Per l’università di Siena occorre fantasia, dinamismo e un livello di pensiero diverso da quello che creò i problemi

Roberto Petracca. «Cedere immobili e diminuire il personale»: qualche altra via ci dev’essere! Perché se si fanno soltanto tagli di personale e dismissioni di immobili ci si impoverisce e basta. Oltre a tagli e dismissioni è scontato che occorra razionalizzare l’esistente e renderlo efficiente. Ma il vero nodo è che l’università rinasce se attrae studenti, altrimenti muore a dispetto di ogni taglio, di ogni dismissione e di ogni razionalizzazione. E per attrarre studenti occorre arricchirsi almeno di prospettive, visto che di soldi non ce n’è. Occorre fantasia, dinamismo e, in linea con Einstein, un livello di pensiero, non dico superiore, ma certamente diverso da quello che creò i problemi. Cosa, quest’ultima, che avrebbe previsto un cambio al vertice durante le ultime elezioni, mentre invece, sfortunatamente, gli elettori hanno rimesso al vertice una fotocopia del vecchio sistema che creò il disastro. Occorre tuttavia uscire dalla situazione asfittica e apparentemente senza sbocchi in cui ci si è cacciati. Occorre, appunto, un livello di pensiero capace di rompere in maniera decisa con le consuetudini del passato. In mancanza di colpi di genio non rimane che coinvolgere il territorio, le istituzioni locali, gli uffici pubblici, le banche (e non solo La Banca), la camera di commercio, l’industria, le manifatture, le aziende agricole, la prefettura, l’artigianato, le assicurazioni, il tribunale, i notai, le farmacie, il Comune, la Provincia, la Regione, l’ospedale, i commercialisti, i musei, i giornali, le televisioni, i circoli culturali, le associazioni di volontariato, le contrade e persino le case di riposo. Occorre un piano per mettere tutti intorno ad un tavolo. Sapendo cosa chiedere, sapendo cosa offrire, immaginando cosa si può ottenere, chiedendo a tutti cosa possono offrire e chiedendo cosa si aspettano di ottenere. Occorre potenziare il contributo che il territorio può dare per plasmare la sua università, le sue prospettive e il suo futuro. Occorre andare verso l’autodeterminazione senza aspettare che la manna cali dal cielo. Se ora non s’intravede qualcuno capace di sfoderare un livello di pensiero alternativo è capace che mettendosi intorno ad un tavolo sbuchi fuori un qualche coniglio da un qualche cilindro. Occorre muoversi. Occorre tentare. Ci si metta intorno a un tavolo e ognuno porti il suo contributo di idee e di proposte. È possibile che qualcosa di serio e di fattibile venga fuori. Si capisce che penso soprattutto a quanto spazio di creatività può esserci per dei percorsi formativi fatti anche di stages che arricchiscano i corsi di studio connettendoli col mondo del lavoro. La cosa vale per ogni campo dello scibile. Gli studenti potrebbero esserne entusiasti. Abbiamo un territorio e un tessuto sociale e produttivo. Sarebbe opportuno coinvolgerlo per sapere cosa ne pensa. Non è detto che per creare prospettive per gli studenti occorrano per forza i soldi. Il rettore ha una macchina amministrativa sovradimensionata piena di impiegati. Non la lasci parcheggiata a languire in attesa che la gente vada in pensione. La razionalizzi, escogiti un piano e cominci a metterla in moto per mandarla ad esplorare il territorio.

Dopo il sindaco di Siena, il presidente della provincia e la Cgil, il nuovo Statuto dell’Università bocciato anche dalle donne

Il nuovo Statuto dell’Università di Siena nasce non all’insegna del “maschilismo” (fosse solo questo!) ma all’insegna dell’indeterminatezza, della genericità e dell’insipienza. «Faremo valere le nostre ragioni in tutte le sedi e in tutte le forme che riterremo opportune ed efficaci», si legge nel documento che segue. La presenza, tra le firmatarie, di quattro consigliere di amministrazione (Marcella Cintorino, Enrica Bianchi, Mirella Strambi, Maria Frosini), che si aggiungono ad altre quattro donne del CdA (Floriana Rosati, Moira Centini, Francesca Giuli e Ines Fabbro), induce a pensare che lo Statuto – che esclude le donne dai luoghi di responsabilità, relegandole a «mortificanti posizioni di basso profilo» – subirà una sonora bocciatura in sede d’approvazione da parte del CdA. “Se non ora quando?” Comunque, se ne riparlerà dopo il Consiglio di Amministrazione.

Anna Coluccia, Serenella Civitelli, Marcella Cintorino, Enrica Bianchi, Mirella Strambi, Maria Frosini, Michela, Pereira, Monica Bianchi, Marina Ziche, Samantha Tufariello, Lucia Maffei, Elisa Giomi, Elena Gaggelli. L’orientamento espresso dall’attuale governance universitaria, col mancato riconoscimento di posti riservati per le donne nel futuro Consiglio d’Amministrazione, è coerente rispetto all’episodio, esso pure gravissimo, dell’assenza di rappresentanti femminili nella Commissione incaricata di redigere il nuovo Statuto. In passato abbiamo tutte combattuto, sia pure con modalità e da posizioni differenti, per l’affermazione dei diritti delle donne nella società e nell’università italiane. Mai avremmo immaginato, allora, che il futuro ci avrebbe riservato momenti come quello attuale. Sognavamo, e progettavamo, una società e un’università più a misura di donna. Sapevamo di lottare non solo per noi, ma anche per le generazioni future, per le giovani (e i giovani) di oggi. Ebbene, siamo incredule di fronte a ciò che il presente ci mette dinanzi agli occhi, e lo sgomento e l’amarezza aumentano perché i diritti delle donne sono disconosciuti e negati proprio a Siena, nella nostra Università. Altrove peraltro – non solo nelle più avanzate nazioni occidentali, ma anche nella nostra Italia, solitamente così poco sensibile a recepire le istanze delle donne – il clima sembra essere cambiato, o sul punto di cambiare: la politica e la legislazione si adeguano sempre di più a ciò che sembra diventata una sensibilità diffusa e condivisa. Si avvia a diventare ovunque pacifico, ormai, che le donne debbano poter contare davvero, e che quindi abbiano diritto a essere adeguatamente rappresentate in tutti i settori della società.

La nostra Università sembra ignorarlo, e questa è per noi motivo di grande sconcerto, e anche di rabbia. Dispiace e amareggia che, in un momento così difficile, si dimostri così poca sensibilità alle più che legittime, elementari aspettative della componente femminile della comunità accademica. Queste aspettative vanno oltre l’ormai vieta (e non priva di ambiguità) formula delle “pari opportunità”, e non si rispecchiano nelle mere (anche se indubbiamente necessarie) attestazioni di principio, del tipo di quelle contenute nella bozza di Statuto universitario circolante in questi giorni. Resta il difetto di origine – lo ripetiamo: gravissimo – che redigere uno Statuto senza coinvolgere direttamente le donne significa negare, al di là delle dichiarazioni di facciata, il loro contributo decisivo alla vita universitaria, la loro molteplice esperienza e competenza, a ogni livello. Allo stesso modo, negare la necessità delle cosiddette “quote rosa” negli organismi rappresentativi e decisionali dell’Ateneo significa perpetuare di fatto, e consapevolmente, l’esclusione delle donne dai luoghi di responsabilità, quindi discriminarle. Denunciamo l’attuale emarginazione delle donne nell’Università di Siena come squalificante per il nostro Ateneo. Respingiamo con forza il vero e proprio annullamento della presenza femminile nel progetto, ancora in itinere, di nuova governance dell’Ateneo. Invitiamo ciascuna donna dell’Università di Siena a far sentire la propria voce. Vogliamo contare davvero, com’è giusto. Subito. Non ci accontentiamo di riconoscimenti generici e di principio, e non ci vogliamo rassegnare a mortificanti posizioni di basso profilo, di seconda fila. Faremo valere le nostre ragioni in tutte le sedi e in tutte le forme che riterremo opportune ed efficaci. Lo dobbiamo a noi stesse, alle nuove generazioni di donne e di uomini, alla nostra Università. Che ha nel suo sigillo l’immagine di una donna.

L’università di Siena non si salva con i buoni sentimenti e le buone intenzioni ma con impegni concreti

Dalle “parole” del segretario generale della Cgil di Siena, Claudio Guggiari, alle “proposte concrete” di Roberto Petracca, due interventi in risposta alle dichiarazioni del sindaco di Siena e del Presidente della Provincia.

Roberto Petracca. In relazione alle preoccupazioni sull’università espresse dal sindaco di Siena 
e dal presidente della Provincia trovo che i loro buoni sentimenti e le loro 
buone intenzioni siano indubbiamente apprezzabili. Nell’agire di Ceccuzzi e 
Bezzini manca però qualcosa di pratico, tangibile e misurabile. Le cose da fare non sono facili o banali ma con un po’ di buona volontà e impegno potrebbero farle. Ne propongo giusto un paio:

1) Poiché il dissesto finanziario dell’università si riflette in un grosso danno per Comune e Provincia sarebbe il caso che questi si costituissero parte civile nei processi invece di brancolare nel buio chiedendosi a che punto sia la magistratura. Se lo facessero insieme a Riccaboni e alla stessa università sarebbe molto meglio. In questo modo contribuirebbero tutti insieme a realizzare una vera e propria rivoluzione: liberare l’università da quel clima di omertà e terrore che attanaglia il 99% dei suoi dipendenti che, avendo famiglia, stanno attentissimi a non inimicarsi i potenti dai quali pensano di dipendere come d’autunno, sugli alberi, le foglie.

2) Poiché il disavanzo strutturale dell’università non si risana senza tagliare almeno un terzo dei suoi amministrativi, per i loro fabbisogni di personale Ceccuzzi e Bezzini potrebbero attingere tra gli amministrativi dell’università invece di attingere dai soliti canali che la politica usa. I voti li prenderebbero ugualmente o, forse, in misura anche maggiore.

Non sono affatto certo che basterebbero queste due cose per risanare l’università. La realtà è complessa e non si andrà da nessuna parte senza metterci molto altro e pure un po’ di creatività e immaginazione. Se però le mettessero in pratica, sicuramente Ceccuzzi e Bezzini darebbero un segno di dinamismo e capacità di rinnovarsi.

Claudio Guggiari. Ritengo opportuna l’attenzione che le principali istituzioni locali stanno dimostrando nei confronti della situazione dell’Università degli Studi di Siena. Gli elementi organizzativi ed economici anche alla luce del decreto sul dissesto degli atenei continuano a sottolineare una condizione di estrema difficoltà dell’ente che ha certamente bisogno di scelte difficili che devono essere condivise. La storia antica che ne determina il suo Dna si lega ad un rapporto viscerale con il territorio. E da qui, come abbiamo sostenuto da molto tempo, che si devono trarre le principali energie per traghettare un ente vivo e vegeto nel futuro. Un territorio che ha bisogno e può contemporaneamente mettere a disposizione una ‘intelligenza’ che in un mondo globalizzato non può che fondarsi sulla ricerca, la formazione, la diffusione e lo sviluppo del nostro sistema scientifico, culturale e d’istruzione pubblica. È fondamentale che il territorio possa quindi assumersi le responsabilità che sono necessarie.

«Siamo ancora in attesa di conoscere di chi siano le responsabilità del dissesto e se si sono conclusi gli accertamenti sulla regolarità dell’elezione del Rettore di Siena»

Franco Ceccuzzi (Sindaco di Siena) e Simone Bezzini (Presidente della Provincia). Per il futuro della nostra Università e quindi della nostra città e della nostra provincia si aprono giorni, settimane e mesi cruciali. L’Ateneo si trova di fronte a passaggi decisivi per il suo futuro e per quello dei lavoratori, dei ricercatori, del corpo docente, degli assegnisti, dei precari, dei Cel e di tutti coloro che vivono con grande apprensione e sulla loro pelle le conseguenze di atti di cui non hanno alcuna responsabilità, come la gestione del piano di risanamento. Siamo ancora in attesa, inoltre, di conoscere di chi siano le responsabilità di una distruzione di valore, senza precedenti nella storia di Siena; se si sono conclusi gli accertamenti sulla regolarità dell’elezione del Rettore. In questo complesso contesto si inseriscono altre due vicende rilevanti per l’Ateneo. La prima riguarda le conseguenze che avrà il decreto legislativo della legge 240/2010 (la cosiddetta Gelmini) che fisserà i criteri per il commissariamento degli Atenei in dissesto e l’altra si riferisce all’elaborazione del nuovo statuto della nostra Università. Si tratta di atti e percorsi, di natura diversa, ma che pur separatamente e nelle distinte autonomie, concorreranno a determinare il futuro dell’Università e di conseguenza la statura di tutto il territorio senese.

Il nostro compito alla guida delle istituzioni è quello di partecipare attivamente ai processi in atto, nel pieno rispetto dell’autonomia dell’Università, ma con la consapevolezza che in passato, tutto ciò che sta intorno all’Ateneo non abbia vigilato abbastanza per evitare la situazione deficitaria in cui versa oggi. A noi stanno a cuore, prima di tutto, il futuro della città di Siena e della sua provincia e quello di tutte le persone che lavorano nell’Ateneo. Come soggetti pro tempore al servizio delle nostre istituzioni dobbiamo garantire che, anche domani le generazioni future possano contare sulla presenza di un’istituzione prestigiosa e plurisecolare, come la nostra Università, fondata dal Comune di Siena nel 1240.

È stato infatti il connubio inscindibile con la città e con il territorio che la circonda, la ricchezza delle risorse intellettuali, scientifiche ed umane cresciute all’interno degli Studi di Siena a determinare fino ad oggi l’attrattività del nostro Ateneo, anche grazie alla qualità della vita e alla coesione sociale che li caratterizzano. Per questo è fondamentale dare continuità storica a questo legame che, negli anni ha contribuito ad alimentare e rafforzare lo sviluppo economico, sociale e culturale delle nostre comunità. Abbiamo ritenuto doveroso e non certamente invasivo, inviare al Rettore le nostre opinioni sulla bozza di nuovo Statuto, in attesa di avere un conforto dai nostri rispettivi organi istituzionali. Il nuovo Statuto da cui discende il governo dell’Università e il suo rapporto con il territorio senese dovrebbe a nostro avviso rafforzare quel connubio inscindibile che da quasi 800 anni ha fatto la forza del nostro Ateneo e di Siena. Se questo non dovesse accadere risulterebbe incomprensibile e produrrebbe una cesura storica tra Università e territorio.

Esprimiamo il nostro apprezzamento, rispetto alla decisione di approvare lo Statuto entro il 29 luglio dando così concretezza, grazie alla legge, all’idea di avere un consiglio di più che dimezzato rispetto ad oggi. In questo modo si avrà un CdA operativo in grado di garantire un governo dell’Ateneo efficiente ed efficace. Sarà importante inoltre che lo Statuto preveda equilibrio dei poteri, consiglieri indipendenti e, comunque, per lo meno indicati da soggetti terzi, senza che si verifichi una situazione di dipendenza tra controllato e controllore. In questo quadro anche la partecipazione della comunità locale dovrà esprimersi in forme nuove in coerenza con le direttive e i requisiti della legge con procedure che garantiscano qualità e competenza dei nominati e con uno sforzo di riduzione consistente della presenza delle istituzioni locali. Rinnoviamo la nostra disponibilità a partecipare ad ogni momento di confronto collegiale, anche di natura pubblica, che possa coinvolgere le altre istituzioni che oggi nominano un rappresentante nel consiglio di Amministrazione (Banca e Fondazione Mps) sia sullo Statuto che sulle prospettive del piano di risanamento.

Due casi per il movimento delle donne “se non ora quando”

Cecilia Scoppetta e Antonella Fioravanti, due donne coraggiose che da sole si battono contro un sistema universitario corrotto e corruttore. Di Antonella questo blog si è già occupato in tempi ormai lontani, tanto lontani che, ormai, c’è il rischio della prescrizione del reato. Ci auguriamo solo che i due casi vengano adottati dal movimento delle donne “se non ora quando”, che si riunisce a Siena il 9 e 10 luglio.

Prof sottoaccusa, ma il processo non parte (la Repubblica Firenze 7 luglio 2011)

Franca Selvatici. Il processo doveva cominciare il 13 maggio 2008. Sono passati più di tre anni di rinvii. Intanto la giustizia langue e il rischio di prescrizione avanza. Accade a Siena. Al Policlinico “Le Scotte” opera come professore associato di reumatologia il vincitore di un concorso universitario sotto accusa, mentre la collega che ha svelato la pastetta denuncia di subire da anni l’ostracismo del mondo accademico. Gli imputati, rinviati a giudizio il 26 ottobre 2007 per abuso d’ufficio, sono il professor Roberto Marcolongo, ordinario di reumatologia all’Università di Siena, accusato anche di rivelazione di segreti d’ufficio, e il professor Bruno Frediani, vincitore del concorso di associato che si concluse il 18 febbraio 2006. Le prove dell’accusa sono robuste. A prescindere dai titoli di Bruno Frediani, è difficile smentire che il concorso fosse stato confezionato su misura per lui. Nel suo computer c’erano, in data precedente al concorso, i cinque temi a lui destinati per la prova didattica. Ed era lui, cioè uno dei candidati, a colloquiare in via telematica con i commissari al posto del membro interno professor Marcolongo e ad elaborare per suo conto il verbale della commissione contenente i curricula dei candidati e i suoi giudizi su di loro. Il profilo sul bando era modellato sui suoi titoli professionali. E la dottoressa Antonella Fioravanti, la collega che ha rotto l’omertà e ora è parte civile con l’avvocato Massimo Rossi, registrò il professor Marcolongo che ammetteva: “Il posto è del dottor Frediani, perché ha le sue raccomandazioni”. L’accusa è solida ma il processo non si fa. E l’Università ha fatto quadrato attorno ai due imputati. Il 15 marzo 2006, a inchiesta già aperta, l’Ateneo approvò la regolarità degli atti del concorso. Due mesi dopo il dottor Frediani fu “chiamato” dalla facoltà di Medicina, dove tuttora lavora. E l’Università non si è costituita parte civile al processo.

Sullo stesso argomento:
La Nazione Siena (8 luglio 2011):  Concorso ‘irregolare’. Il processo non arriva.
Fratello Illuminato – Il blog (8 luglio 2011): Se non ora quando… Ma alla Facoltà di Medicina dell’università di Siena quando?

Una vicenda sconcertante presso l’Università di Roma Tre che reclama provvedimenti disciplinari e la costituzione di parte civile nel processo penale

Non conosco Cecilia, ma da quel poco che mi scrive mi sembra una donna fragilissima nel fisico e con un forte temperamento. Sta combattendo da sola una durissima battaglia sulla malauniversità contro una potentissima lobby accademica, e non solo. Non lasciamola sola, diamole una mano perché è nel giusto e se lo merita.

Appello al Rettore dell’Università di Roma Tre

Cecilia Scoppetta. Egregio Prof. Guido Fabiani, invio la presente per richiedere quali provvedimenti, nella Sua funzione di Rettore dell’Università di Roma Tre, intenda adottare urgentemente ai sensi dell’art. 10 della recente legge cosiddetta “Gelmini”, nonché ai sensi del DPR 445/2000, in merito alle violazioni dell’art. 76 del DPR 445/2000 e dell’art 604 c. p. (falso in atto pubblico e truffa) denunciate in sede amministrativa (Tar Lazio e Consiglio di Stato) e regolarmente notificateLe in quanto legale rappresentante dell’Ateneo (in base a tale notifica, del resto, l’Ateneo stesso si è costituito in giudizio). Il Consiglio di Stato, infatti, ha ribadito l’inammissibilità del ricorso presentato in merito al concorso per ricercatore nel settore disciplinare ICAR/21 – Urbanistica (seconda sessione 2007), ma la sentenza omette di esprimersi proprio riguardo a tali gravi reati di natura penale, che pure sono stati ampiamente documentati anche con più di una testimonianza in forma scritta (come del resto consentito dalla recente riforma del processo amministrativo). Oltre alla denuncia penale – che, a questo punto, diviene doverosa – volta a far luce su una vicenda che appare, per molti versi, inquietante, intendiamo appellarci alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, al fine di stabilire se i nostri diritti, garantiti dalla Costituzione, siano stati gravemente violati.

Pertanto, anche per scongiurare il rischio di comportamenti inconsapevolmente omissivi – proprio ai sensi del DPR 445/2000 – da parte dell’Ateneo, si sollecita un intervento tempestivo del Rettore, nell’ambito delle funzioni anche disciplinari assegnategli, che consenta di far piena luce sugli sconcertanti esiti di questa vicenda, che appaiono in netto contrasto con le finalità culturali prima ancora che con gli interessi economici (pubblici) dell’Ateneo (il riferimento è, ovviamente, al possibile danno erariale). Tale intervento è maggiormente necessario e doveroso in un momento storico, come quello che stiamo vivendo, drammaticamente segnato da una corruzione talmente diffusa da arrivare a coinvolgere, recentemente, perfino elementi della stessa Magistratura (il riferimento è alla vicenda del giudice Toro e a quelle delle quali si sta occupando la Procura di Perugia in relazione alla cosiddetta “cricca”).

Non ho motivo di dubitare, quindi, della ferma volontà del Rettore di non accontentarsi di una giustizia meramente formale, che omette di pronunciarsi sulla sostanza (documentata) dei reati penali. Più volte, del resto, il Rettore si è giustamente espresso in favore della “cultura del merito” – che, invece, vicende come questa finiscono per ridurre a barzelletta – per non assumersi la responsabilità civile di intervenire con fermezza per il rispetto dei diritti garantiti dalla Costituzione. Ho la certezza che il Rettore, che rappresenta un’Istituzione, intenda condividere questa battaglia di civiltà, intervenendo tempestivamente e individuando le specifiche responsabilità ed il contesto all’interno del quale sono maturate una serie di scelte che hanno portato alla situazione attuale. Ciò appare urgente e necessario anche al fine di evitare ulteriori reiterazioni dei reati contestati – che si aggiungano, cioè, a quelle purtroppo già verificatesi (dicembre 2010) ed, anche in questo caso, documentate nella memoria regolarmente depositata al Consiglio di Stato – e tentativi (anche questi già verificatisi) di modificare elementi di prova (ad esempio: i documenti disponibili sui siti web dei Dipartimenti).

Si richiede, inoltre, che l’Ateneo – oggettivamente danneggiato rispetto alla sua missione istituzionale e per quanto riguarda il danno erariale – si costituisca parte civile nell’ambito del procedimento penale, al fine di ottenere quello stesso dovuto risarcimento dei danni che, ovviamente, sia io, che il mio co-ricorrente, dott. Pietro Elisei, a questo punto intendiamo richiedere con forza.

All’università di Siena si tagliano i professori per aumentare la didattica

SangennaroRoberto Petracca. Per rilanciare l’università devono anche aumentare le entrate allargando l’offerta didattica ed attraendo quindi studenti. Per farlo pensano di tagliare i professori ma, ahimé, la cosa è contro la logica comune e difficilmente potrà funzionare. Stiamo giusto assistendo al misero fallimento di un sindaco che non ha fatto in tempo a festeggiare la vittoria che già si ritrova sepolto dalla spazzatura che aveva promesso di debellare abolendo i termovalorizzatori. A volte però i colpi di genio potrebbero anche funzionare. All’università di Siena potrebbero in gran segreto aver copiato Marchionne e la Fiat. Potrebbero aver inventato un multijet della conoscenza che risparmiando professori aumenta la didattica, così come quel accrocchio taglia il consumo di carburante aumentando i cavalli su un’auto Fiat. Speriamo. Chiedendo il permesso a San Gennaro l’operazione potrebbe anche riuscire.

Con lo smantellamento di mezzo ateneo, a Siena, non saranno penalizzati i “vecchi” docenti ma i più giovani

Rabbi Jaqov Jizchaq. (…) in contesti “interdisciplinari”, ove trionfa la equi-ignoranza e le mansioni intercambiabili… un igienista dentale, del resto, non può forse riciclarsi come igienista mentale? In fondo è solo questione di una consonante e come ci illustrano recenti casi di cronaca si tratta di persone dotate di grande versatilità… Mi chiedo, se il “trend” inevitabile è quello di continuare a chiudere cattedre, interi settori disciplinari, corsi di laurea e dipartimenti con la prospettiva certa di non riaprirli mai più, che desiderio avranno di restare qui nei prossimi dieci o vent’anni quelle decine di docenti/ricercatori “giovani”, ieri potenziali eredi cui sarebbe passato il testimone, oggi bollati come “inutili” e la cui specifica competenza non sarà più richiesta, a prescindere da ogni valutazione scientifica; persone che non avranno più nessun punto di riferimento, avendo già da tempo blande possibilità di potersi dedicare alla ricerca, subendo emarginazione ed isolamento e per le quali, se sono strutturati, si dovrà inventare un qualche ruolo onde giustificare lo stipendio. Con lo smantellamento di mezzo ateneo, contrariamente a ciò che afferma una certa vulgata, a prenderla in quel posto sovente non sarà dunque il “vecchio”, che prima o poi va via con tanto di lauta pensione, ma molte decine tra i più giovani (leggasi: i quaranta-cinquantenni) che restano, ai quali, come ho già detto, il venir meno di ogni punto di riferimento (insegnamenti, corsi di laurea, dipartimenti) taglia l’erba di sotto i piedi, proprio quando surrealisticamente dal livello centrale si pretende da loro un maggior …impegno nella ricerca, nel mentre che glielo si impedisce, e si impongono criteri più severi di avanzamento, pur sapendo che di possibilità concrete di stabilizzazione o di carriera non ve ne sono. Chiedendomi che senso abbiano in un simile panorama espressioni come “libertà di ricerca” e “libertà d’insegnamento”, ritengo che sia a costoro, che si dovrebbe semmai concedere un lasciapassare ed un incentivo per andarsene altrove; quello che temo, è solo che anche di questa eventuale scialuppa di salvataggio finirebbero per usufruire invece per primi quegli incauti ufficiali che hanno provocato il naufragio, un po’ come accadde per il Titanic, ma forse più ancora per la “zattera della Medusa”, con relativi episodi di sopraffazione e di cannibalismo.

Siamo seri: se stiamo parlando di campi di studio rigorosi, non si può ragionare così, e qui a scomparire non è più l’inutile scienza del bue muschiato, bensì un pezzo cospicuo dell’ateneo. Non si può tacere sul fatto che un meccanismo automatico di causa/effetto tra estromissione degli strutturati anziani e immissione dei precari, nell’immediato non sussiste: che mandare via un “vecchio” ora come ora, se abbassa la pressione sul Fondo di finanziamento ordinario, non necessariamente apre la strada a un “giovane” che lo rimpiazza, nel medesimo settore (dopo, può essere troppo tardi). Dunque almeno non raccontiamoci balle sull’esito e sul senso ultimo di certe dolorose operazioni, giacché in diversi casi esse producono la chiusura definitiva di una struttura e di una esperienza, con tutti i risvolti umani e scientifici del caso (oltre naturalmente, alle ripercussioni sul dato statistico delle iscrizioni). Naturalmente tutto ciò è “inevitabile”, dice la vulgata, but not in my Backyard, of course: ma allora, in un’ottica di ristrutturazione che appaia minimamente credibile, torno a ripetere che invece di continuare con una sorta di “conventio ad excludendum”, dovrà essere dichiarato esplicitamente e senza infingimenti, ciò che si vuol salvare e ciò di cui si ritiene di poter fare a meno in quel poco che sopravviverà di questo ateneo, dove oramai vengono considerati “residuali” molti settori di base presenti in ogni università degna di questo nome. In tutt’ Europa esiste la mobilità e la programmazione sul territorio si fa così, non essendo considerato uno scandalo chiudere delle sedi, polarizzare le specializzazioni nei diversi atenei della regione e trasferire nel luogo appropriato il personale di settori dismessi perché non più sostenibili: se non si fa questo, mi spiegate cosa cacchio si pensa di fare?

Davvero qualcuno pensa di usare un “Madoff italiano” per risanare l’università di Siena?

Dal primato del dissesto finanziario più alto tra gli atenei – e con il maggior numero di indagati – a quello dell’inchiesta per brogli sull’elezione del rettore, l’università di Siena non finisce mai di stupire. L’incapacità dei vertici a predisporre un piano in grado di riportare in equilibrio la gestione finanziaria dell’ateneo e la cronica mancanza di liquidità per le spese correnti sollevano pesanti interrogativi sulle iniziative che l’attuale rettore intende adottare per superare l’emergenza. Se poi si considera la completa assenza di trasparenza sulle decisioni dei vertici, in violazione del decreto legislativo che impone «l’accessibilità totale delle informazioni», si comprende la preoccupazione di chi teme per le sorti del nostro ateneo. In tale contesto, si inserisce la storia che segue.

Negli Stati Uniti, Bernard Madoff ha ideato la più grande truffa finanziaria di tutti i tempi. Domanda d’obbligo: «esiste anche un Madoff italiano?» Più di uno, a giudicare dalle recenti notizie di stampa! Infatti, a Roma, è stato scoperto il Madoff dei Parioli e a Fondi (LT) il “Madoff della Piana”. Ma, oltre alla voragine, quali similitudini potranno esserci tra i primati negativi dell’università senese e la speculazione creativa di tali promotori finanziari? Una prima similitudine riguarda la gestione, concepita come un affare di famiglia, sfruttando la classica catena di Sant’Antonio. Bernie Madoff per anni ha garantito alti interessi agli investitori utilizzando i capitali dei nuovi clienti, fino a quando, con la crisi finanziaria, le richieste di rimborso, superiori alle nuove sottoscrizioni, non hanno fatto scoprire la truffa.

Analogamente, nell’università di Siena, la gestione autocratica ha reso possibile la “manipolazione” dei bilanci, l’omesso trasferimento dei contributi ad Inpdap ed Irap nei momenti di tensione di liquidità, e le assunzioni non necessarie di docenti ed amministrativi. Inoltre, ciascun rettore ha scaricato sulle spalle del successore il debito e l’onere delle decisioni, spostando sempre più in avanti il riequilibrio (se mai ci sarà) della gestione finanziaria. A bancarotta conclamata, si è passati alla vendita degli immobili, agli incentivi per i prepensionamenti dei docenti e al consumo, già nei primi mesi di ciascun anno (2009, 2010 e 2011), dell’intero fondo di finanziamento ordinario, anticipato dal Ministero. «Stiamo lavorando ad un’operazione straordinaria!» ha dichiarato in questi giorni Riccaboni, senza fornire alla comunità accademica informazioni tali da consentire «forme diffuse di controllo del rispetto dei principî di buon andamento e imparzialità». Qualcosa, però, comincia a filtrare. Si parla di “Fondazioni immobiliari” e di “derivati amministrativi”, argomenti che ci portano così al Madoff della Piana, un promotore finanziario di Fondi che ha polverizzato centinaia di migliaia di euro gestendo direttamente i conti correnti on line dei clienti. Laureatosi a Siena in Scienze Economiche e Bancarie ha fatto parte per 5 anni della Deutsche Bank SpA e dichiara, nel suo curriculum, di fare l’Assistente alla cattedra di una disciplina finanziaria del Dipartimento di Studi Aziendali e Sociali della Facoltà di Economia “Richard M. Goodwin” di Siena. Può darsi che si tratti soltanto di fortuite coincidenze e che i suoi rapporti con il rettore e delegati siano esclusivamente di natura didattica e/o scientifica. In tal caso, Riccaboni ha il dovere di chiarire tutta la vicenda e, soprattutto, di spiegare i contenuti dell’operazione straordinaria allo studio.

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino online (8 giugno 2011). Un “Madoff italiano” per risanare l’università di Siena? – Riccaboni ha il dovere di chiarire tutta la vicenda.
Il Santo Notizie di Siena (8 giugno 2011). Con lo stesso titolo del post.

Con “il caso, la necessità e l’anagrafe” si affossa definitivamente l’Università di Siena

Rabbi Jaqov Jizchaq. Mi pare che a molti, in questa distorta diatriba dei vecchi contro i giovani, sfugga l’essenziale: molti dei corsi di laurea che chiudono, non chiudono necessariamente per manifesto fallimento dal punto di vista scientifico o didattico, per “inutilità” ecc., ma semplicemente perché decimati dai pensionamenti e dai prepensionamenti, in presenza del blocco del turn over e di sempre più rigidi e talvolta demenziali “requisiti minimi di docenza”. In tal modo Siena rischia di smantellare uno dopo l’altro diversi comparti di base e tenersi la ciofega, visto che l’unico criterio di ristrutturazione pare essere che sopravvivono solo quelli che illo tempore ebbero la ventura di accedere ai forzieri onde promuovere di ruolo legioni di docenti (sicché oggi si dice: “ci sono troppi docenti, a Siena!”, frase trovata nel prontuario dei luoghi comuni accanto a quell’altra: “tutti gli italiani mangiano un pollo”). Si dice che la “media” dei docenti è alta, ma con la mannaia dei pensionamenti non tutti i comparti sono così pingui: anzi, il prezzo della saturazione e dell’ampliamento a dismisura di certuni, è stato pagato proprio con la forte penalizzazione di altri, sicuramente non meno “importanti”, e questo a prescindere dalla “attrattività”, dal numero di studenti, dalla “utilità” ecc. Soggiungo, by the way, che ancora non è chiaro cosa si intenda fare di coloro che ci lavorano, docenti/ricercatori e tecnici ed auspico provvedimenti di mobilità, che però (conoscendo il mondo accademico) non potrà non essere fortemente incentivata, nel quadro di un disegno che preveda la polarizzazione a livello regionale delle diverse specialità. Dunque, non si può accogliere come vangelo il solito tromboneggiare di certe “étoiles” del palcoscenico senese che pensano solo al loro “particulare”, additando come cura, semplicemente la soppressione degli insegnamenti, dei corsi di laurea e dei dipartimenti altrui: al contrario, occorre assumere la responsabilità di una scelta soggettiva ben motivata, conseguente all’individuazione di settori strategici irrinunciabili, gettando la maschera di una opportunistica “neutralità” che affida la decisione “al caso” e all’anagrafe. Certe generalizzazioni che si odono, mi sanno tanto di raggiro: incarnano cioè il punto di vista di chi in passato ha meglio consolidato le proprie fortificazioni e rimpolpato le proprie guarnigioni (fatto che, insisto, poco ha a che vedere con l’utilità, o persino col numero di studenti), al punto da poter rinunciare di buon grado ad una quota di personale, senza per questo dover smantellare tutto l’ambaradan; né capisco come si possa accettare a cuor leggero di smantellare settori basilari, come fossimo pervasi da una specie di cupio dissolvi, prima di aver risolto patologie come «…una serie di corsi equamente suddivisi tra Lettere di Siena e Lettere di Arezzo». Sarà il tema del doppio, evidentemente caro ai letterati (da Plauto al dottor Jekyll & mister Hyde), ma qual è il disegno dietro a questo sconcertante tirare una corda che è già in procinto di rompersi? Tornando con ciò all’«affaire» aretino, è acclarato che non ci sono le forze, in termini di docenza e/o numerosità degli studenti, per tenere in piedi decentemente due Facoltà gemelle, giusto? Intendo bene? Allora non capisco perché si concedano ancora allegramente raddoppi, di corsi di laurea, come di dipartimenti, soprattutto avendo la consapevolezza che in tal modo si reca nocumento grave alla casa madre senese e che (tutti lo dicono, in camera caritatis) i bizzarri ordinamenti usciti dall’ultimo “maquillage”, tra l’altro sulla base di criteri del tutto disgiunti da quelli che presiedono la costituzione dei futuri dipartimenti, avranno vita effimera.