Quasi tutte le scoperte nascono morte

Erwin Chargaff (scritto del 1979). Tuttavia, quando penso a quegli anni meravigliosi, mi vengono in mente le parole che si attribuiscono a san Tommaso d’Aquino: Omnia quae scripsi paleae mihi videntur (tutto ciò che ho scritto mi sembra pula). Quando ero giovane, dovevo tornare alle origini della nostra scienza, e la cosa non era difficile. Le bibliografie di studi chimici e biologici citavano spesso lavori pubblicati quaranta o cinquant’anni prima, si aveva l’impressione di essere parte di una tradizione che cresceva tranquillamente, con una velocità a misura d’uomo, che passava con una velocità a lui adeguata. Ora, invece, nella nostra miserevole società scientifica di massa, quasi tutte le scoperte nascono morte; i lavori scientifici sono soltanto una posta in un gioco di potenza, fugaci immagini sullo schermo di uno sport-spettacolo, comunicazioni frammiste l’una all’altra, la cui risonanza non dura più di un giorno. Le nostre scienze sono diventate serre per un mercato che in realtà non esiste. Intanto, con lo spezzarsi della tradizione, esse hanno creato una confusione davvero babilonica di mente e di lingua. Oggi la tradizione scientifica risale soltanto a tre o a quattro anni addietro. Il proscenio è sempre il medesimo, ma gli orpelli mutano continuamente, come in un sogno febbrile, e sul palcoscenico appena una quinta è al suo posto viene immediatamente sostituita da un’altra.
La sola cosa che l’esperienza può ora insegnarci è che è diventata senza valore. Potremmo chiederci se il complesso di nozioni rappresentato da una disciplina scientifica può sussistere senza una tradizione ben viva, e comunque, in molti dei campi delle scienze in cui mi è dato di spaziare, questa tradizione è del tutto scomparsa. Non esagero quindi, né è una forma di falsa modestia, se arrivo a concludere che il lavoro da noi svolto nell’arco di trenta o quaranta anni – con tutto l’impegno di cui è capace un’onesta fatica – è cosa morta e sorpassata.

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