Università di Siena: ancora spese misteriose

Il disavanzo di amministrazione di 27 milioni di € nel conto consuntivo del 2005, gli impegni di spesa maturati nel 2005 ma liquidati, per cassa, nell’esercizio 2006 e, infine, la situazione debitoria con le banche, con il conseguente piano di esborsi scaglionati fino al 2016 per complessivi 178 milioni di €, sono dati che indicano lo stato disastroso dell’Ateneo senese. Le cause? Organi di governo e di controllo esautorati e rinunciatari nell’esercizio delle proprie prerogative. Si pensi solo alle spese non autorizzate dal Consiglio di Amministrazione, oppure si prendano le misteriose “assegnazioni diverse” che nessun amministratore si preoccupa di giustificare, oppure la qualità dei servizi offerti e, ancora, il conseguente danno all’erario per capire a quali livelli d’illegalità è sprofondato l’Ateneo senese. Aggiorniamo le spese misteriose ricordando all’attuale rettore che perlomeno avrebbe potuto e dovuto predisporre il bilancio consuntivo dell’esercizio finanziario 2005 tenendo conto della congruità ed attinenza delle cifre da inserire nella voce “assegnazioni diverse”. Sull’obbligo di denuncia per responsabilità amministrative e contabili del rettore, dei dirigenti degli uffici dell’aministrazione centrale e dei responsabili delle strutture didattiche, scientifiche e di servizio si legga la nota precedente con i commenti.

Assegnazioni diverse

Esercizio finanziario 2003: 5.083.018,84 €

Esercizio finanziario 2004: 6.914.332,05 €

Esercizio finanziario 2005: 8.254.907,31 €

Totale (per i tre esercizi): 20.252.248,20 €

Mussi chiude le Università a gogò

Fabio_mussiArticolo 71 della legge Finanziaria 2007
1. Per gli anni dal 2007 al 2009 incluso, è fatto divieto alle università statali e non statali, autorizzate a rilasciare titoli accademici aventi valore legale, di istituire ed attivare facoltà e corsi di studio in sedi diverse da quella ove l’ateneo ha la sede legale e amministrativa.
2. Per le facoltà e i corsi di studio già funzionanti alla data di entrata in vigore della presente legge in sedi didattiche diverse da quelle di cui al comma 1, i competenti organi statutari procedono alla modifica ed integrazione delle convenzioni stipulate con gli enti locali e con gli altri enti pubblici e privati sottoscrittori, in modo da assicurare, per un numero di anni non inferiore a venti, il funzionamento ordinario delle facoltà e dei corsi stessi in termini di risorse finanziarie, strumentali e di strutture edilizie.
3. Le convenzioni, di cui al comma 2, sono trasmesse al Ministero della università e della ricerca entro il 31 dicembre 2007 per l’acquisizione del parere di congruità del Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario. In mancanza di trasmissione o in caso di parere negativo, i corsi di studio sono disattivati a decorrere dall’anno accademico successivo a quello in cui è intervenuta la valutazione, fermo restando il diritto, per gli studenti iscritti, di completare il corso entro la durata legale dello stesso.

Morti bianche “lente” e “ad orologeria”: se ne parlerà a Modena con il Patrocinio di Napolitano

NapolitanoSi terrà a Modena, il 12 ottobre, con l’Alto Patrocinio della Presidenza della Rupubblica, il Convegno Nazionale sulle “Morti bianche”, le morti da traumi e non sul lavoro che colpiscono circa 1400 lavoratori italiani, ogni anno. Durante il Convegno verrà istituito il premio giornalistico per il miglior servizio sui media su detto argomento. Tra i promotori, l’On. Beppe Giulietti, portavoce dell’Associazione Articolo 21 liberi di…, il regista televisivo Parascandolo ed Aldo Ferrara, dell’Università di Siena, che sarà relatore con i dati sotto riportati.
Aldo Ferrara. Due milioni nel mondo, di cui 12 mila bambini, mentre in Italia sono 1.360. Gli infortuni mortali nel nostro Paese, anche se hanno avuto una lieve diminuzione, sono pur sempre un numero consistente rispetto a 4,7 milioni di infortuni che annualmente accadono nell’Europa ma noi continuiamo a registrare 4 infortuni mortali ogni giorno lavorativo nel nostro Paese, e quelli mortali sono il 20,52 per cento di quelli che accadono in Europa.
Nel mondo. L’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) ha diffuso i dati sulle “morti bianche”, rilevando che sui duecentocinquanta milioni di infortuni a lavoratori di ogni età che avvengono ogni anno, 335 mila sono mortali: 170 mila nel settore agricolo, 55 mila nel settore minerario e 55 mila nelle costruzioni. Inoltre, in tutto il mondo muoiono sul lavoro mille bambini al mese (dodicimila ogni anno).
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Solo i morti potrebbero capire la vita, ma loro pubblicano su altre riviste

Erwin Chargaff (scritto del 1979). Lo stato di debolezza e di disagio in cui si trovano le scienze nei confronti della vita ha, tuttavia, a mio parere, ragioni più profonde. Probabilmente non è a caso che la biologia fra tutte le scienze sia quella che non riesce a definire con sicurezza l’oggetto delle sue ricerche: non esiste alcuna definizione scientifica della vita. In effetti le ricerche più rigorose si eseguono su cellule e tessuti morti. Lo dico con esitazione e apprensione, ma non è escluso che ci troviamo di fronte a una sorta di principio di esclusione: la nostra incapacità di cogliere la vita nella sua realtà potrebbe essere dovuta al fatto che noi stessi siamo in vita. Se fosse davvero così, allora soltanto i morti potrebbero capire la vita, ma loro pubblicano su altre riviste.

Se la scienza non fosse divenuta tanto ricca prima di diventare così povera

Erwin Chargaff (scritto del 1979). La nostra scienza dipende ormai a tal punto dal sostegno pubblico che nessuno sembra più in grado di dedicarsi alla ricerca senza una benevola offerta, e quando le loro richieste di danaro vengono respinte, persino i più giovani ed energici assistant professors smettono di eseguire qualsiasi lavoro e trascorrono il resto delle loro squallide giornate scrivendo nuove richieste, sempre più lunghe, come le facce dei supplici. Il continuo chiudersi ed aprirsi dei rubinetti del danaro genera nelle vittime riflessi condizionati e una generale nevrosi, che con il passare del tempo causerà per forza danni irreparabili alla scienza. Sarebbe stato molto meglio per la scienza se non fosse divenuta tanto ricca prima di diventare così povera, perchè nel frattempo molti giovani sono stati indotti a intraprendere una carriera che probabilmente resterà irrealizzata.

Democrazia delle discipline nell’Università

Bruno_coppiBruno Coppi. Il requisito più importante di un ambiente universitario è quello di riuscire a creare un’atmosfera di democrazia delle discipline, nel senso che tutte, ricevano o non ricevano grandi stanziamenti, siano o no di moda, siano o meno nella lista di importanti temi di ricerca internazionale, vengano comunque considerate parimenti essenziali. (Massachusetts Institute of Technology, 1986)

La riscoperta del femore

Un contributo stimolante e sempre attuale del prof. Comparini sullo stato delle scienze morfologiche in Italia, pubblicato su: Italian Journal of Anatomy and Embriology del 1992, vol. 97 (n. 4), pagg. 217-219.

Leonetto Comparini. L’insegnamento delle discipline anatomiche continua a soffrire di vicende poco favorevoli e rischia di assestarsi in una dimensione di grave sacrificio fino a ridursi ad un esercizio didattico essenzialmente libresco. Più d’uno sono i fattori che concorrono a mantenere, e se mai ad aggravare, questo «trend» negativo:
— la riduzione temporale imposta dall’attuale ordinamento didattico che, togliendo quei tempi e quegli spazi «lunghi» indispensabili per insegnare e «ritenere» una disciplina delle dimensioni dell’anatomia, finisce per penalizzare sostanzialmente l’insegnamento e lo studio della macroscopica;
— la mancanza ormai totale di materiale cadaverico, peraltro sempre più
flebilmente lamentata, giacché si cala in un contesto di pratica inattuabilità di un insegnamento al tavolo anatomico, per scarsità di tempo e di competenze;
— un’attività di ricerca sempre più «distraente» in quanto in gran parte
orientata verso tematiche «di confine», che in buona sostanza sconfinano ampiamente verso discipline «più giovani», «più moderne», «più scientifiche» dell’anatomia, che con l’anatomia intrattengono solo vincoli di lontana parentela. Per cui sempre più difficile è (e diventerà) strappare il giovane studioso dal computer o dal laboratorio di biochimica per riportarlo a «sacrificare» parte del suo tempo allo studio ed all’insegnamento della macroscopica; anche per
— lo scarsissimo od il nessun peso che l’attuale prassi concorsuale attribuisce all’esperienza didattica specifica per la valutazione delle nostre carriere; senza contare
— la perseverante mancanza di competività che ormai allontana i giovani laureati in medicina (e quindi una «mentalità» medica) dai nostri istituti.
Con queste premesse il rischio che ben presto correrà la disciplina (ridotta ad una dimensione essenzialmente «laboratoristica») sarà quello di scomparire inghiottita da strutture dipartimentali verticalizzate, o comunque interdisciplinari, nelle quali l’anatomia avrà un ruolo probabilmente «ancillare», essendo mostruosamente mutilata della sua identità e quindi, sul piano didattico, facilmente mutuabile.
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Diffidate dei professionisti del «non si può»

Francesco-AlberoniFrancesco Alberoni. Diffidate di coloro che, quando proponete loro un piano di grande respiro dicono «non si può». È gente morta dentro, che preferisce continuare la sua vita pigra, egoista, oppure che non vuole che voi riusciate perché teme il vostro successo. Quante volte ho incontrato persone di questo genere nella mia vita. Ricordo un rettore che voleva tenere tutto immobile, un direttore che distruggeva i suoi migliori collaboratori per malvagità e decine di invidiosi che mi consigliavano di rinunciare «per il mio bene». Invece se hai un progetto fondato su bisogni reali, sulle esigenze dell’industria, sulla domanda dei consumatori, per quanto appaia a prima vista impossibile, puoi realizzarlo. Sempre. (…) Ma per riuscire in una impresa devi crederci fino in fondo, prodigarti fino in fondo, convincere gli altri, e non farti deviare dalla meta. Troverai sempre qualcuno che ti propone una strada più facile, già battuta, più sicura. Invece no, se vuoi creare qualcosa di nuovo e di utile non devi mai imitare, non devi mai fare quello che gli altri hanno già fatto. E devi allontanare chi ti dissuade, i pessimisti, i pigri, i dubbiosi e tenere fisso lo sguardo sullo scopo. Infine devi dimenticarti di te stesso, considerarti solo un mezzo, non un fine. Allora vincerai, perché la gente capirà che lo fai non per te ma per loro. È incredibile la forza che nasce dal disinteresse.
(Da: Corriere della Sera, 18 settembre 2006.)

Il celebre discorso di Bob Kennedy sull’insufficienza dei criteri di valutazione economica

In uno degli incontri economici “Libertà nelle liberalizzazioni” del Meeting di Rimini, Raffaello Vignali, il presidente della Compagnia delle opere, l’associazione economica vicina a Comunione e Liberazione, ha citato il discorso di Robert Kennedy del 1968. Lo riportiamo perché l’Università, sempre più autoreferenziale con i suoi Nuclei di Valutazione interni, rifletta anche sui criteri di valutazione adottati.

Robert Kennedy. «Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (Pil). Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana».
«Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle (…). Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.»
(…) «Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. (…) Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».

Ricerca: investire anche nei progetti la cui unica motivazione è la passione per la curiosità

Fitoussi_1Jean-Paul Fitoussi. Investire nella ricerca, nello sviluppo, nell’insegnamento superiore è diventato il leitmotiv di ogni discorso politico che si prefigga come obiettivo la crescita economica, in particolar modo in Europa. …Una concezione troppo naif della ricerca, troppo utilitaristica ai fini di ottenerne rapidi risultati, potrebbe portare a escludere dalle fonti di finanziamento i progetti più fruttuosi, qualora essi dovessero apparire i più gratuiti, i meno suscettibili di applicazione pratica. …Privilegiare le ricerche suscettibili di un’applicazione pratica o aventi scadenza più o meno breve è normale per politiche pubbliche che si preoccupino della loro efficienza sociale, ma è un sistema che comporta il rischio di scartare i progetti più fruttuosi. Ancor più discutibile è basare i criteri di eccellenza dei ricercatori sul solo numero delle loro pubblicazioni sulle riviste scientifiche di più alto livello. Una ricerca può richiedere parecchio tempo prima di dare frutto e la norma del “publish or perish” (pubblica o soccombi) conduce troppo spesso ad assecondare il conformismo, se non addirittura la superficialità. Poiché nell’attività di ricerca “il valore della gratuità” – prendendo in prestito la bella espressione coniata da Bertrand de Jouvenel – è significativo, occorre sapere investire altresì nella speculazione pura, in progetti apparentemente privi di rapporto con applicazioni concrete, in quelli la cui unica motivazione è la passione per la curiosità. In questo campo, in definitiva, un certo grado di anarchia è sommamente auspicabile.
Da: Jean-Paul Fitoussi, I valori della ricerca, la Repubblica 28 settembre 2005.