso (esempio già lui di prof docg) ma come si fa a non esclamare che di “Cal” ve ne son pochini in giro? E se proprio si volesse esser “generalisti” tirerei fuori la sempre in auge umana lamentela “o tempora o mores”
    Cosimo Loré

  20. Leggo solo ora il post e, visto il tema, non posso non rispondere, forse in maniera un po’ disconnessa, a quanto emerso nei vari interventi. Premetto che condivido, meglio ancora, sento e vivo parola per parola quanto detto da Cal.

    Intanto il post: sicuramente riflette un atteggiamento comune a molti precari della ricerca (e della docenza). Ma penso anche ad altre categorie, siano professori, ricercatori o amministrativi: quanti sono veramente attivi, interessati, propositivi anche solo per rispondere in un blog come questo? Purtroppo, lo sappiamo, soprattutto assegnisti e postdoc, sono in una posizione ricattabile, in cui è “conveniente” stare zitti. Io, assegnista da otto anni, la capacità e possibilità di parlare apertamente, nei consigli di dipartimento, ai professori, ai ‘referenti’, l’ho conquistata lentamente e vi assicuro, non senza difficoltà e sofferenze.

    La rappresentatività: “lavoriamo da grandi ma siamo trattati da piccini” ha detto Cal. Riflette bene la realtà. Personalmente ho rappresentato gli assegnisti nella commissione per la governance; non ero lì per “far casino” e basta. Ho cercato (e gli assegnisti dietro di me) di far vedere che siamo propositivi, abbiamo le competenze per poter contribuire a questo ateneo pur nella misera condizione in cui versa, senza volersi sovrapporre alle responsabilità di chi deve prendere le decisioni (tutti i documenti, discorsi che ho fatto sono reperibili sul sito della commissione http://www.unisi.it/v0/minisito.html?fld=2962 ).
    Risposta? Beh, potrei dire una pernacchia, per usare un eufemismo.
    Immaginate quindi la nostra sorpresa e rabbia quando ci è stato chiesto in questi giorni di votare un rappresentante degli assegnisti per la “commissione biblioteche”! Ebbene si, commissione biblioteche… Ma abbiamo deciso che è comunque un’opportunità che non vogliamo sprecare.

    Mi fermo qui per non tediarvi oltre. La mia conclusione vuole essere che tra noi si trovano, e non sono pochi, persone che cercano di agire, di cambiare quello che hanno intorno a sé, possibilmente in meglio, di mettere a frutto le proprie capacità al di fuori del proprio laboratorio, non solo a parole.

    Ma se non ci viene data voce, e se continuiamo ad essere trattati da “piccini” (potessimo almeno sentirci su spalle di Grandi!), qualunque voglia di contribuire e migliorare, presto si ridurrà ad un lumicino. E il peggio di questo perverso meccanismo è che chi supererà il varco (o l’Acheronte?) per far parte a pieno titolo dell’ateneo senese (nel 2014?), sarà talmente scoraggiato, svilito e/o asservito al sistema, che difficilmente potrà contribuire a migliorare qualcosa che non sia il proprio personale interesse. E tutto continuerà come prima.

    Antonio Stamerra
    Assegnista di ricerca

  21. Chapeau, Antonio Stamerra, Assegnista di Ricerca (R maiuscola!)!
    Tu (il tu mi viene spontaneo perché ti sento affine) scrivi e sai scrivere e ci metti la faccia, ma lo sai che su questo blog l’unico “prof” che si manifesta oltre a me e a Giovanni Grasso è l’”esule” Mario Ascheri? E lo sai che gli altri inveiscono qua e là nell’ateneo contro il blog (vero Grasso?) e contro i “tribuni” che lo hanno fondato e alimentato (vero Giovanni?)?
    Cosimo Loré
    Professore di Ruolo

  22. Mica sarà il baraccone di “Metis” fra gli altri? Ora sproloquiano sul Costituto – con la esse prof. Toti è voce ben più dotta e dovresti saperlo tu che hai fatto i corsi nelle prestigiose università USA, come leggesi in tuo blog! (Lo cito perché è il direttore del foglio Il Santa Maria della Scala e promuove mostre col Civai e chi ci sta).
    E io chi sono? Ricercatore, storico, poeta, libero docente, saggio patriota… Uno nessuno e centomila nella Siena fantasmatica…
    Bardus

  23. Scusa Bardo, ma ti risulta che il direttore del Museo Civico Mauro Civai abbia una Laurea?
    È osannato come dottore ma dubito che lo sia.

  24. La rappresentatività: «lavoriamo da grandi ma siamo trattati da piccini» ha detto Cal.
    antonio
    ————
    Il trucco è tutto qui: altrimenti a cosa servirebbe il precariato? Tempo fa, dalle parti della Colonna di San Marco, c’era un caporale che ogni mattina alle sette tirava sul camion un certo numero di albanesi più o meno clandestini, per avviarli a un cantiere piuttosto che a una vigna: non siamo troppo distanti da questo tipo di rapporti di lavoro. Lo schifo è costituito da questi contratti in sé, la cui remunerazione non si chiama nemmeno “stipendio” (così i sindacati si mettono l’anima in pace), sebbene sia la non molto equa mercede per una prestazione lavorativa, e mi domando come mai, nel momento in cui tentiamo di assimilare il nostro sistema a quelli europei, non si faccia altrettanto anche per le forme di reclutamento: non mi risulta che in nessun posto la carriera di un ricercatore proceda, dopo il dottorato, mediante un susseguirsi avvilente di contrattucci trimestrali (somministrati a mezzo di improbabili “concorsi”) da duemila euro l’anno, elargiti sovente seguendo un equivoco principio di giustizia distributiva (“poco, ma a tutti”), senza una prospettiva chiara (resto/non resto) e un chiaro meccanismo di “do ut des”. Quale tipo di selezione si determini così, è chiaro a tutti, tranne forse a certe anime belle poco avvezze a confrontarsi con le cose terrene. Ma tu pensi che nelle osterie di regime e nei salotti à la mode, tra il turbinio di salamelecchi, nelle stanze ove gli stipendi viaggiano su cifre attorno ai 100000 euro, negli antri in cui “la ricerca” è solo un modo di dire, si volga un pensiero a questo problema e si abbia questa consapevolezza? Infine un’altra cosa: chiaramente lo stipendio fisso, ancorché magro, invece dell’obolo a cottimo, fa la differenza; ma pensi che le cose cambino poi molto quando uno diventa ricercatore? Io penso di no, perché qui c’è un problema di sistema, di autonomia della ricerca e di concrete possibilità di effettuarla, giacché (eccetto qualche metafisico) la ricerca è impresa organizzata. Hai mai sentito parlare in questi mesi del destino della ricerca in questo ateneo?

    P.S. Guardate che, sebbene la crisi abbia accelerato e drammatizzato la condizione di precari, non dobbiamo scoprire proprio oggi l’acqua calda: prima non si stava tanto meglio, anche se se ne parlava di meno. Dunque il problema è oramai da un pezzo strutturale e non legato all’attuale congiuntura economica. Antonio parla di otto anni di precariato, che a dire il vero non costituisce nemmeno un record, essendo oramai da anni il decennio la “normale” media d’attesa di un precario. Poi c’è chi ha l’autostrada privata, ci sono state le infornate di ricercatori da parte di chi ha avuto accesso privilegiato ai forzieri; ma questo è un altro discorso. Sto parlando della gente “normale”.

  25. Sangue, sudore e lacrime
    «Hai mai sentito parlare in questi mesi del destino della ricerca in questo ateneo?» … domanda stavrogin. No di certo! E a che pro parlarne visto che è stata azzerata ogni voce attinente alla Ricerca? Peccato che questa sia l’unica ragione per cui esistono le Università, che possono presumere di insegnare solo in quanto luoghi di ricerca d’eccellenza! Con linguaggio caro ai telegrafisti e ai pubblicitari si può ben affermare: No ricerca? No didattica!
    La corte sgangherata di una dinastia scellerata siede ancora impunita tra le macerie maleodoranti di un antico ateneo prima trasformato come fosse un transgender da universitas in azienda e poi beffato e danneggiato, anzi disastrato, da una managerialità non fallimentare ma truculenta e trucida capace di saccheggiare non solo le casse ma le fondamenta stesse degli antichi palazzi, in una succulenza cannibalesca di entità equipollente alla sonnolenza cialtronesca di troppi cattedratici e cittadini di Siena.
    Cosa di meglio poteva perseguire l’ultima reggenza accademica se non l’annientamento di ricercatori e docenti ed il potenziamento della più improbabile burocrazia e del meno indispensabile personale impiegatizio?
    Certo è che una seria informatizzazione dell’ateneo senese a cominciare proprio dagli uffici amministrativi avrebbe reso impossibile il ventennio di malaffare e la devastazione del caposaldo culturale cittadino…
    La Guardia di Finanza avrebbe dovuto dannarsi molto meno nel raccapezzarsi tra le montagne di carte che celano consulenze, contratti e il furbesco stratagemma della dazione tramite indennità per conto terzi e conquibus intrecciati con mezzo mondo e sospetti già in re ipsa.
    Ci attende – come l’Inghilterra insidiata dai nazisti – una stagione di “sangue, sudore e lacrime”.
    Cosimo Loré

  26. Anzitutto nel mio post intendevo dire “con la enne” (CoNstituto), la fretta mi ha tradito ma il senso non cambia. Io mi son poi laureato lavorando, con molto sudore e sacrificio, essendo la mia famiglia poverissima. Altri ho veduto con i miei occhi prendere la laurea perché uomini di potere: dei professori-anche stimabili per cultura e preparazione-regalavan loro laurea. Uno di questi prof mi propose anche un certo incarico culturale ma l’ambiente dove sarei dovuto andare era – ed è – pieno zeppo di imbecilli, giocolieri e persino handicappati mentali! Un parco buoi per i fedeli votanti… Ma si può andare avanti così? Un luogo di cultura ridotto a letamaio, con personale antipaticissimo e incivile… Non si dovrebbe madare a quel paese l’utenza… perbacco! Ma dove siamo? Uno può pensarla all’opposto di me ma certe regole di buona creanza occorrono, infine! Mai mi sognerei di mandarlo a quel paese se venisse da me per una informazione culturale o per ottenere un libro ecc.
    Ricordatevi comunque, o bloggers che magari leggete ZOOM per deviare dal cono d’ombra del “Potere”, di non demordere e di lottare per le regole democratiche e per più democrazia. Il nostro Loré ha ben dipinto il girone infernale ove siamo. Il nostro purgatorio. E qui soffriamo molto, nel neo medioevo esaltato da Cenni e i suoi storici e storiche (ah! ah! ah!).
    Come diceva un maestro della guerra popolare, un certo Lin Piao:
    “Un nostro soldato può svolgere il ruolo di parecchi, di decine o perfino di centinaia di uomini e può compiere qualsiasi miracolo.”
    Cit. da Lin Piao, “Viva la vittoria della guerra popolare”, Noctua ed., 2008.
    Vostro Bardo

    P.S. In un’organo che ho citato è comparsa la firma di un docente che mi fu vicino durante la malattia. E mi dette delle “chances” a livello di docenza. Il fatto che questo docente sia stato un attivista del PCI e adesso sia un fervente cattolico, ben poco cambia. Il docente in questione, che non vuol far chiasso…, mi ha anche raccontato di una feroce persecuzione da parte di certi storici docenti nei suoi confronti. Lo han colpito anche nella sfera privata. Non mi stupisce: conosco i fascisti di sinistra molto bene, li conosco: manco son libertari!
    Comunque, sempre per dirla col “maestro” Lin Piao, avanti nella lotta di lunga durata!
    bardus

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: