L’Università si riforma solo con l’abolizione dei concorsi, del posto fisso e del valore legale del titolo di studio

Pier Mannuccio Mannucci (da: L’Espresso 14 aprile 2011) La vera riforma dell’Università si può fare solo con tre abolizioni: cancellando il valore legale dei titolo di studio, i concorsi e il posto fisso. Il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica lo sostiene da anni. Ma nessuna di queste proposte normalmente implementate in tutti sistemi universitari del mondo è stata inclusa nella legge Gelmini: eccetto la limitazione ai 6 anni dei contratti per i ricercatori. L’abolizione del valore legale del titolo di studio è l’unico strumento realmente efficace per mettere in competizione le Università: attraverso selettivi esami nazionali di abilitazione alle professioni, eguali per tutti, potranno emergere le migliori, che vedranno promossi i toro laureati rispetto a quelle meno buone, che saranno così obbligate a cambiare e migliorare, o a chiudere, o a diventare atenei di seria B. Le Università migliori potranno così aumentare le tasse, e devolvere adeguati fondi per realizzare veramente il diritto allo studio. I concorsi saranno inutili, perché le Università avranno la piena responsabilità di scegliere i migliori pagandone le conseguenze se le scelte sono sbagliate, ma con la possibilità di rimediare attraverso l’abolizione del posto fisso. Queste proposte sono ampiamente condivise dalla comunità scientifica, come si può vedere su Scienza in rete, e riflettono ciò che avviene nei paesi con cui competiamo nell’economia della conoscenza.

Silenzio eloquente per le richieste di rinvio a giudizio sul dissesto dell’Ateneo senese

Il perfido Suyodana (da: Zoom 6 aprile 2011). Grande clamore hanno suscitato le notizie di giovedì scorso a proposito della richiesta di rinvio a giudizio di 27 indagati per il dissesto finanziario dell’Ateneo. Clamore rimasto esterno all’Ateneo, fatta salva la componente tecnico amministrativa che ha visto brillare immediatamente la luce della costituzione in parte civile per i danni che ha subìto da quasi tre anni a questa parte. L’analisi delle reazioni è comunque significativa. I vertici dell’Ateneo, Riccaboni e Fabbro, sono rimasti silenti, come pure gli organi accademici e, in definitiva, tutta la componente docente. Cosa dobbiamo dedurne? Ci ritorneremo. Ma il silenzio più assordante viene dalla parte politica della maggioranza, palese e mascherata: PD e PD+L. Perché? Perché le cosiddette istituzioni, così come avevano già messo in evidenza per l’affare dei 29 rinviati a giudizio in Provincia (ricordate il sapiente incrocio fra i cinghiali della bassa Valdimerse e gli incidenti in Pian dei Mantellini con coinvolgimento anche di vigili urbani? E Bezzini? Zitto!), non prendono posizione, diversamente dalle opposizioni? Cenni, Ceccuzzi, Bezzini, Cucini, Mocenni, l’intellighenzia PD e della Flc-Cgil dell’Ateneo (Detti, Calabrese, Bettini, Belli, Benocci, Iantorno e così via), Mugnaioli, Montibello… Dove sono finiti costoro mentre Gabriele Corradi e Laura Vigni hanno già espresso le proprie opinioni? Forse sono stati presi in contropiede da questa vicenda, avendo in cuor loro sperato che la bomba scoppiasse solo dopo le elezioni del 15 maggio. Peccato (per loro) che il Sostituto Procuratore Francesca Firrao abbia avuto il trasferimento ad altra sede e che quindi, prima di andare a respirare un’altra aria rispetto a quella che si respira a Siena da un po’ di tempo (diciamo una decina di anni), abbia chiuso le indagini e passato tutto al GIP. E ora sono dolori. Perché questi 27 nomi, dei quali se ne intuisce almeno la metà, non potranno certo esser tenuti sotto silenzio per un altro mese e mezzo, mentre potrebbe avvenire che anche l’altra indagine, quella sulle sospette procedure elettorali del Rettore, sia in fase di chiusura e ci possa essere un’intera classe dirigente dell’Ateneo che si troverà di fronte ai giudici. Quante di queste persone, costituenti il gruppo dirigente suddetto, non sono riconducibili al PD e al PD+L? La risposta a questa domanda spiegherebbe le reazioni fin qui delineate. I cittadini, tutti, possono constatarlo.

Qualcuno comincia a capire che i Poli universitari decentrati possono esistere solo se si autofinanziano

Stefano Bini. In risposta all’articolo di Fabrizio Viggiani, coordinatore comunale del PdL, mi permetto di spendere anche io alcune parole, viste le mie posizioni di candidato nella lista “Lolini Sindaco”, di più giovane candidato di tutte le liste che appoggiano Mario Lolini, universitario a Siena e specializzando in editoria, mass media e giornalismo. Le difficoltà a mantenere attivo il polo ci sono, specialmente economiche, ma posso denunciare una mancanza totale d’interesse del comune di Grosseto che, per paura di tirare fuori i soldi e per disinteresse verso gli studenti, non ha mai chiesto fondi, attivato un dibattito in comune o chiesto a Siena di continuare a mantenere l’alto valore del Polo, che brilla indiscutibilmente, nel suo piccolo, per traguardi di ricerca raggiunti e qualità dell’offerta. Si chiederebbe pertanto al Sindaco Bonifazi, e alla sua giunta, un po’ di attenzione alla questione universitaria di Grosseto, che vuole continuare ad offrire alla città un valore aggiunto, e non un disvalore, gettando al vento anni di ricerche, innovazioni, e un consolidamento di numerosi studenti che nella sede grossetana hanno creduto e visto la formazione di un futuro lavorativo nel ricchissimo territorio della Maremma. È stata inaugurata lo scorso 4 febbraio la nuova sede del corso di laurea in conservazione e gestione dei beni archeologici alla presenza, tra assessori e prelati, del sindaco di Grosseto; questa nuova sede è e sarà motivo di orgoglio per tutta la città, ma dove sono le risorse per mantenerla se i fondi sono venuti esclusivamente dalla facoltà di lettere dell’Università di Siena (a Siena)? Grosseto non vorrà pensare che la giunta è riuscita a predicare e razzolare bene con i soldi degli altri, anche perché tutti siamo capaci di farlo, ma dalle istituzioni ci si dovrebbe aspettare un po’ di autorevolezza e spirito di iniziativa, non di adagiarsi sugli allori. Scordavamo, però, che sugli allori il Sindaco Bonifazi ci si è posto sin dal suo insediamento nel 2006, dal quale è brillato sempre di luce riflessa dell’ottimo lavoro svolto da Alessandro Antichi di modernizzazione e sviluppo della città di Grosseto. Ricordiamo che le manifestazioni “Cioccolando” e “Piazze d’Europa” quest’anno sono emigrate altrove, e il centro di Grosseto sta letteralmente agonizzando; inutile ricordare il soffocando economico, con divieti e stupide ordinanze, degli esercenti.

L’incitamento di Fabrizio Viggiani ad una maremma che si deve svegliare è il sunto di un’occasione, quella di un’Università, che Grosseto non si deve lasciar sfuggire; le giuste proteste e la raccolta di firme da parte degli studenti, e il prolungamento delle iscrizioni per salvare il salvabile da parte del comune sono arrivate troppo in ritardo, e il sindaco si poteva sottrarre a fare tutto ciò nel vivo della campagna elettorale, risparmiando sofferenze agli insegnanti e ai docenti, prese in giro agli studenti e delusione ai grossetani, che alla cultura nella propria terra credono e molto. Ma forse l’attuale sindaco è troppo impegnato ad attaccare il rivale su questioni inutili e si sa, l’inutilità e il disfacimento sono state il baluardo di quest’amministrazione: la morte di Grosseto docet!

Il modello universitario anglosassone in campo biomedico è corrotto in maniera sistematica e profonda

Si riporta un interessante commento ad un articolo di Cosimo Loré, su il “Fatto Quotidiano”, intitolato “Crimini accademici senza pudore né pentimento”.

Meno piagnistei sulla fuga dei cervelli e meno giubilo per ciò che gli esuli riportano in patria

Menici60d15 (Pienza e la nuova Pienza). I “baroni” che vengono additati come nemici del sapere sono in ottimi e “fraterni” rapporti con il mondo accademico anglosassone che viene indicato come la Terra promessa. La situazione è ancora peggiore di quello che si dice a proposito dell’università di Siena, perché agli abusi baronali, e alla loro pubblicità, si associa la svendita dell’università pubblica a grandi interessi privati e il suo adeguamento al modello universitario anglosassone, che non è l’università da favola che i media come il Fatto Quotidiano incessantemente stanno descrivendo.

Lì non ci sono nella selezione dei docenti le forme grottesche e grevi del nostro familismo, clientelismo, campanilismo; l’organizzazione è efficiente, dove noi abbiamo un caos stazionario. È un sistema che suscita ammirazione, da prendere ad esempio per vari aspetti; ma che, almeno in campo biomedico, sotto il profilo della subordinazione della ricerca del vero agli interessi del business è corrotto in maniera sistematica e profonda.

Esaltando gli aspetti positivi, si sta dipingendo all’opinione pubblica il sistema accademico straniero come la prospettiva pulita e razionale di una Città ideale rinascimentale. “Visto dall’interno” – l’espressione usata da Tomatis per il titolo di un suo libro sul mondo della ricerca internazionale – appare diversamente; e guardarci dentro può essere come aprire “a can of worms”.

Se si sapesse ciò che avviene davvero nei grandi centri di ricerca biomedica, quanto sono controllati dagli interessi inconfessabili dell’industria e della finanza, ci sarebbero meno piagnistei sulla fuga dei cervelli, e meno giubilo per ciò che gli esuli portano quando vengono rispediti in patria; e i nostri baroni apparirebbero come mafiosi locali pronti a servire i Liberatori; che noi attendiamo con le bandierine in mano.

http://menici60d15.wordpress.com/2010/01/26/vendola-e-il-nostos-del-professore/