Università di Siena: ancora in attesa di un piano di risanamento

C’è differenza tra il “piano di risanamento” di Focardi e quello di Riccaboni? No! Nessuno dei due rettori dell’Università degli Studi di Siena è stato in grado di predisporre, come obbliga la legge, iniziative idonee al rientro dal disavanzo d’amministrazione. Inoltre, puntando esclusivamente al prepensionamento indiscriminato dei docenti e alle dismissioni immobiliari, non si riporterà in equilibrio la gestione finanziaria dell’ateneo senese neppure nel 2016. È per questo che il Ragioniere Generale dello Stato ha censurato il piano di risanamento di Focardi e, conseguentemente, quello di Riccaboni. Allora, che senso ha che il rettore vada in giro ad illustrare alla comunità accademica un piano di risanamento, inefficace, dannoso e, per giunta, bocciato dai Ministeri competenti? Sta di fatto che nel consiglio della Facoltà di Medicina – presente anche il personale tecnico ed amministrativo – rettore e direttore amministrativo hanno diffuso un ingiustificato ottimismo dichiarando che nel 2012 e 2013 ci potrebbero essere le condizioni per la presa di servizio dei docenti risultati idonei nei concorsi per professore associato ed ordinario. Peccato che tali edulcorate previsioni fossero smentite proprio dai dati che il magnifico faceva scorrere sullo schermo alle sue spalle! È del tutto evidente che senza un preventivo risanamento strutturale del bilancio e un ridimensionamento dell’ateneo non ci sarà futuro per la nostra università. Inoltre, la fuoriuscita naturale dei docenti, aggravata dalla politica scellerata dei prepensionamenti, pone, come dice il Cun, «un pesante problema di continuità culturale, scientifica, didattica e organizzativa» al nostro ateneo. Al punto che, in alcuni settori scientifico-disciplinari, sarebbe necessario incentivare la permanenza in servizio dei docenti e non il loro pensionamento. Tutto questo è così evidente che un rappresentante del personale tecnico ha chiesto: «ma come pensate di attrarre gli studenti, se mandate in pensione i docenti? Chi farà lezione?». Ebbene, la domanda è rimasta senza risposta mentre sullo schermo appariva il disavanzo di competenza cumulato al 2015: 23 milioni d’euro di deficit; a condizione, però, che il 60% dei docenti che ne ha i requisiti accetti il prepensionamento e che l’ateneo incameri 50 milioni d’euro con le dismissioni immobiliari. Altrimenti il disavanzo di competenza al 2015 sarà di 99,6 milioni d’euro. Che dire? Demagogia? Dilettantismo? Insipienza? Oppure i docenti sono considerati dei creduloni?

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino online (25 maggio 2011). Università di Siena: ancora in attesa di un piano di risanamento. (Alla presentazione di Unisi2015 i numeri fanno a cazzotti con le affermazioni del rettore Riccaboni).
–  Fratello Illuminato – Il blog (25 maggio 2011). Riccaboni e Fabbro: ma che girate a vuoto?

Ecco quel che succede nell’Università di Siena a seguire la prassi e non le leggi

Delle auto di servizio che, in base ai fogli di viaggio,  risultavano  fuori provincia mentre, invece, prendevano la multa in città si è già detto. Parliamo ora di un altro caso che vede un preside (Walter Bernardi) e un ex preside (Camillo Brezzi) della Facoltà di Lettere d’Arezzo, entrambi sotto inchiesta della Procura di Siena per peculato ed abuso d’ufficio, condannati dalla sezione regionale della Corte dei conti al pagamento di 1600 euro per uso indebito della macchina. La Finanza ha scoperto che il giovane Walter, residente a Prato, si faceva portare a casa con la macchina di servizio, per il fine settimana, i documenti riguardanti le sedute del Consiglio di Amministrazione. Inoltre, il lunedì, l’autista partiva da Arezzo e andava a prendere il docente a Firenze Certosa per portarlo a Siena. La condanna anche di Brezzi per i giudici contabili è dovuta alla «palmare evidenza che» in quanto preside «pur senza alcun diretto beneficio, ha comunque colposamente tollerato una prassi illecita i cui costi (903,24 euro) sono integralmente posti a carico del medesimo». Da ribadire che tutto questo avveniva in un periodo successivo alla scoperta della voragine nei conti. Le dichiarazioni degli illustri Presidi, oltremodo istruttive, confermano ulteriormente quanto dichiaravo il 16 ottobre 2010:  «Per molti anni, nell’ateneo senese si è agito e si continua ancora ad agire per consuetudine, diventata poi prassi consolidata, senza alcun rispetto delle leggi esistenti.»

Ma è vero che “la barba fa il monaco”? Ricordi frivoli come auguri di compleanno

«Ce te sta faci criscere la barba?» («ti stai facendo crescere la barba?») mi chiese Elvira, nel mese di agosto dell’anno scorso, riferendosi alla mia barba lunga di una settimana. Ed ancor prima che potessi risponderle, aggiunse: «Ti sta bene! Ancor meglio se ti lasci solo baffi e pizzo!». Alla vicina di casa, una salentina che incontro ormai da venticinque anni alle Isole Tremiti, risposi che non avevo alcuna intenzione di farmi crescere la barba; non l’ho mai fatto, tanto meno ora, alla mia età. Il ricordo di quell’episodio, che qui riporto nel giorno del mio 66° compleanno, mi ha fatto venire in mente quella bellissima nota di Leonardo Sciascia: «perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?» (Nero su Nero, Einaudi, Torino 1979). Spero d’esser più credibile del concittadino di Sciascia che dichiarava «che non per moda se l’era fatta crescere ma soltanto perché negli ultimi tempi aveva avuto tanto lavoro da non trovare il tempo di radersela.» Già, il tempo. Tutti gli anni, in vacanza d’agosto, la solita routine domestica: riaprire e pulire casa dopo un anno di chiusura; mettere al sole materassi, lenzuola e altri panni umidi; sistemare le tende per ripararsi dal sole; tagliare la vite americana che invade il piccolo portico; sbarbare le erbacce e zappettare il minuscolo giardinetto; curare i gerani e il rosmarino dopo il lungo abbandono; annaffiare le belle di notte e le bocche di leone. E così, la prima settimana di vacanze passa veloce e si finisce con il trascurare, deliberatamente e piacevolmente, il proprio aspetto, a partire proprio da quella noiosa attività mattutina che per undici mesi scandisce la vita lavorativa in città: radersi.

Leonardo Sciascia. Un nostro scrittore trovandosi una sera, in un salotto romano, ad essere aspramente contestato, a un certo punto reagì lanciando contro il più accanito dei suoi contestatori la domanda: «E tu perché porti la barba?» La domanda, inaspettata e violenta, sortì buon effetto: il giovane contestatore annaspò in cerca di una valida ragione a sostegno della sua e dell’altrui barba; poi si riprese dicendo che la barba non c’entrava, che il discorso era un altro. Ma per quella sera la contestazione a carico dello scrittore si spense.

Forse in quel determinato momento la domanda aveva davvero lo scopo di divertire il discorso; ma esprimeva anche la preoccupazione e il disagio che coloro che usano radersi totalmente e assiduamente provano di fronte al fiorire e moltiplicarsi di barbe. Barbe di ogni foggia e misura: corte o fluentissime, scriminate o arruffate, alla francescana, alla moschettiera, alla Lenin, alla D’Annunzio, alla Balbo. Già: perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?

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L’Università di Siena tra bocciature e proposte

Gabriele Corradi (Candidato a Sindaco) (Da: Zoom, 11 maggio 2011). A sei mesi dall’entrata in carica del Rettore e del Direttore Amministrativo, i rinnovamenti promessi non si sono ancora visti e la situazione sta precipitando, nonostante le promesse, affatto rassicuranti, di risanare l’Ateneo in cinque anni e le evidenti pressioni a tutti i livelli per nascondere la realtà fino alle elezioni amministrative. La coalizione che mi sostiene si sta battendo contro questo tentativo di affossare le colpe di una cattiva politica, così come le Liste Civiche Senesi hanno sempre cercato, dall’opposizione, dopo la scoperta del grave dissesto dell’Ateneo, di sollecitare la gestione dell’Università ad un risanamento ed un rilancio. Senza tentare, come fanno altri, di scaricare le colpe su un Governo che, seppur responsabile di mille altre faccende, con questo disastro tutto senese non c’entra niente. Ora è appena giunta la notizia che, in una corrispondenza tra il Ministero dell’Economia e quello dell’Istruzione, viene nettamente censurato il piano di risanamento elaborato da Riccaboni e Fabbro, basato sui prepensionamenti indiscriminati dei docenti, pericolosi per la qualità della didattica e della ricerca, e sulle dismissioni immobiliari, definite inadeguate al raggiungimento del riequilibrio finanziario del bilancio. Noi aggiungiamo che il piano non tiene conto dei problemi dei dipendenti tecnico-amministrativi (e dei tempi determinati e delle cooperative e chi più ne metta), già sottoposti a fenomeni di “macelleria sociale”, né della popolazione studentesca che sta subendo danni irreparabili e che, nel caso di un défault finanziario, sarà costretta ad andarsene con un impatto incalcolabile sul tessuto economico e sociale di tutta la città.

Alcuni dei nostri candidati (in particolare Silvio Pucci e Eleonora Scricciolo) hanno già contribuito a chiarire alcuni aspetti della vicenda a partire dal “risanamento”, che non può intendersi solamente finanziario, ma va esteso al contesto etico e accademico. Delle condizioni dell’Ateneo qualcuno ne deve rispondere, a partire dai 27 per i quali è stato richiesto il rinvio a giudizio e dai 7 sospettati di irregolarità nell’elezione del Rettore. È un dovere ineludibile verso le oltre 2500 famiglie il cui reddito e la cui attività lavorativa è stata messa a repentaglio. Per l’immediato futuro, il Comune dovrà rendersi garante verso i dipendenti e gli studenti, perché siano riassorbite e valorizzate, in collaborazione con gli altri enti e con il Governo, le risorse umane e le competenze esistenti, oltre a fare sistema con le realtà dove insistono strutture decentrate dell’Ateneo e con la Regione, alla quale compete il coordinamento del sistema universitario toscano. Il rapporto con il Governo centrale andrà inoltre recuperato, depurandolo dagli aspetti ideologici, per concentrarsi sulla salvaguardia e la rinascita di un Ateneo di grande prestigio del quale Siena ed il Paese non possono fare a meno.

Una lezione di democrazia a chi ostacola la trasparenza nell’università di Siena

Usando come falsariga il programma elettorale di Giulia Simi (docente di Algebra dell’Università) – alla quale auguro vivamente l’elezione in Consiglio comunale – proviamo a verificare anche per l’Ateneo senese il rispetto delle disposizioni di legge riguardanti la trasparenza, la valutazione della performance e il merito. Secondo il D. Lgs. 150/2009, «la trasparenza è intesa come accessibilità totale delle informazioni concernenti ogni aspetto dell’organizzazione, degli indicatori relativi agli andamenti gestionali e all’utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali, dei risultati dell’attività di misurazione e valutazione svolta dagli organi competenti, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo del rispetto dei principî di buon andamento e imparzialità.» Ebbene, dall’Università di Siena, che ha il triste primato dei bilanci truccati in più anni e di una voragine nei conti da 250 milioni d’euro, ci si sarebbe aspettata una scrupolosa applicazione di questa norma, proprio per favorire un controllo diffuso del rispetto dei principî di una buona amministrazione. Invece gli attuali vertici dell’ateneo si sono incamminati nella direzione opposta a quella della cultura della trasparenza; ostacolando ogni forma di controllo capillare dal basso hanno instaurato una gestione autocratica del tutto inefficace a risolvere le emergenze. Di seguito solo alcuni preoccupanti esempi.

1) Assenza dal sito internet dei bilanci dell’Ateneo e delle società consortili e partecipate.
2) Mancata pubblicizzazione di tutte le informazioni relative a stipendi, indennità, gettoni di presenza, entrate per conto terzi, proprietà riguardanti il rettore, pro rettore, Presidi di Facoltà, delegati del rettore, membri del Senato accademico e del CdA, Direttori di Dipartimento, docenti nominati dall’Ateneo nei Comitati scientifici e nelle società consortili e partecipate.
3) Esame dei verbali degli organi collegiali consentito ai soli possessori di password certificata, con schedatura dell’utente e stampigliatura del suo nome su tutte le pagine del documento.
4) Il nome del Direttore amministrativo – fatto prima ancora che si decidesse di bandire il concorso – è stato scelto tra altri 49 candidati, nonostante una sua condanna per illecito amministrativo-contabile nell’esercizio delle sue funzioni di dirigente dell’Università di Bologna.
5) Consiglio di Amministrazione esautorato nella nomina del Direttore amministrativo in quanto non ha discusso ed approvato la retribuzione, non ha fissato gli obiettivi di lavoro e, quindi, impossibilitato a valutare l’indennità di risultato.
6) La retribuzione del Direttore amministrativo, non sottoposta all’approvazione del CdA, è di circa 30 mila € l’anno superiore a quella prevista per il nostro ateneo, con un evidente danno erariale.
7) Pratica dei preconsigli d’amministrazione finalizzati a precostituire l’unanimità su argomenti particolarmente spinosi.
8 ) Immotivata riorganizzazione dell’amministrazione centrale con attribuzioni di responsabilità a soggetti privi delle competenze richieste, con evidenti disservizi in settori delicati e strategici.

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Il Cittadino online (11 maggio 2011). L’Università di Siena e la norma sulla trasparenza disattesa. (Gli attuali vertici dell’ateneo si sono incamminati nella direzione opposta a quella della cultura della trasparenza).

Università di Siena: sono i cavalli o gli asini a vendere immobili e a pensionare i docenti?

Roberto Petracca. Hanno rubato la biada e, a meno di nuove dirompenti idee, vendendo immobili o mandando via le persone si può arrivare soltanto a chiudere i battenti dell’università. Il ministro Arpagone ha deciso che per proteggere le casse dello Stato è meglio rubare la biada al cavallo piuttosto che pascerlo per farlo lavorare proficuamente. Dato che essere avari per conto terzi appare improbabile, rimane il sospetto che si tratti di cialtroneria. Il quadretto assume tinte fosche se poi si aggiunge una ministra che scopre di essere rimasta senza fondi soltanto per un puro accidente durante un talk show televisivo.
 Affinché non sia tutto nero occorrono nuovi comportamenti e nuove idee. C’è uno scossone in corso; le vecchie prassi non valgono più ed occorre cambiare registro, anche perché, con l’opposizione che abbiamo, mandare a casa questo governo appare un’impresa disperata. Oggi la Iervolino ha tirato fuori dai rifiuti la sua faccia e s’è palesata sui media per annunciare che le sue sfortune dipendono dal caballero, reo di guardarla in cagnesco. In un colpo solo centomila voti sono passati dall’opposizione alla maggioranza. Con questa opposizione l’Università dovrà quindi rassegnarsi ad essere amministrata da Arpagone per i prossimi quarant’anni; tanti quanti si dice che ne rimangano da vivere al caballero. 
Negli anni a venire l’università sarà a corto di biada e trovare nuove vie per finanziarsi è quindi un imperativo.
Riccaboni ci starà pensando? O starà ancora aspettando l’improbabile ritorno di Pantalone? Se fossi in lui o in quelli come lui mi rassegnerei a mettere in moto le meningi. Comincerei a metter sù una task force in grado di capire perché il MIT, Berkeley, Cambridge, Stanford, Oxford, l’Imperial College, Harvard e Yale sono sempre in cima alle classifiche mondiali mentre per trovare l’Alma Mater o la Sapienza occorre scollinare di molto il centesimo posto.

Il rettore dell’Università di Siena illustra alla comunità accademica un piano di risanamento bocciato dai Ministeri delle Finanze e della Ricerca

Ripeto da anni che senza un preventivo risanamento strutturale del bilancio e un ridimensionamento dell’ateneo non ci sarà futuro per l’università di Siena. Sorprende, perciò, che il rettore insista con Unisi 2015 – pomposamente definito un progetto per l’Università – che non prevede l’equilibrio della gestione economico-finanziaria dell’ateneo neppure nel 2016. Com’è noto, il piano punta esclusivamente sulle dismissioni immobiliari e sul prepensionamento indiscriminato dei docenti; in tal modo si abbassa la qualità della didattica e della ricerca e si affossa definitivamente l’università di Siena. Una conferma autorevole di tutto ciò ed una bocciatura del cosiddetto piano di risanamento vengono proprio dalla Ragioneria Generale dello Stato che preclude per l’amministrazione universitaria la possibilità di continuare ad alienare i beni immobili e riafferma il divieto di ricorrere ad ulteriori forme d’indebitamento, che, per l’università di Siena, è attualmente del 34%. Allora, che senso ha che il rettore faccia il giro delle Facoltà e dei Dipartimenti per illustrare alla comunità accademica un piano di risanamento inefficace, dannoso e per giunta bocciato dai Ministeri competenti?

Università: la Ragioneria Generale dello Stato “boccia” il piano di risanamento

Raffaella Zelia Ruscitto. Nubi minacciose incombono sull’Università di Siena. Sebbene la situazione non sia affatto florida ormai da tempo, visti i debiti a bilancio che hanno costretto a tagli nelle borse di studio e negli assegni di ricerca, alla cessione del lavoro interinale, al blocco del turnover, c’è stato chi, nel piano di risanamento Unisi2015, aveva sperato di scorgere una qualche “luce fuori dal tunnel”. 
Mentre si attende di conoscere dalla Magistratura i nomi dei 27 (pare) rinviati a giudizio per il dissesto (i documenti sarebbero già stati firmati dal Gip) ecco una nuova “tegola” sulla dirigenza dell’Ateneo.
Fonti del Ministero dell’Economia e delle Finanze riferiscono di una lettera giunta, per conoscenza, appena prima di Pasqua all’Università di Siena e rientrante in un carteggio tra dicasteri (quello delle Finanze, appunto, che scrive a quello dell’Istruzione) in cui si riferisce della situazione economica dell’Ateneo senese.

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Sempre più stringente il dibattito sul “risanamento possibile” dell’università di Siena

Silvio Pucci (candidato delle Liste Civiche Senesi al Consiglio Comunale) (Da: Zoom 4 maggio 2011). Stupefacenti le dichiarazioni sia di Ceccuzzi che di Nannini a proposito dell’Università di Siena. Di fronte ad un dissesto da cataclisma, che aumenta di anno in anno, Ceccuzzi vorrebbe creare nuovi posti di lavoro, con un protocollo tra le istituzioni e le due università, quando tutti sanno i problemi di garantire l’occupazione attuale. Vede inoltre la soluzione della crisi in un rinnovo dello statuto e della governance dell’ateneo, quando queste procedure sono obbligate per legge e non sono certo mirate a risanamenti finanziari. Proposte concrete, quindi: zero. Per contro, Nannini, sciorinando peraltro dati erronei ed evidentemente istruito da chi vuol difendere l’attuale amministrazione universitaria dopo che Ceccuzzi l’ha scaricata pubblicamente («… è stata oggetto di comportamenti predatori», senza dire da parte di chi!), scambia l’Università per un’azienda che deve fare profitto per sé e per il territorio. È evidente che i due commettono il medesimo, letale e diffuso errore, di distrarre l’istituzione universitaria dai suoi fini principali: la didattica e la ricerca. Gabriele Corradi e la sua coalizione hanno invece delle idee concrete per il risanamento e il rilancio dell’Ateneo, compatibili con il sensibile calo delle risorse anche da parte di Banca e Fondazione e con il fatto che l’università è un ente autonomo sul quale il Comune ha poca voce in capitolo, pur essendo rappresentato (per ora) in Consiglio di Amministrazione. Un robusto risparmio, rispetto ad un disavanzo strutturale che quest’anno sarà di quasi 40 milioni di euro (e non 20 come detto da Nannini) può realizzarsi nel rapporto con gli enti locali dove insistono le strutture distaccate dell’Ateneo: Arezzo, Grosseto, Colle Val d’Elsa, San Giovanni Valdarno. Nessuno chiede di chiuderle, ma di spostare tutte le spese di gestione sui Comuni e le Province che le ospitano. Un’operazione che il Comune può e deve gestire senza sottostare ai ricatti, come quello recente del compagno di partito di Ceccuzzi, Fanfani, che ha tirato in ballo l’ipotesi di un termovalorizzatore in Valdichiana pur di proteggere l’Università di Siena in Arezzo, cioè il doppione della Facoltà di Lettere. Prima di Tosi, gli studenti sceglievano Siena perché articolata su poche Facoltà, alcune molto buone, in una città vivibile e sicura, con molti buoni servizi. Ora, va riorganizzato il personale nel rispetto delle leggi, con attenzione alla ricerca e alla didattica e cercando collaborazione nel Governo per il comune obiettivo di recuperare un’antica e prestigiosa università, senza demagogiche forzature come quella del deputato Ceccuzzi che chiese una legge speciale per ottenere erogazioni a fondo perduto. Ma nulla potrà avvenire finché, ma pare sia prossimo, non siano state individuate e censurate le spaventose responsabilità di chi ha causato il disastro in evidente assenza di controlli e comunque nell’indifferenza delle istituzioni locali.

All’università di Siena non chiudono i “corsi inutili” (privi dei requisiti minimi di decenza) ma quelli utili, dove i docenti non hanno forza accademico-politica

Un intervento di Rabbi Jaqov Jizchaq a margine delle dichiarazioni sull’università dei candidati a sindaco di Siena Franco Ceccuzzi, Gabriele Corradi, Alessandro Nannini, Laura Vigni e Michele Pinassi.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Temo che a molti non sia chiaro a che punto è la notte; il dibattito intorno all’università per questo motivo scade a volte in toni stucchevoli e manieristici. La linea esposta dalla Vigni sarebbe quella giusta: dico “sarebbe”, perché questa demagogia dei “corsi inutili” sta diventando asfissiante. Atteso che a mio avviso la linea corretta, ancorché utopica, sarebbe 1) chiudere ciò che a Siena (e dintorni) non è più sostenibile e 2) trasferire docenti e ricercatori presso altra sede ove possano onorevolmente seguitare a svolgere la loro attività, ritengo che la notizia che si stiano chiudendo proprio i corsi creati per dare un posto ad un professore, sia assai imprecisa, se non addirittura fantasiosa. Essa appare più che altro un bolso espediente retorico e giornalistico per fornire una qualche interpretazione a posteriori e per tentare di dare un senso a ciò che sta accadendo, un po’ fatalisticamente, un po’ sotto la spinta di altre dinamiche, che non quella della ricerca dell’eccellenza. Come “modest proposal”, chiederei a chi interviene su questo tema, abbandonando logore e ripetitive liturgie, di esprimersi in modo esplicito, elencando le famose “cose inutili” della cui avvenuta eliminazione ci si debba compiacere; da parte mia, nel mio piccolo, molto umilmente, credo di aver enumerato un certo numero di cose inutili della cui sopravvivenza mi dispiaccio. È a tutti gli effetti una balla, che si stiano chiudendo solo i corsi “inutili”: quando uno stimato ordinario, di quelli che non hanno moltiplicato i posti praeter necessitatem, va in pensione, la cattedra oramai chiude per mancanza di turn over, senza che ciò abbia nulla a che vedere con l’utilità o l’inutilità: sfido chiunque a dimostrare che stanno chiudenedo proprio quei corsi “inutili” creati per dare un posto a un professore. Questi corsi sono in gran parte ancora lì, vivi e vegeti: giustappunto… perché hanno dato un posto a molti professori! Chiudono gli altri, ossia quelli che, per inettitudine, forse, più che per onestà, mercimoni di posti non ne hanno fatti a sufficienza e in questa fase non hanno pertanto le staliniane “legioni” da schierare onde soddisfare i famigerati draconiani requisiti minimi di docenza (sovente confusi coi requisiti minimi di decenza) e per affrontare le legioni “nemiche”; chiude in definitiva, chi non ha la forza politica per imporsi. Ai sopravvissuti baciati dalla fortuna, oltre a ricordare il macabro anatema scritto sotto un teschio in Santa Caterina della Notte: “io fui come tu sei, ma tu sarai come io sono adesso”, raccomanderei almeno un po’ di contegno, quando apostrofano come “inutili”, colleghi sovente più titolati e incardinati in materie più serie delle loro, giacché la qualità scientifica è altra cosa dalla demagogia e dalla forza accademico-politica.
Noto però che finalmente si incomicia a ravvisare nella perdita di migliaia di studenti un serio problema: taluni, abituati forse a sfamarsi attendendo la manna dal cielo, salutavano fino a non molto tempo fa la fuga di un pochi “di questi cilandroni” con sollievo. Ma uno studente che studia, cosa ci viene a fare a Siena, se l’offerta didattica peggiora a vista d’occhio giorno dopo giorno? Il possedere una competenza specialistica pare essere un grave indizio di inutilità; i vituperati corsi sul bue muschiato, lungi dall’estinguersi, proliferano e col meccanismo degli accorpamenti divengono la regola generale cui uniformarsi, a danno e detrimento della serietà scientifica e disciplinare: d’accordo, è il mix letale di disposizioni nazionali che assomigliano ad esercizi di cinismo, congiuntura economica e finanze locali sempre più dissestate, ma non è che questo possa costituire un alibi per non tentare nemmeno di arginare la deriva entropica. Lo studente che studia guarda su internet dove può studiare la materia che gli interessa: se la trova a Siena, se la confezione gli pare allettante, può anche darsi che venga; sennò, va altrove: come sa Nannini, che produce dolciumi e delicatessen, il puntare sulla genericità nel commercio del “made in Italy” e delle specialità locali, alla lunga non paga. Credo pertanto che scelte di basso profilo, senza alcuna ragion d’essere, né scientifica, né professionale, né la possibilità di proseguire verso una ben chiara e identificabile specializzazione, dopo caotici grovigli triennali indecifrabili e di accedere a studi post-universitari, siano il viatico del fallimento: ma avete idea oramai di quello che offre il mercato europeo (non solo italiano)? Di belle città è piena l’Europa e oramai la politica delle importanti università è quella di attrarre studenti da tutto il continente con proposte allettanti. La competizione è forte già a livello regionale e c’è da vergognarsi a star qui a disquisire di corsi di laurea senza capo né coda, di doppioni distaccati ecc., tutta roba provincialoide fuori dal mondo.

Non è accettabile che con la crisi profonda dell’ateneo senese la direttrice amministrativa si sia garantito il massimo dell’indennità

Le dichiarazioni sull’università del candidato a sindaco Michele Pinassi per il “Movimento Siena 5 Stelle”.

Michele Pinassi. Finché ci sono i soldi va tutto bene, l’università ha dato lavoro a tantissimi senesi e questo indubbiamente ha portato anche ad una qualità della vita elevata, dando alle persone la possibilità di guadagnare e anche di spendere. A fronte dell’autonomia dell’università gestita non bene negli anni e degli scandali a cui abbiamo assistito, è fisiologico il calo delle immatricolazioni se gli studenti sono considerati l’ultima ruota del carro, spremuti dagli affittuari in nero e dall’aumento delle tasse universitarie in un momento in cui per la mancanza di soldi i servizi sono diminuiti per qualità e prestazioni. L’università dovrebbe levare la politica dai ruoli dirigenziali e concentrarsi sulla sua vera e unica ricchezza, gli studenti: l’università senza universitari non ha ragione di esistere. Io faccio parte dei 1.100 tecnici amministrativi che si sono trovati a subire la decurtazione degli stipendi, a febbraio ero in piazza con un cartello in cui denunciavo una busta paga di soli 770 euro: non credo che ci siano persone in città in grado di affrontare il carovita con una busta paga del genere. Pur stimando e apprezzando il suo lavoro, la direttrice amministrativa non ha avuto alcuna remora a garantirsi il massimo dell’indennità: da cittadino a fronte di una crisi così profonda dell’università lo considero difficilmente accettabile, i sacrifici si fanno tutti. Il vizio è di andare sempre ad incidere sulle fasce più deboli e non lo possiamo più accettare.