Siena, università e città senza speranza

Da: Il Fatto Quotidinano (25 giugno 2011).

Cosimo Loré. A Parma il giorno stesso in cui si è saputo che erano state distratte risorse pubbliche nella misura di qualche centinaio di migliaia di euro è scattata vivace una reazione popolare (manganellata dai soliti violenti di Stato).

A Siena, cinque anni dopo che ognuno aveva potuto ben comprendere la natura criminale e la rilevanza epocale (centinaia di milioni di euro con paralisi permanente di ogni assunzione e promozione del personale docente) del disastro della più importante istituzione culturale cittadina (l’antico ateneo: classe 1240!), nessuno (eccezion fatta per il sottoscritto che si è recato alla locale Procura della Repubblica, il titolare del blog Il senso della misura Giovanni Grasso e la consigliera di amministrazione Michela Muscettola) ha dato “segni di reazione vitale”, dimostrando sani riflessi. Altrove, ad esempio nell’ateneo barese, taluno aveva segnalato la stoltezza miserabile del fenomeno criminale accademico, da ricondurre non solo a ragioni rituali di status symbol ma anche a scellerate manovre di nepotismo ambientale.

Eppure si tratta del fallimento di una prestigiosa università prodotto da prolungata, continuativa, subdola, collegiale gestione delinquenziale di rettori e dirigenti che, una volta sorpresi con le mani nel sacco, hanno avuto la ostentata, ostinata spudoratezza di negare l’evidenza atteggiandosi a vittime, denigrando chi aveva osato rompere il muro di omertà e adire le vie legali e i mass media.

Se la giustizia ha da esser amministrata nel nome del popolo… in una città passiva (e collusa?!) come quella del Palio si affievoliscono assai le chance di punire la cricca e recuperare il maltolto.

Al peggio non v’è fine: dopo tutto quel che è stato accertato, c’è chi tra gli attuali amministratori e amministrati tenta la “soluzione” della cacciata (“prepensionamento”) dei veterani della docenza!

All’università di Siena si tagliano i professori per aumentare la didattica

SangennaroRoberto Petracca. Per rilanciare l’università devono anche aumentare le entrate allargando l’offerta didattica ed attraendo quindi studenti. Per farlo pensano di tagliare i professori ma, ahimé, la cosa è contro la logica comune e difficilmente potrà funzionare. Stiamo giusto assistendo al misero fallimento di un sindaco che non ha fatto in tempo a festeggiare la vittoria che già si ritrova sepolto dalla spazzatura che aveva promesso di debellare abolendo i termovalorizzatori. A volte però i colpi di genio potrebbero anche funzionare. All’università di Siena potrebbero in gran segreto aver copiato Marchionne e la Fiat. Potrebbero aver inventato un multijet della conoscenza che risparmiando professori aumenta la didattica, così come quel accrocchio taglia il consumo di carburante aumentando i cavalli su un’auto Fiat. Speriamo. Chiedendo il permesso a San Gennaro l’operazione potrebbe anche riuscire.

Con lo smantellamento di mezzo ateneo, a Siena, non saranno penalizzati i “vecchi” docenti ma i più giovani

Rabbi Jaqov Jizchaq. (…) in contesti “interdisciplinari”, ove trionfa la equi-ignoranza e le mansioni intercambiabili… un igienista dentale, del resto, non può forse riciclarsi come igienista mentale? In fondo è solo questione di una consonante e come ci illustrano recenti casi di cronaca si tratta di persone dotate di grande versatilità… Mi chiedo, se il “trend” inevitabile è quello di continuare a chiudere cattedre, interi settori disciplinari, corsi di laurea e dipartimenti con la prospettiva certa di non riaprirli mai più, che desiderio avranno di restare qui nei prossimi dieci o vent’anni quelle decine di docenti/ricercatori “giovani”, ieri potenziali eredi cui sarebbe passato il testimone, oggi bollati come “inutili” e la cui specifica competenza non sarà più richiesta, a prescindere da ogni valutazione scientifica; persone che non avranno più nessun punto di riferimento, avendo già da tempo blande possibilità di potersi dedicare alla ricerca, subendo emarginazione ed isolamento e per le quali, se sono strutturati, si dovrà inventare un qualche ruolo onde giustificare lo stipendio. Con lo smantellamento di mezzo ateneo, contrariamente a ciò che afferma una certa vulgata, a prenderla in quel posto sovente non sarà dunque il “vecchio”, che prima o poi va via con tanto di lauta pensione, ma molte decine tra i più giovani (leggasi: i quaranta-cinquantenni) che restano, ai quali, come ho già detto, il venir meno di ogni punto di riferimento (insegnamenti, corsi di laurea, dipartimenti) taglia l’erba di sotto i piedi, proprio quando surrealisticamente dal livello centrale si pretende da loro un maggior …impegno nella ricerca, nel mentre che glielo si impedisce, e si impongono criteri più severi di avanzamento, pur sapendo che di possibilità concrete di stabilizzazione o di carriera non ve ne sono. Chiedendomi che senso abbiano in un simile panorama espressioni come “libertà di ricerca” e “libertà d’insegnamento”, ritengo che sia a costoro, che si dovrebbe semmai concedere un lasciapassare ed un incentivo per andarsene altrove; quello che temo, è solo che anche di questa eventuale scialuppa di salvataggio finirebbero per usufruire invece per primi quegli incauti ufficiali che hanno provocato il naufragio, un po’ come accadde per il Titanic, ma forse più ancora per la “zattera della Medusa”, con relativi episodi di sopraffazione e di cannibalismo.

Siamo seri: se stiamo parlando di campi di studio rigorosi, non si può ragionare così, e qui a scomparire non è più l’inutile scienza del bue muschiato, bensì un pezzo cospicuo dell’ateneo. Non si può tacere sul fatto che un meccanismo automatico di causa/effetto tra estromissione degli strutturati anziani e immissione dei precari, nell’immediato non sussiste: che mandare via un “vecchio” ora come ora, se abbassa la pressione sul Fondo di finanziamento ordinario, non necessariamente apre la strada a un “giovane” che lo rimpiazza, nel medesimo settore (dopo, può essere troppo tardi). Dunque almeno non raccontiamoci balle sull’esito e sul senso ultimo di certe dolorose operazioni, giacché in diversi casi esse producono la chiusura definitiva di una struttura e di una esperienza, con tutti i risvolti umani e scientifici del caso (oltre naturalmente, alle ripercussioni sul dato statistico delle iscrizioni). Naturalmente tutto ciò è “inevitabile”, dice la vulgata, but not in my Backyard, of course: ma allora, in un’ottica di ristrutturazione che appaia minimamente credibile, torno a ripetere che invece di continuare con una sorta di “conventio ad excludendum”, dovrà essere dichiarato esplicitamente e senza infingimenti, ciò che si vuol salvare e ciò di cui si ritiene di poter fare a meno in quel poco che sopravviverà di questo ateneo, dove oramai vengono considerati “residuali” molti settori di base presenti in ogni università degna di questo nome. In tutt’ Europa esiste la mobilità e la programmazione sul territorio si fa così, non essendo considerato uno scandalo chiudere delle sedi, polarizzare le specializzazioni nei diversi atenei della regione e trasferire nel luogo appropriato il personale di settori dismessi perché non più sostenibili: se non si fa questo, mi spiegate cosa cacchio si pensa di fare?

“Aspettando le prescrizioni” per il dissesto dell’Università degli Studi di Siena

Monologo di un Procuratore della Repubblica

Outis. Che montagna di pratiche! Guardiamo stamani cosa emerge dal mucchio: “Malversazioni e porcherie varie all’Università di Siena“, bisogna provvedere con urgenza; ma qui che c’è? Orrore! “Tentativo di furto del ciuco all’Orto de’ Pecci“, un tentativo di abigeato a Siena! e per di più aggravato dall’ora notturna; dietro, ne sono quasi certo, c’è un traffico internazionale di ciuchi, li verniciano metallizzati e li spacciano per colibrì nei paesi arabi, mi pare di averlo sentito dire. L’Università può attendere, maiora premunt!

Davvero qualcuno pensa di usare un “Madoff italiano” per risanare l’università di Siena?

Dal primato del dissesto finanziario più alto tra gli atenei – e con il maggior numero di indagati – a quello dell’inchiesta per brogli sull’elezione del rettore, l’università di Siena non finisce mai di stupire. L’incapacità dei vertici a predisporre un piano in grado di riportare in equilibrio la gestione finanziaria dell’ateneo e la cronica mancanza di liquidità per le spese correnti sollevano pesanti interrogativi sulle iniziative che l’attuale rettore intende adottare per superare l’emergenza. Se poi si considera la completa assenza di trasparenza sulle decisioni dei vertici, in violazione del decreto legislativo che impone «l’accessibilità totale delle informazioni», si comprende la preoccupazione di chi teme per le sorti del nostro ateneo. In tale contesto, si inserisce la storia che segue.

Negli Stati Uniti, Bernard Madoff ha ideato la più grande truffa finanziaria di tutti i tempi. Domanda d’obbligo: «esiste anche un Madoff italiano?» Più di uno, a giudicare dalle recenti notizie di stampa! Infatti, a Roma, è stato scoperto il Madoff dei Parioli e a Fondi (LT) il “Madoff della Piana”. Ma, oltre alla voragine, quali similitudini potranno esserci tra i primati negativi dell’università senese e la speculazione creativa di tali promotori finanziari? Una prima similitudine riguarda la gestione, concepita come un affare di famiglia, sfruttando la classica catena di Sant’Antonio. Bernie Madoff per anni ha garantito alti interessi agli investitori utilizzando i capitali dei nuovi clienti, fino a quando, con la crisi finanziaria, le richieste di rimborso, superiori alle nuove sottoscrizioni, non hanno fatto scoprire la truffa.

Analogamente, nell’università di Siena, la gestione autocratica ha reso possibile la “manipolazione” dei bilanci, l’omesso trasferimento dei contributi ad Inpdap ed Irap nei momenti di tensione di liquidità, e le assunzioni non necessarie di docenti ed amministrativi. Inoltre, ciascun rettore ha scaricato sulle spalle del successore il debito e l’onere delle decisioni, spostando sempre più in avanti il riequilibrio (se mai ci sarà) della gestione finanziaria. A bancarotta conclamata, si è passati alla vendita degli immobili, agli incentivi per i prepensionamenti dei docenti e al consumo, già nei primi mesi di ciascun anno (2009, 2010 e 2011), dell’intero fondo di finanziamento ordinario, anticipato dal Ministero. «Stiamo lavorando ad un’operazione straordinaria!» ha dichiarato in questi giorni Riccaboni, senza fornire alla comunità accademica informazioni tali da consentire «forme diffuse di controllo del rispetto dei principî di buon andamento e imparzialità». Qualcosa, però, comincia a filtrare. Si parla di “Fondazioni immobiliari” e di “derivati amministrativi”, argomenti che ci portano così al Madoff della Piana, un promotore finanziario di Fondi che ha polverizzato centinaia di migliaia di euro gestendo direttamente i conti correnti on line dei clienti. Laureatosi a Siena in Scienze Economiche e Bancarie ha fatto parte per 5 anni della Deutsche Bank SpA e dichiara, nel suo curriculum, di fare l’Assistente alla cattedra di una disciplina finanziaria del Dipartimento di Studi Aziendali e Sociali della Facoltà di Economia “Richard M. Goodwin” di Siena. Può darsi che si tratti soltanto di fortuite coincidenze e che i suoi rapporti con il rettore e delegati siano esclusivamente di natura didattica e/o scientifica. In tal caso, Riccaboni ha il dovere di chiarire tutta la vicenda e, soprattutto, di spiegare i contenuti dell’operazione straordinaria allo studio.

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino online (8 giugno 2011). Un “Madoff italiano” per risanare l’università di Siena? – Riccaboni ha il dovere di chiarire tutta la vicenda.
Il Santo Notizie di Siena (8 giugno 2011). Con lo stesso titolo del post.

Con “il caso, la necessità e l’anagrafe” si affossa definitivamente l’Università di Siena

Rabbi Jaqov Jizchaq. Mi pare che a molti, in questa distorta diatriba dei vecchi contro i giovani, sfugga l’essenziale: molti dei corsi di laurea che chiudono, non chiudono necessariamente per manifesto fallimento dal punto di vista scientifico o didattico, per “inutilità” ecc., ma semplicemente perché decimati dai pensionamenti e dai prepensionamenti, in presenza del blocco del turn over e di sempre più rigidi e talvolta demenziali “requisiti minimi di docenza”. In tal modo Siena rischia di smantellare uno dopo l’altro diversi comparti di base e tenersi la ciofega, visto che l’unico criterio di ristrutturazione pare essere che sopravvivono solo quelli che illo tempore ebbero la ventura di accedere ai forzieri onde promuovere di ruolo legioni di docenti (sicché oggi si dice: “ci sono troppi docenti, a Siena!”, frase trovata nel prontuario dei luoghi comuni accanto a quell’altra: “tutti gli italiani mangiano un pollo”). Si dice che la “media” dei docenti è alta, ma con la mannaia dei pensionamenti non tutti i comparti sono così pingui: anzi, il prezzo della saturazione e dell’ampliamento a dismisura di certuni, è stato pagato proprio con la forte penalizzazione di altri, sicuramente non meno “importanti”, e questo a prescindere dalla “attrattività”, dal numero di studenti, dalla “utilità” ecc. Soggiungo, by the way, che ancora non è chiaro cosa si intenda fare di coloro che ci lavorano, docenti/ricercatori e tecnici ed auspico provvedimenti di mobilità, che però (conoscendo il mondo accademico) non potrà non essere fortemente incentivata, nel quadro di un disegno che preveda la polarizzazione a livello regionale delle diverse specialità. Dunque, non si può accogliere come vangelo il solito tromboneggiare di certe “étoiles” del palcoscenico senese che pensano solo al loro “particulare”, additando come cura, semplicemente la soppressione degli insegnamenti, dei corsi di laurea e dei dipartimenti altrui: al contrario, occorre assumere la responsabilità di una scelta soggettiva ben motivata, conseguente all’individuazione di settori strategici irrinunciabili, gettando la maschera di una opportunistica “neutralità” che affida la decisione “al caso” e all’anagrafe. Certe generalizzazioni che si odono, mi sanno tanto di raggiro: incarnano cioè il punto di vista di chi in passato ha meglio consolidato le proprie fortificazioni e rimpolpato le proprie guarnigioni (fatto che, insisto, poco ha a che vedere con l’utilità, o persino col numero di studenti), al punto da poter rinunciare di buon grado ad una quota di personale, senza per questo dover smantellare tutto l’ambaradan; né capisco come si possa accettare a cuor leggero di smantellare settori basilari, come fossimo pervasi da una specie di cupio dissolvi, prima di aver risolto patologie come «…una serie di corsi equamente suddivisi tra Lettere di Siena e Lettere di Arezzo». Sarà il tema del doppio, evidentemente caro ai letterati (da Plauto al dottor Jekyll & mister Hyde), ma qual è il disegno dietro a questo sconcertante tirare una corda che è già in procinto di rompersi? Tornando con ciò all’«affaire» aretino, è acclarato che non ci sono le forze, in termini di docenza e/o numerosità degli studenti, per tenere in piedi decentemente due Facoltà gemelle, giusto? Intendo bene? Allora non capisco perché si concedano ancora allegramente raddoppi, di corsi di laurea, come di dipartimenti, soprattutto avendo la consapevolezza che in tal modo si reca nocumento grave alla casa madre senese e che (tutti lo dicono, in camera caritatis) i bizzarri ordinamenti usciti dall’ultimo “maquillage”, tra l’altro sulla base di criteri del tutto disgiunti da quelli che presiedono la costituzione dei futuri dipartimenti, avranno vita effimera.

Anche negli Stati Uniti cresce l’esigenza di distinguere le università per la ricerca da quelle per la didattica

La hit parade degli atenei (la Repubblica, 31 maggio 2011)

Federico Rampini. «Le cose che contano, non sempre si possono misurare», soleva dire Albert Einstein. L’istruzione conta molto, ma abbiamo ragione a volerne misurare la qualità con delle classifiche? L’inflazione di classifiche internazionali riguarda in particolare le università. Un tempo era un fenomeno tipicamente americano: con quel che costano le rette Usa, le famiglie divorano da anni le “pagelle” delle facoltà compilate da US News and World Report, e altri magazine. Con la stessa logica: le famiglie del ceto medioalto cinese investono fortune per mandare i figli all’estero, vogliono che siano soldi ben spesi. Dal 2003 una delle classifìche più autorevoli sulle migliori 500 università del mondo, è compilata annualmente dalla Shangha Jao Tong University. L’Unesco ora solleva dei dubbi sull’utilità di questi raffronti. Usando come parametri di qualità il numero di premi Nobel, o le scoperte nella ricerca medica, certe classifiche danno per scontato che tutte le università debbano aspirare ad essere Harvard. Negli Stati Uniti, invece, si fa strada l’esigenza di distinguere tra atenei che hanno i mezzi per essere poli di eccellenza e altri che devono specializzarsi nell’insegnamento. In difesa delle classifìche: molti studenti stentano a orientarsi nell’immensa offerta di corsi di studio e rischiano di finire vittime di università-truffa, che investono solo nel marketing di se stesse.