Anche Mina Welby, oltre i radicali, strumentalizzerebbe Piergiorgio?

MinawelbyOra continuiamo insieme la battaglia di Piergiorgio
Da: la Repubblica del 30 dicembre 2006
Mina Welby. Gentile Professor Marino, sono Mina Welby e le scrivo insieme a Piergiorgio per rispondere alla sua lettera. La ringraziamo per il tempo e l’impegno che ci ha dedicato. Purtroppo non è valso a far dilazionare, anche se solo per un piccolo periodo di tempo, la ferma e determinata decisione di Piergiorgio. In tanti anni che abbiamo vissuto insieme eravamo in continua ricerca di migliorare le sue condizioni sempre più precarie. Da qualche mese capivamo che non era rimasto molto tempo per condurre insieme, complici da sempre, la battaglia per i diritti civili di tutti.
Oggi 21 dicembre continuo, da sola, questa lettera con il profondo rammarico di non essere riuscita a frenare la folle corsa al traguardo di Piergiorgio. Poche ore prima della sua morte, ieri sera, mi ha passato il testimone dicendo che il *Calibano deve andare avanti, dandomi la password per il suo blog. In questo gesto ho capito che eravamo tutti investiti di portare avanti, discutendone, e studiare insieme quei temi, da lui portati avanti con dolorosa urgenza.
Nel mio grande dolore per la perdita di questo grande uomo della mia vita ho la consolazione di averlo visto andare incontro e terminare serenamente il suo percorso terreno. Ora è libero da quel corpo che tanto lo ha appesantito nella sua vita e al quale aveva sempre chiesto il massimo. Ho accettato la sua decisione e spero che trovi la pace, la libertà e la giustizia a cui anelava in questa vita. Anche se i nostri percorsi di fede erano differenti nella vita terrena, sono convinta che approdino in quell’infinito mare dove c’è posto per tutti.
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*Un sondaggio ha eletto Calibano Welby blogger dell’anno 2006.

Riflettiamo con l’editoriale del “Foglio” sul partito dei valori che ha realizzato la volontà di Welby

FoglioLeadership radicale
Da: Il Foglio del 23 dicembre 2006.
(…) Ancora una volta, come oramai da decenni, un piccolissimo partito composto di nemmeno duemila iscritti, che alle elezioni oscilla tra l’uno e il due per cento, si dimostra capace di esercitare un’influenza profonda sul paese. Sul suo dibattito pubblico, sulle scelte fondamentali che riguardano la vita e la morte, su quella politica alla quale in fondo sembra non appartenere. Un non-partito che si muove ai confini della politica, e proprio per questo è capace di cogliere quello che in Italia dalla politica resta fuori, ma tocca profondamente la vita pubblica. “Una singolare forza politica – dice lo storico Gian Enrico Rusconi – che non sa organizzarsi come un partito e che quando ci prova fa dei gran pasticci, piena di personalità egocentriche, ma in cui il vizio personale diviene virtù collettiva, perché permette loro di cogliere problemi reali che nessuno, per ragioni di opportunità, può o vuole affrontare.
(…) E’ come se i radicali fossero l’altra faccia della medaglia di un sistema politico chiuso. Allo stesso tempo anticorpo e parte della malattia, o se si vuole dell’anomalia. “A cominciare naturalmente dall’anomalia prima, il ruolo delle gerarchie, che discende ovviamente dal fatto che in Italia, e non altrove, sta il Vaticano. È il loro ruolo preponderante, proprio sui temi che toccano l’etica pubblica, che crea naturalmente un contropotere”. E infatti le battaglie radicali che si sono rivelate più efficaci, anche quando sono state perse – come il referendum sulla fecondazione assistita – sono state quelle che hanno visto dall’altra parte della barricata la Chiesa cattolica. “Le battaglie dei radicali sulla fame nel mondo, o quelle in cui il confronto è stato con la sinistra, come sui temi economici, hanno avuto assai meno successo”, osserva don Gianni Baget Bozzo. Ma la ragione dei loro successi non starebbe in Italia. Al contrario: “L’Italia, per l’influenza della chiesa, è il punto di maggiore resistenza”. La forza dei radicali sta nel loro essere parte di un fenomeno più largo, un fenomeno europeo. “Il radicalismo altro non è che un laicismo conseguente: mentre i comunisti mettono il partito al posto di Dio, la concezione laicista nega anche il posto di Dio. L’uomo può decidere tutto perché non significa nulla, il suo diritto è tutto perché oltre l’uomo non c’è nulla. E’ lui il punto di riferimento, e non a caso questo concetto era alla base della Carta europea”.
(…) Secondo il liberale Piero Ostellino, i radicali “sono la prova che se un partito ha la forza dei propri principi si fa ascoltare”. Tutti gli altri “danno la sensazione di non avere principi, nessuno riesce a capire che cosa siano”. (…)

Riflettiamo con Macaluso sulle reazioni al caso Welby

MacalusoFini sente il richiamo della foresta
Da: il Riformista del 23 dicembre 2006
Emanuele Macaluso. «Le manette, le manette, è stato commesso un omicidio»: questo più o meno il grido, dopo la morte di Welby, di alcuni cattolici come Luca Volontè dell’Udc e Alfredo Mantovano di An. Richiesta analoga da parte del presidente di An, Gianfranco Fini, il quale non è cattolico integralista. Infatti votò il referendum sulla procreazione assistita, da anni studia come uscire dal vecchio guscio missino e collocarsi nella destra europea, e ora aspira a candidarsi come erede di Berlusconi. Ho spesso apprezzato questo percorso ritenendo utile alla democrazia la presenza di una destra liberale ed europeista. Ma Fini a volte sente il richiamo della foresta, quello di una destra forcaiola che in Italia ha una storia non solo nel fascismo, ma nella monarchia savoiarda, nel salandrismo, nel clericalismo, in quel coacervo di forze che hanno da sempre ostacolato la modernizzazione del Paese. Queste forze sono anche una riserva elettorale, ma non è su di esse che dovrebbe contare una destra liberale. Nel centrosinistra Paola Binetti non ha chiesto le manette ma le dimissioni di Emma Bonino da ministro. La senatrice continua a confondere i doveri dello Stato con quelli della Chiesa. E lo fa invocando il Partito democratico!

Riflettiamo su Welby con i messaggi della gente

Welby1Sergio Baronetto (lettera a “la Repubblica” del 27/12/2006).
Più vangelo in De Andrè che nei custodi della fede
Vorrei chiedere ai sacerdoti che si sono preoccupati dell’eccessiva “esposizione mediatica” dell’eventuale funerale religioso di pier Giorgio Welby, se non sentono, come me, odore di eresia clericale. Nel non cattolico «credente» Fabrizio De Andrè trovo molto più vangelo che in tanti custodi del «sacro». Ricordo la sua canzone:
“Signori benpensanti, spero non vi dispiaccia / se in cielo in mezzo ai santi / Dio tra le sue braccia / soffocherà il singhiozzo / di quelle labbra smorte / che all’odio e all’ignoranza / preferirono la morte”.

Maria Teresa Siciliano, Roma (lettera ad Augias, “la Repubblica” del 27 dicembre 2006). Caro Augias, ho appreso con dolore, sconcerto e scandalo, la decisione del vicariato di non concedere il funerale religioso a Welby. Rammento quando il Vaticano celebrò la cerimonia per la guardia svizzera che s’era suicidata dopo aver ucciso il comandante e la moglie. Uno dei ricordi più “religiosi” è il gesto di pace che si scambiarono, durante la Messa, la sorella dell’uccisore e la sorella dell’ucciso.
Ruini dovrebbe illuminarci sulla ragione di tanta severità nei confronti di un uomo in ogni caso tanto meno colpevole, che ha scelto di accettare quello che Dio, nei suoi imperscrutabili disegni, aveva deciso, cioè che non potesse sopravvivere coi soli mezzi naturali.
Davvero la nostra colpa è quella di essere cattolici adulti, che vogliono decidere secondo scienza e coscienza? Davvero la Chiesa italiana vuole rinunciare a metà dei cattolici (e in questo caso anche di più)?

Valentina Donini (lettera ad Augias, “la Repubblica” del 27 dicembre 2006). Gentile Augias, il vicariato ha negato i funerali religiosi a Piergiorgio Welby, colpevole di aver dichiarato la sua intenzione di togliersi la vita. Sono sconvolta dalla mancanza di quella che si definisce carità cristiana.
Vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse se le «colpe» di Welby sono maggiori di quelle di Renatino de Pedis, membro della banda della Magliana, sepolto nella chiesa di S. Apollinare. Pensavo fosse finito il tempo della vendita delle indulgenze.

Corrado Augias (“la Repubblica” del 27 dicembre 2006).
Politica e religione ai funerali di Welby
Le motivazioni per il rifiuto alle esequie religiose erano ipocrite. C’era in ballo una questione di potere: aprire le porte di quella chiesa poteva essere interpretato, metaforicamente, come un’apertura della chiesa per quella morte.
L’implacabile regola del potere si applica ogni volta che un’ideologia o una fede diventano politica. I principi del socialismo per il riscatto degli esseri umani sono diventati l’incubo dell’Urss. La lungimiranza del sionismo è diventata la politica spesso sbagliata dei governi d’Israele. La misericordia di Gesù è diventata calcolo astuto di convenienze e opportunità. Quando si fa politica contano potere e denaro. Il gangster De Pedis è sepolto in chiesa per le ragioni che ben sappiamo; la guardia svizzera venne ospitata in chiesa per soffocare lo scandalo di un torbido fatto di sangue sul quale mai sapremo la verità. Il sanguinario Pinochet è stato benedetto perché uomo di potere.
Quanta distanza da Gesù che impedisce la lapidazione dell’adultera e le sussurra: «Va’, io ti ho già perdonato». Chissà se Ruini, che incarna una concezione politica del cristianesimo, s’è reso conto di aver riacceso in Italia una guerra di religione – che Iddio lo perdoni.
Per la morte di Welby alcune anime smarrite o atterrite hanno invocato le manette, gridato al ‘nazismo’. Mi chiedo chi possa essere così crudele da ignorare il grido disperato di un uomo che non voleva languire immobile per anni con una macchina che gli pompava aria nei polmoni. Il caso si sarebbe potuto risolvere di nascosto, come si fa normalmente nelle case e negli ospedali. Invece, eroe civile, Welby ha voluto che la sua lenta agonia diventasse motivo di riflessione per tutti. Sola speranza è che l’inevitabile discussione ora non si degradi, che resti all’altezza del suo gesto. Requiescat.

Roberto Franceschini, L’Aquila (lettera a la Repubblica del 28/12/2006)
I predicatori di morale senza la Buona Novella
Il pensiero di Welby è stato considerato non in linea con la dottrina della Chiesa, peccato che i crimini di Pinochet non abbiano avuto la stessa considerazione e il suo funerale sia stato celebrato solennemente da alti prelati. La Chiesa aveva il diritto di ribadire le proprie convinzioni, ma poi doveva andare oltre, trascendere la Legge ed esercitare la carità che predica, concedendo il funerale a un uomo che per anni ha sopportato con dignità le sue sofferenze. Ormai la Chiesa non predica più la Buona Novella ma solo morale e, rinunciando alla sua spinta rivoluzionaria, cerca solo di rimanere a galla difendendosi con durezza dagli interrogativi posti dalle contraddizioni della vita.

Caso Welby: letterina di Natale sulle dichiarazioni di Volontè

IlfoglioRiportiamo la letterina di Natale, sulle dichiarazioni di Volontè dopo la morte di Welby, inviata da Maurizio Crippa al Direttore de “Il Foglio” il 23 dicembre 2006.

Maurizio Crippa. Caro Gesù Bambino, per Natale vorrei tanto staccare la spina a Luca Volontè. Ma senza conseguenze penali.

Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario

C_loreCosimo Loré. Principio costituzionale scandito dall’art. 32 vuole che le cure in Italia siano libere fino a che il rifiuto o l’interruzione delle terapie non comporta problemi o pericoli per l’altrui salute, come è nel caso delle malattie infettive e diffusive, delle venereopatie, delle patologie psichiche, delle tossicodipendenze ove si accerti la sussistenza di evidente nocività del paziente per la comunità, altrimenti è notorio che legge e logica impongono il rispetto della volontà del degente che con una firma in cartella clinica lascia l’ospedale libero di morire a casa propria. Un recente caso di un malato terminale cosciente ha dato luogo ad una indegna gazzarra e ad uno sconcertante scaricabarile là dove basterebbe attenersi a questa – sacra per tutti, laici e credenti – basilare regola generale. Per esser chiari, va ribadito che ogni atto medico che si protragga malgrado il diverso avviso dell’ammalato evidentemente risulta indebito ed illecito, configurando reati come la violenza privata, le lesioni personali, il sequestro di persona, la violazione di domicilio. Si potrebbe disquisire sulla piena capacità e sulla libera espressione del soggetto e sulle modalità di manifestazione della volontà nei singoli specifici casi clinici, ma fondato è il sospetto che si voglia, piuttosto, speculare sulla vicenda perché a nessuno frega nulla la questione etica, legale, etc. quando, con una firma in fretta raccolta nelle corsie di ospedale, si libera un letto con soddisfazione di chi è in attesa. Questa precisazione era dovuta in ragione della materia medico-legale che rappresentiamo e visto il silenzio protratto dei cultori della disciplina, grande assente nei vari dibattiti e negli spazi televisivi oltre che sulla carta stampata. Suscita disperazione l’esistenza di tanta supponenza in una babele cui manca ogni base di minima civica educazione. D’altra parte una trasmissione televisiva aveva ampiamente mostrato i livelli di coscienza e conoscenza dei parlamentari ignari pur dell’enunciato dei comandamenti divini.

«Arrestate i colpevoli dell’omicidio di Welby», chiede il capogruppo dell’UDC alla Camera

Volonte_1IlriformistaPiccolezza di spirito
Da: il Riformista del 22 dicembre 2006.
Editoriale.«Arrestate i colpevoli di questo omicidio». Così parlò Luca Volontè, capogruppo alla Camera di un partito che si chiama Unione dei democratici cristiani. Cristiani? Che cosa ci sia di «cristiano» in tanto e meschino spirito di vendetta sfugge all’intelligenza anche di chi cristiano non è, né religioso. Di fronte al destino drammaticissimo di un uomo e alla tragedia di una morte ci si aspetterebbe, da parte di chi si ritiene «cristiano», il prevalere della pietà sulla durezza del giudizio. E, se proprio il giudizio lo si volesse reclamare in nome di sacri principi e incrollabili certezze, ci si aspetterebbe che esso venisse demandato alla profondità della giustizia di fede piuttosto che a quella, terrestre, prosaica, dissacrata, degli arresti e del tribunale penale per il medico “assassino”. Non ci piacerebbe affatto, ma comprenderemmo di più l’invocazione degli angeli con la spada di fuoco piuttosto che dei carabinieri con il pennacchio come quelli che accompagnano Pinocchio in gattabuia.
Invece, il deputato Volontè proprio la gattabuia vuole, dando alla propria indignazione il segno più che della bassezza d’animo, di una certa piccolezza di spirito. D’altra parte si tratta del signore che qualche giorno fa proponeva il boicottaggio dei grandi magazzini che non vendono le statuine del presepio: uno di quei cattolici i quali, peggio per noi ma male anche per loro, ritengono che convinzioni e princìpi si debbano affidare, più che alle coscienze, alle norme, alle leggi e ai loro garanti: le forze, come si dice, dell’ordine.

Riflettiamo con Orlando Franceschelli sulla morte di Piergiorgio Welby

WelbyIl suo diritto di scegliere, il nostro dovere di rispettarlo
Da: il Riformista del 22 dicembre 2006.
Orlando Franceschelli. «Io amo la vita». È con queste parole semplicissime e toccanti che Piergiorgio Welby ha sempre accompagnato la sua decisione di porre fine alla sua lunga sofferenza. Amore per la vita, libertà di poterne disporre, pene divenute non più tollerabili: dimenticare uno solo di questi tre punti, significa precludersi ogni comprensione rispettosa, solidale e costruttiva della vicenda umana e pubblica di Piergiorgio. Qualcuno che si eserciterà in una simile dimenticanza, certo non mancherà. Ma con la sua vita e la sua morte, Welby ci ha offerto una testimonianza che veramente non suscita soltanto umana partecipazione. Richiede di più: ci impegna a rimuovere le intolleranze ideologico-religiose e le strumentalizzazioni politiche che ancora impediscono di affrontare con la necessaria laicità il punto decisivo e ormai ineludibile di tutto il confronto su questi temi eticamente sensibili: il riconoscimento del diritto all’uscita volontaria dalla vita. Quello che Piergiorgio si è ripreso. Pur amando la vita. Pur essendo amato con dedizione estrema. Quella con cui la moglie Mina l’ha saputo accompagnare per anni. E fino all’ultimo addio.
Per chi è credente, la vita è un dono del Creatore. È qualcosa di sacro, che non ci appartiene e di cui non si può disporre. Al punto che l’uscita volontaria dalla vita è la ribellione estrema all’ordine della stessa creazione divina. Giuda, diceva già Agostino, nel momento in cui si è tolto la vita, ha peccato contro Dio perfino più di quando ha tradito Gesù. Da qui anche da parte della chiesa cattolica la condanna dei suicidi. Inappellabile al punto da negare loro perfino funerale e sepoltura religiosi. Ma, come riconoscono non pochi ed eminenti teologi, solo un estremo furore integralista potrebbe indurre a non riconoscere che i propri convincimenti etico-teologici debbano valere anche per quei cittadini che alla vita e alla morte guardano al di fuori di ogni logica religiosa o di sacralità. A cosa pensano dunque i nostri cattolici anche impegnati in politica: a far passare per una colpa morale la mancanza di fede religiosa? Oppure a provare effettivamente a dialogare non con l’arbitrio relativistico, ma con le umanissime e solide ragioni di altri protagonisti della sfera pubblica, che si sentono responsabilmente titolari anche della libertà di morire, del diritto di poter ritenere ormai non più sopportabile, non più vita, la condizione di sofferenza o di umiliazione nella quali si trovano?
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Scalfari risponde a Marino sul caso Welby

Scalfari*Eugenio Scalfari. (…) Vengo alla lettera a Welby di Ignazio Marino. Qui la materia è ancora più sensibile e dolente perché si tratta della sofferenza di un malato terminale che invoca la morte, chiede di essere aiutato a morire e ottiene una risposta che dà i brividi. (…)
Che dire (…) al presidente della commissione parlamentare Sanità eletto nelle liste dell’Unione? Che dire della crudeltà mentale di cui è intrisa? Le sofferenze di Welby e dei tanti che si trovano nelle sue condizioni pesano come la sabbia di tutti i mari. E le parole barcollano.
Gesù di Nazareth, figlio dell’uomo, fece risorgere Lazzaro dal sepolcro e sciolse le bende funebri che lo avvolgevano. La vita buona e la buona morte erano il messaggio che ha lasciato al mondo. Un messaggio di misericordia e di pietà. Accettò d’esser crocifisso affinché nessun altro uomo lo fosse, né nell’anima né nella carne.
Noi vorremmo che il Papa parlasse di questo con parole d’amore e di pietà, non di divieto. Vorremmo che invitasse a sciogliere le bende di Welby e non che gliele stringesse intorno al corpo. Vorremmo che ricordasse dall’alto del suo magistero che Gesù di Nazareth profetizzò la resurrezione dei corpi, per dire che il corpo di un uomo è sacro e deve essere rispettato nella sua sacralità e dignità e non inchiodato ai suoi dolori. Vorremmo infine che fosse il capo di una religione d’amore e non di un’ideologia che esalta il dolore inutile e dissacrante. Noi non credenti a questo crediamo e per questo ci battiamo nei giorni della Natività di Gesù di Nazareth.
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*L’amore e la pietà del figlio dell’uomo, la Repubblica 21 dicembre 2006.

Ignazio Marino: il tecnico ed il nuovo politico

Marino*Ignazio Marino. Caro Welby, ti scrivo avendo a lungo e con sofferenza meditato in seguito al nostro colloquio di ieri. (…) Ieri ho visto con i miei occhi come stai, ti ho potuto visitare, ti ho posto delle domande e tu ne hai poste a me, con rigore e con il tuo modo di essere diretto e senza mezzi termini. Ti ho chiesto se sei davvero sicuro di voler morire. La tua forza intellettuale, così come i ragionamenti che elabori, colpiscono per lucidità e chiarezza e colpisce anche l’amore e la forza della serenità da cui sei circondato all’interno della tua sfera privata. Sinceramente sono rimasto impressionato per la qualità dell’assistenza e delle cure fisiche che quotidianamente, giorno dopo giorno, anno dopo anno, ti vengono fornite e assicurate da mani amiche, premurose ed ormai esperte.
(…) Non c’è dubbio che tu abbia anche una ricca vita intellettuale anche se il tuo fisico ti ha quasi del tutto abbandonato, ed è certo che il tuo dramma vissuto con coraggio, rappresenti un’occasione di riflessione per tutti noi, perché tu stesso lo hai voluto. (…) Infine, ti ho espresso quello che mi è venuto in mente guardandoti e comunicando con te e cioè che tu dovresti continuare a vivere, a combattere la tua battaglia politica, a rappresentare una spina nel cuore e nel cervello di tutti noi, che non ci dobbiamo dimenticare della sofferenza dei malati terminali e delle tragiche situazioni che affliggono centinaia di pazienti e le loro famiglie. Ma mi rendo conto che questa è una considerazione che può fare solo una persona che sta bene mentre tu non ce la fai più e quello che non possiamo toglierti è il diritto a decidere per te stesso, un diritto da difendere e che, tra le altre cose, è sancito dalla nostra Costituzione.
(…) Caro Piergiorgio, ci siamo lasciati con la promessa di riflettere ancora, per questo vorrei chiederti di non proseguire nella tua determinazione di porre fine immediatamente alla tua agonia. Se sarai capace di resistere e di rappresentare un problema per le nostre coscienze, ci costringerai ad individuare un percorso legittimo e riconosciuto dal nostro diritto. Al di là del contributo straordinario che tu hai già dato con la tua battaglia umana e politica, si tratterebbe di una vittoria che abbiamo condotto insieme, tu primo fra tutti, e che rimarrebbe legata a te per sempre. So anche che tra non molto la tua malattia ti porterà alla condizione di non poterti più alimentare né nutrire perché non riuscirai più a deglutire e avrai bisogno di una sonda inserita chirurgicamente nello stomaco e della nutrizione artificiale. Potrai rifiutare questo ulteriore supporto e sono certo che lo rifiuterai. Ma sei anche consapevole che in questo modo ti spegnerai lentamente e che dovrai sopportare dolore e indebolimento ancora maggiore per molti giorni. Anche per questo auspichi oggi una morte che tu hai definito opportuna, una interruzione della respirazione artificiale e una sedazione che ti permetta di lasciare questo mondo con un minimo di serenità. Mi auguro che arriveremo ad una soluzione prima che si verifichi questa ultima tragica eventualità.
(…) Da parte mia, e credo di interpretare la volontà di molti, faremo tutto quello che è nelle nostre possibilità per individuare il percorso che può essere applicato per dare seguito, nel rispetto delle regole che esistono e che devono essere applicate, alle tue legittime e per nulla improvvisate richieste.
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*Caro Welby aspetta a staccare la spina, la Repubblica 19 dicembre 2006