Riflessioni sugli applausi ai funerali di Lucio Dalla e immagini delle Isole Tremiti

Un ricordo di Lucio Dalla attraverso alcune immagini delle Isole Tremiti, di solito meta delle sue vacanze estive. Del Santuario di Santa Maria a Mare, a San Nicola, si vedono il Cristo e il Polittico lignei e un particolare del mosaico della navata centrale. La villa del cantante, a San Domino. Di seguito, la riflessione di Filippo Facci sulla consuetudine di applaudire il feretro dei personaggi famosi.

È morto, applausi

Filippo Facci. La mia più grande vergogna di italiano sono gli applausi ai funerali, abitudine spaventosa che si è ripetuta mentre il feretro di Lucio Dalla lasciava San Petronio. I sociologi possono anche farmi una pippa così e raccontarmi che trattasi di consuetudine di chiara derivazione televisiva, roba che una volta non c’era: il primo applauso a un funerale pubblico pare che l’abbia beccato Anna Magnani nel 1973. E infatti non è una cultura, è un’incultura: non è un indotto della storia, ma di Domenica In. Ma dovrebbero spiegarmi perché questa cosa esiste solo da noi, come quell’altro orrore che è l’applauso mentre atterra l’aereo. Hanno applaudito la salma di Berlinguer, quella di Moro, quelle di Nassirya, Falcone e Borsellino, persino Giovanni Paolo II: i pellegrini di tutto il mondo rimasero agghiacciati e increduli. I morti non si applaudono, neanche quelli mediatici. Alla fine del Requiem di Mozart non si applaude. Wagner proibì gli applausi anche alla fine del Parsifal. Non c’entra la religiosità: il raccoglimento è anche laico e pagano, se non reggi la tensione, se la temperatura spirituale è per te inaccessibile, allora stai a casa. Se devi esorcizzare la paura della morte, beh, vai a farti un giro. La buona fede non salva l’ignoranza: un funerale è un rituale, una cerimonia. Provate ad applaudire a un funerale di un marine: i funerali diverranno due.

Ma è vero che “la barba fa il monaco”? Ricordi frivoli come auguri di compleanno

«Ce te sta faci criscere la barba?» («ti stai facendo crescere la barba?») mi chiese Elvira, nel mese di agosto dell’anno scorso, riferendosi alla mia barba lunga di una settimana. Ed ancor prima che potessi risponderle, aggiunse: «Ti sta bene! Ancor meglio se ti lasci solo baffi e pizzo!». Alla vicina di casa, una salentina che incontro ormai da venticinque anni alle Isole Tremiti, risposi che non avevo alcuna intenzione di farmi crescere la barba; non l’ho mai fatto, tanto meno ora, alla mia età. Il ricordo di quell’episodio, che qui riporto nel giorno del mio 66° compleanno, mi ha fatto venire in mente quella bellissima nota di Leonardo Sciascia: «perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?» (Nero su Nero, Einaudi, Torino 1979). Spero d’esser più credibile del concittadino di Sciascia che dichiarava «che non per moda se l’era fatta crescere ma soltanto perché negli ultimi tempi aveva avuto tanto lavoro da non trovare il tempo di radersela.» Già, il tempo. Tutti gli anni, in vacanza d’agosto, la solita routine domestica: riaprire e pulire casa dopo un anno di chiusura; mettere al sole materassi, lenzuola e altri panni umidi; sistemare le tende per ripararsi dal sole; tagliare la vite americana che invade il piccolo portico; sbarbare le erbacce e zappettare il minuscolo giardinetto; curare i gerani e il rosmarino dopo il lungo abbandono; annaffiare le belle di notte e le bocche di leone. E così, la prima settimana di vacanze passa veloce e si finisce con il trascurare, deliberatamente e piacevolmente, il proprio aspetto, a partire proprio da quella noiosa attività mattutina che per undici mesi scandisce la vita lavorativa in città: radersi.

Leonardo Sciascia. Un nostro scrittore trovandosi una sera, in un salotto romano, ad essere aspramente contestato, a un certo punto reagì lanciando contro il più accanito dei suoi contestatori la domanda: «E tu perché porti la barba?» La domanda, inaspettata e violenta, sortì buon effetto: il giovane contestatore annaspò in cerca di una valida ragione a sostegno della sua e dell’altrui barba; poi si riprese dicendo che la barba non c’entrava, che il discorso era un altro. Ma per quella sera la contestazione a carico dello scrittore si spense.

Forse in quel determinato momento la domanda aveva davvero lo scopo di divertire il discorso; ma esprimeva anche la preoccupazione e il disagio che coloro che usano radersi totalmente e assiduamente provano di fronte al fiorire e moltiplicarsi di barbe. Barbe di ogni foggia e misura: corte o fluentissime, scriminate o arruffate, alla francescana, alla moschettiera, alla Lenin, alla D’Annunzio, alla Balbo. Già: perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?

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