Università: è necessario un “buco” o una “voragine” per commissariarle?

ModicaCon il primo luglio 2007 comincerà a funzionare l’agenzia di valutazione dell’università e della ricerca (Anvur), un’autorità indipendente ed imparziale, con il compito di «creare, con criteri stabiliti precedentemente e noti a tutti, – come dice Luciano Modica – un rating delle università virtuose, in conformità ad una valutazione della qualità della ricerca e della didattica.» Alla domanda del giornalista su eventuali poteri di controllo dell’agenzia sui bilanci delle università, così risponde il sottosegretario: «Ci sono altri strumenti, per controllare il budget. Di verifiche se ne fanno ben poche, si cercherà d’incrementarle. Come tutti gli enti pubblici chiudono in pareggio. Se i conti non fossero in ordine, ecco questa è una ragione per chiudere un ateneo. Proporrò che le università con forti dissesti, di vario genere, possano essere commissariate.»

Università: un ente assistenziale a conduzione familiare

F_giavazziLecceNel fondo del Corriere della Sera di oggi, Francesco Giavazzi, parlando anche di Università, ricorda la “dissennata politica di assunzioni” dell’Ateneo leccese. È proprio vero che le università del Centro e del Nord siano immuni da tale dissennata politica di assunzioni?
Francesco Giavazzi (…) «All’università di Lecce il numero dei dipendenti addetti a mansioni tecniche e amministrative supera il numero degli insegnanti (non è sorprendente dato che lo statuto dell’università prevede che il personale amministrativo abbia il 20% dei voti nell’elezione del rettore). Avendo bruciato tutte le risorse in una dissennata politica di assunzioni, il rettore è stato costretto a sospendere il riscaldamento (nelle aule, non certo negli uffici amministrativi, dove il riscaldamento funziona anche il pomeriggio, quando le stanze sono deserte). Pochi in città sembrano preoccupati dello stato della loro università: i figli della buona borghesia salentina studiano a Bologna, a Torino, a Milano. All’università di Lecce sono rimasti i figli di chi non può permettersi di mandarli al Nord. Chi è più di sinistra? Chi vuole riformare l’università, oppure chi nella Finanziaria ha imposto di stanziare più fondi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici?» (…)

Virus fantomatici, grossi guadagni e conflitti d’interesse sull’epatite C

Numerosi sono i paradossi sull’ipotesi virale dell’epatite C descritti in modo convincente da Duesberg, il grande virologo americano ed eretico della medicina. Analisi eseguite per un virus che non è stato isolato, conflitti d’interesse diffusi ed enormi guadagni hanno trasformato la ricerca biomedica in una mastodontica e potente burocrazia che amplifica i suoi successi ed errori, mentre soffoca qualsiasi dissenso. «Un simile processo – dice Duesberg – non si può più chiamare scienza, che per definizione dipende dal continuo mettersi in discussione e dal dibattito interno».
È consigliata la lettura del paragrafo sul virus dell’epatite C, tratto da Duesberg P.H. – AIDS. Il virus inventato. Baldini & Castoldi, Milano 1998.

Esce di rado. Parla ancora meno. Fa riflettere

Adriano_celentanoPena di morte, la croce di Pannella
Dal: Corriere della Sera del 11 gennaio 2007
Adriano Celentano. Lodevole da parte della Perego, aver scelto di dedicare al tema della pena di morte la puntata di «Buona Domenica» in onda il giorno della Befana. Una data in perfetta sintonia, fra l’altro, con l’arrivo dei famosi Re Magi, che da così lontano venivano a rendere omaggio a coLui che con tanto amore ci ha donato la vita. Una trasmissione interessante anche per gli ospiti che vi partecipavano. Triste però, per la crocifissione che gran parte di questi, ipocritamente, tra un sorrisino e l’altro, hanno inflitto al povero Marco Pannella, la cui unica colpa (coi suoi digiuni) è di rischiare la vita per chiedere al mondo di abolire la tremenda vergogna della pena di morte, una vergogna che macchia le coscienze dei popoli degli Stati che la praticano. Marco, non ti hanno neanche lasciato parlare! Una pecca, questa, della conduttrice, che seppur bella e simpatica si è lasciata prendere dalle grida di contorno, spesso fuori luogo a partire da quelle del pubblico, perdendo di vista invece il protagonista Pannella, unico politico che da anni, anche fisicamente, si batte per i diritti civili. Caro Marco ti ho sempre ammirato, anche quando talvolta non condividevo la tua battaglia. Anche in quei casi vedevo in te buona fede e trasparenza priva di strumentalizzazione.
Ho acceso il televisore proprio quando stava parlando Sgarbi, e da quel che ho capito, egli trovava il tuo digiuno contro la pena di morte un po’ in ritardo. Secondo lui avresti dovuto cominciare a digiunare dal giorno in cui Mussolini e la Petacci furono appesi in «Piazzale Loreto». Uno scempio duplice quello di allora, poiché non solo si è ucciso, ma si è ucciso senza un regolare processo. Resta comunque il fatto che anche in quell’occasione la cosa più tremenda è che si è ucciso. Però cosa c’entra questo col digiuno che sta facendo Pannella? … Scusami Vittorio, stavolta non ti capisco. È come se tu dicessi: «Allora perché nessuno fa lo sciopero della fame per l’uccisione di Giulio Cesare?». Quel che conta, secondo me, è la presa di coscienza di quel momento. Di quel momento del 2006 quando per la prima volta tutto il mondo ha visto impiccare un uomo in diretta. Un passo avanti per quanto riguarda lo spettacolo della morte; perché ora ce la fanno anche vedere. E se facciamo i bravi la prossima volta potremo assistere agli spasimi del condannato, minuto per minuto fino alla sua completa lacerazione. Un pasto più che prelibato per quelli come Borghezio, che ha trovato addirittura edificante l’impiccagione di Saddam. Se vai avanti così Borghezio, mi sa che Bossi ti licenzia…
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Quasi tutte le scoperte nascono morte

Erwin Chargaff (scritto del 1979). Tuttavia, quando penso a quegli anni meravigliosi, mi vengono in mente le parole che si attribuiscono a san Tommaso d’Aquino: Omnia quae scripsi paleae mihi videntur (tutto ciò che ho scritto mi sembra pula). Quando ero giovane, dovevo tornare alle origini della nostra scienza, e la cosa non era difficile. Le bibliografie di studi chimici e biologici citavano spesso lavori pubblicati quaranta o cinquant’anni prima, si aveva l’impressione di essere parte di una tradizione che cresceva tranquillamente, con una velocità a misura d’uomo, che passava con una velocità a lui adeguata. Ora, invece, nella nostra miserevole società scientifica di massa, quasi tutte le scoperte nascono morte; i lavori scientifici sono soltanto una posta in un gioco di potenza, fugaci immagini sullo schermo di uno sport-spettacolo, comunicazioni frammiste l’una all’altra, la cui risonanza non dura più di un giorno. Le nostre scienze sono diventate serre per un mercato che in realtà non esiste. Intanto, con lo spezzarsi della tradizione, esse hanno creato una confusione davvero babilonica di mente e di lingua. Oggi la tradizione scientifica risale soltanto a tre o a quattro anni addietro. Il proscenio è sempre il medesimo, ma gli orpelli mutano continuamente, come in un sogno febbrile, e sul palcoscenico appena una quinta è al suo posto viene immediatamente sostituita da un’altra.
La sola cosa che l’esperienza può ora insegnarci è che è diventata senza valore. Potremmo chiederci se il complesso di nozioni rappresentato da una disciplina scientifica può sussistere senza una tradizione ben viva, e comunque, in molti dei campi delle scienze in cui mi è dato di spaziare, questa tradizione è del tutto scomparsa. Non esagero quindi, né è una forma di falsa modestia, se arrivo a concludere che il lavoro da noi svolto nell’arco di trenta o quaranta anni – con tutto l’impegno di cui è capace un’onesta fatica – è cosa morta e sorpassata.

Per un’Università un po’ normale ed un’informazione più corretta e più pungente

Per buon auspicio, cominciamo il 2007 riproponendo gli auguri che ricevetti per il 2006 da un giornalista che aveva ascoltato un’intervista sull’Università di Siena, da me rilasciata a Radio Radicale. Anno straordinario, il 2006, e ricco di avvenimenti per l’Ateneo senese e l’istituzione universitaria che questo blog, per scelta, ha affrontato solo in parte. Avremo modo di ritornarci nel corso del 2007. Testo dell’intervista.

Caro professor Grasso,
semplicemente per augurarle di cuore un bel Natale 2005 e un nuovo Anno 2006 ricco di soddisfazioni. Con la speranza (e il desiderio) di riprendere l’anno prossimo la giusta battaglia: per me dell’informazione più corretta e più pungente sulle cose vere e contro i falsi miti; per lei di una Università che sia almeno soltanto un po’ normale. Però come vede con tutto quello che sta succedendo, la normalità qui da noi assomiglia alla chimera. Ma la battaglia continua…
Cordialità e auguri

Anche Mina Welby, oltre i radicali, strumentalizzerebbe Piergiorgio?

MinawelbyOra continuiamo insieme la battaglia di Piergiorgio
Da: la Repubblica del 30 dicembre 2006
Mina Welby. Gentile Professor Marino, sono Mina Welby e le scrivo insieme a Piergiorgio per rispondere alla sua lettera. La ringraziamo per il tempo e l’impegno che ci ha dedicato. Purtroppo non è valso a far dilazionare, anche se solo per un piccolo periodo di tempo, la ferma e determinata decisione di Piergiorgio. In tanti anni che abbiamo vissuto insieme eravamo in continua ricerca di migliorare le sue condizioni sempre più precarie. Da qualche mese capivamo che non era rimasto molto tempo per condurre insieme, complici da sempre, la battaglia per i diritti civili di tutti.
Oggi 21 dicembre continuo, da sola, questa lettera con il profondo rammarico di non essere riuscita a frenare la folle corsa al traguardo di Piergiorgio. Poche ore prima della sua morte, ieri sera, mi ha passato il testimone dicendo che il *Calibano deve andare avanti, dandomi la password per il suo blog. In questo gesto ho capito che eravamo tutti investiti di portare avanti, discutendone, e studiare insieme quei temi, da lui portati avanti con dolorosa urgenza.
Nel mio grande dolore per la perdita di questo grande uomo della mia vita ho la consolazione di averlo visto andare incontro e terminare serenamente il suo percorso terreno. Ora è libero da quel corpo che tanto lo ha appesantito nella sua vita e al quale aveva sempre chiesto il massimo. Ho accettato la sua decisione e spero che trovi la pace, la libertà e la giustizia a cui anelava in questa vita. Anche se i nostri percorsi di fede erano differenti nella vita terrena, sono convinta che approdino in quell’infinito mare dove c’è posto per tutti.
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*Un sondaggio ha eletto Calibano Welby blogger dell’anno 2006.

Riflettiamo con l’editoriale del “Foglio” sul partito dei valori che ha realizzato la volontà di Welby

FoglioLeadership radicale
Da: Il Foglio del 23 dicembre 2006.
(…) Ancora una volta, come oramai da decenni, un piccolissimo partito composto di nemmeno duemila iscritti, che alle elezioni oscilla tra l’uno e il due per cento, si dimostra capace di esercitare un’influenza profonda sul paese. Sul suo dibattito pubblico, sulle scelte fondamentali che riguardano la vita e la morte, su quella politica alla quale in fondo sembra non appartenere. Un non-partito che si muove ai confini della politica, e proprio per questo è capace di cogliere quello che in Italia dalla politica resta fuori, ma tocca profondamente la vita pubblica. “Una singolare forza politica – dice lo storico Gian Enrico Rusconi – che non sa organizzarsi come un partito e che quando ci prova fa dei gran pasticci, piena di personalità egocentriche, ma in cui il vizio personale diviene virtù collettiva, perché permette loro di cogliere problemi reali che nessuno, per ragioni di opportunità, può o vuole affrontare.
(…) E’ come se i radicali fossero l’altra faccia della medaglia di un sistema politico chiuso. Allo stesso tempo anticorpo e parte della malattia, o se si vuole dell’anomalia. “A cominciare naturalmente dall’anomalia prima, il ruolo delle gerarchie, che discende ovviamente dal fatto che in Italia, e non altrove, sta il Vaticano. È il loro ruolo preponderante, proprio sui temi che toccano l’etica pubblica, che crea naturalmente un contropotere”. E infatti le battaglie radicali che si sono rivelate più efficaci, anche quando sono state perse – come il referendum sulla fecondazione assistita – sono state quelle che hanno visto dall’altra parte della barricata la Chiesa cattolica. “Le battaglie dei radicali sulla fame nel mondo, o quelle in cui il confronto è stato con la sinistra, come sui temi economici, hanno avuto assai meno successo”, osserva don Gianni Baget Bozzo. Ma la ragione dei loro successi non starebbe in Italia. Al contrario: “L’Italia, per l’influenza della chiesa, è il punto di maggiore resistenza”. La forza dei radicali sta nel loro essere parte di un fenomeno più largo, un fenomeno europeo. “Il radicalismo altro non è che un laicismo conseguente: mentre i comunisti mettono il partito al posto di Dio, la concezione laicista nega anche il posto di Dio. L’uomo può decidere tutto perché non significa nulla, il suo diritto è tutto perché oltre l’uomo non c’è nulla. E’ lui il punto di riferimento, e non a caso questo concetto era alla base della Carta europea”.
(…) Secondo il liberale Piero Ostellino, i radicali “sono la prova che se un partito ha la forza dei propri principi si fa ascoltare”. Tutti gli altri “danno la sensazione di non avere principi, nessuno riesce a capire che cosa siano”. (…)

Riflettiamo con Macaluso sulle reazioni al caso Welby

MacalusoFini sente il richiamo della foresta
Da: il Riformista del 23 dicembre 2006
Emanuele Macaluso. «Le manette, le manette, è stato commesso un omicidio»: questo più o meno il grido, dopo la morte di Welby, di alcuni cattolici come Luca Volontè dell’Udc e Alfredo Mantovano di An. Richiesta analoga da parte del presidente di An, Gianfranco Fini, il quale non è cattolico integralista. Infatti votò il referendum sulla procreazione assistita, da anni studia come uscire dal vecchio guscio missino e collocarsi nella destra europea, e ora aspira a candidarsi come erede di Berlusconi. Ho spesso apprezzato questo percorso ritenendo utile alla democrazia la presenza di una destra liberale ed europeista. Ma Fini a volte sente il richiamo della foresta, quello di una destra forcaiola che in Italia ha una storia non solo nel fascismo, ma nella monarchia savoiarda, nel salandrismo, nel clericalismo, in quel coacervo di forze che hanno da sempre ostacolato la modernizzazione del Paese. Queste forze sono anche una riserva elettorale, ma non è su di esse che dovrebbe contare una destra liberale. Nel centrosinistra Paola Binetti non ha chiesto le manette ma le dimissioni di Emma Bonino da ministro. La senatrice continua a confondere i doveri dello Stato con quelli della Chiesa. E lo fa invocando il Partito democratico!

Riflettiamo su Welby con i messaggi della gente

Welby1Sergio Baronetto (lettera a “la Repubblica” del 27/12/2006).
Più vangelo in De Andrè che nei custodi della fede
Vorrei chiedere ai sacerdoti che si sono preoccupati dell’eccessiva “esposizione mediatica” dell’eventuale funerale religioso di pier Giorgio Welby, se non sentono, come me, odore di eresia clericale. Nel non cattolico «credente» Fabrizio De Andrè trovo molto più vangelo che in tanti custodi del «sacro». Ricordo la sua canzone:
“Signori benpensanti, spero non vi dispiaccia / se in cielo in mezzo ai santi / Dio tra le sue braccia / soffocherà il singhiozzo / di quelle labbra smorte / che all’odio e all’ignoranza / preferirono la morte”.

Maria Teresa Siciliano, Roma (lettera ad Augias, “la Repubblica” del 27 dicembre 2006). Caro Augias, ho appreso con dolore, sconcerto e scandalo, la decisione del vicariato di non concedere il funerale religioso a Welby. Rammento quando il Vaticano celebrò la cerimonia per la guardia svizzera che s’era suicidata dopo aver ucciso il comandante e la moglie. Uno dei ricordi più “religiosi” è il gesto di pace che si scambiarono, durante la Messa, la sorella dell’uccisore e la sorella dell’ucciso.
Ruini dovrebbe illuminarci sulla ragione di tanta severità nei confronti di un uomo in ogni caso tanto meno colpevole, che ha scelto di accettare quello che Dio, nei suoi imperscrutabili disegni, aveva deciso, cioè che non potesse sopravvivere coi soli mezzi naturali.
Davvero la nostra colpa è quella di essere cattolici adulti, che vogliono decidere secondo scienza e coscienza? Davvero la Chiesa italiana vuole rinunciare a metà dei cattolici (e in questo caso anche di più)?

Valentina Donini (lettera ad Augias, “la Repubblica” del 27 dicembre 2006). Gentile Augias, il vicariato ha negato i funerali religiosi a Piergiorgio Welby, colpevole di aver dichiarato la sua intenzione di togliersi la vita. Sono sconvolta dalla mancanza di quella che si definisce carità cristiana.
Vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse se le «colpe» di Welby sono maggiori di quelle di Renatino de Pedis, membro della banda della Magliana, sepolto nella chiesa di S. Apollinare. Pensavo fosse finito il tempo della vendita delle indulgenze.

Corrado Augias (“la Repubblica” del 27 dicembre 2006).
Politica e religione ai funerali di Welby
Le motivazioni per il rifiuto alle esequie religiose erano ipocrite. C’era in ballo una questione di potere: aprire le porte di quella chiesa poteva essere interpretato, metaforicamente, come un’apertura della chiesa per quella morte.
L’implacabile regola del potere si applica ogni volta che un’ideologia o una fede diventano politica. I principi del socialismo per il riscatto degli esseri umani sono diventati l’incubo dell’Urss. La lungimiranza del sionismo è diventata la politica spesso sbagliata dei governi d’Israele. La misericordia di Gesù è diventata calcolo astuto di convenienze e opportunità. Quando si fa politica contano potere e denaro. Il gangster De Pedis è sepolto in chiesa per le ragioni che ben sappiamo; la guardia svizzera venne ospitata in chiesa per soffocare lo scandalo di un torbido fatto di sangue sul quale mai sapremo la verità. Il sanguinario Pinochet è stato benedetto perché uomo di potere.
Quanta distanza da Gesù che impedisce la lapidazione dell’adultera e le sussurra: «Va’, io ti ho già perdonato». Chissà se Ruini, che incarna una concezione politica del cristianesimo, s’è reso conto di aver riacceso in Italia una guerra di religione – che Iddio lo perdoni.
Per la morte di Welby alcune anime smarrite o atterrite hanno invocato le manette, gridato al ‘nazismo’. Mi chiedo chi possa essere così crudele da ignorare il grido disperato di un uomo che non voleva languire immobile per anni con una macchina che gli pompava aria nei polmoni. Il caso si sarebbe potuto risolvere di nascosto, come si fa normalmente nelle case e negli ospedali. Invece, eroe civile, Welby ha voluto che la sua lenta agonia diventasse motivo di riflessione per tutti. Sola speranza è che l’inevitabile discussione ora non si degradi, che resti all’altezza del suo gesto. Requiescat.

Roberto Franceschini, L’Aquila (lettera a la Repubblica del 28/12/2006)
I predicatori di morale senza la Buona Novella
Il pensiero di Welby è stato considerato non in linea con la dottrina della Chiesa, peccato che i crimini di Pinochet non abbiano avuto la stessa considerazione e il suo funerale sia stato celebrato solennemente da alti prelati. La Chiesa aveva il diritto di ribadire le proprie convinzioni, ma poi doveva andare oltre, trascendere la Legge ed esercitare la carità che predica, concedendo il funerale a un uomo che per anni ha sopportato con dignità le sue sofferenze. Ormai la Chiesa non predica più la Buona Novella ma solo morale e, rinunciando alla sua spinta rivoluzionaria, cerca solo di rimanere a galla difendendosi con durezza dagli interrogativi posti dalle contraddizioni della vita.