La pseudo-internazionalizzazione: il Consiglio di Stato boccia i corsi in inglese nell’università italiana

Clicca per ascoltare: Il Consiglio di Stato boccia i corsi in inglese del Politecnico di Milano.

Annunci

21 Risposte

  1. eccoci, siamo a cavallo! Oramai tutte le magistrali scientifiche stanno trasformandosi in lauree in inglese: e se sono in inglese, non possono tenersi corsi in italiano, “è internazionalizzazion che nol consente” , tutta la politica dei recenti anni è stata volta all’ottenimento di questo risultato: vuolsi così colà ecc. e su questo ci sono forti incentivi. Guai a chi si attarda inutilmente a parlare italiano, e del resto se si vogliono attrarre studenti dal resto del mondo, temo che il dolce idioma sia del tutto inadatto. Ma ora come faranno? Un corso di laurea è erogato o in inglese, oppure in italiano, tertium non datur, S3 si ribella!

  2. Che squallore questa storia dell’inglese. Che sudditanza mentale!
    O un docente è perfettamente bilingue e allora eroga lezioni valide, oppure nel migliore dei casi userà un penoso angloitaliano che non fa bene né a lui né ai suoi studenti.
    Vi racconto questo: fino a pochi anni fa gli studenti, di fronte a una parola straniera, dicevano ‘Non so come si legge e quindi la leggo come si scrive’.
    Pochi mesi fa uno studente mi ha detto ‘Non so come si legge e quindi la leggo come in inglese’.

    • cara Mary, però qui il problema è il seguente: le politiche di internazionalizzazione vanno avanti oramai da diversi anni; chi non si internazionalizza, è perduto, punito e messo all’indice. In pratica è spontaneamente obbligatorio farlo. Del resto se vuoi richiamare studenti dall’estero nei corsi di laurea scientifici e tecnologici (dove comunque tutta la letteratura specializzata è in inglese), non so quale altra lingua potresti parlare, visto che dubito che si muovano le folle dalla Cina, dall’Iran, dal Pakistan ecc. con la prospettiva di dover imparare l’italiano, prima di accedere ad un corso di biologia, piuttosto che di ingegneria. A mio avviso il problema non è la lingua, bensì il fatto che si è sottovaluto cosa comporta, su piano didattico, mettere assieme gente di continenti diversi, provenienti da culture e sistemi educativi diversi: per adesso ciò sta producendo un generale livellamento in basso. Che però, del resto, già era iniziato con il 3+2 e l’istituzione di corsi di laurea dai nomi cinobalanici e dai contenuti vaghi e poco formativi (e sì che di corsi ne hanno cancellati il 25%).

      Fatto sta che i corsi in inglese esistono e tu sai quanto tempo esige la burocrazia per istituire ed “accreditare” un corso di studio. Aggiungi (notizia di ieri comparsa sul Sole 24 Ore http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2018-02-01/entro-aprile-mini-riforma-classi-laurea-184705.php?uuid=AEGVyusD) che la ministra ha dato disposizione al CUN di riformulare classi di laurea e settori scientifico disciplinari entro Aprile. Se ne parlava da tempo. Dubito che in due mesi si riesca a combinare qualcosa, ma quello che si paventa, nell’università, è il caos totale. Scrive il Sole 24 Ore che sono 56 le università italiane a offrire corsi di laurea triennale e (soprattutto) magistrale impartiti in lingua inglese, per un totale di 339 corsi di laurea. Quale sarà la conseguenza della sentenza del Consiglio di Stato? Una sentenza relativa ad un ricorso, non necessariamente si applica in modo automatico ad altre situazioni, ma sarebbe bizzarro se ciò non accadesse. Se altri docenti di altri atenei ricorreranno contro l’inglese, le possibilità sono due: o il Consiglio di Stato darà ragione anche a loro, e in questo caso dovranno essere smantellati 339 corsi di studio, con innumerevoli controversie legali, oppure si esprimerà diversamente, e non si capisce quale sarebbe in questo caso la ratio, cioè perché in un posto si e in un altro no.

      Quello che voglio sottolineare che è che il sistema naviga nella totale incertezza da troppo tempo, con norme cangianti, stratificazioni di norme soggette ad “interpretazioni” confliggenti, sicché ogni decisione può essere impugnata, così come ogni concorso può dar luogo plausibilmente ad un ricorso (pane per gli avvocati).

  3. Sinceramente, il nosto paese ha bisogno di una svolta sovranista. Non avrei mai creduto di pensare questo, ma non possiamo affidare il nostro destino a un ministero che premia i parlanti altre lingue.
    Che diavolo di obiettivo è? E se avremo anche 1000 studenti stranieri in più ma università che fanno pena, a cosa sarà servito?
    Intanto mandiamo via i nostri giovani migliori, perfettamente italofoni …

    • Ma cosa ha stabilito il Consiglio di Stato? Recupero in rete questi stralci. Si dice che l’esclusività della lingua straniera «estrometterebbe integralmente e indiscriminatamente la lingua ufficiale della Repubblica dall’insegnamento universitario di intieri rami del sapere». Le legittime finalità dell’internazionalizzazione «non possono ridurre la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare». Infine non si esclude che si possa «affiancare all’erogazione di corsi universitari in lingua italiana corsi in lingua straniera, anche in considerazione della specificità di determinati settori scientifico-disciplinari».

      Tutto molto nebuloso: attualmente sono per lo più le lauree magistrali, ad essere erogate in inglese: si intende dire che ad una magistrale in inglese debba essere affiancata almeno una triennale in italiano? Oppure che all’interno della medesima magistrale dovranno essere erogati sia corsi in italiano che corsi in inglese? O che debbano sussistere, accanto a magistrali in inglese, anche magistrali in italiano? Boh! Io non ci capisco niente, ma le seconde due ipotesi sarebbero ad oggi devastanti. A meno che, nella seconda ipotesi, anche un solo insegnamento, tenuto in italiano, non finisca per essere interpretato come un modo legittimo di conformarsi alla sentenza. In questo caso finirà a tarallucci e vino.

      Sarei più preoccupato di questo:
      «Flessibilità e razionalizzazione delle classi di laurea, revisione e semplificazione dei settori scientifico disciplinari. Su queste due direttrici si prepara la (complessa) nuova mini-riforma universitaria che potrebbe essere pronta entro il prossimo aprile. Un restyling non semplice ma necessario, come chiede il mondo accademico e come è tornata a sollecitare ieri la stessa ministra dell’istruzione, università e ricerca Valeria Fedeli davanti a una platea di rappresentanti del mondo accademico presenti al convegno «l’Università forma il futuro» organizzato dal Consiglio universitario nazionale.» http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2018-02-01/entro-aprile-mini-riforma-classi-laurea-184705.php?uuid=AEGVyusD
      La ministra ha incaricato il CUN di rivedere “l’articolazione dell’attuale classificazione dei saperi in settori scientifico-disciplinari”.
      Per quanto attesa, dubito che una riforma di simile portata possa sensatamente essere attuata in un mese, e senza un dibattito più ampio nella comunità scientifica. Quali siano le implicazioni di una nuova classificazione delle scienze dovrebbe essere chiaro a tutti.

  4. D’accordo, ma questi obiettivi che ci vengono imposti sono giusti?
    Io ho impiegato 2 settimane a preparare una lezione in inglese di un certo livello. Quanto tempo ci vuole a preparare tutto un corso di un certo livello?
    Quanti professori parlano un inglese veramente corretto a lezione?
    E se per una certa materia si dovessero sapere meglio il tedesco o il francese, si potrebbe ‘punire’ un docente che se la cava bene in quelle lingue ma non in inglese?
    Qui siamo alla follia bella e buona.
    Ma forse ci deporteranno ad Auschwitz per mancata anglofonia. Attendiamo stella gialla sul petto.

  5. Gli anvuriani parlano solo inglese. Forse non si capiranno con I rettori.

    • È chiaro che non ha molto senso un corso su Dante o su Giotto in inglese presso una università italiana, giacché si suppone che chi li segue sia interessato anche alla lingua in cui questi si esprimevano; ma se pensiamo ad una qualsiasi materia scientifica, essendo tutta la letteratura specializzata in inglese, non vedo come possa un docente in queste materie non essere un po’ anglofono. Mi pare altresì improbabile che il docente in questione non abbia trascorso periodi più o meno lunghi della sua vita accademica all’estero. In ogni caso i corsi in inglese “pesano” di più: un’ora di lavoro vale quasi il doppio (1,5 h).

      Certo non è la lingua di Shakespeare, è un inglese convenzionale, con il quale un cinese comunica con un pakistano o un italiano. Una specie di grammelot, lingua franca di chi parla tutte le lingue e nessuna, come il gobbo Salvatore de “Il nome della rosa”. Forse un’impresa simile avrebbe dovuto essere avviata con minore faciloneria e magari avrebbe richiesto anche l’organizzazione di corsi di lingua per i docenti. Ma come ripeto, a mio avviso i problemi principali sono due:

      1. il primo è che vi sono oramai oltre trecento corsi di laurea in inglese, che hanno perciò richiamato studenti da vari paesi; i corsi in inglese sono stati fortemente voluti ed incentivati dal MIUR (con quelle proposte che non si possono rifiutare), visto che da più parti si lamentava la scarsa internazionalizzazione dell’università italiana: e ora che si fa? Aggiungiamo caos ad altro caos? Pavento che dietro l’ipotesi di soluzioni pasticciate si celi il rischio di un blocco totale, sommersi dai ricorsi. La stratificazione di leggi, dispacci, circolari, ordini e contrordini, sono una manna dal cielo per gli avvocati, ma hanno creato una situazione per cui non si è sicuri di niente ed ogni cosa può essere impugnata.

      2. Il secondo è che l’internazionalizzazione crea problemi di sostanza: non si fanno le nozze coi fichi secchi; gli studenti di mezzo mondo non vanno a Oxford o a Harvard perché si parla inglese. L’estrema disomogeneità esistente fra studenti provenienti da sistemi educativi e culture diverse contribuiscono a livellare i corsi di studio ancor più in basso ed avrebbero perciò richiesto una maggiore attenzione alla didattica, mentre questa oggi per gli anvuriani è diventata una parola impronunciabile. Gli atenei avrebbero bisogno di più corsi, magari di tipo propedeutico per portare tutti ad un medesimo livello, mentre affrontano la sfida dell’internazionalizzazione in braghe di tela.

      Leggo sul Sole 24 Ore http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2018-02-05/cattedre-confronto-europa-solo-l-italia-ha-perso-cosi-tanti-docenti-170006.php?uuid=AEfRMquD&refresh_ce=1:

      «Cattedre a confronto in Europa: solo l’Italia ha perso così tanti docenti. … Lo staff accademico impiegato nelle università statali italiane secondo gli ultimi dati disponibili sul sito del Miur  conta circa 50.000 unità, mentre sono rispettivamente più di 80.000 in Francia, 95.000 in Spagna e addirittura più di 200.000 nel Regno Unito e più di 250.000 in Germania. Qualora nel conteggio per l’Italia venissero considerati anche gli assegnisti di ricerca (il personale dedicato esclusivamente alla ricerca con contratti a tempo determinato), il dato salirebbe a circa 65.000 unità, rimanendo comunque nettamente inferiore rispetto agli altri Paesi considerati… L’Italia è l’unico Paese che ha ridotto la propria dotazione di personale docente nelle università, mentre tutti gli altri Stati hanno aumentato la propria. La Germania, in particolare, ha incrementato il proprio personale accademico di 75.000 unità in un decennio, più dell’intera dimensione dello staff accademico oggi impiegato in Italia.»

      Il sistema si è pesantemente contratto (si parla di un 20% nazionale, e per carità di patria tacerò sulla situazione locale dove la contrazione è stata quasi del doppio) in un contesto sociale e culturale dove oramai dominano le parole d’ordine del tipo “con la cultura non si mangia”, “eh so’ troppiiii!”, e dove oramai è giudicato uno spreco ogni centesimo speso in cultura; e con questi carri armati di latta, che, con l’oramai consueto velleitarismo, andiamo alla competizione internazionale.

  6. errata
    i corsi in inglese “pesano” di più: un’ora di lavoro vale quasi il doppio (1,5 h).

  7. il vero problema, a mio avviso, è che fra accorpamenti vari, scarsità di docenti che costringe ad ammassare ulteriormente e internazionalizzazione, spesso accade che la platea studentesca che uno si trova davanti è così disomogenea e mal assortita, sia come provenienza geografica, che come curriculum e corso di laurea, che tocca parlare non già una lingua straniera come lingua franca (l’inglese), bensì quattro o cinque lingue o linguaggi contemporaneamente per farsi capire da tutti. Il problema è sempre il solito: non si fanno le nozze coi fichi secchi.

    • QUASI 26.000 DOCENTI A CONTRATTO

      Rispetto al 2010-11 la consistenza del personale universitario, pari a 125.600 dipendenti [in particolare circa 54.000 docenti] tra docenti e amministrativi, è diminuita del 6,5%. La riduzione coinvolge i professori (-7,9%), i collaboratori linguistici (-7,8%) e il personale tecnico amministratvio (-7,5% a tempo indeterminato; -13,8% a tempo determinato). A questi vanno aggiunti 25.770 docenti, non di ruolo, titolari di contratti di insegnamento nei corsi universitari.
      il blocco del turnover, che negli anni passati ha frenato il reclutamento negli atenei, si è fatto sentire e i numeri lo dimostrano. In compenso salgono i titolari di assegni di ricerca, studiosi precari con contratti rinnovabili sino a 4 anni: sono cresciuti da 13.109 nel 2010-11 a 13.946 nel 2016-17 (+6,4%). http://www.repubblica.it/scuola/2018/02/16/news/universita_-189000091/

      …insomma, posti fissi si trasformano in posti da precario: notevole! Ma c’è chi scrive che TUTTI i posti all’università dovrebbero essere precari, “come in America”, dicono, non percependo alcuna differenza fra un full professor “ammericano” ed un precario italiano. Solo il 18,9% sono professori ordinari; eppure la pubblicistica più cialtronesca parla dell’università come se ci fossero solo “i baroni che guadagnano un sacco di soldi”. Il 52% è costituito da ricercatori e precari, e fortunatamente qualcuno è asceso al rango di associato grazie al “piano speciale”. Un contratto degno di questo nome non prima di quarant’anni, e zero pensione (pensione? Mutuo? Stipendio?Ah!, mai parlave di queste cose volgavi, tvoppo volgavi, nel tempio del sapeve…)

  8. Interessante l’idea del test: fill in o fill out? Safety o security?
    Vediamo quanti docenti italiani sanno rispondere…

    • gettando uno sguardo nel sito di unisi, osservo scorrere le frasi: “recruiting day”, “it’s time for a new job”, “open day”, “open application for non UE citizens”, “degree program” ecc. … ma perché? Sicché mi sento in qualche modo sovranisticamente riconciliato con le radici quando infine compare la scritta: “dies academicus arretinus”.

  9. i corsi di laurea in inglese spesso sfornano laureati di qualità inferiore salvo piccole eccezioni. In Germania lo scorso anno si era dibattuto questo problema, anche se purtroppo non trovo più l’ articolo.
    Pochi studenti di triennale “maneggiano” l’ inglese in modo decente, idem per le magistrali. Un aneddoto personale: ho affrontato il famigerato TOEFL e dio solo sa quanto sudare ho fatto per raggiungere il punteggio richiesto, quindi se nulla è cambiato da allora…..e alcuni dicono che il livello medio di preparazione in inglese è peggiorato da allora!

    • Un linguaggio iperseplificato da adoperare per lezioni somministrate a mo’ di farinata infiascata (come diceva mia nonna) è coerente con un certo modello di università sempre più aziendalistico che privilegia il marketing sui contenuti. Certo che questo linguaggio tutto a base di spinoff e startuppers autorizza a chiedersi se l’università abbia ancora un nesso con la cultura.

      Ma, come ripeto, a parte l’aspetto surreale di parlare inglese a platee talvolta composte solo da studenti “forestieri” di Chiusdino o di Monteroni, non mi pare in sé incomprensibile che si tenti di attirare studenti stranieri nei settori scientifici e tecnologici usando quella specie di latinorum che è oramai l’inglese insterilito da conferenza. Semmai, oltre al solito vizio di fare le nozze coi fichi secchi senza approntare le misure necessarie e gettando il cuore oltre l’ostacolo, a me pare che anche questa semplificazione estrema lasci trapelare una inquietante visione, puramente ideologica, ostile a tutto ciò che è approfondimento.

      L’orientamento già da tempo in atto è del resto quello di sputtanare sempre di più tutto ciò che ha a che fare con la cultura, scientifica od “umanitaria” (come sogliono distinguere quelli ganzi), “lusso” che sarà sempre più appannaggio di poche cattedrali della ricerca, tutte al Nord, per poi concludere inevitabilmente che nel bicchiere c’è quello che ci si è messo, e cioè niente. Lasciandosi trasportare dall’impeto, ci si spinge a sostenere che ogni sorta di astruseria è inutile, negando da un lato che vi sia un livello specializzato della cultura con la “K” maiuscola, e dall’altro sottraendo dignità culturale persino alle scienze astratte e cosiddette “dure” (?), per esaltare, viceversa, la beltà dei corsi rudemente pratici e professionalizzanti.

      In sostanza, mi pare che tutto ciò congiuri alla creazione di un modello di università costituito per lo più di atenei di livello non elevatissimo. Questo, d’accordo, risponde ad un criterio ben delineato, ossia quello in cui certe astruserie saranno appannaggio di una dozzina al massimo di atenei, mentre gli altri somiglieranno vieppiù a Fachhochschulen alla tedesca, ma c’è dell’altro:

      “…. l’Italia non è in ritardo sugli USA. Nel plebeismo cognitivo.
      Nella politica universitaria e culturale l’Italia è in perfetta sintonia con l’antintellettualismo di Donald Trump….E’ un clima di plebeismo culturale, che altrove abbiamo indicato come tipico di un sottoproletariato cognitivo, che però non è più appannaggio delle classi più umili che vedono negli intellettuali gli azzeccagarbugli del latinorum, bensì di classi dirigenti sempre più plebeisticamente attive contro la cultura e la ricerca che non possono controllare”. https://www.roars.it/online/questa-volta-litalia-non-e-in-ritardo-sugli-usa-nel-plebeismo-cognitivo/

  10. Nella scarsezza di fondi che nell’ultimo decennio ha caratterizzato l’Università vale la pena di ragionare anche su come concentrare risorse e menti migliori per non disperdere fondi e talenti. La Sapienza ha dimostrato che si può.

    http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_febbraio_28/universita-sapienza-orgoglio-classico-antichistica-batte-oxbridge-0a076cd6-1cc3-11e8-bca3-8aaab49a1cfe.shtml

  11. […] Cosentino. La sentenza non vieta i corsi in lingua straniera bensì sancisce l’obbligatorietà di garantirli in […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: