La sentenza non vieta i corsi in lingua straniera, sancisce l’obbligatorietà di garantirli in italiano

Da: Unilex, 17 marzo 2018

Paola Sonia Gennaro. A seguito dell’ottimo articolo di Claudio Marazzini aggiungo alcune considerazioni.
Riservare a una sola lingua l’accesso alla scienza, significa consegnare al dominio di una sola cultura le chiavi della conoscenza. Una visione imperialista che neppure l’Impero romano.
Lutero in un colpo solo spazzò via l’intermediazione della classe sacerdotale della curia romana, con la traduzione in tedesco della Bibbia, rendendola accessibile al largo pubblico senza bisogno di intermediari accreditati (oggi diremmo “abilitati”).
La Chiesa cattolica invece mantenne la messa in latino fino alla metà del secolo scorso, ovvero oltre 400 anni dopo Lutero, contribuendo così a tramandare la conoscenza del latino fino ai nostri giorni.
Si può trovare anche un aspetto paradossale nel voler riservare all’inglese l’esclusività del linguaggio scientifico. Infatti, i paesi anglosassoni sono anche quelli che usano sistemi di misura diversi dal resto del mondo. Dovremmo tutti adeguarci a usare libbre e miglia?
Infine dovrebbe essere evidente che i traduttori automatici saranno sempre più perfezionati, permettendoci non solo di leggere decine di altre lingue, ma anche di parlare nella nostra lingua e di essere ascoltati in diretta nella lingua dell’interlocutore.
Dunque benvenute tutte le lingue, no alle riserve auto-accreditatesi “eccellenze”.

Marco Cosentino. La sentenza non vieta i corsi in lingua straniera bensì sancisce l’obbligatorietà di garantirli in italiano. In altri termini, io studente italiano ho il diritto di poter studiare nella mia lingua madre. Tutto qui.
Il problema della subalternità scientifica e culturale è enorme ma non è certo primariamente legato all’offerta didattica (la cui anglicizzazione, ove non giustificata da specifiche esigenze, altro non è che grossolano provincialismo).

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19 Risposte

  1. “Non possiamo non dirci americani”, così, con la lingua gocciolante saliva, si espresse D’Alema dopo l’attentato alle due torri di New York. Dopo decenni di assoggettamento al padrone sovietico ormai suonato, lui cercava un nuovo padrone. E lo trovò.
    L’anglicizzazione della lingua (e della cultura) italiana non è frutto di provincialismo, ma di servilismo verso il Grande Badrone Biango che sta di là del mare. Il nostro è un paese servile come pochi altri. Ma i servi, coprattutto se contenti di esserlo come nel nostro caso, non hanno futuro. Come l’Italietta di questi tempi sta dimostrando.

    • Vabbè, ma allora il problema è a monte: le riviste scientifiche sono scritte tutte quante in quell’inglese internazionale che costituisce il latino di oggi, lingua franca del mondo scientifico; alle conferenze e ai congressi scientifici si parla la medesima lingua: vogliamo fare gli autarchici? E allora a cosa servono tutti gli sproloqui sulle classifiche internazionali, sulla VQR, H-index, scopus, scholars ecc. ecc.?

      I processi di internazionalizzazione (fortemente incentivati, quasi imposti) volti ad attirare studenti stranieri presuppongono che si parli una lingua comprensibile ai più. Non solo, ma si richiede che anche gli studenti italiani si predispongano ad entrare nella rete internazionale della ricerca. I corsi in inglese concernono comunque per lo più le lauree magistrali di carattere scientifico, mentre le triennali vengono di solito erogate in italiano.

      Non riesco a capire però la lettera della sentenza, cioè cosa significhi garantire che i corsi in inglese vengano erogati anche in italiano: forse che debbano essere raddoppiati? Una specie di apartheid per gli studenti stranieri? Fare un corso per cinquanta studenti italiani e poi rifarlo per venti studenti cinesi o pakistani? Raddoppiare i corsi con 10.000 docenti in meno, il 25% dei corsi potati via ed atenei dimezzati come quello senese che già sono a limite delle loro possibilità? Come ho già scritto questa polemica mi pare male impostata:

      1. trascura la sostanza, ossia che i contenuti contano almeno quanto la forma: l’internazionalizzazione sta livellando in basso lo standard dei corsi; la decimazione del corpo docente avvenuta in questi anni rende difficoltoso attuare quel maggiore sforzo didattico richiesto dall’internazionalizzazione. Aggiungo che per l’ANVUR la didattica è solo tempo perso, per il quale un docente, anziché essere premiato se accetta un maggior carico didattico (e molti già lo fanno ampiamente, al di là delle chiacchiere da bar di chi dice il contrario), viene pesantemente redarguito (tempo sottratto alle pubblicazioni e dunque alla VQR; grave nocumento per l’ASN: “insegna perché non sa fare la ricerca”).

      2. Laddove l’inglese tecnoburocratico è veramente pernicioso, è nella burocrazia, nella sua vacua aggressività e nei suoi concetti vuoti che hanno plasmato l’università-azienda dei recenti anni. L’eccellenza vagheggiata c’entra poco: devi spiegare perché cerchi di fare il tuo mestiere a regola d’arte a un tizio che non ne sa niente e che parla a spanne, dipingendoti una caricatura in un inglese improbabile. Il delirio burocratico identifica i presidi con “manager”, l’insegnamento con la “customer satisfaction”. Quello che irrita è il carattere elusivo di questo lessico. Un lessico sostanzialmente inconcludente. L’inglese burocratico ne sottolinea però il tratto perentorio. Una specie di muro di gomma che impedisce di discutere lucidamente della sostanza delle cose con persone competenti.

    • Roger Abravanel, sul “Corriere della sera”, offende i ricorrenti, vincitori ormai di due procedimenti giudiziari, sgraditi ai talebani dell’inglese, e poi suggerisce di imporre l’inglese anche agli umanisti”.
      Beh, lassamo pèrde… qui siamo all’estremismo aziendalista; è poi non si è capito bene che cavolo siano “gli umanisti”, presi un tanto al chilo: SI PUÒ SAPERE CHE CACCHIO SONO QUESTI “UMANISTI”? Un cultore di letteratura germanica o bizantina? Un linguista computazionale? Un eticista? Un filosofo della fisica? Un etruscologo? Per alcuni l’inglese è d’obbligo; per altri non saprei. C’è comunque un divertente commento su ROARS https://www.roars.it/online/abravanel-declino-e-caduta-del-corriere-della-sera/

  2. (Non per contestare il nostro Rabbi, ma per aggiungere altri argomenti alla discussione).
    Bertrand Russell, uno dei massimi pensatori del secolo passato, diceva che il nazionalismo politico è ripugnante perché sfocia nel fascismo, ma il nazionalismo culturale ha diritto di essere difeso e sostenuto da ogni popolo degno di questo nome. Se questo è vero – e per me è vero – aggiungo al Russel-pensiero questo mio presuntuoso codicillo: la lingua è l’espressione più alta di ogni cultura ed è il motivo fondamentale per cui noi Italiani ci sentiamo Popolo, un popolo distinto da ogni altro. Senza di essa si diventa un popolo coloniale del lontano Impero.
    Ma ciò detto, mi punge vaghezza di approfondire.
    L’italiano è una delle lingue più prestigiose e famose del pianeta soprattutto perché dal suo formarsi e per alcuni secoli è stata la massima protagonista nella fondazione e formazione del pensiero politico occidentale. Infatti l’Umanesimo civile e il Rinascimento che ne derivò, furono forse la rivoluzione culturale più importante della storia (tanto per dire: ne nacque l’attuale Occidente).
    Bene, più di dieci anni fa l’accademico e insigne italianista prof. Tullio De Mauro, quando era ministro della Pubblica istruzione nel governo di Giuliano Amato (2000/01), irritato dai ripetuti allarmi che salivano dagli strati più sensibili dell’opinione pubblica a causa del progressivo inquinamento della nostra lingua da parte dell’inglese, in una trasmissione radio reagì con arroganza, senza accorgersi che volendo negare quel fenomeno ne confermò la reale pericolosità. Infatti disse, con sconcertante sicumera, che l’italiano non solo non correva alcun rischio, ma era più saldo che mai perché, aggiunse, al massimo l’inglese sarebbe diventato la lingua franca e aulica – come il latino di una volta, precisò – e l’italiano sarebbe rimasto la lingua volgare normalmente parlata e scritta. Non si accorse (o ipocritamente lo omise) che, come allora era stata la lingua nuova, l’italiano, a spodestare la vecchia, il latino, anche ora è il nuovo, l’inglese, che sta lentamente, ma in un crescendo continuo e inesorabile, sostituendosi all’italiano e che quest’ultimo alla lunga scomparirà, com’è scomparso il latino: non poteva esserci conferma più autorevole di questa che in futuro potrebbero non esserci più parlanti l’italiano, come non ci sono più parlanti il latino.
    Dopo di lui e peggio di lui fece Stefania Giannini, linguista e glottologa, ministro dell’istruzione con Renzi (2014-2016). Era appena uscita la ricerca OCSE sugli studenti dei 57 paesi più sviluppati del mondo che classificava gli studenti italiani al 36° posto per molti aspetti dell’apprendimento, ma soprattutto per quello della comprensione di un testo (insomma non sanno l’italiano). La ministra corse subito ai ripari dichiarando, non che avrebbe incentivato l’insegnamento dell’italiano come sarebbe successo in un paese normale, ma che avrebbe introdotto nelle scuole elementari l’insegnamento dell’inglese da parte di insegnanti di “madre lingua”, ossia insegnanti anglosassoni che notoriamente sono tra i più preparati del mondo. Insomma la prossime generazioni parleranno e capiranno meglio l’inglese dell’italiano. E allora pensate al solo fatto che per loro sarà più facile leggere Dante e Boccaccio nella traduzione inglese, piuttosto che nel volgare trecentesco da cui la nostra lingua discende. A quel momento l’italiano sarà già sull’orlo dell’estinzione: la parleranno i vecchi, poi più nessuno. Né più né meno è esattamente quello che è successo e sta succedendo a tutte le lingue e i dialetti italiani.

    • PS – Ho sentito “Prima Pagina” Domenica mattina; il conduttore era il buon Sergio Rizzo, giornalista stimabile. Ha telefonato un signore che ce l’aveva con i docenti universitari, che – a suo dire – andando in pensione troppo tardi, non consentono il turnover e l’accesso di giovani leve.
      Rizzo ha annuito, ma nessuno dei due ha posto in evidenza qual è il problema di fondo, ossia il forte disinvestimento operato dal nostro paese nel settore dell’università negli anni recenti e al fatto che di pensionamenti ve ne sono stati, e anche massicci, ma senza che i pensionati venissero rimpiazzati: ricordo con languore alcuni partecipanti a questo blog che esortavano a mandare in pensione “i vecchi” per far largo ai giovani, non rendendosi conto che mandavano in pensione i vecchi semplicemente per chiudere le cattedre. A Prima Pagina non hanno neppure accennato al blocco decennale del turnover (che a Siena per esempio, in ragione delle condizioni di bilancio, è stato totale), né che nel periodo in cui un paese come la Germania aumentava di circa 80.000 posti il personale docente, l’Italia di posti ne cancellava 10.000, tornando essenzialmente a prima degli anni ’80. In molti atenei – ahimè, non da noi – il turnover sta riprendendo a ritmi normali, ma i posti perduti non verranno recuperati. Insomma, a questo siamo: dell’università non frega una beneamata cippa a nessuno, e non se ne parla, se non per dare addosso alla “casta dei baroni” (che, per inciso, intendendo gli ordinari, rappresentano circa il 18% dell’intero corpo docente). In queste condizioni, ogni operazione è lecita, perché passa in sordina, nel più completo disinteresse dell’opinione pubblica.

      “Nel 2015, il finanziamento pubblico all’università è stato di poco meno di 7 miliardi di euro in Italia (- 20% rispetto agli anni pre-crisi) contro i 28,7 miliardi investiti dalla Germania, 23,7 dalla Francia e i 9,8 del Regno Unito. Per far fronte a questi tagli, le università hanno dovuto alzare le tasse, penalizzando gli studenti provenienti da fasce sociali più povere. In Italia sono calati gli studenti universitari: – 9% tra il 2008 e il 2014. Mentre nei Paesi europei sono aumentati del 7% nello stesso periodo. Tra il 2008 e il 2016 il numero di docenti è passato da 63mila e 49mila: il blocco del turnover ha permesso di risparmiare circa un miliardo di euro (al 2016) ma che ha portato a un ulteriore invecchiamento del corpo docente. Nel 2000 il 15 % degli ordinari aveva più di 65 anni, nel 2014 la percentuale era salita al 25%. È calato il numero di ammessi ai dottorati (- 12% tra il 2008 e il 2015, con punte del 28% in scienze psicologiche, pedagogiche, sociali e politiche).”

  3. il dramma, secondo me, non è che si usa un linguaggio scientifico universale (anelito ad andare al di là della Babele delle lingue, presente nella cultura europea almeno dal 1500 e forse sin da prima): un lessico specialistico che spesso è meglio utilizzare prescindendo da traduzioni inesatte. Un linguaggio tipo (pesco a caso su una rivista):

    “This study was motivated by existence questions for nonlinear elliptic partial differential equations and several
    applications etc.”

    oppure (giusto per citare Russell):

    “… if it is not predicable of itself, then again it is one of the said referents, of all of which (by hypothesis) it is predicable, and therefore again it is predicable of itself. This is a contradiction etc.”

    oramai è l’Esperanto della comunità accademica.

    Il dramma non mi pare cioè essere che l’inglese sia stato eretto a lingua scientifica universale, come lo fu l’italiano per l’opera al tempo di Metastasio, Ranieri de’ Calzabigi o Da Ponte. Il dramma è quel linguaggio pedagogico-burocratese tutto a base di “learning skills”, “communication skills”, “governance”, “stakeholders”, “role model”, “recruiting”, “quality assurance”, “world university ranking”, “competece centers”, supporto di quell’ideologia mercatista che accompagna i processi di pesante aziendalizzazione delle istituzioni scolastiche e universitarie (un’ideologia, più che una razionale disciplina economica). Questo linguaggio, a mio avviso, più che alludere ad un modello, elude un modello, e mi pare piuttosto il sintomo di una mancanza di visione, cioè dell’ ASSENZA di un modello di riferimento per l’università, surrogato da modelli fittizi.

    • Vorrei precisare che personalmente non ho alcun pregiudizio circa l’adozione di termini stranieri nella nostra lingua, visto che essa stessa, forse addirittura per il 50%, è il risultato di un millennio e mezzo di contaminazioni da parte di altre lingue (latino ovviamente, ma anche greco, arabo, idiomi barbarici e poi spagnolo, francese e inglese), ma in passato si è sempre trattato dell’adozione di termini che non solo non avevano il corrispettivo nell’italiano ma che venivano anche italianizzati (vedi treno, dal francese train a sua volta dal latino trahere). Ma oggi la questione è altra.
      Ad una conferenza pseudo-politica mi sono divertito ad annotare i termini inglesi usati da un oratore in poco più di mezz’ora (è solo un campionario perché non sono riuscito a scriverli tutti): look, trend, question time, asset, non performig loans, extralarge, governance, step, week-end, soft, feeling, okey (molte volte), ticket, spending review , jobs act, best seller, competitors, countsellor, privacy, spread, advisor, endorsement, ecc. ecc. Si vedeva che provava una sorta di gratificazione a pronunciare quei termini. Quando alla fine gliel’ho fatto notare, mi ha detto che altrimenti non ci si capirebbe. Ossia par parlare a parlanti italiano bisogna usare termini inglesi sennò non si riesce a spiegarsi. Ancora peggiore le giustificazione di Matteo Renzi a proposito della legge da lui sollecitata con il nome di Jobs Act (ossia Legge dei Lavori che in italiano, oltretutto, non vuole dire niente) che ha candidamente risposto: “Noi siamo democratici e si fa come i democratici americani”). A me è anche capitato di vedere scritta la parola riservatezza, seguita dal termine privacy tra parentesi, e la parola scarto seguita dal termine spread tra parentesi. Perché è già vero: se si usa l’italiano tra italiani può già succedere che non ci si capisca.
      Io non sono animato da sentimenti di stupido orgoglio nazionale e neanche di estetica o di mero buon gusto (che pure non guasterebbero), ma mi allarma e inquieta la gratuita cultura del servilismo e della sudditanza ai padroni dell’impero che questo fenomeno sottintende. E non mi stancherò mai di ripeterlo: il servilismo è uno dei vizi tipici che ci viene attribuito proprio in quanto Italiani. Un popolo asservito, ossia costretto con la forza a sottomettersi, può sempre ribellarsi, ma chi si sottomette di propria spontanea volontà e addirittura con compiacimento non ha speranza di riscatto, non ha futuro, perché il servo felice di esserlo sarà servo per sempre.

  4. “…look, trend, question time, asset, non performig loans, extralarge, governance, step, week-end, soft, feeling, okey (molte volte), ticket, spending review , jobs act, best seller, competitors, countsellor, privacy, spread, advisor, endorsement, ecc. ecc. ….” è più o meno lo stesso lessico delle tecnoburocrazie universitarie, salvo (forse) week-end ed extra-large.

    L’inglese maccheronico delle tecnoburocrazie è il linguaggio di chi parla un tanto al chilo, plasmando categorie entro le quali cerca di infilare a forza la realtà. Un linguaggio che pare fatto apposta per gettare in un unico cassonetto (senza nemmeno fare la differenziata) ciò che si ritiene inutile, a cominciare da “la cultura”, come quando si riassume la vastità di aree di studi, sideralmente lontane l’una dall’altra, sotto l’unico cappello delle “humanities”, o discipline “umanitarie”, come ha tradotto– non senza ragione –un esponente di Confindustria. Però, se vi sono ambiti “umanitari” (includendovi aree del diritto, dell’economia) o anche certe branche delle scienze applicate in cui è consentito accucciarsi nella propria nicchia provinciale, cioè nazionale, se non addirittura locale, in altre aree (“umanitarie” o “disumane”), questo semplicemente non è possibile, non si può ad esempio pubblicare in italiano, spesso non ci sono nemmeno riviste italiane.

    In altri post mi ero chiesto come e per qual miracolo tutto l’ambaradan tecnoburocratico mirante alla certificazione della qualità, in una spasmodica ricerca dell’eccellenza individuale e collettiva, bramando un posticino nelle classifiche internazionali (a ciò sono state introdotte VQR, ASN, SUA, “ludi dipartimentali” ecc.) possa coesistere con una tendenza al livellamento in basso di molti corsi di studio, generata, non da ora , prima ancora e indipendentemente dall’era della internazionalizzazione, dal fenomeno dello svuotamento massiccio delle cattedre, dagli accorpamenti cinobalanici e da riforme incompiute che alludono senza dire, disfano senza ricostruire, tirando il sasso in piccionaia per poi nascondere la mano e rimandando a tempi storici per la loro compiuta realizzazione.

    Presìdi di qualità, assicurazione della qualità, SUA, Commissioni di Esperti della Valutazione … sembra che la qualità della didattica sia attentamente monitorata. Eppure la didattica, nella carriera e nella valutazione dei singoli docenti, non conta niente. Torno a sottolineare il ruolo elusivo di tutto questo ammasso di burocrazia anglofono-maccheronica che governa l’università-azienda dei “manager”, anche rispetto al problema della qualità dell’insegnamento erogato. Visto tutto ciò da una appropriata distanza, il pensiero corre alle “macchine inutili” di Francis Picabia, un topos dell’arte dadaista: meccanismi perfettamente funzionanti, ma privi di uno scopo, un modo –a detta dell’artista– per rivelare il non senso del mondo.

    • A quanto già detto prima voglio aggiungere questo episodio (vado a memoria).
      Ultimi anni anni ’70: Alberto Arbasino ha una sua rubrica fissa su La Repubblica appena fondata. Un giorno, avendo scritto “inferiority complex”, ne aggiunge la traduzione tra parentesi. Mi dico: che strano, possibile che Arbasino non sappia che non ci può essere un solo lettore di repubblica incapace di tradurre quei due termini inglesi? E aggiungo: e se teme che qualcuno non ne sia capace, perché non li ha scritti subito in italiano? E concludo: la solita buccia di banana su cui ogni tanto tutti abbiamo il diritto di scivolare.
      Ma non passa una settimana che è la volta, manco a farlo apposta sulla stessa rubrica, di “superiority complex” con relativa traduzione tra parentesi. E allora capii: gli americani sono ganzi, anzi “cool”, e se scrivo come loro divento “cool” anch’io. Servilismo culturale, la peggiore forma di servilismo. Il destino della nostra bella lingua, ossia del principale motivo per cui noi Italiani ci distinguiamo dal resto dei popoli, era ormai segnato. E con essa anche il destino del Paese, perché i servi felici di essere tali non hanno un futuro.

  5. …ah, beh, che “riservatezza” sia una parola troppo difficile coi tempi che corrono, col facebook che illumina ogni aspetto più recondito e francamente insignificante delle vite altrui, non mi sorprende. Bisogna dire “privacy”, e “pomiciare” si dice “petting”. Del resto oggi che senso avrebbe “franellare” ( Fare franella = Pomiciare, ma anche l’atto del gingillarsi, del perdere tempo – dal Dizionario livornese), che richiama alla mente il flâneur, quello che non fa un cacchio da mane a sera, salvo passeggiare per i passages parigini? Nel dizionario francese-italiano, “flâneur” è tradotto con “bighellone”. Per non dire del Wanderer romantico. È proprio un cambio di paradigma, di visione del mondo. Però, come ripeto, io vorrei meglio capire soprattutto in quale contesto si colloca il progetto di una sempre maggiore internazionalizzazione dell’università, fermo restando che studenti del Pakistan, dell’Iran, del Ghana, o dell’India (questa è la provenienza degli studenti stranieri) che si iscrivono ai corsi di laurea, soprattutto di indirizzo tecnologico, difficilmente si iscriverebbero se la lingua non fosse l’inglese.

    Internazionalizzazione può voler dire cose diverse. È opinione comune che manchino tecnici, più che poeti o scienziati: ciò che si desume da una politica universitaria essenzialmente bipartisan, è che gli atenei medio-piccoli si orienteranno sempre più verso gli indirizzi professionalizzanti. Questi saranno sempre più aperti a studenti provenienti dal medio e dall’estremo oriente o dall’Africa, cioè da aree del mondo che abbisognano di analoghe figure ai fini del loro sviluppo. Parimenti, i giovani tecnici italiani dovranno sempre di più predisporsi ad operare fuori dal contesto nazionale, vuoi per la globalizzazione, vuoi per la deindustrializzazione del nostro paese. Questo è un verso dell’internazionalizzazione. L’altro verso riguarda l’ambizione di collocarsi sempre di più nel giro della grande ricerca internazionale e dell’eccellenza dal punti di vista della ricerca. Ora, non è detto che queste diverse interpretazioni coesistano entro un medesimo ateneo.

    Qui torniamo alla vexata quaestio del ruolo degli atenei: urge chiarire qual’è il destino di singoli atenei, alla luce della distinzione di ruoli fra università “di serie A” (research university) e “di serie B” (teaching university) per cui nacque (e forse nocque) l’ANVUR. Una piaga aperta. Come al solito, il chirurgo taglia, apre, guarda le interiora, e dice: “uuuuhm!, qui ci vorrebbe un dottore”, quindi se ne va. Inutile chiedere. C’è questa insensata macchina burocratica che ha preso il sopravvento, schiacciando ogni domanda di senso sotto il tallone dell’arroganza. Gli autori del volume «Salvare l’università italiana», Gilberto Capano, Marino Regini e Matteo Turri, parlano di “folle corsa che, per quanto sfiancante, non porta da nessuna parte”http://www.corriere.it/scuola/universita/17_novembre_29/salvare-l-universita-due-mosse-scuole-dottorato-accordi-col-miur-9719a23c-d4f8-11e7-b070-a687676d1181.shtml. La politica tace, nella tregua fra un governo e l’altro. Chi sarà il prossimo ministro dell’Università e ricerca? Quanti mesi durerà? Con quali idee va su? La sensazione è che dell’università non importi un granché a nessuno, perché non è un tema adatto a mobilitare le masse.

  6. Serie A e B dovrebbero esistere solo nel calcio. Esiste il servizio pubblico, esiste lo stato italiano, esiste la dignità dell’istruzione.
    A proposito, sapete che da due anni è stato abolito lo studio della storia antica nella I media inferiore? D’ora in poi Pericle, Augusto, Cesare, Adriano saranno un pallido ricordo delle elementari.
    Noi abbiamo a che fare con dei farabutti: andrebbero semplicemente abbattuti.
    Buona Pasqua,
    Mary

    • Per troppo tempo l’idea dannosa che gli studenti siano “consumatori” è stata contrastata troppo debolmente. … Ridurre gli studenti a semplici consumatori ha senso solo se il valore delle università è semplicemente economico. Questo sarebbe un errore fondamentale. … È da una generazione ormai, che i politici di ogni colore parlano come se le università britanniche fossero guaste e pertanto bisognose della “disciplina del mercato”.
      Prof Stephen Toope – 346th Vice-Chancellor of the University of Cambridge https://www.roars.it/online/lidea-che-gli-studenti-siano-consumatori-e-dannosa-parola-del-rettore-di-cambridge/

      Il Rettore di Cambridge ha ragione. Sullo stesso tema, che evidentemente comincia ad essere sentito, vedi anche https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/londra-clienti-alluniversit-pi-tasse-e-qualit-peggiorata e anche https://altreconomia.it/laurea-negata/. Riemerge il tema della svalutazione della didattica. Leggo che vogliono abolire la tesi triennale https://www.orizzontescuola.it/universita-triennale-di-scienze-politiche-a-torino-si-discute-se-abolire-la-tesi/: ora, se questo va di pari passo con l’abbandono della dizione “laurea”, impropriamente associata al diploma triennale, cosicché questo sia giustamente considerato solo un momento di passaggio verso la laurea magistrale, posso essere d’accordo. Se invece ciò equivale ad un ulteriore diminuzione di valore della “laurea” triennale, resto molto perplesso. Se poi parliamo di lauree professionalizzanti, allora sia chiaro che non si tratta di “lauree” propriamente dette. Certo, se si riducono i corsi universitari di certe aree a chiacchiere prive di rigore per il Dopolavoro, in modo da aumentare le statistiche dei laureati, è evidente che non saranno utili ad alcunché, se non ad aumentare il senso di frustrazione di chi vorrebbe far bene il proprio lavoro.

  7. …si leggeranno “le memorie di Adriano Celentano” e visto lo stato in cui versa la democrazia, Pericle risulta superato:

    • Pericle? Lo sapete che il governo piddino ha abolito lo studio della storia antica in prima media?

  8. (Non trovo tra i commenti questo mio ultimo e finale intervento . Forse non l’ho mai caricato (in caso contrario me ne scuso)
    Dopo questa mi zitto davvero, ma è troppo bellina e io non so resistere alle tentazioni. Dunque, due o tre anni fa sono in televisione il comico Brignano e il giornalista Piroso che lo intervista. A un certo punto il comico usa il termine “pomiciare”. Il Piroso, gentilmente, lo interrompe e si rivolge alla telecamera per dire al pubblico, molto serio e professionale: “Pomiciare significa petting”.
    Non c’è nulla da ridere, c’è solo da piangere. E’ la stessa storia della Casa di Cura Villa Donatello di Firenze che in un documento riservato ai pazienti, avendo usato il termine “riservatezza” sente la necessità di aggiungere, tra parentesi, “privacy”. A volte il paziente davanti a una parola italiana si confondesse. Non sia mai!

    • Caro Aurigi, come ripeto, a mio modestissimo avviso l’inglese maccheronico di cui si pasce la burocrazia è altra cosa rispetto all’inglese “scientifico” internazionale, di cui la virtù principale non è certo la bellezza, ma che volenti o no è diventato l’esperanto della comunità accademica e scientifica internazionale. Inoltre, l’internazionalizzazione dei corsi è un requisito fondamentale per ascendere nelle classifiche internazionali: occupare i primi posti è la brama di tutti i rettori e tutti i ministri. Ma non possiamo accorgerci solo oggi di cosa sta succedendo ed è successo nell’università italiana:

      “La laurea in Italia e nei paesi UE : L’Italia si conferma povera di laureati. All’ultimo posto lo scorso anno, penultima oggi, conta solo 26 dottori ogni cento cittadini di età compresa tra i 30 e i 34 anni. Peggiore, tra tutti i Paesi membri della Ue, solo la Romania 26,3%. E il bel Paese resta così indietro nelle classifiche.” https://www.ilmetropolitano.it/2018/04/26/universita-italia-penultima-in-classifica-per-giovani-dottori/

      “NON ESISTE un prima e un dopo Berlusconi, ma esiste una continuità ventennale all’interno della quale si sono date maggioranze politiche di segno diverso ma con un progetto sociale e culturale unico. Il processo di trasformazione dell’istruzione in una fabbrica dei crediti e dei debiti formativi è parallelo alla «riforma» neoliberale del mercato del lavoro sotto-pagato, iper-precario e gratuito. Sono parte di un ciclo iniziato tra il 1997 e il 2001 con la legge «Berlinguer-Zecchino» e il «pacchetto Treu», entrambe approvate da governi di centro-sinistra – sinonimo italiano di neo-liberismo in versione retorica sulla «globalizzazione» e «economia della conoscenza»….tra il 2005 e il 2015 sono aumentate del 60%. Tutto questo è stato accompagnato dal blocco del turn-over che ha reso il corpo docente il più anziano d’Europa – e il più precario. …” (Recensione del libro «La laurea negata», dell’economista Gianfranco Viesti https://ilmanifesto.it/luniversita-degli-incompetenti/)

      “…l’adozione delle logiche gestionali del New Public Management all’interno dell’università italiana (ad esempio, mediante il “mito razionalizzato” della qualità e i sistemi di valutazione premiale) non solo fallisce l’obiettivo di ampliare il bacino di utenza della formazione terziaria, ma tende a produrre effetti perversi e disfunzionali, che moltiplicano le forme di dominazione e di comando all’interno del sistema della ricerca scientifica e accentuano gli squilibri e le differenze territoriali.” https://www.roars.it/online/la-grande-trasformazione-delluniversita-italiana/

      “La deliberata scelta di ridimensionare un sistema universitario già piccolo, e inadeguato–prosegue la recensione al libro di Viesti — oggi non è un argomento nel dibattito politico”. Soggiungo io che anche a Siena la perdita di quasi il 40% del corpo docente per pensionamenti (ad oggi risultano 663 docenti di ruolo confermati, meno della metà di Pisa o di Firenze, a fronte degli oltre 1000 che furono prima del “buho” e del blocco decennale del turnover http://cercauniversita.cineca.it/php5/docenti/vis_docenti.php) è stata salutata da alcuni con gioia (“piccolo è bullo”), ed accolta da altri con indifferenza. In ogni caso è stato lo strumento, forse unico, con cui è stato effettuato il risanamento. Enormi le voragini che si sono aperte in diversi settori in modo non certo strategico e “meritocratico” (giacché l’età anagrafica non è né un merito, né un demerito), che rendono ineludibile la domanda, ancora senza risposta, sul futuro.

  9. Durante un convegno una fanciulletta qualunque, credo buona rappresentante del neostudente foggiato dalle ultime riforme, disse coram populo che avrebbe gradito l’idea di poter andare in Germania e ascoltare lezioni su Goethe in inglese, visto che non sapeva il tedesco.
    Ci faremo dettar legge da masse di idioti anglodeliranti?

  10. errata

    le tasse tra il 2005 e il 2015 sono aumentate del 60%.

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