La mala gestione dell’università di Siena riguarda gli ultimi tre rettori

Le dichiarazioni sull’università del candidato sindaco Alessandro Nannini sostenuto da: Pdl, Lega Nord, lista civica “Io Amo Siena” e Movimento per la Difesa della Senesità.

Alessandro Nannini. I 7.000 iscritti in meno all’università negli ultimi anni sono soldi persi, forse anche una perdita di valore immobiliare a Siena. È un problema serio che va affrontato tutti insieme: perché non vengono più a Siena? Dobbiamo portare di più i ragazzi a Siena, farceli vivere qualche giorno, promuovere altrove la nostra città, magari organizzando campagne con le camere di commercio locali, per mostrare che Siena è una città meravigliosa e anche sicura, facciamolo vedere anche ai genitori. Il crack? Come sempre sarò sincero, anche a costo di perdere voti: negli ultimi 10-12 anni ci sono state problematiche di mala gestione. In questo ritengo che Focardi abbia sbagliato a non renderle pubbliche subito. Ma comunque diciamolo: l’università non ha perso 250 milioni di euro, ne ha persi 20 all’anno. Ed evidentemente da Berlinguer a Tosi qualche problema devono averlo avuto anche loro. In teoria non è qualcosa di cui dovrebbe occuparsi il sindaco, ma adesso bisogna curare questi 20 milioni che si perdono ogni anno con iniziative più specifiche. Lo merita la tradizione del nostro ateneo.

Annunci

L’Università di Siena come ammortizzatore sociale

Le dichiarazioni sull’Università del candidato sindaco sostenuto da: “Nuovo Polo per Siena” (Fli, Api, Udc), “Liste Civiche Senesi” e Lista civica “Per Corradi sindaco”.

Gabriele Corradi. Due anni fa qualcuno ha alzato il coperchio e ci si è accorti di un buco da 250 milioni di euro che non avviene dalla mattina alla sera, viene da lontano, volontariamente è stato tenuto nascosto. Si è presa l’università come ammortizzatore sociale, senza nulla togliere a loro ma si sono assunte persone che non servivano per creare consensi, basterebbe guardare il rapporto tra dipendenti e professori che c’è – per dire – alla Bocconi. E si sono aperte sedi in tutti i paesi da Colle a San Giovanni Valdarno. Arezzo costa 13-14 milioni di euro l’anno, ma perché se Arezzo vuole l’università non se la paga? E così Grosseto. Come se ne esce? Col concorso di tutti e l’aiuto del Ministero, con cui bisogna avere rapporti: non si può sempre criticare la Gelmini, bisogna parlarci e trovare insieme la soluzione. E ragionare con Comune e Provincia anche per un riequilibrio del personale, che è giusto non perda il posto e lo trovi in un altro ente.

Bisogna ripartire per creare un centro di eccellenza: io ho frequentato il primo corso di Scienze Economiche e Bancarie a cui venivano da tutta Italia, perché era l’unica; adesso perché uno deve venire a Siena a fare Economia e Commercio se lo trova da tutte le parti? Se non si ricrea eccellenza, la gente non viene. Negli ultimi cinque anni l’ateneo ha avuto 5.000 studenti in meno, che sono 5.000 posti letti in meno, 10mila pizze al giorno in meno. Uno si domanda perché uno studente dovrebbe venire, cosa offre Siena: un luogo di aggregazione? Un cinema? Perché non facciamo pubblicità per richiamare gli studenti? Io quando perdevo 20 clienti in una filiale mi chiedevo il perché e mettevo in piedi le azioni per recuperarli. L’avete vista un’iniziativa dell’università, del Comune, della Provincia, delle istituzioni messe insieme per provare a riattirarli?’

A Siena non è pensabile di portare le industrie, oggi che chiudono in tutta Italia. Noi abbiamo l’industria della cultura, dobbiamo puntare su cultura e turismo. Poi, quando l’università riprende un po’ di fiato dalla crisi attuale, un’altra cosa che dovremmo fare è puntare sulla ricerca: non solo Siena Biotech, ma creare incubatori. Cito la realtà di Pisa: accanto alla Scuola Sant’Anna e alla Normale nascono decine di aziende fatte da giovani studenti che provano a sviluppare la ricerca che fanno dentro l’università, è un motore perché riesce a dare opportunità di lavoro ai giovani. Mi stupisco che a Siena non si sia creata questa opportunità: non è semplice, non si fa dalla mattina alla sera, ma lavoreremo anche su questo, per permettere a chi si laurea di rimanere.

Università di Siena: spigolando nell’intervista del candidato sindaco del Pd che ha promesso mille posti di lavoro

Solo alcune considerazioni a margine dell’intervista a Franco Ceccuzzi.

1) Intende creare nuovi posti di lavoro nell’Università di Siena?
2) Di quale piano di risanamento parla il candidato sindaco? Lo sa che attendiamo da dieci anni il risanamento strutturale del bilancio?
3) Il piano di Riccaboni (Unisi 2015) è semplicemente un “suicidio assistito” perché manda in pensione i docenti e svende il patrimonio immobiliare dell’ateneo.

Franco Ceccuzzi. Come primo atto vorrei mettere insieme tutte le forze economiche e sociali, Regione, Provincia, le nostre due università, e stipulare un patto per lo sviluppo che contenga le linee di azione da adottare tutti insieme per i prossimi cinque anni per creare nuovi posti di lavoro che permettano ai giovani senesi di rimanere a Siena.

(…) L’idea è di costruire una task force tra l’ufficio europeo del comune e quello dell’università per portare a Siena più soldi da Bruxelles, oltre a più risorse dal Governo centrale e dalla Regione.

(…) Il turismo: dobbiamo lavorare per rafforzare il marketing territoriale nei confronti dell’esterno, farsi un’idea precisa dei mercati da penetrare per portare turismo a Siena, nuovi mercati ci sono. Vorrei affidare all’università di Siena la realizzazione di un piano strategico da affidare poi alla Regione per fare promozione sui mercati internazionali.

(…) Serve controllare di più dal punto di vista sociale quello che fa l’Università, serve un modello di governo diverso. Mi auguro che l’ateneo riformi quanto prima lo statuto e passi a un CdA più snello che garantisca una salute migliore, introducendo quanto prima sistemi contabili nuovi contenuti nella Legge Gelmini. Servono procedure amministrative trasparenti per evitare quanto è successo in passato. Attendiamo con grande fiducia l’esito delle indagini e i provvedimenti giudiziari per avere giustizia di un danno gravissimo inferto alla città. In futuro servirà una vicinanza più stretta del Comune all’Università: in questo senso il piano di risanamento va gestito con grande equità, non devono essere i soggetti più deboli a pagare il prezzo di tagli e rinunce da fare in futuro. Siena ha bisogno di sostenere l’Università e le sue eccellenze, e ce ne sono tante. Bisogna svoltare, e per questo bisogna cominciare a parlare bene dell’università, senza dimenticare quanto successo ma ripartendo da qui.

Un risanamento possibile dell’Università di Siena

Scrivevo sulla stampa locale nel lontano 2004 che «la grave situazione finanziaria esistente nell’Ateneo senese ha già imposto e imporrà pesanti manovre che ipotecheranno l’attività programmatoria dei prossimi tre rettori, proiettandone gli effetti fino al 2018-2020.» Sembravano denunce e previsioni azzardate, dal momento che i bilanci dell’università di Siena, fino al 2004, furono chiusi sempre in attivo. In realtà, si scoprirà in seguito che gli esercizi 2002, 2003 e 2004 avevano accumulato un deficit complessivo di circa 55 milioni d’euro. Toccò aspettare l’insediamento di Silvano Focardi per vedere formalmente inserito nel consuntivo 2005 – l’ultimo esercizio della gestione Tosi – il primo disavanzo finanziario (33,8 milioni d’euro). Non solo, ma nella riunione del CdA del 29 maggio 2006 furono inoltre quantificati debiti per 180 milioni d’euro nei confronti di Inpdap, Banca MpS, Cassa Depositi e Prestiti. Ma non era ancora finita! Infatti, nel settembre 2008, si materializzò una voragine nei conti di circa 250 milioni d’euro. Una commissione tecnica d’indagine amministrativa stabilì poi che, almeno a partire dal 2003 e su disposizione di rettori e direttore amministrativo, i bilanci erano stati “manipolati”, rielaborando sia la gestione di competenza che quella dei residui.

Nonostante l’esistenza dell’obbligo di adottare iniziative idonee al rientro dal disavanzo d’amministrazione, sono trascorsi 7 anni ed ancora non è stato predisposto un piano in grado di riportare in equilibrio la gestione finanziaria dell’ateneo, almeno in un arco temporale realistico di 5 o 6 anni. Al posto del piano di rientro, sono stati adottati solo pannicelli caldi e provvedimenti che hanno aggravato la situazione. Infatti, nel 2006 si rinegoziarono i vecchi mutui e se ne stipulò uno nuovo di 45 milioni d’euro, in palese violazione della legge che vieta l’indebitamento per coprire un disavanzo d’esercizio o per reperire risorse per la gestione corrente. Eppure, sebbene mancassero le risorse per le spese correnti, si dette via libera a più di 650 nuove assunzioni, senza alcuna programmazione e necessità ed in assenza del relativo budget. Da ricordare che l’esistenza della copertura finanziaria non è solo un atto propedeutico all’effettuazione delle spese, ma rappresenta un elemento fondamentale attorno al quale ruota la legittimità dei procedimenti di spesa. Solo dopo la scoperta della voragine fu presentato un piano di risanamento che, ottimisticamente, prevedeva al 2012 il superamento degli squilibri esistenti. Ben presto, però, fu sostituito da un altro piano che tendeva all’equilibrio nel 2014, recentemente sostituito da un terzo piano che si proietta ancora più in avanti, fino al 2015, senza però riuscire a realizzare l’equilibrio finanziario. È del tutto evidente che senza iniziative strategiche d’intervento che riducano la spesa corrente e l’indebitamento, la sola politica dei provvedimenti tampone – rinegoziazione di vecchi mutui, dismissioni immobiliari, anticipazioni di cassa, rinvio dei pagamenti, cessioni di credito – aggravano ulteriormente la situazione spostando agli esercizi di un futuro sempre più lontano la possibilità di riequilibrare la gestione finanziaria dell’ateneo. E senza un preventivo risanamento strutturale del bilancio ed un ridimensionamento dell’ateneo non ci sarà futuro per la nostra università.

A questo punto è doveroso chiedersi se oggi, dopo tutto questo tempo perso, sia ancora possibile un risanamento. La risposta è semplice: l’ateneo, purtroppo, non è più in grado di assicurare autonomamente il riequilibrio della gestione finanziaria. È necessario l’intervento congiunto di Comune, Provincia, Fondazione Mps, Regione toscana e Governo centrale per iniziare l’opera di risanamento. Ma non basta! Occorre un ridimensionamento dell’ateneo, attraverso una drastica riduzione dell’offerta formativa, che si accompagni ad un rilancio della didattica e della ricerca. Siccome il disavanzo strutturale, dipendente principalmente dalle spese fisse per il personale, si aggira sui 30 milioni d’euro l’anno, è indispensabile ridurlo senza compromettere o abbassare la qualità delle attività istituzionali. Per l’università di Siena non è più economicamente sostenibile – ammesso che lo sia mai stato – l’offerta formativa nelle sedi decentrate. La loro chiusura si può evitare in un solo modo: le comunità locali si facciano carico interamente dei relativi costi, compreso l’onere del personale docente e non docente. Logica e senso di responsabilità impongono che l’ateneo senese non continui a svendere il proprio patrimonio immobiliare ed a chiudere i corsi di laurea della sede centrale per tenere in piedi i poli sparsi sul territorio. Senza considerare che è ormai reale il rischio di chiusura della sede storica e, di conseguenza, di tutte le attività periferiche ad essa collegate. Una politica del genere applicata al solo Polo aretino dimezzerebbe il disavanzo strutturale, facendo risparmiare 15 milioni d’euro ogni anno. Infine, ad Arezzo l’ateneo senese dispone di un patrimonio immobiliare, l’ex ospedale psichiatrico “il Pionta”, valutato 25 milioni d’euro, da vendere o affittare agli enti locali aretini per ospitare la “loro università”.

Università di Siena: dissesto e prospettive di rilancio

La locandina dell’incontro pubblico sul tema “Università di Siena: dissesto e prospettive di rilancio“. Interverranno: Gabriele Corradi (candidato sindaco di Siena), il senatore Giuseppe Valditara, Pierluigi Piccini, Silvio Pucci, Eleonora Scricciolo e Giovanni Grasso. Di seguito un intervento di Gabriele Corradi.

GLI STUDENTI SONO LA GARANZIA DI UN FUTURO MIGLIORE

Gabriele Corradi (candidato sindaco di Siena). La situazione economica dell’Università di Siena è ormai nota ai più. La crisi, scoppiata nel settembre 2008, era stata tuttavia annunciata da alcuni dei docenti più avveduti, rimasti purtroppo inascoltati. Origine del problema, a mio parere, sono i cambiamenti normativi degli inizi degli anni Novanta, che portarono a una sorta di rivoluzione politico-amministrativa la quale, dando autonomia alle Università, obbligava altresì a un cambio di passo della cultura amministrativa del Paese. Un cambio di passo che non fu compreso dal governo dell’Università, il quale non seppe prevedere che l’entità della spesa, in presenza di investimenti immobiliari, progressioni di carriera, assunzioni – provvedimenti questi ultimi che, nel loro complesso, hanno indistintamente riguardato personale docente e tecnico-amministrativo – sarebbe esponenzialmente aumentata, con un contestuale decremento della popolazione studentesca generata non solo dall’abbassamento della curva demografica, ma anchedal moltiplicarsi di nuove sedi universitarie, le quali hanno progressivamente eroso il tradizionale bacino di utenza al di fuori della Toscana.

Continua a leggere

Si continuerà a far governare l’università di Siena ai Partiti?

Partito Democratico di San Giovanni Valdarno. II PD considera molto positiva e proficua la presenza nel territorio cittadino di un centro di ricerca e di alta formazione scientifica (il Centro di Geotecnologie, CGT), radicato nel tessuto urbano e che opera, attraverso la Fondazione Masaccio, con gli Enti locali e con le più significative realtà produttive della zona. Un centro che è arrivato a raggiungere, negli anni, vertici nazionali e risultati di eccellenza sia per numero di iscritti che per qualità di formazione e possibilità di occupazione per suoi laureati. L’Università di Siena ha deciso però la chiusura del Corso di Laurea Magistrale in Geologia Applicata e Geotecnologie che è presente, ormai da diversi anni nel campus di San Giovanni Valdarno, in netto contrasto con gli impegni assunti dallo stesso Ateneo nel settembre 2010, quando il Rettore ha sottoscritto una convenzione con il Comune e la Fondazione Masaccio per garantire la docenza minima necessaria alla laurea di secondo livello. Le istituzioni locali e la comunità del Valdarno hanno contribuito, negli anni, con impegno e risorse rilevanti al successo del CGT, che dovrebbe costituire un vanto per l’Università senese, soprattutto in relazione ai numerosi risultati, sia formativi che lavorativi, ottenuti nel tempo. Il PD rileva infatti che dal 2008 gli iscritti alla laurea di secondo livello del CGT sono passati da 70 a 110; che le matricole per l’anno accademico in corso 2010/2011 sono 49 e costituiscono oltre un terzo di tutte le matricole delle lauree di secondo livello della Facoltà di Scienze di Siena; che il CGT è al terzo posto a livello nazionale come numero di matricole, dopo Roma e Milano; che le matricole provengono da 14 diverse regioni italiane e da 17 diversi atenei; che i tempi di occupazione dei laureati vanno dai tre mesi (82%) ai sei mesi (92%).
 Tuttavia, a fronte di questi eccellenti risultati, l’Università di Siena ha drasticamente deciso di chiudere il corso di laurea di secondo livello, lasciando aperta solo la laurea analoga a Siena che conta soltanto 8 matricole.
Il Pd di San Giovanni Valdarno condanna con forza la decisione assunta dall’Università di Siena e ritiene che debbano essere percorse tutte le strade possibili al fine di salvaguardare una realtà educativa e produttiva così rilevante e quindi chiede di riconsiderare o comunque sospendere la decisione, fino a quando non saranno avanzate proposte più chiare e concrete sul futuro del Centro di Geotecnologie.

Per il pensionamento dei docenti e per le scelte strategicamente sbagliate l’offerta didattica all’università di Siena peggiora a vista d’occhio

Rabbi Jaqov Jizchaq. I politici si riempiono la bocca di paroloni per impressionare le comari: ma quale “polo d’alta formazione” d’Egitto? Quante sono le sofisticate specialità locali che dovrebbero attrarre studenti da tutto il mondo? Ma per favore, guardatevi attorno: ad un tiro di schioppo c’è Firenze e c’è Pisa e per quanto non navighino nell’oro, al loro cospetto, Siena sta scivolando verso la dimensione di un modesto “college” di serie B, come quelli della remota provincia americana, “humus” naturale per il proliferare di tuttologi e di pressappochisti: di quel genere di animalini a cavatappo, insomma, che ci ammorbano da anni con le loro esilaranti imprese. La distanza fra parole e cose è veramente siderale, considerato che di fatto e anche per necessità, diverse facoltà si ristrutturano con l’obiettivo antistorico e minimalista, di non competere nazionalmente o internazionalmente, ma solo di racimolare studenti nel territorio, ossia nell’orto di casa, in provincia. Vorrei capire come si concilia tutto questo con le velleità di ricevere l’attestato di capitale europea della cultura, constatato che anche il “dibattito culturale” ad opera dell’intellighenzia politica locale è abbastanza deprimente, improntato al più vieto, accidioso, soffocante e cupo provincialismo, piagnone e narcisisticamente autocommiseratorio. Anche le chiacchiere intorno alla collaborazione fra i tre atenei toscani in vista di una migliore e più organica offerta didattica e di più solidi programmi di ricerca, ho il sospetto che pure chiacchiere, per lo più, siano destinate a rimanere; ciò era ampiamente prevedibile, non solo perché a questo “sposalizio” d’affari, Siena porta in dote soprattutto i debiti, ma anche perché le parole d’ordine che hanno accompagnato il varo della riforma, se non affermate in modo convinto e adeguatamente supportate, sia a livello legislativo, sia a livello finanziario (“liquore egual non v’è!”), si infrangono implacabilmente contro lo scoglio dell’inossidabile struttura di potere politico-accademico la cui virtù più preclara è l’inerzia.
 Di tale inossidabilità, abbiamo avuto una prova eloquente, tutta interna, con il piccolo golpe aretino: questo “pactum sceleris” (come direbbe Berlusconi), progetto velleitario subdolamente e illusoriamente mirante a trasferire in val di Chiana buona parte del comparto umanistico (a fare icché?), farà precipitare irreversibilmente la crisi di una facoltà da quasi tremila iscritti, che è dunque la più grossa o una delle più grosse facoltà dell’ateneo: un’operazione però paradigmatica di come si finga di risolvere i problemi, in realtà aggravandoli, a causa della quale, nel mio piccolo, credo di poter prevedere che Siena pagherà un conto piuttosto salato nei prossimi anni, in termini di perdita di iscritti.
Inutile raccontare frottole: questo è il grado di lungimiranza dei nostri risanatori; dall’Europa poi, l’università senese ed italiana, studenti non ne hanno mai richiamati; semmai si sta vistosamente accentuando la tendenza opposta, ossia quella per cui gli studenti italiani più motivati fuggono a gambe levate dall’Italia, attratti da chiare ed allettanti proposte didattiche in altri paesi, supportate anche da generose borse di studio. Ciò oramai avviene, non più dopo la laurea, per svolgere un dottorato e guardando a una carriera professionale o di ricerca, ma semplicemente per concludere con una laurea magistrale e oramai addirittura per iniziare il proprio normale percorso universitario. A fortiori scappano da Siena perché oramai l’offerta didattica di anno in anno (per la crisi finanziaria locale e generale, l’impossibilità di rimpiazzare le cattedre lasciate vuote dai pensionamenti e per scelte strategicamente sbagliate, ieri come oggi), si sta deteriorando e sta peggiorando a vista d’occhio, scadendo irriconoscibilmente sempre più in basso verso guazzabugli di infimo profilo.