Faziosità, disinformazione, illogicità e demagogia sui referendum attuali

Ramat-Sciascia-Giannini-Brera-Colletti-Occhini-Vattimo-Soldati-Gassman-Villani-Zevi

Ramat-Sciascia-Giannini-Brera-Colletti-Occhini-Vattimo-Soldati-Gassman-Villani-Zevi

Giustizia: quei Referendum… con o senza Silvio (Corriere della Sera, 2 settembre 2013)

Pierluigi Battista. Per dire quanto sia fazioso, schiacciato sul presente, incurante dei princìpi, il politicantismo di oggi pretende che le firme per il referendum dei Radicali sulla responsabilità civile dei magistrati siano un frutto tardivo del “berlusconismo”: ma nasconde il fatto che nel 1987 un altro referendum, sullo stesso tema, ebbe il consenso di 20 milioni e 770 mila italiani, pari all’80,2 per cento dei votanti (alle urne si recò il 65,1 degli aventi diritti il voto).

Per dire come funzioni la democrazia italiana, quel referendum fu clamorosamente disatteso e si varò una legge che tradì l’essenza del verdetto referendario, stabilendo che il risarcimento del danno provocato a un cittadino per “dolo” e “colpa grave” di un magistrato dovesse essere coperto dallo Stato e non dal singolo magistrato, colpevole di non aver onorato la sua funzione con evidente manipolazione del diritto.

Per dire come funziona la disinformazione, quelli che gridano ala “minaccia” contro la magistratura non dicono che a stabilire l’eventuale obbligo al risarcimento sono altri giudici. Per dire come funziona la logica, non spiegano perché se un medico si macchia di una colpa grave o di manifesta negligenza nei confronti di un paziente, allora scatta una sanzione, preceduta da un procedimento giudiziario rispettoso dei diritti dell’accusato, mentre se un magistrato, a parere di un collegio di giudici, si è macchiato di una colpa grave o di una manifesta negligenza nei confronti della libertà di un cittadino, deve invece rimanere totalmente irresponsabile.

Per dire la scarsa considerazione che i paladini della “indipendenza della magistratura” hanno nei confronti della tempra morale dei loro colleghi, si dice che un magistrato, impaurito dall’eventuale sanzione civile per “dolo”, dovrebbe smettere di fare bene e con scrupolo il proprio mestiere: come se i medici, per paura di sanzioni da comminare ai loro colleghi che hanno commesso eventualmente una mascalzonata, volessero smettere di curare i malati.

Per dire quanto sia labile la memoria umana, si omette di dire che, a favore di quel referendum che introduceva e potrebbe oggi introdurre un elementare principio liberale nel nostro Stato di diritto, si spesero illustri cittadini come, fra i tanti altri, Leonardo Sciascia e Gianni Vattimo, Gino Giugni e Mario Soldati, Umberto Veronesi e Tiziano Treu, Vittorio Gassman e Luciano Gallino, Bruno Zevi e Ilaria Occhini, Gianni Brera e Luigi Compagnone, Lucio Colletti e Massimo Severo Giannini, Italo Mereu e Lucio Villari.

Tutti inconsapevoli “berlusconiani” ante litteram? E berlusconiani anche Franco Marrone, Magistratura democratica, garantista: “In questo referendum non c’è nulla contro noi giudici”? O Marco Ramat, Magistratura democratica, garantista: “È tipico dei regimi democratici avere i magistrati responsabili per i danni causati ai cittadini in conseguenza dei loro fatti illeciti, è tipico invece dei regimi autoritari che i magistrati siano sottratti a questa responsabilità”?

Annunci

Ma è vero che “la barba fa il monaco”? Ricordi frivoli come auguri di compleanno

«Ce te sta faci criscere la barba?» («ti stai facendo crescere la barba?») mi chiese Elvira, nel mese di agosto dell’anno scorso, riferendosi alla mia barba lunga di una settimana. Ed ancor prima che potessi risponderle, aggiunse: «Ti sta bene! Ancor meglio se ti lasci solo baffi e pizzo!». Alla vicina di casa, una salentina che incontro ormai da venticinque anni alle Isole Tremiti, risposi che non avevo alcuna intenzione di farmi crescere la barba; non l’ho mai fatto, tanto meno ora, alla mia età. Il ricordo di quell’episodio, che qui riporto nel giorno del mio 66° compleanno, mi ha fatto venire in mente quella bellissima nota di Leonardo Sciascia: «perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?» (Nero su Nero, Einaudi, Torino 1979). Spero d’esser più credibile del concittadino di Sciascia che dichiarava «che non per moda se l’era fatta crescere ma soltanto perché negli ultimi tempi aveva avuto tanto lavoro da non trovare il tempo di radersela.» Già, il tempo. Tutti gli anni, in vacanza d’agosto, la solita routine domestica: riaprire e pulire casa dopo un anno di chiusura; mettere al sole materassi, lenzuola e altri panni umidi; sistemare le tende per ripararsi dal sole; tagliare la vite americana che invade il piccolo portico; sbarbare le erbacce e zappettare il minuscolo giardinetto; curare i gerani e il rosmarino dopo il lungo abbandono; annaffiare le belle di notte e le bocche di leone. E così, la prima settimana di vacanze passa veloce e si finisce con il trascurare, deliberatamente e piacevolmente, il proprio aspetto, a partire proprio da quella noiosa attività mattutina che per undici mesi scandisce la vita lavorativa in città: radersi.

Leonardo Sciascia. Un nostro scrittore trovandosi una sera, in un salotto romano, ad essere aspramente contestato, a un certo punto reagì lanciando contro il più accanito dei suoi contestatori la domanda: «E tu perché porti la barba?» La domanda, inaspettata e violenta, sortì buon effetto: il giovane contestatore annaspò in cerca di una valida ragione a sostegno della sua e dell’altrui barba; poi si riprese dicendo che la barba non c’entrava, che il discorso era un altro. Ma per quella sera la contestazione a carico dello scrittore si spense.

Forse in quel determinato momento la domanda aveva davvero lo scopo di divertire il discorso; ma esprimeva anche la preoccupazione e il disagio che coloro che usano radersi totalmente e assiduamente provano di fronte al fiorire e moltiplicarsi di barbe. Barbe di ogni foggia e misura: corte o fluentissime, scriminate o arruffate, alla francescana, alla moschettiera, alla Lenin, alla D’Annunzio, alla Balbo. Già: perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?

Continua a leggere