Tra sindacati ululanti e belanti, dopo ventisette anni la Cgil recupera la voce perduta e contesta i vertici dell’ateneo senese

La poca trasparenza dei nuovi Dipartimenti e il silenzio di alcuni sindacati belanti

Flc-Cgil. A seguito dei provvedimenti con cui l’Amministrazione ha dato il via alla nuova dipartimentalizzazione, la Flc-Cgil vuole innanzitutto manifestare la propria solidarietà a tutti i colleghi e a tutte le colleghe che sono  “scomparsi” e che d’un tratto sono stati cancellati o dimenticati dalle corpose liste allegate ai provvedimenti in questione. La stessa solidarietà va poi a coloro che sono stati, senza nemmeno essere ascoltati mandati in una struttura piuttosto che in un’altra senza sapere nemmeno in base a quali criteri oggettivi, o semplicemente, dopo anni di servizio de-classati: molti hanno visto le proprie storie professionali di colpo annullate.

La Flc-Cgil manifesta in maniera forte e decisa il suo disappunto nei confronti di una Amministrazione che ha operato e condotto tale riorganizzazione nei confronti del personale utilizzando criteri soggettivi e legati a vecchie logiche più che ai criteri della buona amministrazione. Ma poco importa questo al Direttore Amministrativo e al Rettore – mera presenza in contrattazione – che nell’ultimo incontro sindacale hanno ribadito di non avere interesse ad aprire nessun dialogo con il personale. In nome del tanto proclamato rinnovamento che spesso l’Amministrazione sbandiera, sarebbe stato più trasparente individuare i profili delle figure apicali e poi procedere con l’apertura di procedure pubbliche che avrebbero dato a tanti la possibilità di mettere in campo le proprie professionalità, come più volte la Flc-Cgil ha proposto da sola e inascoltata.

Tante le incongruenze e troppe le dimenticanze: dove sono finiti i Collaboratori Esperti Linguistici; dove è finito il Presìdio di Arezzo (previsto nel modello di organizzazione) e come sono nati ad Arezzo i “Servizi Generali”? Ci si è affidati invece a colloqui individuali, garantiti solo ad alcuni, condotti in maniera del tutto personale, da dove sono nate scelte ampliamente discrezionali. La Flc-Cgil nel silenzio assordante di alcuni sindacati di base prima ululanti ed ora chissà come mai, completamente silenziosi, prende atto di essere la sola organizzazione sindacale a trovare assolutamente poco trasparente l’inizio di questo processo che dovrebbe portare alla definizione della nuova Università. Per questi motivi invitiamo tutti i colleghi e tutte le colleghe che hanno subito tali procedimenti a chiedere immediatamente l’applicazione dell’Art. 8 comma 1 delle Norme disciplinati la mobilità del personale tecnico e amministrativo che prevede che: “Il dipendente oggetto di procedimento di mobilità può, entro 5 giorni dalla data in cui gli è stato comunicato il provvedimento, presentare esposto al Direttore Amministrativo chiedendone la sospensione. In tal caso il procedimento sarà oggetto di confronto con le OO.SS. entro i 10 giorni successivi”. A tal riguardo la Flc-Cgil si mette a disposizione di tutte le colleghe e i colleghi senza alcuna differenza per appartenenza sindacale, per ascoltare e trovare un modo per procedere contro tali procedimenti e garantiamo da subito la nostra assistenza legale. Prendiamo atto che con questo procedimento il Rettore e il Direttore Amministrativo hanno fatto fare parecchia strada indietro sulla “road map” della trasparenza facendoci rivivere vecchie e logore logiche che speravamo fossero completamente messe da parte.

Università di Siena: se 250 milioni di buco hanno prodotto il primo posto in classifica, allora continuate così, che vi daranno pure la medaglia

Rabbi Jaqov Jizchaq. “Sin qui, tutto bene”, diceva quello mentre precipitava da un grattacielo, giunto a pochi metri dal suolo: questo mi pare essere il messaggio che trapela dietro ai cori di peana per i trionfi di questi giorni. Se duecentocinquanta milioni di buco hanno prodotto il primo posto in classifica, allora continuate così, che vi daranno pure la medaglia: si vede che noi comuni mortali,  dei grovigli statistici non ci capiamo molto. Spiegatelo a quella legione di ricercatori che è stata buttata fuori o congelata su un eterno bagnasciuga, scavando in tal modo un solco tra generazioni e interrompendo bruscamente ricerca e tradizioni scientifiche (mentre ci riempiamo la bocca del VQR), che ciò è stato valutato come un dato positivo. Fateci capire se il Censis (credibile quanto Moody’s) ha approvato prepensionamenti, accorpamenti, soppressioni, così come sono stati realizzati: almeno capiremo quale modello di università provincialoide per il popolino del contado hanno in mente quelli che li pagano. Del resto, paradossalmente, nella città politicamente commissariata dei buchi clamorosi e impuniti (dal Monte all’università), che non rappresenta dunque un esemplare di buona amministrazione e di buona giustizia, risultano primeggiare, secondo il Censis, proprio … Economia, Scienze Politiche e Giurisprudenza. Me ne rallegro comunque, e sono contento che davanti a questi corsi di laurea si apra un radioso avvenire: ma costituendo essi, assieme a Medicina, forse la metà del corpo studentesco, delle rimanenti specialità – della scienza strictu sensu, della cultura – non è chiaro cosa vogliano farne e soprattutto sarebbe interessante sapere se pensano semplicemente di farne a meno. Nel qual caso, nulla quaestio, ma visto che non sta bene buttare a mare tanta zavorra umana, dovrà essere organizzata una evacuazione di studenti, tecnici e docenti paragonabile a dir poco all’Operazione Salomone che portò i Falascià in Israele. Rimando ai miei precedenti messaggi per sottolineare come ciò sarebbe in certa misura addirittura auspicabile, visto che oramai diversi comparti scientifici hanno perso la massa critica per sopravvivere separatamente nei tre atenei toscani: non solo nella piccola Oxford senese, ma anche da quei trogloditi distanziati in classifica di Firenze e di Pisa. E sarei curioso di sapere quante di quelle specialità che hanno contribuito alla determinazione del trionfale risultato esistono ancora e quante invece nel frattempo, nello iato temporale intercorso fra la rilevazione dei dati e l’ultima riforma degli ordinamenti, soccombettero. Interessante, anche per stabilire definitivamente se si tratta di una burla, sarebbe il dato analitico corso per corso, dipartimento per dipartimento, perché dà uggia udire le solite mosche cocchiere esultare “abbiamo vinto! Abbiamo vinto!”, senza che abbiano contribuito una beneamata minchia all’efficienza e al prestigio scientifico dell’ateneo.

P.S. Sebbene si sia classificata prima per il Censis, Siena non piazza una sua facoltà tra le prime tre in Medicina, Farmacia, Psicologia, Scienze della Formazione, Matematica, Fisica, Chimica, Biologia, Lingue e tutti i rami dell’Ingegneria: come fa dunque ad essere prima? Prima “de che”? Balza all’occhio poi il dato clamoroso che nel podio delle Facoltà non c’è più la mitica Facoltà di “Lettere” (ahimè, senza più “Filosofia”) di Siena, né quella di Arezzo! Dipenderà dalla prematura dipartita di taluni personaggi, o semplicemente dal fatto che hanno combinato un bel troiaio, la maggior parte dei corsi e delle specializzazioni essendo stati smantellati ed accorpati in un generico ed incolore “humanities”, per giunta in duplice copia? Sicuramente glisseranno su certe operazioni demenziali e, come i generali di Caporetto, daranno la colpa a chi non è stato abbastanza solerte nel tirare le cuoia.

Università di Siena: la supercretinata del giorno

Università: Siena vola, è il titolo del Corriere Fiorentino di oggi che commenta la classifica degli atenei italiani del Sole 24 Ore. L’augurio è che non si tratti di ali di cera appesantite da affermazioni trionfalistiche e immotivate. Purtroppo, le dichiarazioni del rettore, gli indicatori usati per stilare la graduatoria, le scelte scellerate sull’offerta formativa del corrente anno accademico, gli espedienti, il prepensionamento dei docenti, fanno ripiombare dall’alto sulla dura roccia la situazione comatosa di questo martoriato ateneo.

Angelo Riccaboni. Né rivincita, né sorpresa, ma la conferma che il risanamento non ha leso la qualità. Non credo che si possa parlare della favola del brutto anatroccolo, perché noi cigno lo siamo sempre stati. Siamo contenti di poter dimostrare che il risanamento finanziario è stato fatto senza ledere in alcun modo la qualità. Un riconoscimento per nulla inatteso, poiché nella didattica come nella ricerca il nostro Ateneo ha sempre tenuto risultati eccellenti.

La latitanza del corpo docente dell’Ateneo senese ha candidato Siena a capitale europea della dabbenaggine

Il commento di Rabbi (1 marzo 2012) sull’attuale condizione dell’Università di Siena, dove si vive alla giornata e con espedienti, senza alcun intervento sul sistema che ha generato il dissesto.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ho sentito tempo fa nel corso di un servizio su “La 7” dedicato alle disgrazie senesi, enumerare tra i problemi che attanagliano l’ateneo, quello di un esubero di personale docente: ma c’è qualche incongruenza nel ripetere che a Siena ci sono troppi docenti e, nel contempo, chiudere molti insegnamenti e corsi di laurea di base (non le famigerate “scienze del bue muschiato”) per mancanza di docenti, non credete? Dalla ventina di professori di ruolo in un unico settore, alle decine di contratti, appannaggio di altri ben ammanicati profesurun: mica qualcuno penserà che per tutti, negli anni dello scialo, sia stato un tale bengodi? Bisognerebbe almeno soggiungere che i “troppi docenti” non sono stati ovunque, ma in alcuni settori, non necessariamente i settori più importanti (anzi…), come non necessariamente “inutili” sono quelli che man mano vengono cassati con un indifferente e cinico tratto di penna; ma anche qui, se il giudizio è lasciato ai diretti interessati, essi vi diranno che i docenti del vicino sono sempre “troppi” rispetto ai propri. La politica dei “tagli lineari” indotta dal mero meccanismo anagrafico delle uscite di ruolo, unita all’impossibilità di reclutare, ha messo in ginocchio proprio chi di personale non ne aveva reclutato in abbondanza, forse perché morigerato, forse perché fesso: per quanto indiretta e travestita da meccanismo aleatorio tipo tombola, una scelta – ossia quella di colpire proprio costoro – la si è dunque operata, ed è parecchio opinabile che una tale opzione risponda a criteri principalmente qualitativi. Pietà l’è morta, ma una volta compiuta una tale scelta, come persone coscienziose, si dovrebbe essere conseguenti e ci si dovrebbe rendere conto che si sono creati diversi orfani, cui sarebbe doveroso offrire almeno una via di fuga, visto che altrimenti il piano di risanamento, come letterariamente lo si definisce – quasi narrassimo le vicende dell’ingegner Hans Castorp alle prese con la tubercolosi – assomiglia più che altro ad un golpe.

La sicurezza di andarsene con cospicua buonuscita entro un breve lasso di tempo, ha accentuato la scelleratezza di alcuni e l’assenteismo di altri, favorendo soluzioni raffazzonate di cortissimo respiro, tese solo a posticipare di poco la catastrofe e a garantire un congedo definitivo privo di traumi a gente con le chiappe al caldo. Paradossalmente in alcuni corsi di laurea i prepensionati riassunti a contratto costituiscono pressoché gli unici simulacri di “professore ordinario” rimasti, immobili e silenti come i busti marmorei dei “patrioti” al Gianicolo o i manichini di un museo delle cere di Madame Tussauds: pensione cospicua, lauto contratto, magari altre collaborazioni esterne,  nessuna responsabilità; da parte di molti scarsissimo impegno, a fronte di gente alle prese col salario accessorio o che nei ranghi della didattica e della ricerca riempie i vuoti lasciati da costoro, praticamente in incognito. Gente che dura fatica a mettere assieme il pranzo con la cena, una generazione di “giovani” decimata, che la pensione non l’avrà, e alla “carriera”, coloro che fortunosamente saranno sopravvissuti assieme alla propria disciplina e ai corsi di laurea sui quali è incardinata, dovranno incominciare a pensarci… a partire dal 2018, cioè mai. A tutti si consiglia intanto, amorevolmente, di pensare per così dire a una “polizza”, ossia a scegliersi una rupe abbastanza alta per buttarvisi a tempo debito, anche senza riscattare la laurea. Tutto ciò non ha senso: se una parte del corpo docente è stata civilmente seppellita, pensionandola, altri mostrano ancora le loro membra scomposte ai rapaci, cadaveri rimasti a puzzare insepolti senza la pietà di nessuna Antigone: siccome non si comprende quale colpa dovrebbero espiare, chi è il giudice e quale sentenza possa emettere chi a sua volta è attenzionato e oggetto di indagine, vogliamo per decenza e per il residuo onore dell’istituzione accademica offrire loro una via di scampo, semplicemente trasferendoli altrove? Altrimenti, cosa volete farne? Contentarvi di constatare che il suicidio di un po’ di persone è tutto sommato un costo sociale accettabile, se come contropartita produce una razionalizzazione dell’offerta didattica che consenta la sopravvivenza delle mirabili “scienze del bue muschiato”? In fondo Siena è ancora università statale e la porcherrima autonomia universitaria non può precludere soluzioni che altrove sarebbero considerate addirittura ovvie.

L’uscita di ruolo, naturale o anticipata di un numero considerevole di professori, avendo messo in crisi interi comparti, ha creato profughi e gruppi di sbandati i cui reggimenti si sono dissolti, come un esercito in rotta, ma curiosamente questo pare non essere un tema all’ordine del giorno: se ti viene un canchero, dal punto di vista contabile, lassù stappano lo Champagne, e non so se si possa considerare un ambiente sano, quello in cui si è costretti a difendersi dall’amministrazione la quale (costantentemente sperando che ti pigli un accidente o ti investa un tram) ti guarda solo come peso sul FFO o un nemico da abbattere, in un contesto ove pare oramai che anche la notizia di un colpo apoplettico venga accolta con gioia, essendo cagione del risparmio di uno stipendio.

Dopo l’alea della chiusura a capocchia di corsi di laurea o cattedre senza considerazione alcuna della loro importanza, tenendo in piedi magari la fuffa per il solo fatto che vi sono cinquanta professori di fuffologia, reclutati dal potentissimo capo dei fuffologi per non fare un cazzo, è accaduto che tra coloro che andranno in pensione, non domani, ma fra quindici o vent’anni, vi siano oramai sparuti gruppi che non hanno o a breve non avranno più un insegnamento, un corso di laurea di riferimento, dunque alcuna possibilità di operare nella ricerca, come nella didattica, e non credo che si possa, con la rozzezza che caratterizza oramai il “dibattito culturale”, ripetere la cretinata che si ode sulla bocca di grevi personaggi: “icché vòi che sia? Si metteranno a fare qualche altra cosa, che tanto è uguale”.

Essendo la sicumera un sottoprodotto dell’ignoranza, non mi sorprende la smagliante e serena grettitudine con cui in questa fase molti parlano senza discernimento di cose che non sanno, ordiscono strane trame leggiadramente sorvolando sulla struttura delle scienze contemporanee e la difficoltà delle singole specializzazioni ad essere irreggimentate dentro lo schema degli “accorpamenti” cinobalanici e della didattica “just in time”, strano mascheramento di una ottusa e grigia burocrazia sovietica bulgakoviana, da toyotismo “de noartri”, che continua a spacciare il declassamento e la caduta di livello degli studi universitari per “efficienza”. “La burocrazia – diceva Balzac – è un gigantesco meccanismo mosso da pigmei”.

Adesso tutti sono alle prese col VQR e da anni si parla assai ipocritamente di come meglio cucinare “i giovani” (latu sensu), senza che peraltro nessuno si sia incaricato in questa fase di andare a vedere, non solo cosa fanno “i vecchi” (circa l’UGOV queste mie povere orecchie hanno udito diversi di costoro commentare beatamente: “io me ne strafotto!”), ma anche individualmente chi sono, come operano e in che condizioni attualmente lavorano questi  “giovani”: ebbene, siccome il pesce puzza dalla testa, sarebbe utile riflettere sul fatto che la credibilità dei progetti di ricerca, la possibilità di approdare a pubblicazione su rivista internazionale, peer review etc., non vengono da sé e non sono appannaggio dell’ultimo sfigato imbelle assegnista di ricerca che si ritrovi a lavorare nel deserto, bensì presuppongono l’organizzazione della ricerca, dunque che chi guadagna il quintuplo di lui faccia quello che sarebbe incaricato di fare: ciò è chiaramente incompatibile col livello di latitanza, o di omertosa complicità nella latitanza che caratterizzano una parte (dico una parte, benché significativa) del corpo docente di questo ateneo, ove troppi personaggi catafottutivisi a svolgere un mestiere “che non era il loro” (vo’ mi capite) hanno sicuramente candidato Siena a capitale europea della dabbenaggine.

I quattro dell’Ave Maria e la centralità della didattica nella riforma dell’Università

Stefano Semplici, Giampaolo Azzoni, Paolo Leonardi, Emanuele Rossi

Atenei, ipotesi autoriforma (da: Avvenire, 6 luglio 2012)

Enrico Lenzi. Offerta formativa di qualità per tutti o più attenzione al merito? Potenziamento della didattica o valorizzazione della ricerca? Il mondo universitario italiano da tempo si sta macerando su questi dilemmi. E anche tutte le riforme che negli ultimi anni i ministri hanno messo in campo non sono al momento riusciti a trovare un punto di equilibrio, almeno secondo l’opinione di chi nell’università vive e opera. E allora quattro docenti (Stefano Semplici dell’Università di Roma Tor Vergata e Collegio «Lamaro Pozzani»; Giampaolo Azzoni  dell’Università di Pavia, Centro di etica del Collegio Borromeo; Paolo Leonardi dell’Università di Bologna, Collegio Superiore; Emanuele Rossi del Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa) hanno deciso di prendere carta e penna nel tentativo di offrire una soluzione ai dilemmi, o almeno «un contributo al dibattito». «È una proposta che parte dal basso – spiega Stefano Semplici, ordinario di Filosofia morale – e che è il risultato di una riflessione a partire dai testi e dalle proposte fatte fino ad ora». E a sorpresa per questo gruppo di docenti non solo «il punto di equilibrio si può trovare», ma «siamo anche convinti che entrambi i punti siano obiettivi prioritari per far funzionare l’università».

Partiamo dal primo: equità e merito. «Come abbiamo scritto al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo – spiega Semplici – la contrapposizione fra equità e merito non solo è sbagliata, ma dannosa per il Paese e in particolare per chi ha bisogno di maggior aiuto per far fiorire il suo talento». Insomma l’università deve «garantire percorso formativi che mettano in grado tutti – e questa è l’equità – di poter sviluppare i propri talenti e anche di aiutare a farli emergere in coloro che non sembrano averli». Nello stesso tempo «deve saper riconoscere il merito, ma non considerandola come una risorsa del singolo, bensì dell’intera comunità». Per il professor Semplici «occorre pensare ai “benemeriti”, cioè a coloro che hanno potuto sviluppare i propri talenti e poi li hanno posti al servizio di tutti».

Altrettanto delicato il secondo dilemma: didattica o ricerca. «Sono le due gambe su cui si regge l’università e devono viaggiare in parallelo – sottolinea Semplici–. Oggi, invece, si tende a privilegiare la produzione scientifica e la ricerca nella valutazione dei docenti, lasciando ai margini la didattica. Risultato? Professori dedicati solo alla ricerca e poco propensi a entrare in aula a fare lezione. Con grave danno per gli studenti». E qualche avvisaglia di questa tendenza si è vista con alcune levate di scudo da parte di alcuni docenti «che si lamentano del tetto obbligatorio di 100 ore di lezione all’anno, quasi che quel tempo – tra l’altro 10 ore al mese visto che luglio e agosto non ci sono lezioni – fosse perso per le cose importanti, cioè la ricerca». Il danno per l’università è più che evidente.

La proposta elaborata dal gruppo dei quattro docenti affronta anche altri aspetti giudicati decisivi per una buona riforma dell’università. «Penso all’incentivazione dei comportamenti virtuosi nell’amministrazione degli atenei – spiega il professor Semplici – in modo da produrre risparmi da reinvestire ad esempio nel diritto allo studio. O alla figura del garante degli studenti. Ma anche al sistema di abilitazione e reclutamento, che continua a non garantire una valutazione di qualità del corpo docente, lasciando maglie troppo larghe per il riconoscimento dell’idoneità e anche in questo caso basando la valutazione solo sui titoli e le pubblicazioni ignorando la didattica».

La proposta del professor Semplici e dei suoi tre colleghi ha già creato un po’ di dibattito nel mondo accademico, tra consensi e critiche. «Abbiamo voluto – ribadisce il docente di Filosofia morale – un contributo, che pensiamo di buon senso, cercando di mettere ordine nelle varie proposte sul tavolo. Ma soprattutto partendo dall’esperienza diretta sul campo».

Da sudditi a cittadini: secondo incontro dell’Osservatorio Civico Senese

Osservatorio Civico Senese. A un mese esatto dall’iniziativa Press in the City sulla libertà di stampa, giovedì 12 Luglio, ore 21.00, presso l’Hotel Moderno, Via Baldassarre Peruzzi, 19 (fuori Porta Ovile) l’Osservatorio Civico Senese organizza un dibattito pubblico dal titolo “L’Italia dei Comuni: tra partitismo e primavera civica”, a cui sono invitate ad intervenire tutte le forze politiche cittadine. Lo spunto della serata è dato dalla presentazione dell’ultimo libro a cura di Alessio Berni, dal titolo “L’Italia dei Comuni: sogni, aspettative e proposte dal popolo italiano”, un insieme di contribuiti scritti da comuni Cittadini, ispirati dal solo ‘senso civico’, che provano a delineare proposte e prospettive che pongano al centro dell’azione politica, veramente, i bisogni, le esigenze e le aspettavive del “cittadino comune”, chiedendo alle forze politiche di lasciar da parte le vecchie logiche e i vecchi schematismi che hanno portato la Città e il Paese ad una profonda crisi. Per questo, nella convinzione che sia interesse di tutti un ampio confronto sui futuri scenari economici, sociali e politici della Città, l’Osservatorio auspica e invita alla massima partecipazione all’iniziativa tutti coloro che hanno a cuore il rilancio di Siena, affinché si affermi il principio di una sana e democratica partecipazione dei Cittadini alle decisioni strategiche che la classe politica dovrà affrontare nei prossimi mesi.

Un manifesto da far sottoscrivere ai candidati dei nuovi organi di governo dell’Università di Siena

Portare nuovi valori anche nell’Ateneo

Zoom (6 luglio 2012). Da anni ormai le istituzioni senesi, con l’Ateneo in testa almeno per ragioni cronologiche, sono scosse da una crisi profonda che si aggrava sempre di più e, prima che crollino in modo irreversibile, è doveroso capirne le cause al di là delle soluzioni pratiche da individuare urgentemente. Uno di questi motivi, forse il principale, sta sicuramente nella costante applicazione della logica della lobby che, inevitabilmente, finisce per allontanarsi dai bisogni collettivi ispirandosi solamente agli interessi, non solo economici, ma anche e soprattutto di potere, del gruppo prevalente. È una logica che finisce per essere distruttiva e l’Università senese ne è un chiaro esempio. È dai tempi del rettorato Berlinguer, non che i suoi predecessori fossero in senso assoluto “migliori”, che il governo di questa importante istituzione cittadina risente, in negativo, degli effetti prodotti dalla prevalenza di un gruppo accademico, con comuni interessi politici e di potere. Non è particolarmente rilevante che il legame tra i componenti di questa lobby sia politico, piuttosto che accademico o economico. Ciò che conta è invece che un gruppo di persone possa prevalere su altri gruppi o sui singoli, piegando l’istituzione ai propri voleri. Questa logica si è perpetuata per un ventennio attraversando il rettorato Tosi, quello Focardi e, infine, è assurta a regola nel rettorato Riccaboni, manifestandosi con una scarsa trasparenza e con una gestione svincolata dal consenso della comunità accademica. Le nuove disposizioni normative, quali quelle della legge Gelmini, hanno favorito il fenomeno mettendo gli organi di governo dell’Ateneo praticamente nelle mani del Rettore e del gruppo che lo sostiene (e che non può smettere di sostenerlo pena la perdita di qualsiasi potere). Non è un caso che l’approvazione del nuovo statuto, in osservanza della Gelmini, provocò dissensi da parte di altri lobbisti, nel caso specifico del Comune e della Provincia che ancora oggi esprimono dei consiglieri di amministrazione. Lo stato di tensione derivò dalla presa di coscienza da parte soprattutto dell’allora sindaco Ceccuzzi che, una volta estromesso dal “gruppo”, non avrebbe più potuto esercitare pressioni come spesso avvenuto negli anni passati. Un radicale cambiamento di questa situazione può attuarsi solo con il prevalere di nuovi valori, una sorta di nuovo umanesimo che riporti al centro l’individuo o aggregazioni di singoli svincolate da logiche lobbistiche. Il consenso della comunità dovrebbe portare negli organi di governo persone estranee alle logiche della gestione ristretta del potere, motivate semplicemente dal senso della responsabilità e del bene collettivo. Le soluzioni “pratiche” o “tecniche” verrebbero di conseguenza, facendo uscire dalla prostrazione e rilanciando, davvero e non a parole, un’istituzione secolare che oggi stenta a sopravvivere.