Una riforma sul reclutamento in nome di un’autonomia senza competizione e senza responsabilità e quindi senza qualità

Dopo 10 anni di applicazione della L. 210/1998 (Norme per il reclutamento dei ricercatori e dei professori universitari di ruolo) ed oggi con il suo definitivo affossamento, appare utile la rilettura di un articolo molto critico apparso su “la Repubblica” del 5 giugno 2000 a firma di 6 docenti universitari.

L’Università e la finzione dei concorsi

Riccardo Pisillo Mazzeschi (Università di Siena), Mario Ascheri (Università di Siena), Emanuele Castrucci (Università di Siena), Francesca Farabollini (Università di Siena), Riccardo Fubini (Università di Firenze), Giorgio Chittolini (Università Statale di Milano).
L’ università italiana ha molti meriti, ma anche tanti difetti, quantomeno se confrontata con altre università occidentali. Un difetto grave è che essa è in parte “finta”, non in senso denigratorio, ma nel senso proprio: di una cosa più apparente che reale, o che appare come non è. Sono “finti” certi professori, che lavorano più fuori che dentro l’università (debitamente autorizzati!); “finti” molti studenti, che non frequentano i corsi e sono presenti solo agli esami (senza loro colpa, perché sarebbe impossibile ospitarli tutti se decidessero di frequentare); “finte” molte riunioni plenarie di organi accademici, dove si discute di problemi in realtà già decisi in riunioni più ristrette; “finti” spesso i rapporti fra docenti, e così via. Nel nostro sistema universitario il progressivo sviluppo del principio di apparenza rispetto a quello di realtà si è legato al progressivo sviluppo della quantità rispetto alla qualità.

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