Abolire il Valore Legale della Laurea

Quirino Paris . A che serve il Ministero dell’Università e della Ricerca (MiUR)? Cioè, qual è la funzione preminente del MiUR, dalla quale scendono a cascata tutte le altre “competenze” che gli sono attribuite? La funzione principale è una sola: autorizzare gli Atenei italiani a conferire il valore legale della laurea su tutto il territorio nazionale. Ne consegue che – per questo scopo, e solo per questo scopo – al MiUR sono state attribuite, da sempre:
1. La facoltà di autorizzare la nascita di nuovi atenei, sia pubblici che privati, con la (falsa) premessa di garantire l’equipollenza delle lauree.
2. L’autorità di organizzare i concorsi (sia nazionali che locali) per il reclutamento del personale accademico.
3. E, di recente, l’organizzazone della valutazione della ricerca e del sistema universitario (cioè l’autorizzazione a chiudere la stalla quando i buoi sono scappati).

Se non fosse per la necessità legislativa di “garantire” il valore legale della laurea, queste tre “competenze” non avrebbero ragione di esistere e, senza di esse, il MiUR. Ma, di fatto, ad essere onesti, quali competenze scientifico-professionali possiedono il MiUR e la sua burocrazia per essere in grado di autorizzare un nuovo ateneo a conferire lauree equipollenti su tutto il territorio nazionale? Come può fare il MiUR a garantire “a priori” che il nuovo (o vecchio) ateneo sia in grado di rilasciare lauree che abbiano un minimo di fondamento scientifico e professionale? La proliferazione degli atenei degli ultimi anni – il cui numero ha raggiunto la novantina – ha visto lo scoppio di veri scandali in questo settore, un problema sul quale è intervenuto lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che l’ha giudicato “un fenomeno preoccupante e da verificare.”

Quindi, se non fosse per la finzione legislativa di “garantire equipollenza” alle lauree conseguite in qualsiasi ateneo italiano, la complessa procedura dei concorsi per il reclutamento universitario non avrebbe ragione di esistere. Cioè, in assenza del valore legale della laurea, non ci sarebbe alcuna ragione per la quale i professori, per dire, dell’Università di Milano, debbano (o possano) interessarsi dei concorsi banditi, ancora per dire, dall’Università di Palermo. Anticipo l’obiezione: “Senza concorsi coinvolgenti tutti i professori di un dato settore scientifico-disciplinare, il provincialismo, il nepotismo, e la cooptazione dei candidati predeterminati aumenterebbero…” Ma, dopo la valanga dei concorsi truccati resa nota al pubblico italiano negli ultimi anni, questa obiezione fa sorridere con amarezza.

Può sembrare strano, ma occorre sottolineare che qui si parla di abolizione del valore legale della laurea, e non della laurea. Gli esami di Stato svolgono (o dovrebbero svolgere) la funzione di garantire al pubblico la capacità professionale dei membri degli albi. La vera autonomia e competizione tra Atenei si potrà esplicare solo quando il sistema universitario si sarà liberato di questo residuo napoleonico. E, del resto, il valore legale della laurea non è riconosciuto nemmeno ora all’interno del sistema universitario italiano. Di recente, il Politecnico di Milano non ha riconosciuto la laurea breve di una laureata in ingegneria ambientale conseguita all’Università di Catania (leggere: 3+2 = almeno 6).

Purtroppo, quando si auspica maggiore competizione tra Università, si deve fare i conti con le numerosissime lobby di professori ed amministratori che non sanno cosa significhi competizione. Queste lobby e questi amministratori (molto spesso gli stessi individui) non sarebbero sopravissuti in un regime di competizione. Quando mai si devono accettare, come se nulla fosse, i deficit di bilancio di quasi tutti gli atenei pubblici? Dov’è la Corte dei Conti? Queste lobby e questi amministratori godono di rendite di posizione conseguite negli ultimi 20-30 anni attraverso il frazionamento delle strutture universitarie per allargare la base del reclutamento locale a mezzo di concorsi universalmente pilotati. Le stesse lobby e gli stessi amministratori, pertanto, fanno sorridere quando lamentano la scarsità di risorse per la ricerca. Le sedi staccate e il frazionamento dei corsi di laurea sono serviti come piano di colonizzazione del territorio ai fini di allargare la base delle lobby per posti di professore. Non sono serviti per garantire agli studenti un’educazione superiore adeguata. Dov’era, allora, il MUR a garantire l’effettiva equipollenza delle lauree? Non è per caso, dunque, che queste lobby e questi amministratori – in difesa delle loro rendite – siano tra i più accaniti oppositori all’abolizione del valore legale della laurea.

Il quadro istituzionale esistente – valore legale della laurea, procedure dei concorsi, governance, tutorato del MiUR – ha prodotto un sistema universitario sull’orlo della bancarotta. Occorre dunque cambiare il quadro istituzionale e l’abolizione del valore legale della laurea si pone come una condizione necessaria – sebbene non sufficiente – per un rinnovamento sostanziale dell’università italiana.

Per una discussione più dettagliata del problema, leggere: L’abolizione del valore legale della laurea? Condizione necessaria per il rinnovamento dell’Università italiana.

Sullo stesso argomento:
Chiudere l’Università e abolire il valore legale del titolo di studio.
Perché abolire il valore legale della laurea.

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