Con lo smantellamento di mezzo ateneo, a Siena, non saranno penalizzati i “vecchi” docenti ma i più giovani

Rabbi Jaqov Jizchaq. (…) in contesti “interdisciplinari”, ove trionfa la equi-ignoranza e le mansioni intercambiabili… un igienista dentale, del resto, non può forse riciclarsi come igienista mentale? In fondo è solo questione di una consonante e come ci illustrano recenti casi di cronaca si tratta di persone dotate di grande versatilità… Mi chiedo, se il “trend” inevitabile è quello di continuare a chiudere cattedre, interi settori disciplinari, corsi di laurea e dipartimenti con la prospettiva certa di non riaprirli mai più, che desiderio avranno di restare qui nei prossimi dieci o vent’anni quelle decine di docenti/ricercatori “giovani”, ieri potenziali eredi cui sarebbe passato il testimone, oggi bollati come “inutili” e la cui specifica competenza non sarà più richiesta, a prescindere da ogni valutazione scientifica; persone che non avranno più nessun punto di riferimento, avendo già da tempo blande possibilità di potersi dedicare alla ricerca, subendo emarginazione ed isolamento e per le quali, se sono strutturati, si dovrà inventare un qualche ruolo onde giustificare lo stipendio. Con lo smantellamento di mezzo ateneo, contrariamente a ciò che afferma una certa vulgata, a prenderla in quel posto sovente non sarà dunque il “vecchio”, che prima o poi va via con tanto di lauta pensione, ma molte decine tra i più giovani (leggasi: i quaranta-cinquantenni) che restano, ai quali, come ho già detto, il venir meno di ogni punto di riferimento (insegnamenti, corsi di laurea, dipartimenti) taglia l’erba di sotto i piedi, proprio quando surrealisticamente dal livello centrale si pretende da loro un maggior …impegno nella ricerca, nel mentre che glielo si impedisce, e si impongono criteri più severi di avanzamento, pur sapendo che di possibilità concrete di stabilizzazione o di carriera non ve ne sono. Chiedendomi che senso abbiano in un simile panorama espressioni come “libertà di ricerca” e “libertà d’insegnamento”, ritengo che sia a costoro, che si dovrebbe semmai concedere un lasciapassare ed un incentivo per andarsene altrove; quello che temo, è solo che anche di questa eventuale scialuppa di salvataggio finirebbero per usufruire invece per primi quegli incauti ufficiali che hanno provocato il naufragio, un po’ come accadde per il Titanic, ma forse più ancora per la “zattera della Medusa”, con relativi episodi di sopraffazione e di cannibalismo.

Siamo seri: se stiamo parlando di campi di studio rigorosi, non si può ragionare così, e qui a scomparire non è più l’inutile scienza del bue muschiato, bensì un pezzo cospicuo dell’ateneo. Non si può tacere sul fatto che un meccanismo automatico di causa/effetto tra estromissione degli strutturati anziani e immissione dei precari, nell’immediato non sussiste: che mandare via un “vecchio” ora come ora, se abbassa la pressione sul Fondo di finanziamento ordinario, non necessariamente apre la strada a un “giovane” che lo rimpiazza, nel medesimo settore (dopo, può essere troppo tardi). Dunque almeno non raccontiamoci balle sull’esito e sul senso ultimo di certe dolorose operazioni, giacché in diversi casi esse producono la chiusura definitiva di una struttura e di una esperienza, con tutti i risvolti umani e scientifici del caso (oltre naturalmente, alle ripercussioni sul dato statistico delle iscrizioni). Naturalmente tutto ciò è “inevitabile”, dice la vulgata, but not in my Backyard, of course: ma allora, in un’ottica di ristrutturazione che appaia minimamente credibile, torno a ripetere che invece di continuare con una sorta di “conventio ad excludendum”, dovrà essere dichiarato esplicitamente e senza infingimenti, ciò che si vuol salvare e ciò di cui si ritiene di poter fare a meno in quel poco che sopravviverà di questo ateneo, dove oramai vengono considerati “residuali” molti settori di base presenti in ogni università degna di questo nome. In tutt’ Europa esiste la mobilità e la programmazione sul territorio si fa così, non essendo considerato uno scandalo chiudere delle sedi, polarizzare le specializzazioni nei diversi atenei della regione e trasferire nel luogo appropriato il personale di settori dismessi perché non più sostenibili: se non si fa questo, mi spiegate cosa cacchio si pensa di fare?