Università: sulla scomparsa della comunità scientifica e della figura del Maestro

Enzo Scandurra

Enzo Scandurra

Intellettuali silenti e declino dell’Università (il manifesto, 3 febbraio 2016)

Enzo Scandurra. Il declino lento e inarrestabile dell’Università, la sua rinuncia ad essere l’universo, luogo di produzione di sintesi convincenti, ben esprime e rappresenta il collasso narrativo dell’Occidente e lo stato dell’afasia contemporanea. Il dibattito sul suo ruolo si è, anni fa, incagliato (e lì è rimasto) intorno a questo nodo fondamentale: sapere per il mercato o sapere per essere capaci di scelte consapevoli? Ha prevalso il primo termine: quello che va bene al mercato, va bene anche all’università e così a partire da Luigi Berlinguer si è sviluppato quel processo di declassamento e di delegittimazione che sembra non conoscere fine. Se sentiste parlare gli studenti, avreste modo di conoscere quanto essi non vedono l’ora di abbandonarla come un luogo inutile, un castigo necessario, nell’attesa (sempre più disperata) di un posto di lavoro. Forse fa eccezione qualche studente, sopravvissuto al collasso, che tenta di ricomporre una qualche sintesi all’interno dei dottorati di ricerca, poi niente, silenzio.

Avendo smarrito i propri fini, l’Università è diventata un sistema burocratico-amministrativo fallimentare e improduttivo, senza alcuna capacità di scorgere i segnali del cambiamento e tanto meno di possedere la capacità di interpretarlo e incidere sulle trasformazioni che sconvolgono il mondo contemporaneo. È capace l’università, tanto per fare solo alcuni esempi tra mille possibili, di fornire una qualche narrazione adeguata dei cambiamenti climatici in atto, della questione ambientale, della crisi economica, della crisi del modello urbano? No, non ne è capace, anzi si limita, nel migliore dei casi, a fornire dei rimedi parziali, delle risposte inadeguate, essendo in tutt’altre faccende affaccendata.

Come affermava Pietro Barcellona, non esiste più una comunità scientifica, ma solo alleanze fra cordate e gruppi di potere, là dove i nostri figli avrebbero disperatamente bisogno di un Paese che si appropri del proprio futuro, che sappia progettare ponti e cattedrali, scoprire i segreti delle stelle e i miracoli delle nanotecnologie, senza perdere di vista, però – aggiungeva Pietro – che il vero problema è sempre il destino dell’uomo nel tempo che ci tocca vivere. E alla scomparsa della comunità scientifica si aggiunge quella drammatica della scomparsa della figura del Maestro.

Anziché una ricomposizione, i saperi vengono continuamente disarticolati, scomposti, separati gli uni dagli altri fino al nozionismo più esasperato (i famosi Cfu, crediti formativi), così da preparare il terreno a quei mitici concorsi universitari in ordine ai raggruppamenti disciplinari (Ssd), vero e propri pilastro culturale intorno al quale si organizzano accordi elettorali, cordate accademiche e produzione di inadeguati e falsi saperi. E che dire delle pubblicazioni scientifiche sulla base delle quali una fantomatica Agenzia (Anvur) è chiamata a giudicare ogni membro della morente comunità accademica? Intorno ad esse – le pubblicazioni scientifiche – sono sorte migliaia di nuove riviste accreditate, fiorisce l’unica attività editoriale ancora produttiva del Paese.

Per anni screditata dagli attacchi dei mass-media (luogo di malaffare, di corruzione, di svendita degli esami, ecc.), l’Università ha finito con l’adeguarsi alla cattiva immagine che di essa ne è stata fatta tra la gente comune, rinunciando perfino a far valere le proprie ragioni, non rintuzzando la concorrenza sleale delle varie libere università sorte come funghi. Del resto, se essa è demandata solo a fornire sterili nozionismi, perché un privato non potrebbe riscuotere maggiori successi?

Conosco sempre più docenti che hanno chiesto di essere messi in pensione prima del tempo. Almeno da questo punto di vista, essi si sono arresi. Il declino dell’università, che pure essi hanno ostacolato, avversato e combattuto con passione, ha finito con lo sfinirli. Asor Rosa ha paragonato questo esodo a quello dei dinosauri in estinzione: «Questo lungo e faticoso cammino – rispetto all’approdo finale, ossia lo stato presente delle cose – fa sentire chi l’ha compiuto nelle condizioni di quegli animali primitivi che a un certo punto uscirono di scena per il totale mutamento delle condizioni generali del pianeta» (“Il Grande silenzio, intervista sugli intellettuali”).

Coloro che sono rimasti, si sono adeguati, così che dopo il Grande silenzio è subentrata anche la Grande tristezza. Sembra una questione archiviata; le cifre e i numeri che circolano sul suo stato di salute (meglio sarebbe dire sulla sua malattia terminale) ne attestano la morte presunta. Forse a metterci sopra la pietra tombale sarà l’annunciato (ennesimo) provvedimento di Renzi sulla “Buona Università”.

Ma in un’affollata assemblea di dottorandi e ricercatori precari, a Roma qualche giorno fa, ho sentito esclamare: «Dobbiamo scatenare una controffensiva culturale di portata equivalente a quella scatenata da Confindustria, verso la metà degli anni Novanta, iniziando a criminalizzare l’università italiana. Dimostriamo loro che non siamo bamboccioni improduttivi; noi produciamo scienza, nuovi saperi, cultura vivente…».

Benvenuta e salutare è allora l’iniziativa per l’Università promossa l’11 febbraio a Napoli da, Arienzo, Bevilacqua, Bonatesta, Carravetta, Catalanotti, Olivieri (Lettera-Appello al mondo dell’Università, su il manifesto del 22 gennaio). Coraggio si ri-parte! Non dalle aule della Bocconi; questa volta si parte dalle macerie del Sud. E gli intellettuali dove sono? Perché non escono dal Grande Silenzio per scendere in campo a fianco di questi ragazzi, senza i quali il silenzio diventerà tombale?

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5 Risposte

  1. Condivido questa analisi, ma penso che ogni volta, e anche stancandosi, sia necessario ripetere a tutti: non esiste un sapere del mercato o finalizzato al mercato. Il mercato persegue i suoi interessi, ovvero la riduzione delle masse a semiproletariato pagante per beni futili e per l’arricchimento di pochi. Il sapere è indagine, è tramandare conoscenze, è approfondire (per ogni civiltà) le proprie radici classiche, i propri vertici di scienza. Questo va insegnato e consegnato agli studenti. I crediti, la fretta, l’angloitaliano, il tirocinio al museo, il mondo digitale etc. sono bufale per ingannare gli allocchi e perdere capacità critica. Detto e ridetto ora e sempre, finché qualche giovane sentirà e ricomincerà dai fondamenti, così come deve essere. Ci libereremo prima o poi di questi confindustrialbocconianinformatici che hanno colonizzato il ministero.

    • Cara Mary, rassegnati: nei radiosi orizzonti della “mejo università der monno”, la cultura non c’è, sia nella sua accezione scientifica “pura”, sia nella sua accezione cosiddetta “umanistica”. Tempo fa, un giornalista, pensando di essere anticonformista ha scritto: “È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare”. Sparare a zero contro “gli umanisti” (e Dio solo sa cosa cavolo voglia dire questa espressione vaghissima in cui si abbraccia la filosofia del diritto e la grammatica generativo trasformazionale o l’archeologia sumerica) è il diletto di molti siti di economia, ma l’attacco in realtà è più in generale rivolto agli scienziati “puri”, caricaturalmente dipinti come “filosofi”, cioè perdigiorno che speculano sulla curvatura dello spaziotempo e sul collasso della funzione d’onda.

      L’Ocse ha pubblicato i risultati di un’indagine sull’istruzione pubblica, dalla quale risulta che all’Italia spetta il triste primato di essere all’ultimo posto, su 24 paesi, in fatto competenze base, “literacy” e “numeracy”, cioè di “alfabetizzazione” umanistica e scientifica (come si direbbe da noi). Decenni di rincoglionimento delle masse hanno radicato nel carattere degli italiani la convinzione che studiare equivale a non fare niente, per cui bisogna studiare il meno possibile, imparucchiando a memoria ciò che serve per esigenze pratiche. Vien fuori che un ragazzo italiano su quattro è matematicamente analfabeta: è sorprendente? C’è dunque troppa scienza pura, troppa cultura, o ce n’è POCA? Il cimento dell’ignoranza raggiunge il suo apice nella contrapposizione fra “le due culture”. Che meglio sarebbe ribattezzare “le due ignoranze”. Eppure c’è chi resiste e la ricerca di base che si pratica nelle università non è male. Se però leggi i commenti dei lettori alla notizia comparsa ieri sui quotidiani della scoperta delle onde gravitazionali, vedrai che un numero considerevole di interventi sono all’insegna del concetto: “quattrini buttati via”.

      Tu, colpevolmente ripeti nel tuo inglese obsoleto:

      “From fairest creatures we desire increase,
      That thereby beauty’s rose might never die”

      e loro, anche se redarguiti dall’Accademia della Crusca firenze.repubblica.it/cronaca/2016/02/08/news/firenze_l_accademia_della_crusca_boccia_i_termini_tecnici_inglesi_no_usare_bail_in_meglio_salvataggio_interno_-132988789/?ref=HRER2-1, ribattono nel loro Present Day English:

      crowfounding for start up fundarising accrued market discount international banking facilities benchmarking ecc.

      È un delirio burocratrico.

      “La menzione delle noie burocratiche tra i motivi che giustificano il suicidio, mi sembra la cosa più profonda che Amleto abbia detto.”

      Emil Cioran

  2. Sì certo, anche Omero avrebbe potuto zappare la terra. Però non avremmo avuto Omero.

    • il sospetto, purtroppo, è che a chi sovraintende ai nostri destini le uniche dita rosate (ῥοδοδάκτυλος Ἠώς) che interessano siano le proprie, dopo averle immerse nella marmellata.

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