Azzerare i concorsi universitari taroccati

Lore_cCosimo Loré. Il successo dell’iniziativa per abolire i costi di ricarica del cellulare mi induce a preparare analoga iniziativa per i concorsi universitari taroccati che in questi ultimi tempi hanno raggiunto livelli di non ritorno ai fini della decenza – prima che della docenza – nelle università italiane: credo che la crisi già grave che affligge gli atenei italiani, come anche inglesi e tedeschi, riceva il colpo di grazia da un costume criminale con cui attraverso reciproci favori e scambi i pochi preziosi posti disponibili nelle università italiche sono di fatto riservati a parenti incompetenti di docenti anche non potenti ma ormai in preda alla smania di proteggere la prole ed in specie il cucciolo meno dotato (Assennato, cattedratico barese di medicina del lavoro, docet: distruggono l’Ateneo per trovare un posto ai loro figli!). Come tanti ho figlie che fra poco si iscriveranno a qualche corso di laurea e tremo all’idea che con alta probabilità saranno sottoposte a lezioni ed esami gestiti da persone sicuramente meno colte e carismatiche delle mie fanciulle! Si tratta di monitorare la situazione nazionale e azzerare (istanza che mi confidavano in passato anche Rettori Magnifici) i ruoli palesemente effetto di evidenti imbrogli… altrimenti ha “perfettamente” ragione chi sostiene che altri soldi non vanno assolutamente dati alle università, visto l’uso illecito che se ne fa.

Privatizzare l’università per introdurre concorrenza e merito

PerottiL’Università degli ipocriti: la soluzione è privatizzare

*Roberto Perotti. Nonostante i continui lamenti dei rettori, il problema dell’università italiana non è la mancanza di risorse, ma come vengono distribuite. (…) Concorrenza e merito significano penalizzare chi non produce e premiare chi fa bene: in altri termini, i “soldi devono seguire la qualità”, a livello sia di ateneo sia di individui. (…) L’università italiana ha dunque bisogno di abolire i concorsi, liberalizzare stipendi, assunzioni e didattica, far pagare agli studenti più abbienti il costo dei servizi che ricevono, finanziare chi opera bene, lasciare scomparire chi opera male. E tutte queste riforme vanno attuate insieme: misure ben intenzionate ma isolate non cambieranno niente, anzi, possono facilmente peggiorare la situazione. Se si liberalizzano assunzioni e stipendi ma non si cambia il modo di finanziamento, chi oggi assume i figli degli amici ne approfitterà per coprirli anche di soldi. Per evitarlo, i finanziamenti devono premiare la qualità, cosicché chi assume in modo clientelare ne paghi le conseguenze. (…) Realisticamente, tutte queste riforme non saranno mai attuate in Italia, se non marginalmente e inutilmente; anzi, con effetti controproducenti. (…)
Le riforme politicamente fattibili sono, al più, un brodino caldo. Invece di continuare ad autoingannarci, forse faremmo bene a pensare al secondo metodo per introdurre la concorrenza e il merito: privatizzare. Certamente anche questa è una strada di difficilissima praticabilità politica, ma almeno ha efficacia non illusoria. In un sistema privato, se dei baroni promuovono incompetenti o insegnano male, l’ateneo perde studenti e rette, prestigio, commesse e finanziamenti. Alla fine ne risentono i baroni stessi: la loro retribuzione scende, il loro prestigio accademico diminuisce e se l’ateneo è costretto a chiudere perdono il posto di lavoro. Questa è la migliore assicurazione contro clientelismi e inefficienze e il modo più certo per garantire che le esigenze dei consumatori (gli studenti e le loro famiglie) siano tenute in considerazione. (…)
_______________________
*L’Università degli ipocriti: la soluzione è privatizzare, il Sole 24 Ore 30 novembre 2006

Lo studio razionale della natura cede il posto a una caccia affannosa del sensazionale

Erwin Chargaff (scritto del 1979). Lo spirito texano («per l’impossibile ci occorrono soltanto tempi un po’ più lunghi») ha celebrato nella scienza molti effimeri trionfi, ma la nuova scienza nata dalla fusione di chimica, fisica e genetica, voglio dire la biologia molecolare, continua ad essere imperatoria e dogmatica. Uno dei dogmi più fastidiosi da essa annunciato, il cosiddetto dogma centrale (DNA = RNA; RNA = albume), oggi non è più sostenibile (non ho mai accettato questa posizione come risulta dalle conferenze che tenni a *Mosca nel 1957 e a **Vienna nel 1958), ma il fatto che si sia potuto far scendere certi dogmi dal piedestallo indica in quale modo infausto la scienza sia cambiata.
Era il tempo in cui cominciavo a sentirmi molto isolato: né il paese, né la professione, né la lingua, né la società e neppure la contemplazione serena e riverente della natura sembravano offrirmi un rifugio. Tutti moriamo in un carro armato di ghiaccio, solevo dire. Ma non avevo ancora 55 anni. Lo studio razionale, pieno di amore e di zelo, della natura aveva ceduto il posto a una caccia affannosa e chiassosa del sensazionale e di «sfondamenti»; un genere del tutto nuovo di scienziati affollava i laboratori e i congressi. Mi chiedevo se anch’io non avessi contribuito, sia pure in piccola parte, alla loro formazione; ma risposi a questa domanda con un no pronunciato sottovoce e per ragioni di sicurezza ripetei le belle parole con cui la guerra viene rifiutata in una poesia di Matthias Claudius: «Purtroppo è la guerra … e io desidero ardentemente di non averne colpa!». Se poi con questo sfogo lirico mi sia veramente scaricato della colpa, è un’altra questione.
______________________
*E. Chargaff, Nuleic acids as Carriera of Biological Information (in Symposium on the Origin of Life, Accademia delle Scienze dell’URSS, Mosca 1957, pagg. 188-193) poi (in The Origin of Life on Earth, Pergamon Press, Londra 1959, pagg. 297-302).
**E. Chargaff, First steps toward a chemistry of eredity, in Fourth International Congress of Biochemistry, Pergamon Press, Londra 1959, vol. XIV, pagg. 21-35.

Nessuno tocchi Abele. Riflettiamo con Ruffolo sulla richiesta di Welby

WelbySì, liberiamo Welby dall’ergastolo della vita
Da: Libero 28 novembre 2006.
Ugo Ruffolo. No alla pena di morte. È imperativo preferirle la condanna a vita; anche con carcere duro. Ma non quando la cella è tanto disumanamente ristretta da impedire di muoversi, e contemporaneamente si subisce il dolore di torture efferate. Perché allora la morte diventa quella grazia agognata che i torturatori negano, e quelli più feroci sapientemente procrastinano.
Welby non ha commesso crimini, ma è prigioniero della più angusta, terrificante ed immobilizzante prigione: il proprio corpo inerte, bara vivente ed insieme torturatore efferato. Welby, condannato senza colpa a quell’ergastolo, chiede la grazia di morte. È questa grazia eticamente e giuridicamente negabile? In verità, se fossimo davvero al suo posto, e se solo potessimo, noi tutti (o quasi) ci spareremmo un colpo. Ma lui non può; e chiede aiuto. Possiamo negarglielo? Al di là del nostro credo confessionale o esistenziale, vi sono cose che noi non vorremmo fare, ma che non possiamo vietare a chi la pensa diversamente da noi. Non possiamo vietare a tutti tutto quello che non approviamo, bensì solo quello che ci sembra superare i confini del disumano. Rischiamo, altrimenti, un involutivo neofondamentalismo: di inventare le nostre vacche sacre, e di imporre agli altri, e sulla pelle degli altri, i nostri (magari incongrui) tabù. Dobbiamo evitare, certo, il relativismo a tutti i costi, ma anche i paraocchi etici ad angolo acuto.

Continua a leggere

Chiudere l’Università e abolire il valore legale del titolo di studio

Libero*Francesco Perfetti. (…) Il problema dell’università italiana non è soltanto un problema di carenza di fondi. È un problema strutturale, che riguarda la definizione dei curricula di studio, la selezione del corpo docente, la qualificazione dei corsi, la competitività della offerta dei laureati su un mercato globale e così via.
(…) Allo stato attuale l’università è in una situazione disastrosa con una proliferazione di atenei, di sedi distaccate, con una moltiplicazione di corsi di laurea con le dizioni più fantasiose, con l’invenzione di insegnamenti stranissimi, con la creazione di università telematiche o a distanza, con il gioco di convenzioni con strutture pubbliche per abbreviare il corso degli studi o quasi annullarlo. È una giungla, insomma, dove tutto cresce a dismisura e fuori controllo.
(…) Cosa fare in questa situazione? Ecco una modesta proposta: abolire l’università, ridurla a un liceo superiore, una sorta di specializzazione tecnica. Del resto la situazione, in molti atenei, è, ormai, diventata quella di un liceo. Talora, neppure di buona qualità. E con docenti che, qualche volta (non sempre, per fortuna) sfigurerebbero di fronte ai buoni e collaudati professori di scuola secondaria. Infine, lasciare a poche accademie, centri di ricerca, istituti superiori di alto studio il compito di saziare la fame di conoscenza di chi vuole davvero imparare qualcosa o imparare a fare ricerca. Il tutto condito dalla abolizione del valore legale del titolo di studio, la vecchia e sempre attuale idea di Luigi Einaudi. Una idea liberale, autenticamente liberale. Chi vuole accedere a studi superiori non per fare carriera ma per amore del sapere non ha bisogno di certificati con valore legale.
_________________________
*Parola di professore: l’Università va chiusa, Libero 12 novembre 2006.

Non serve mettere più soldi in questa università: prima va riformata

LarepubblicaIo, docente universitario mi dichiaro colpevole
(lettera a “la Repubblica“, 23 novembre 2006).

Guido Ascari. Non vorrei essere scambiato per il solito professore universitario che sputa nel piatto che mangia. No, al contrario io qui vorrei andare solo controcorrente e provare, forse con impudenza, a non “difendere l’indifendibile”.
Innanzitutto appare paradossale che ogni volta che i problemi dell’università guadagnano gli onori della cronaca, i giornali si riempiano di commenti, diagnosi e cure da parte dei vari professori universitari, che sono anche editorialisti. È come se si chiedesse un fondo al più esimio dei tassisti per discutere della liberalizzazione delle licenze.
I professori universitari sono parte del problema non della soluzione. Il sistema malato è costituito da noi professori, non da marziani che non conosciamo. Spesso infatti gli stessi che pontificano ricette sui giornali sono quelli che entrano nelle commissioni di concorso e spesso, per dichiarata fama, dettano la legge del nepotismo nel proprio settore disciplinare.
Inoltre vorrei dire che non è sicuramente prioritario mettere più soldi in questa Università. Come chiunque può leggere sul Bollettino dei concorsi di Roberto Perotti, sorprenderà molti sapere che la spesa per studente è maggiore in Italia che in Inghilterra (che ha il miglior sistema universitario d’Europa) e che un professore italiano con un po’ di anzianità guadagna di più del 90% dei professori americani. I quali hanno stipendi differenti a seconda della loro produttività, mentre in Italia i docenti sono pagati a seconda dell’anzianità in ruolo. Mettere più soldi in questa Università quindi non serve a molto: prima bisogna riformarla. E con lei, questo paese.

Università: non servono più soldi senza nuove regole

F_giavazzi*Francesco Giavazzi. Una tipica lamentela è la mancanza di risorse: «I nostri stipendi sono miseri e in più non ci sono soldi per la ricerca». Innanzitutto non è vero (si vedano i confronti di Roberto Perotti tra costi e produttività nelle università in Italia e Gran Bretagna, che Alberto Alesina ed io abbiamo spesso citato). Ma perfino se il problema fossero le risorse, buttare più denaro in queste università senza prima cambiare le regole arcaiche che le governano significherebbe aumentare sprechi e privilegi, perpetuare un sistema che impedisce la concorrenza fondata sul merito, non migliorare la ricerca.
____________________
*Errori e miti sull’università, Corriere della Sera, 14 novembre 2006.

Perché abolire il valore legale della laurea

Pietro_ichino*Pietro Ichino. «… pensiamo a un sistema universitario nel quale sia abolito il valore legale della laurea (dove cioè siano abrogate tutte le norme che richiedono quel titolo di studio per accedere a qualsivoglia posto, funzione o beneficio) e nel quale lo Stato non finanzi direttamente gli atenei, ma dia a ogni diciottenne l’80% del necessario per l’iscrizione a una facoltà universitaria liberamente scelta, a suo rischio. A quel punto potremmo lasciare altrettanto libera ogni facoltà di assumere il personale docente e amministrativo secondo le procedure che essa preferisce: se sceglierà male, gli studenti andranno altrove ed essa dovrà chiudere. Forse, paradossalmente, sarà la prima volta che vedremo dei concorsi veri: magari con minor dispendio di verbali e ceralacca, ma con un impegno sostanziale assai maggiore a selezionare le persone più capaci e più adatte, rispetto alle specifiche esigenze effettive.»
___________________
*L’ipocrisia del concorso, Corriere della Sera, 21 novembre 2006.

Sui costi della politica, sugli sperperi e le mode, anche lessicali

Buco_sole24oreR. Redini. A conferma di quanto scritto a proposito di Mussi, Cenni (sindaco di Siena, n.d.r.), rai 3 e tanti altri, ecco la notizia del 14 novembre in cui si racconta come dieci “raccontatori”, nove sindaci e il presidente della provincia di Siena, abbiano tratto dal loro cilindro una nuova “holding” nei servizi pubblici toscani, dall’acqua al fuoco, ai rifiuti. Altro CdA? Nominato da chi? Ora holding si può tradurre come “possesso”, commerciale o immobiliare, o anche “tenuta”, il che è già preoccupante; ma si può anche tradurre come “mossa illegale che impedisce ad un avversario di muoversi liberamente”, e allora le preoccupazioni aumentano …
E aumentano ancor di più quando un esperto viene chiamato advisor e non semplicemente esperto. Gli advisors (o esperti, amici di chi?), politicamente indirizzati dal sindaco di Prato, compiranno «un passo avanti fondamentale per il consolidamento dell’industria toscana dei servizi: si muove un primo passo sullo scacchiere delle utilities (e dagli con le paroline esotiche, forse l’autore vuol far sapere che è stato negli States …), dove già da anni sono in atto processi importanti di fusione strategica». Parole sante, magari poco toscane, ma sante, questo si, di Alfredo De Girolamo, presidente di Cispel (?); ipse dixit e, come in tante altre occasioni, quasi quasi ci crede anche lui …
Il segretario regionale ds Andrea Maciulli ritiene come «il localismo sia un elemento frenante» (a Siena però dovevano esser senza freni per metter su quel po’ po’ di MPS) e quindi afferma che «la firma è di grande rilevanza». Un Versace o un Armani insomma, o giù di lì. E ci sta serio serio anche lui, come se ci credesse.
Erasmo da Rotterdam, pardon D’Angelis, Margherita, che è anche un cocktail, non dimentichiamolo, considera l’accordo strategico e chiede ora una legge regionale «per favorire le fusioni e introdurre qualità». Parole, parole, parole … Chi è al caldo ha la lingua sciolta. Mah?! Non sarà che troppe margherite …
Basta però girar pagina per apprendere che a Viareggio si dà un saggio sulle società parastatali (a torto definite pubbliche, perché di pubblico hanno solo il finanziamento forzoso, e i debiti): il sindaco non sa nemmeno chi ha nomitato, e i nominati scoperti ad assumere parenti e amici (va da sé che la moglie del sindaco ha una società che lavora col Comune …); si voleva dividere la Sea (acqua e rifiuti) per raddoppiare le poltrone; si voleva istituire la Patrimonio (?) s.r.l. per altre poltrone ancora; poi è arrivata la finanziaria a disturbare il manovratore. Ma è questione di tempo: appena giri gli occhi, ti ritrovi con un fottìo di miracolati in più. Mica solo a Napoli, fanno i miracoli … Eccellenti, s’intende.

La doppia elica: «il simbolo che ha sostituito la croce come firma dell’analfabeta di biologia»

Erwin Chargaff (scritto del 1979). In seguito, quando i vorticosi balletti dei dervisci molecolari raggiunsero il culmine della frenesia (tutto, non solo la biologia, divenne d’un colpo «molecolare»), spesso molte persone, più o meno in buona fede, mi chiesero perché non avessi scoperto il famoso modello del DNA. Rispondevo sempre che ero stato troppo sciocco, ma che se Rosalind Franklin e io avessimo potuto lavorare insieme, avremmo portato a termine qualcosa del genere in uno o due anni. Dubito, però, che saremmo riusciti a elevare la doppia elica a ciò che una volta ho definito «il simbolo potente che ha sostituito la croce come firma dell’analfabeta di biologia».*
_________________
*E. Chargaff, Review of «The Path to the Double Helix, by R. Olby, Perspect. Biol. Med.: 19, 289-290, 1976.