Con “il caso, la necessità e l’anagrafe” si affossa definitivamente l’Università di Siena

Rabbi Jaqov Jizchaq. Mi pare che a molti, in questa distorta diatriba dei vecchi contro i giovani, sfugga l’essenziale: molti dei corsi di laurea che chiudono, non chiudono necessariamente per manifesto fallimento dal punto di vista scientifico o didattico, per “inutilità” ecc., ma semplicemente perché decimati dai pensionamenti e dai prepensionamenti, in presenza del blocco del turn over e di sempre più rigidi e talvolta demenziali “requisiti minimi di docenza”. In tal modo Siena rischia di smantellare uno dopo l’altro diversi comparti di base e tenersi la ciofega, visto che l’unico criterio di ristrutturazione pare essere che sopravvivono solo quelli che illo tempore ebbero la ventura di accedere ai forzieri onde promuovere di ruolo legioni di docenti (sicché oggi si dice: “ci sono troppi docenti, a Siena!”, frase trovata nel prontuario dei luoghi comuni accanto a quell’altra: “tutti gli italiani mangiano un pollo”). Si dice che la “media” dei docenti è alta, ma con la mannaia dei pensionamenti non tutti i comparti sono così pingui: anzi, il prezzo della saturazione e dell’ampliamento a dismisura di certuni, è stato pagato proprio con la forte penalizzazione di altri, sicuramente non meno “importanti”, e questo a prescindere dalla “attrattività”, dal numero di studenti, dalla “utilità” ecc. Soggiungo, by the way, che ancora non è chiaro cosa si intenda fare di coloro che ci lavorano, docenti/ricercatori e tecnici ed auspico provvedimenti di mobilità, che però (conoscendo il mondo accademico) non potrà non essere fortemente incentivata, nel quadro di un disegno che preveda la polarizzazione a livello regionale delle diverse specialità. Dunque, non si può accogliere come vangelo il solito tromboneggiare di certe “étoiles” del palcoscenico senese che pensano solo al loro “particulare”, additando come cura, semplicemente la soppressione degli insegnamenti, dei corsi di laurea e dei dipartimenti altrui: al contrario, occorre assumere la responsabilità di una scelta soggettiva ben motivata, conseguente all’individuazione di settori strategici irrinunciabili, gettando la maschera di una opportunistica “neutralità” che affida la decisione “al caso” e all’anagrafe. Certe generalizzazioni che si odono, mi sanno tanto di raggiro: incarnano cioè il punto di vista di chi in passato ha meglio consolidato le proprie fortificazioni e rimpolpato le proprie guarnigioni (fatto che, insisto, poco ha a che vedere con l’utilità, o persino col numero di studenti), al punto da poter rinunciare di buon grado ad una quota di personale, senza per questo dover smantellare tutto l’ambaradan; né capisco come si possa accettare a cuor leggero di smantellare settori basilari, come fossimo pervasi da una specie di cupio dissolvi, prima di aver risolto patologie come «…una serie di corsi equamente suddivisi tra Lettere di Siena e Lettere di Arezzo». Sarà il tema del doppio, evidentemente caro ai letterati (da Plauto al dottor Jekyll & mister Hyde), ma qual è il disegno dietro a questo sconcertante tirare una corda che è già in procinto di rompersi? Tornando con ciò all’«affaire» aretino, è acclarato che non ci sono le forze, in termini di docenza e/o numerosità degli studenti, per tenere in piedi decentemente due Facoltà gemelle, giusto? Intendo bene? Allora non capisco perché si concedano ancora allegramente raddoppi, di corsi di laurea, come di dipartimenti, soprattutto avendo la consapevolezza che in tal modo si reca nocumento grave alla casa madre senese e che (tutti lo dicono, in camera caritatis) i bizzarri ordinamenti usciti dall’ultimo “maquillage”, tra l’altro sulla base di criteri del tutto disgiunti da quelli che presiedono la costituzione dei futuri dipartimenti, avranno vita effimera.