Per salvare l’università di Siena «ci vorrebbe un docente e un economista!», ha dichiarato Riccaboni

Rabbi Jaqov Jizchaq. 1. Per creare “i migliori”, come dice Raffaele Simone, occorrono corsi di laurea con un percorso 
chiaro, didatticamente ben strutturati, ben gerarchizzati (cioè a dire dove il livello superiore non sia una mera ripetizione di quello inferiore, quello che è fondamentale si distingue da quello che lo è meno), con chiari curricula dal triennio, alle lauree magistrali, al dottorato, al postdottorato: insomma, l’esatto opposto di quello che sta accadendo in questa fase. Anche perché sennò “i migliori”, come sta accadendo massicciamente adesso, non trovando soddisfazione alla loro brama di conoscenza, scappano a gambe levate subendo l’attrazione di sedi ove l’offerta didattica è più ricca e meno cinobalanicamente assemblata che da noi. Ma qui siamo ancora al caro babbo, ignari della concorrenza che oramai esercitano altre sedi o altri paesi europei.

2. La massiccia uscita di ruolo di moltissimi docenti rende insostenibile un’offerta didattica come quella che c’era prima, per via di quell’altra geniale trovata dei “requisiti di docenza” mussiano-gelminiani, e si è detto: “vabbè, a qualcosa si deve rinunciare”; ma mi domando che razza di criterio di selezione sia questo e le toppe che si stanno cucendo su vestiti sempre più laceri, mi paiono peggio del buco che coprono. Si era detto che c’erano troppi docenti, ma dal fatto che ora scarseggino e si aprano voragini nella didattica, si evince evidentemente che non erano “troppi” dappertutto, bensì in alcuni settori, né che l’abbondanza fosse proporzionale all’importanza e alla fama scientifica. Si era detto che si dovevano sopprimere i corsi “inutili” e di basso livello, ma siccome alla fine le scelte sono state compiute sulla base, se non talvolta di criteri inconfessabili, del materiale umano disponibile dopo le uscite di ruolo naturali o con moto accelerato (e questo blog ha illustrato bene dove di materiale umano ce n’era parecchio, insinuando anche perché), a me pare che invece siano entrati in crisi o stiano per farlo alcuni tra i settori più specializzati, cioè a dire quelli qualificanti. Quanto al numero di studenti, tacerò su certe opere di prestidigitazione con le quali si è fatto sì che chi ne aveva, non ne avesse più (vedi punto 1.) e di corsi imbellettati affinché non si capisse che non potevano più vantare le oceaniche adunate di supplichevoli aspiranti matricole.

3. Pertanto la vulgata intorno alla ricerca dell’eccellenza non la racconta giusta. Siamo arrivati al dunque: hic Rhodus, hic salta e non c’è spazio per sotterfugi. Considerata la voragine di bilancio e la scarsità di risorse dei tempi dello “spread”, considerato inoltre che quello che è stato soppresso non risorgerà dalle ceneri, l’unica maniera per mantenere un’offerta didattica decente sarebbe quella di specializzarsi localmente e andare però verso una integrazione tra atenei che insistono su una medesima area nella distribuzione dei compiti anche a livello della didattica di base. Quello che occorrerebbe fare, come ho già detto, è a mio avviso creare per ciascun settore dei solidi presidî di un certo peso a livello territoriale, mantendo viva la tradizione scientifica, il livello della didattica e le competenze professionali almeno in una delle sedi “viciniori” e concentrando lì i docenti in esubero, non più utilizzabili in altre sedi (almeno quelli che hanno voglia di lavorare). Altrimenti, senza possedere una “massa critica” quantitativa e qualitativa di docenti e studenti, si è costretti a proseguire sulla via nichilista dei garbugli inestricabili multidisciplinari da far cadere in deliquio il Maestro Venerabile degli Armonici Grovigli, brodi di coltura d’ogni sorta di filibustiere. Spulciando i piani di studio che propongono un approccio “mordi e fuggi” alle singole discipline mi chiedo come faranno gli studenti a laurearsi e far emergere il loro “genio”, se non vi è alcuna possibilità di approfondimento, al di là di vari assaggini stile happy hour.

4. Quanto alla “scomparsa” di una intera generazione di studiosi e all’assenza di qualsiasi possibilità per gli attuali “giovani” non-strutturati, il punto toccato è drammatico: naturalmente occorre operare dei distinguo, ma io non vedo altro modo, se non quello indicato, per offrire una prospettiva a quei ricercatori meritevoli – in molti casi spremuti per anni come limoni – che con la scomparsa dei rispettivi comparti di ricerca vengono ad uno ad uno spietatamente eliminati (se non stabilizzati) o emarginati e verosimilmente indotti al suicidio (se stabilizzati), senza una cacchio di “valutazione” del menga di alcunché, con la banale e metodica indifferenza livellatrice del beccamorto che seppellisce i buoni e i cattivi: distruggere una generazione è un costo sociale e morale accettabile (soprattutto per chi non lo paga) o un crimine di irresponsabilità?

5. Anziché adagiarsi sulle vuote liturgie di una soverchiante e tirannica burocrazia, costituita da ominidi che hanno prodotto solo il trionfo delle Scienze Improbabili ed Indistinte, bisognerebbe ricominciare a guardare ai contenuti e all’orizzonte di senso delle cose che si fanno; ci vorrebbero insomma degli “intellettuali”, parafrasando quel famoso medico che chiamato in soccorso di un ferito esclamò: «qui ci vorrebbe un dottore!». Mi pare, infatti, che nel culto idolatrico e deresponsabilizzante del Moloch della burocrazia si riveli la tragica assenza di una classe dirigente, nel senso della élite paretiana, in grado di avere una visione ed assumersi le proprie responsabilità. Dopo anni di deliri e di vuote teorie pedagogico-burocratico-formalistiche, di “format”, di “descrittori di Dublino”, di “learning skills” … che hanno avuto come unico effetto quello di deresponsabilizzare e di offrire alibi a fannulloni incompetenti e personaggi di sconfinata cialtroneria, a stento trattenuti dalla bramosia di insegnare tutto, mi sentirei di dire che non aveva tutti i torti Giovanni Gentile affermando che «il metodo è il maestro».

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