Università di Siena: arriva il commissario

stemma_ceramica_tif.jpgOutis. Scrive Machiavelli: «Lo inimico, o lo si distrugge o lo si ignora», è quindi del tutto inutile discettare sugli innumerevoli vizi della classe dirigente senese, regionale e della passata amministrazione dell’università stessa, lì stanno (o stavano), e ci stanno (e ci stavano) perché eletti; se poi si tratti di democrazia o di oclocrazia poco importa, distruggerli non si può, tanto vale ignorarli. Conviene piuttosto seguire il consiglio di Candide “badiamo a coltivare il nostro orto” e il nostro orto è l’università. Stante l’impossibilità e l’inutilità di discernere “l’eccellenza”, anche perché tutti si affretteranno a mettere in atto l’astuto strattagemma di Stavrogin, cucendosi sulla cravatta, o sulle mutandine per chi cravatta non porta, un bell’eccellente, la strada del merito non è percorribile. Guardiamo dunque in faccia l’altro aspetto dell’istituzione, quello meramente aziendale, perché di un’azienda si tratta. La realtà effettuale, per rimanere con ser Niccolò, è che tale azienda è in fallimento. Ha un debito pregresso mostruoso che non può onorare, ha svenduto i gioielli di famiglia, ha un budget inferiore alle necessità dell’amministrazione corrente. Ad un negozio di camiceria nelle medesime condizioni non resterebbe che portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento (per inciso gli verrebbe contestato il reato di bancarotta fraudolenta essendoci stata alterazione delle scritture contabili). Verrebbe nominato un curatore e si darebbe il via alla normale procedura fallimentare. Ma un’università non è un negozio di camiceria e un’università che conta settecento anni non si può chiudere, e allora? Allora non resta che portare le chiavi al ministero e rimettere allo stesso la soluzione che potrebbe consistere nella nomina di un commissario, con pieni poteri, un Lucio Silla, dictator universitatis Senarum restituendae, che senza intralcio alcuno facesse il suo mestiere di dayako, tagliando teste, emanando liste di proscrizione e lesinando il danaro, fornito dallo Stato, con un’occhiuta parsimonia che dovrebbe estendersi anche all’acquisto della carta igienica. Come in ogni lista di proscrizione verrebbe versato del sangue innocente, anzi, quasi principalmente quello: gente indifesa, privata di colpo delle protezioni che hanno consentito loro di occupare posti spesso inutili, o, talora utili, ma non finanziariamente coperti. I rei non subirebbero conseguenze se non quella di essere completamente esautorati da qualsiasi potere decisionale e ridotti a fare solo il loro lavoro (almeno quelli che lo sanno fare). Soluzione, come si vede, che contempla una buona dose di ingiustizia, ma à la guerre comme à la guerre. D’altra parte, ammesso anche che la magistratura condannasse finalmente ad metalla i responsabili dello sfascio (il che mi pare poco probabile), ciò non costituirebbe che una magra soddisfazione e non rivestirebbe alcuna rilevanza economica, non essendo in potere di privati, per quanto benestanti, di restituire una pur piccola parte del mal speso. L’unica, risolutiva strada resta quindi il commissariamento, che segnerebbe la fine e di una lunga agonia e di una sequela inutile e anche inconcludente di querelles che lasciano il tempo che trovano. Dixi et animam levavi.