«Arrestate i colpevoli dell’omicidio di Welby», chiede il capogruppo dell’UDC alla Camera

Volonte_1IlriformistaPiccolezza di spirito
Da: il Riformista del 22 dicembre 2006.
Editoriale.«Arrestate i colpevoli di questo omicidio». Così parlò Luca Volontè, capogruppo alla Camera di un partito che si chiama Unione dei democratici cristiani. Cristiani? Che cosa ci sia di «cristiano» in tanto e meschino spirito di vendetta sfugge all’intelligenza anche di chi cristiano non è, né religioso. Di fronte al destino drammaticissimo di un uomo e alla tragedia di una morte ci si aspetterebbe, da parte di chi si ritiene «cristiano», il prevalere della pietà sulla durezza del giudizio. E, se proprio il giudizio lo si volesse reclamare in nome di sacri principi e incrollabili certezze, ci si aspetterebbe che esso venisse demandato alla profondità della giustizia di fede piuttosto che a quella, terrestre, prosaica, dissacrata, degli arresti e del tribunale penale per il medico “assassino”. Non ci piacerebbe affatto, ma comprenderemmo di più l’invocazione degli angeli con la spada di fuoco piuttosto che dei carabinieri con il pennacchio come quelli che accompagnano Pinocchio in gattabuia.
Invece, il deputato Volontè proprio la gattabuia vuole, dando alla propria indignazione il segno più che della bassezza d’animo, di una certa piccolezza di spirito. D’altra parte si tratta del signore che qualche giorno fa proponeva il boicottaggio dei grandi magazzini che non vendono le statuine del presepio: uno di quei cattolici i quali, peggio per noi ma male anche per loro, ritengono che convinzioni e princìpi si debbano affidare, più che alle coscienze, alle norme, alle leggi e ai loro garanti: le forze, come si dice, dell’ordine.

Riflettiamo con Orlando Franceschelli sulla morte di Piergiorgio Welby

WelbyIl suo diritto di scegliere, il nostro dovere di rispettarlo
Da: il Riformista del 22 dicembre 2006.
Orlando Franceschelli. «Io amo la vita». È con queste parole semplicissime e toccanti che Piergiorgio Welby ha sempre accompagnato la sua decisione di porre fine alla sua lunga sofferenza. Amore per la vita, libertà di poterne disporre, pene divenute non più tollerabili: dimenticare uno solo di questi tre punti, significa precludersi ogni comprensione rispettosa, solidale e costruttiva della vicenda umana e pubblica di Piergiorgio. Qualcuno che si eserciterà in una simile dimenticanza, certo non mancherà. Ma con la sua vita e la sua morte, Welby ci ha offerto una testimonianza che veramente non suscita soltanto umana partecipazione. Richiede di più: ci impegna a rimuovere le intolleranze ideologico-religiose e le strumentalizzazioni politiche che ancora impediscono di affrontare con la necessaria laicità il punto decisivo e ormai ineludibile di tutto il confronto su questi temi eticamente sensibili: il riconoscimento del diritto all’uscita volontaria dalla vita. Quello che Piergiorgio si è ripreso. Pur amando la vita. Pur essendo amato con dedizione estrema. Quella con cui la moglie Mina l’ha saputo accompagnare per anni. E fino all’ultimo addio.
Per chi è credente, la vita è un dono del Creatore. È qualcosa di sacro, che non ci appartiene e di cui non si può disporre. Al punto che l’uscita volontaria dalla vita è la ribellione estrema all’ordine della stessa creazione divina. Giuda, diceva già Agostino, nel momento in cui si è tolto la vita, ha peccato contro Dio perfino più di quando ha tradito Gesù. Da qui anche da parte della chiesa cattolica la condanna dei suicidi. Inappellabile al punto da negare loro perfino funerale e sepoltura religiosi. Ma, come riconoscono non pochi ed eminenti teologi, solo un estremo furore integralista potrebbe indurre a non riconoscere che i propri convincimenti etico-teologici debbano valere anche per quei cittadini che alla vita e alla morte guardano al di fuori di ogni logica religiosa o di sacralità. A cosa pensano dunque i nostri cattolici anche impegnati in politica: a far passare per una colpa morale la mancanza di fede religiosa? Oppure a provare effettivamente a dialogare non con l’arbitrio relativistico, ma con le umanissime e solide ragioni di altri protagonisti della sfera pubblica, che si sentono responsabilmente titolari anche della libertà di morire, del diritto di poter ritenere ormai non più sopportabile, non più vita, la condizione di sofferenza o di umiliazione nella quali si trovano?
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