Nessuno tocchi Abele. Riflettiamo con Ruffolo sulla richiesta di Welby

WelbySì, liberiamo Welby dall’ergastolo della vita
Da: Libero 28 novembre 2006.
Ugo Ruffolo. No alla pena di morte. È imperativo preferirle la condanna a vita; anche con carcere duro. Ma non quando la cella è tanto disumanamente ristretta da impedire di muoversi, e contemporaneamente si subisce il dolore di torture efferate. Perché allora la morte diventa quella grazia agognata che i torturatori negano, e quelli più feroci sapientemente procrastinano.
Welby non ha commesso crimini, ma è prigioniero della più angusta, terrificante ed immobilizzante prigione: il proprio corpo inerte, bara vivente ed insieme torturatore efferato. Welby, condannato senza colpa a quell’ergastolo, chiede la grazia di morte. È questa grazia eticamente e giuridicamente negabile? In verità, se fossimo davvero al suo posto, e se solo potessimo, noi tutti (o quasi) ci spareremmo un colpo. Ma lui non può; e chiede aiuto. Possiamo negarglielo? Al di là del nostro credo confessionale o esistenziale, vi sono cose che noi non vorremmo fare, ma che non possiamo vietare a chi la pensa diversamente da noi. Non possiamo vietare a tutti tutto quello che non approviamo, bensì solo quello che ci sembra superare i confini del disumano. Rischiamo, altrimenti, un involutivo neofondamentalismo: di inventare le nostre vacche sacre, e di imporre agli altri, e sulla pelle degli altri, i nostri (magari incongrui) tabù. Dobbiamo evitare, certo, il relativismo a tutti i costi, ma anche i paraocchi etici ad angolo acuto.

Stato di necessità. II problema è quello del valore della vita, e della vita come valore; e di quali sacrifici, e a chi, si possono imporre in suo nome. Non si può inchiodare Welby su questa croce. Né vale l’obiezione che qualcuno, pur in condizioni simili, dichiara, per fede o per amore, di voler continuare a scegliere “eroicamente” la vita. Ma se Welby vuole invece dismetterla perché degradata, degradante e disumanamente intollerabile, possiamo sol per questo impedirglielo, perpetuando quell’ergastolo? Il valore della vita, ma anche della vita degna e delle libertà del singolo, intride la cultura giudaico-cristiana. Che è la (nobile) cultura dell’Occidente, ed è cultura laica e di libertà, generata ma non coincidente con quella confessionale di chi crede. Ne sono figli Voltaire come S. Agostino. Il laico cristiano, ateo, credente o agnostico, ne è l’espressione più rappresentativa. Se una concezione distorta di quella che Malraux chiamava la condizione umana vale allora a condannare Welby ad una vita disumana, siamo di fronte ad un ipocrita sacrificio umano non solo barbaro, ma altresì in antitesi con lo stesso principio che si vorrebbe onorare.
Invero, sia la nostra etica secolare, sia quella più strettamente confessionale, che per l’Italia è la fede cattolica, esaltano il valore della vita, ma consentono in casi limite di sopprimerla. E non solo per legittima difesa, o “stato di necessità” (che già basterebbe a far liberare Welby). Così, la Chiesa cattolica è fra i massimi avversari in concreto della guerra o della pena di morte, ma (oltre ad averle praticate entrambe) non ne sostiene la illegittimità morale tout court sempre e comunque. Si batte contro tanti casi di pena capitale, peraltro ancora presente in non pochi ordinamenti, ma giudica in astratto non immorale quella figura giuridica, in nome della legittima difesa della società. Sarebbe, dunque, legittimo ammazzare Welby in guerra, o abbattere l’aereo sul quale egli viaggia perché dei terroristi dirottatori vorrebbero farlo esplodere contro la cupola di San Pietro, o uccidere un terzo per difendere Welby da un aggressore. Quanto è contraddittorio, allora, il divieto assoluto di spegnere, per difenderlo, la vita non del suo aggressore esterno ma del più pericoloso e implacabile nemico torturatore che convive nel suo stesso corpo? Questa è una contraddizione fonte di farisaiche ipocrisie, figlie di un neofondamentalismo che imbarbarisce il nostro diritto e la nostra etica. Quali la distinzione fra fatto commissivo od omissivo, circa lo spegnere una vita ormai irreversibilmente disumana o invece l’astenersi dal continuare ad alimentarla. Pensiamo al caso di Terry Schiavo: se e quando si può staccare o sospendere l’alimentazione, magari perché la vita è ormai solo vegetale, perché far degradare quel corpo per disidratazione o inedia quando la pietas imporrebbe di fermare con dolcezza il battito di quel cuore?
È la stessa distinzione ipocrita, in taluni casi, fra eutanasia ed accanimento terapeutico: in nome di un “principio”, si consente di spegnere in modo più lento e disperato, invece che caritatevolmente ed in pace, una vita terminale degradata. Si incrimina così per “omicidio del consenziente” chi ti aiuta a morire bene, mentre si consente l’agonia prolungata e terribile del malato terminale che pur di farla finita rifiuta alimenti o cure.
Nessuno tocchi Abele. Siamo all’assurdo: colui che ha una gamba in cancrena ha il “diritto” di rifiutare l’amputazione, così condannandosi a morte, perché nessuno può praticare trattamenti medici non voluti, mentre ad una vita degradata e terminale è negato il diritto ad un aiuto per spegnersi in pace. Astraendo da Welby, e scongiurando i fondamentalismi, l’eutanasia va portata dal sacré al civil. Va magari limitata all’estremo per evitare eccessi olandesi, ma non demonizzata e negata per principio. L’armamentario dei crociati prevedeva una piccola daga chiamata “misericordia”: serviva anche per il colpo di grazia al commilitone sbudellato e morente. Ma cosa deve fare il soldato di oggi che, in ritirata, ode la richiesta straziante di un colpo di grazia da parte del commilitone schiacciato sotto un carro armato ed incalzato da un nemico spietato che lo torturerà comunque? Condannereste per “omicidio del consenziente” chi aiuta quel morituro a liberarsi? E non ditemi che questo è un caso limite. Se volete, propugnate una legge che limita fortemente l’eutanasia ma non negatela per principio a tutti i Welby del mondo. Ed evitate la farisaica ipocrisia di dire: dagli della morfina in eccesso, nessuno ti dice niente, il problema è risolto ed il principio è salvo. Welby, eroe del nostro tempo, soffre dedicando gli ultimi frammenti di vita degradata a difendere in nome della vita il principio della vita degna, e dunque dell’eutanasia come corollario del vero diritto alla vita. È questo diritto, e questa esigenza di rispetto, a legittimare anche il testamento biologico.
Se è consentito sacrificare la propria vita, e qualche volta anche quella altrui, per salvare altri, deve essere consentito di sacrificare la propria per salvare se stessi. Mettiamoci nei panni dei congiunti di Welby, e di quelli come loro, che vogliano rifiutare la soluzione farisaica della eutanasia praticata ma non dichiarata, o, se la praticano, la comoda scappatoia dell’essere poi assolti perché momentaneamente “incapaci” in quanto al momento obnubilati dal dolore. Costoro soffrono già abbastanza chiedendo d’essere autorizzati a compiere un estremo atto d’amore, che comunque li segnerà per la vita. Essi si chiamano Abele, non Caino. Caino siamo noi se continuiamo a legar loro le mani. Nessuno tocchi Abele.

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