Sordità e mutismo del precario della ricerca nell’università

mizaru_kikazaru_iwazaru.jpgLa lettura dell’articolo seguente fa venire in mente una vecchia canzone di Mina, parafrasando la quale si potrebbe dire: «Ci sono cose in un silenzio (quello dei precari) che non m’aspettavo mai, vorrei una voce ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto» e la voce di Ilaria Agostini (ricercatrice-docente precaria) che ha pubblicato su MicroMega le sue riflessioni sui precari della ricerca nel nostro paese.

La precarietà accademica, ovvero il gioco del silenzio

L’instabilità (anche accademica) azzera la voglia di partecipazione, la stima di sé, le capacità creative

Ilaria Agostini. È legittimo chiedersi perché in Italia i precari, forza numericamente rilevante, assorbano in silenzio i colpi impietosi loro inferti da un sistema lavorativo che, qualche decennio fa, avrebbe procurato notti insonni a datori di lavoro, privati o pubblici, a imprenditori e rettori. Il fenomeno dei lavori a termine conosce, nell’ambiente universitario, dove peraltro ha dimensioni dilaganti, la sua massima espressione di afasia: al ricercatore-docente avventizio, con mansioni da «adulto», ma status di «giovane» non ancora accolto dalla comunità, è precluso l’ascolto e la parola. Non sente la voce ufficiale dell’istituzione che lo esclude, più per consuetudine che per legge, dalle assise accademiche e dalla vita «democratica» di ateneo, adducendo a motivo l’intrinseca inafferrabilità della categoria precaria.

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