Un manifesto da far sottoscrivere ai candidati dei nuovi organi di governo dell’Università di Siena

Portare nuovi valori anche nell’Ateneo

Zoom (6 luglio 2012). Da anni ormai le istituzioni senesi, con l’Ateneo in testa almeno per ragioni cronologiche, sono scosse da una crisi profonda che si aggrava sempre di più e, prima che crollino in modo irreversibile, è doveroso capirne le cause al di là delle soluzioni pratiche da individuare urgentemente. Uno di questi motivi, forse il principale, sta sicuramente nella costante applicazione della logica della lobby che, inevitabilmente, finisce per allontanarsi dai bisogni collettivi ispirandosi solamente agli interessi, non solo economici, ma anche e soprattutto di potere, del gruppo prevalente. È una logica che finisce per essere distruttiva e l’Università senese ne è un chiaro esempio. È dai tempi del rettorato Berlinguer, non che i suoi predecessori fossero in senso assoluto “migliori”, che il governo di questa importante istituzione cittadina risente, in negativo, degli effetti prodotti dalla prevalenza di un gruppo accademico, con comuni interessi politici e di potere. Non è particolarmente rilevante che il legame tra i componenti di questa lobby sia politico, piuttosto che accademico o economico. Ciò che conta è invece che un gruppo di persone possa prevalere su altri gruppi o sui singoli, piegando l’istituzione ai propri voleri. Questa logica si è perpetuata per un ventennio attraversando il rettorato Tosi, quello Focardi e, infine, è assurta a regola nel rettorato Riccaboni, manifestandosi con una scarsa trasparenza e con una gestione svincolata dal consenso della comunità accademica. Le nuove disposizioni normative, quali quelle della legge Gelmini, hanno favorito il fenomeno mettendo gli organi di governo dell’Ateneo praticamente nelle mani del Rettore e del gruppo che lo sostiene (e che non può smettere di sostenerlo pena la perdita di qualsiasi potere). Non è un caso che l’approvazione del nuovo statuto, in osservanza della Gelmini, provocò dissensi da parte di altri lobbisti, nel caso specifico del Comune e della Provincia che ancora oggi esprimono dei consiglieri di amministrazione. Lo stato di tensione derivò dalla presa di coscienza da parte soprattutto dell’allora sindaco Ceccuzzi che, una volta estromesso dal “gruppo”, non avrebbe più potuto esercitare pressioni come spesso avvenuto negli anni passati. Un radicale cambiamento di questa situazione può attuarsi solo con il prevalere di nuovi valori, una sorta di nuovo umanesimo che riporti al centro l’individuo o aggregazioni di singoli svincolate da logiche lobbistiche. Il consenso della comunità dovrebbe portare negli organi di governo persone estranee alle logiche della gestione ristretta del potere, motivate semplicemente dal senso della responsabilità e del bene collettivo. Le soluzioni “pratiche” o “tecniche” verrebbero di conseguenza, facendo uscire dalla prostrazione e rilanciando, davvero e non a parole, un’istituzione secolare che oggi stenta a sopravvivere.

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