Sergio Romano sull’abolizione del valore legale del titolo di studio

SromanoLa risposta di Sergio Romano ad un lettore sull’abolizione del valore lagale del titolo di studio.

VALORE LEGALE DELLA LAUREA: MEGLIO ABOLIRLO

Sergio Romano. Caro Ancona, in Italia vi sono 46 università pubbliche. Alcune hanno un’antica tradizione e alcune di esse (Bologna e Torino ad esempio) hanno orgogliosamente celebrato negli scorsi anni la loro secolare esistenza. Altre sono soltanto superlicei, privi di grandi biblioteche e di laboratori attrezzati, costituite da un corpo accademico di professori pendolari che abitano altrove e fanno apparizioni più o meno fugaci nel corso della settimana. Supporre che tutte siano in grado di offrire ai loro studenti gli stessi servizi e lo stesso livello di insegnamento è evidentemente assurdo. In ogni Paese esistono università ottime, buone e mediocri. Ma tutte le università italiane sono eguali di fronte alla legge e tutte rilasciano, al termine degli studi, un documento che ha lo stesso valore legale. Questo sistema ha prodotto alcune conseguenze negative. In primo luogo ha contribuito ad abbassare il valore di tutti i diplomi, compresi quelli rilasciati dalle migliori università. Mentre la giustizia amministrativa riconosce generosamente il titolo di dottore persino ai titolari delle lauree brevi (tre anni), è inevitabile che il valore della nostra laurea si vada progressivamente deprezzando in Italia e soprattutto in Europa. Naturalmente le aziende private sanno che questa eguaglianza è una finzione e scelgono i loro funzionari sulla base di altri parametri, molto più sostanziali di quanto non sia un documento legale. Lo sanno naturalmente anche i giovani più intelligenti e ambiziosi. Quando lei osserva, caro Ancona, che l’abolizione del valore legale del titolo di studio spingerebbe i giovani più abbienti a privilegiare le università migliori e a disertare le università pubbliche, descrive un fenomeno ormai alquanto diffuso, ma a scapito di tutte le università italiane. Per avere un curriculum più credibile, molti giovani completano all’estero la loro preparazione. Fanno bene, naturalmente, perché è opportuno che un giovane faccia anche esperienze accademiche straniere. Ma bisogna evitare che gli studi all’estero si trasformino in una fuga dall’Italia. Per impedire che questo avvenga occorre innalzare il livello di preparazione e formazione delle università italiane: un obiettivo che può essere raggiunto, a mio avviso, soltanto creando fra di esse lo spirito della concorrenza e della emulazione. Capisco dalla sua lettera che lei vede in questo una minaccia all’eguaglianza dei cittadini italiani. Certo, se eguaglianza significa appiattimento sui livelli più bassi, è meglio conservare il valore legale delle lauree e dei diplomi. Ma un Paese dinamico ha il dovere di conciliare la eguaglianza delle opportunità con la formazione di una classe dirigente capace di tenere testa a quelle dei Paesi in cui la qualità degli studi è considerata un bene prioritario.