Non serve mettere più soldi in questa università: prima va riformata

LarepubblicaIo, docente universitario mi dichiaro colpevole
(lettera a “la Repubblica“, 23 novembre 2006).

Guido Ascari. Non vorrei essere scambiato per il solito professore universitario che sputa nel piatto che mangia. No, al contrario io qui vorrei andare solo controcorrente e provare, forse con impudenza, a non “difendere l’indifendibile”.
Innanzitutto appare paradossale che ogni volta che i problemi dell’università guadagnano gli onori della cronaca, i giornali si riempiano di commenti, diagnosi e cure da parte dei vari professori universitari, che sono anche editorialisti. È come se si chiedesse un fondo al più esimio dei tassisti per discutere della liberalizzazione delle licenze.
I professori universitari sono parte del problema non della soluzione. Il sistema malato è costituito da noi professori, non da marziani che non conosciamo. Spesso infatti gli stessi che pontificano ricette sui giornali sono quelli che entrano nelle commissioni di concorso e spesso, per dichiarata fama, dettano la legge del nepotismo nel proprio settore disciplinare.
Inoltre vorrei dire che non è sicuramente prioritario mettere più soldi in questa Università. Come chiunque può leggere sul Bollettino dei concorsi di Roberto Perotti, sorprenderà molti sapere che la spesa per studente è maggiore in Italia che in Inghilterra (che ha il miglior sistema universitario d’Europa) e che un professore italiano con un po’ di anzianità guadagna di più del 90% dei professori americani. I quali hanno stipendi differenti a seconda della loro produttività, mentre in Italia i docenti sono pagati a seconda dell’anzianità in ruolo. Mettere più soldi in questa Università quindi non serve a molto: prima bisogna riformarla. E con lei, questo paese.