Malauniversità a confronto: Basilicata e Siena

UnibaslogoL’Università della Basilicata (la regione dell’amaro lucano) come l’Università di Siena (la città del panforte e dei ricciarelli)? Solo analogie gastronomiche? No. Con un’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, l’anno scorso il rettore dell’Ateneo senese fu rimosso dal suo incarico, per abuso d’ufficio aggravato e falso ideologico. Secondo il Gip, il rettore «ha commesso ripetute violazioni di legge allo scopo di favorire le persone a lui più vicine o accomunate da vincoli di interesse, ha mostrato un atteggiamento di sostanziale noncuranza dei vincoli di legge nell’espletamento della propria funzione». L’articolo seguente, il cui titolo riprende lo slogan di questo blog (Dopo i baroni … i bari), evidenzia numerose analogie tra i due atenei. Mancanza di senso delle istituzioni e della legalità. Buchi di bilancio. False dichiarazioni delle massime autorità di governo. Uso improprio ed inquietante dell’autonomia universitaria. Danni all’erario. Conflitto d’interessi diffuso. Uso massiccio delle consulenze. Intoccabili e bistrattabili. Con un’unica differenza: il fiume di denaro che scorre in Basilicata fa apparire stracciona la “lobby” accademica senese.

Dopo i vecchi baroni … i nuovi bari. “Basilicata che bello!”
Viaggio nell’Universitas della Basilicata
Da: IL RESTO (20 gennaio 2007)
Filippo De Lubac. Le cronache recenti hanno riportato le polemiche sulla malagestione dei megaprogetti europei 1994-1999 dell’Università della Basilicata: il Magnifico Rettore, prof. A. Tamburro, ha respinto le osservazioni mosse dal segretario dei radicali lucani M. Bolognetti e dalla prof. Colella. Nessuno contesta i danni per l’ammanco di circa 2 milioni di euro dalle casse dell’Ateneo nel 2004 (avvenuto in un periodo di crisi che ha portato all’esercizio provvisorio 2005), resta da stabilire di chi sia la responsabilità. Il Magnifico Tamburro scarica tutto sulla Regione Basilicata “la scadenza naturale del mio progetto era il 2004, la responsabilità del mancato collaudo è della Regione Basilicata”. Pronta replica dei funzionari di Via Anzio: “i documenti contabili per il collaudo sono stati consegnati dal Magnifico Tamburro solo nel 2006, mentre la rendicontazione scadeva nel 1998”. Come si dirime questa complicata matassa? Basta consultare gli atti ufficiali. Intanto la polemica è giunta al “calor bianco” e sono fioccate denunce e querele. Proviamo a vederci chiaro.

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Bilancio dell’Ateneo senese: un buco che viene da lontano

IlbucoIl settimanale Economy, oggi in edicola, ha pubblicato un breve articolo, di seguito riprodotto, sul buco di bilancio dell’ateneo senese ereditato dalla gestione Tosi. La stampa locale, 15 giorni fa, aveva scritto che «tutto il dibattito alimentato in questi ultimi mesi sul grave buco finanziario dovuto alle precedenti gestioni è assolutamente privo di ogni fondamento». Incredibile! Evidentemente il deficit del bilancio consuntivo dell’esercizio 2005 non è un fatto ma un’opinione.

ALL’ATENEO DI SIENA IL BUCO SFIORA I 50 MILIONI DI EURO
«All’Università di Siena stanno ancora cercando di capire le dimensioni del buco ereditato dalla gestione dell’ex rettore Pietro Tosi (in quota alla Margherita). Il rosso oscilla tra i 33 e i 55 milioni di euro. Se si considera che gli studenti sono circa 18 mila, il passivo viaggia tra 2 e 3 mila euro a testa. Tutto questo nonostante i 9 milioni di euro che la Fondazione Mps versa ogni anno nelle casse dell’ateneo. La scorsa primavera, Tosi è stato dimissionato, insieme ad alcuni dirigenti amministrativi, da una serie di avvisi di garanzia. Tra le ipotesi di reato anche quella di aver favorito il figlio per vincere un posto di ricercatore nell’ateneo senese, in un concorso che poi ha suscitato proteste ed esposti da parte degli altri concorrenti. Al suo posto è stato eletto Silvano Focardi. Nel frattempo, la magistratura ha iniziato uno screening su nomine, stipendi e consulenze, almeno 400. L’attenzione è sull’entità dei compensi e sulla discrezionalità di spesa riconosciuta al ristretto entourage che ruotava intorno al rettore, molti in quota Ds. Si vuole capire se i beneficiari possedessero almeno qualche requisito professionale per ricoprire simili incarichi.» (j.f.)

Da “Università: mafia e potere” a “Le mani sull’università”

Froio96terRaffaele Simone. (…) Nel 1996, “Le mani sull’università” di Felice Froio (Editori Riuniti, Roma) «rappresenta una sequel naturale di Università: mafia e potere, e la sua morale non è meno allarmante: nei 23 anni che sono passati da allora, la corruzione nell’università italiana non si è ridotta, anzi, semmai i metodi si sono fatti più raffinati, le tele delle amicizie più solide, le spoliazioni più sistematiche, i campi di scorreria più numerosi e più ghiotti. (…) Infine, al movente professionale, alla corruzione se ne sono saldati via via altri: quello sindacale, quello massonico, e così via, sotto la protezione di una endemica vocazione al consociativismo. (…) La conclusione del lettore non può che essere scoraggiata. Per darmi animo, ho finito per decidere che c’è solo un modo per sopportare un’università che funziona come Froio la descrive: considerarla non come l’università corrotta di un paese avanzato, ma come l’università, ancora in formazione, di un paese arretrato».

“Mistero buffo” sulla base Nato di Vicenza

RameFerraraCaro Giovanni,
ricevo dalla mia carissima amica e compagna di tante lotte, Franca Rame, l’invito pressante, che faccio mio con tutto il cuore, rivolto al Presidente Prodi perché riveda la sua infelice posizione sulla base Nato di Vicenza. Ognuno avrà il diritto di pensarla come vuole, e quindi non ti ribadirò il mio “Yankee go home immediately”, ma Ti prego di accettare questa protesta sacrosanta sul tuo ancora più sacrosanto blog. In fondo lottiamo tutti per la stessa causa, ossia contro i prevaricatori ed i prepotenti. Io personalmente non vorrò chiudere gli occhi se prima l’ultimo americano non avrà lasciato il suolo italico e l’ultimo despota universitario non sia andato a casa.
Ti abbraccio Aldo Ferrara

“Ripensaci Prodi”
Franca Rame. Le chiediamo di riconsiderare il suo editto da Bucarest sull’allargamento della base americana a Vicenza; una decisione espressa senza tener conto delle diverse opinioni degli abitanti della città veneta e di tutta la zona coinvolta. L’aprire una base (la più importante d’Europa come Lei ha riconosciuto), a due chilometri da una città d’arte e cultura d’importanza mondiale, senza considerare l’impatto ambientale disastroso che provocherebbe, ci sembra a dir poco insensato. La preghiamo quindi di tornare sulle sue decisioni. Apra un vasto dibattito. Pronunci, a reti unificate le inedite parole: “Ho sbagliato! Parliamone!” Sarebbe un gesto di grande civiltà, mai dimostrato da nessun governante al mondo.

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Partita a carte col morto. Dove? All’Università, naturalmente ……!

LezioneanatomiaAldo Ferrara. Ricordate Todo Modo di Sciascia? Ebbene l’epilogo sta per essere scritto e riferisce di una strana ed oscura vicenda, avvenuta nell’Università “che non c’è”, in un piccolo paese della Regione che invece c’è ed è nota a tutti come sede d’importanti Atenei, tre per l’esattezza. Oggi, con il proliferare dei Corsi e degli insegnamenti, proliferano anche gli Atenei inutili, e quindi, magari, mentre scriviamo, saranno diventati, cinque, sette e così via. C’è anche un’altra Regione italiana che ne vanta tre, la Sicilia. Di Messina, vista dal Ponte, che, naturalmente, “non c’è”, abbiamo già detto; di Palermo ha scritto l’Espresso oggi ed ha dimenticato qualcosa. Dovete sapere che nel Capoluogo siciliano c’è un Istituto, sede d’insegnamento inferiore e superiore, retto dai Gesuiti, e frequentato dall’ambiente-bene della Città. Negli anni Cinquanta vi si iscrissero giovani rampanti come Leoluca Orlando, figlio del Prof. Salvatore Orlando-Cascio, ordinario di Diritto Privato e poi Civile, legatissimo all’On. Bernardo Mattarella, ministro, notabile dc e padre di Sergio, ministro pure lui negli anni novanta, e di Piersanti, ucciso dalla mafia; compagno gli fu Enrico La Loggia, figlio di Giuseppe, presidente della Regione Siciliana (1958-1965), poi presidente della Commissione Bilancio della Camera; ed ancora Francesco Musotto, figlio di Giovanni, ordinario di Procedura Penale, deputato socialista, poi euro-parlamentare e poi arrestato, rilasciato e rieletto. Poi ancora Giovanni Mercadante, professore di Radiologia, deputato regionale per FI ed arrestato nel 2006, per concorso esterno in associazione mafiosa, tuttora detenuto.
Cosa lega tutti questi personaggi? Innanzitutto il fatto d’essere allievi del Gonzaga, di essere figli, quasi tutti di professori universitari e di essere compagni di scuola di Domenico Massari. Vita diversa, venduta (secondo alcuni), quella di questo giovane e promettente che si trasferisce giovanissimo al Karolinska Istitutet, per poter lavorare in pace, senza assilli e senza il timore che attanaglia chiunque non si presti alla mafia, quella della volgare accezione, ma anche quella della vita universitaria. Per carattere ombroso, diffidente ed intransigente, lottando contro favoritismi e nepotismi, si trovò a dover emigrare extra-moenia per lavorare e produrre in piena tranquillità. Quando poi, nell’anno “che non ci fu“, venne chiamato dalla Facoltà di riferimento dell’Università toscana “che non c’è”, lì trovò sul suo cammino Tosco Monati, che gli sbarrò il passo per preferirgli qualcun altro che, naturalmente “non c’è”, almeno scientificamente. Domenico non protestò, si affidò alla Consulta e perse la battaglia. Era in preda alla sua naturale tranquillità, quando scese dalla macchina nella piazzola del Policlinico, dove lavorava. Il passo gli fu sbarrato da un uomo che si fece avanti, liberò da un giornale, che portava in mano, una Mauser 75 che esplose tre colpi a raffica. Domenico non morì subito, fece in tempo a vedere in viso il suo assassino, un compagno di un tempo, anche lui isolano, e non si stupì più di tanto, ed in un lampo rivide la sua vita tra presente e passato: il Gonzaga, i figli di …, i compagni amici-nemici, gli anni duri dell’Università “che non c’è”, la fine dura per mano di chi si era pronunciato amico. È sempre così, cari lettori, anche nell’Università, prima ti isolano e poi ti fanno fuori. Falcone docet. Fantapolitica? Si. Non del tutto!

Dopo il panforte un “amaro lucano”! Cosa accade nel Texas d’Italia

Vald_agri_pozzoL’Università della Basilicata è molto chiacchierata: irregolare gestione dei fondi europei (che coinvolge lo stesso Rettore), ammanco di 2 milioni d’euro con conseguente esercizio provvisorio, danni all’erario, denunce e querele, la regione che bacchetta il Magnifico, interrogazioni al parlamento italiano ed a quello europeo, un fiume di denaro che scorre attraverso consulenze, incarichi professionali, convenzioni e megaprogetti. Prima di analizzare tutto ciò, vediamo come Marco Travaglio descrive la Lucania, il Texas d’Italia, attraverso le indagini del pm Woodcock e gli scandali politico-amministrativi in questa finta «isola felice».
Amaro Lucano
Da: Micromega, agosto 2006
Marco Travaglio. Di magistrati con tanti nemici ne abbiamo visti molti, in questi anni. Ma con tanti nemici e così pochi amici c’è solo Henry John Woodcock, il pubblico ministero di Potenza che nelle sue indagini ha avuto la sventura di incappare in molti potenti. Da quando, il 16 giugno, ha fatto arrestare Vittorio Emanuele di Savoia, il portavoce di Gianfranco Fini, Salvo Sottile, e i loro presunti complici, sul capo del giovane magistrato anglo-napoletano sono piovuti attacchi di ogni tipo e provenienza (politici ed editorialisti di ogni orientamento, alte e basse cariche dello Stato, istituzioni repubblicane e monarchiche, e financo qualche magistrato) che hanno investito anche il gip Alberto Iannuzzi, «colpevole» di aver accolto le richieste del pm.
Una breve galleria dei nemici di Woodcock aiuterà a capire meglio quel che accade a Potenza, ma soprattutto nella «nuova» Italia del centro-sinistra.
La Lucania è un osservatorio privilegiato: una finta «isola felice» che in realtà, grazie alla sua perifericità geografica, lontano dai grandi circuiti mediatici, è sempre più infestata dalla ‘ndrangheta, dalla corruzione, dagli impasti massonici, dagli scandali politico-amministrativi talmente trasversali che, alla fine, una mano lava l’altra.
L’unico baluardo di legalità è la magistratura: anzi un pugno di pochissimi magistrati, assediati nei loro stessi uffici e invisi ai loro stessi superiori. Oltreché, si capisce, ai loro indagati.
Tralasciamo volutamente gli attacchi dei «vip» finiti sotto inchiesta e i loro amici protettori. E concentriamoci su quanti avrebbero il dovere di difendere chi compie il proprio dovere e di consentirgli di continuare a svolgerlo serenamente, e invece si adoperano trasversalmente per rendergli la vita impossibile.
Continua a leggere amaro lucano di Marco Travaglio.

Uno sguardo dal ponte

PontesullostrettoAldo Ferrara. Lo sguardo si lancia lontano nello Stretto di Messina ma va al di là di Scilla ed oltrepassa Cariddi. Messina è stata il crocevia del malaffare universitario, sin dai tempi della denuncia del Procuratore Cavallari. Memento storico o cronistorico: l’affaire Cuzzocrea. Il ricordo va ad un’inchiesta. Il delitto Bottari determinò anche il cosiddetto “caso Messina”, che portò alle dimissioni del Rettore Cuzzocrea e consacrò la città come “verminaio”. Ecco le tappe di quei primi sei mesi del 1998 che sconvolsero lo Stretto in tutte le sue componenti: Università, Procura, Policlinico.
Le tappe dell’inchiesta
– 15 gennaio: Matteo Bottari viene ucciso mentre torna a casa dalla clinica Cappellani.
– 11 febbraio: la commissione parlamentare antimafia arriva a Messina. Nasce la definizione “verminaio”.
– 11 marzo: mentre la commissione prosegue l’inchiesta con audizioni e nuovi sopralluoghi, il presidente del Consiglio, ricevuto il primo rapporto, chiede le dimissioni del sottosegretario agli Interni, Angelo Giorgianni (già pm alla procura di Messina).
– 14 marzo: la procura generale di Messina chiede 15 rinvii a giudizio nell’inchiesta sulla farmacia del Policlinico universitario. Lo stesso giorno, Giorgianni viene “licenziato”.
– 17 marzo: arrivano in procura gli ispettori inviati dal ministro Flick.
– 24 marzo: il CSM apre un procedimento nei confronti del procuratore di Messina, Antonino Zumbo.
– 4 maggio: Diego Cuzzocrea è riconfermato rettore.
– 10 giugno: lo stesso Magnifico si autosospende dopo aver ricevuto un avviso a comparire dal pm del Dipartimento distrettuale antimafia (Dda) che indaga sull’omicidio Bottari.
– 24 giugno: nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio Bottari, viene indagato come mandante Giuseppe Longo. Lo stesso viene arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Per una completa comprensione dei fatti in esame si rimanda all’articolo di Daniele De Joannon, nel giornale messinese Centonove e all’intervento della deputata DS Angela Napoli in Commissione Antimafia. Noi non abbiamo nulla da dire, lasciamo che parlino gli altri. Ah, solo un’aggiunta: “Messina, o cara ….”

Il nepotismo come reato di interesse privato in atti d’ufficio?

Felice Froio - Università: mafia e potere, 1973.Facile l’accostamento del servizio dell’Espresso sulla mafia dei baroni ad un vecchio libro di Felice Froio intitolato Università: mafia e potere (La Nuova Italia Editrice, Firenze 1973), dove – come dice Raffaele Simone – l’autore «illustrava le origini remote (e quindi tanto più solide) della corruzione e dell’inefficienza del sistema universitario di quell’epoca, dovute all’intreccio nefasto di interessi personali e di cinismo politico.» Memorabile ed attualissima la denuncia pubblica del procuratore generale della corte d’appello di Messina, Aldo Cavallari, fatta il 13 gennaio 1969 all’inaugurazione dell’anno giudiziario e riportata a pag. 169 del libro:
«L’Università è l’ultimo feudo che trascina la sua esistenza come un relitto storico, un feudo assolutamente ed arbitrariamente dominato da nuclei di novelli baroni. Si distribuiscono cattedre e, quando non bastano, si creano al solo scopo di favorire il neo-privilegiato, mediante il frazionamento dannoso o inutile di altri corsi, ovvero si distribuiscono assistentati o laute borse di studio, in un nepotismo tanto evidente che potrebbe essere anche valutato alla luce della norma penale che punisce lo sfruttamento della funzione per interessi privati.»

Sanità, ambiente, università: non più indignazione ma emulazione?

FirenzeCosimo Loré. Medicina Legale. Il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, e i sindaci di Firenze e di altri Comuni, con i rispettivi assessori all’ambiente, non avrebbero contrastato come avrebbero dovuto l’inquinamento atmosferico e non avrebbero difeso come avrebbero dovuto la salute pubblica. Lo sostiene la Procura della Repubblica di Firenze, che ha chiuso le indagini sull’inquinamento atmosferico nell’area fiorentina iniziate nel 2005. Il pm Prodomo contesta a Martini e Artusa il rifiuto e l’omissione di atti d’ufficio. Gli amministratori hanno ricevuto gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari e tra 15 giorni il pm deciderà a carico di chi formulare le richieste di rinvio a giudizio. Le Procure di Firenze, Pisa, Siena stanno lavorando su fronti inconsueti quali quelli della criminalità non tradizionale ma aggravata dalla responsabilità richiesta ad amministratori apicali di Regioni, Ospedali, Università. Il tutto in un periodo storico difficilissimo per carenza di adeguata reazione sociale. Come ben ebbe a dire Nerio Nesi, oggi alla fase della indignazione è subentrata quella della emulazione. Tradotto significa che troppi cittadini lungi dal collaborare alle indagini vorrebbero partecipare al saccheggio e alla strage. Anche in ambito di accademia, malgrado la pertinenza medico-legale dell’argomento, assai rare sono le voci di supporto scientifico e morale (se si eccettua l’”eccellenza” sia etica che scientifica della medicina legale foggiana…). Molti tacciono, alcuni intenti a coltivare l’orticello e qualcuno a ricevere per interposta commissione un posto fisso per il parente meno dotato. Il Ministro Mussi alle Iene dichiara di non conoscere la clamorosa vicenda dei concorsi del 1988 (sic!) in otorinolaringoiatria che esitarono in sentenze stigmatizzanti i livelli infimi e infami dell’attuale università italiana (rectius: della medicina e chirurgia) ma non nella rimozione dei truffatori. Il potere come fine è la peggiore droga. Alt!

Università: partita a carte con gli assi

Espresso307Aldo Ferrara e Giovanni Grasso. L’Espresso non è nuovo ad un interesse nei confronti dell’Ateneo senese. Oggi, nel numero in edicola, titola “la mafia dei baroni”; sottotitolo “Metodi da Cosa nostra, inchieste sui concorsi a favore di parenti ed allievi”. A pagina 48 e seguenti sono ripresi alcuni fatti che hanno visto coinvolto il nostro Ateneo con la rimozione dell’ex Rettore. A lui ed alla famiglia, anch’essa coinvolta, si ribadisce, e non per l’ultima volta, la nostra umana solidarietà, fermo restando che le bocce non sono ferme ed altre responsabilità vanno sviscerate. Dicemmo, già in tempi non sospetti, per nulla sospetti, che altre responsabilità vanno rivelate, e lo faremo, con dovizia di particolari. Alla magistratura, i cui atti, presenti e futuri, sono indiscutibili, il compito di fare chiarezza e trasparenza e metterci tutti nella casa di vetro che già nel novembre 2004 chiedemmo.
Punto Primo: l’inchiesta del giornale evidenzia un fatto di nepotismo. “Faccia i nomi” fu detto da qualcuno a qualcun altro. Eccoli i nomi! Ma chi può negare ad un figlio un posticino, una cattedrina o qualche sistemazione? È avvenuto a Milano con i chirurghi di Maranello, a Roma, a Siena, perché la reduplicazione del cognome è quasi d’obbligo.
Punto Secondo: l’Asso di picche poteva certo fare molto, ma dove erano l’Asso di cuori, l‘Asso di fiori ed il Re di picche? Intendiamo i presidi, i direttori generali dell’azienda ospedaliera che hanno avallato, completato e dimensionato l’opera di:
a) innanzitutto emarginazione dei competenti, mentre il criterio guida di selezione è stato ed è la cooptazione di elementi fidati, ma di area, con riqualificazione forzosa dei meno competenti;
b) emanazione di provvedimenti atti a concretizzare questo disegno, tramite posti surrettiziamente finanziati e, quindi, esubero di personale e penalizzazione di settori essenziali. Noi non siamo giuristi, tuttavia, al cittadino appare non solo il reato per posti ad personam, ma anche il reato contro il patrimonio, che si evidenzia anche con l’affidamento di strutture operative già esistenti ai soliti noti;
c) si è creato così un sistema con organi di governo e di controllo rinunciatari e accondiscendenti.
Punto Terzo: perché nessuno li ha fermati prima, questi atti intendiamo dire?
Ecco, adesso si faccia trasparenza perché non è giusto, ripetiamo non è giusto, che paghi solo l’asso di picche.