Non si uccidono così anche le università?

Evoluzione al 2020

Ecco l’evoluzione, proiettata fino al 2020, del numero del personale docente e tecnico-amministrativo dell’Università degli Studi di Siena (fonte: Ateneo). I numeri parlano da soli. Nel 2020, sempre che l’Università di Siena esista ancora, così come l’abbiamo conosciuta, ci saranno 387 amministrativi e tecnici in più dei docenti.

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11 Risposte

  1. Grazie al prof. Grasso. Mi chiedo solo se le competenti autorità, così come i politici ed i giornalisti ed “opinion maker” in generale si rendano conto di questi dati. Segnalateli, per favore, alla prof.ssa Carrozza. Ci avevo quasi azzeccato parlando di un corpo docente dimezzato: da 1200 circa attorno al 2008, a 602 nel 2020. Ripeto: visto che è sconsigliabile mettere un dentista a fare il dantista (sperando anche che non avvenga il contrario) e che le leggi prescrivono un numero minimo di docenti per tenere aperti i corsi ed un preciso assortimento, non solo c’è da chiedersi cosa resterà in piedi di questo ateneo, ma anche cosa ne faranno dei docenti che sopravvivono alla inesorabile caduta dei loro corsi (immagino che la più parte saranno ricercatori, più qualche associato, che incocciando nella grande deflagrazione del “buho”, a Siena sono rimasti bloccati sul bagnasciuga). Mi domando allora come si possa eludere il tema cui ho accennato nei precedenti post, del trasferimento dei docenti “in esubero” o della federazione tra atenei toscani, almeno parziale e relativa ai settori entrati in crisi, come recita la lettera della legge. Da sottolineare il paradosso che non ha eguali nella Via Lattea, di un numero di amministrativi al 2020 pressoché doppio di quello dei docenti, che non si sa bene cosa amministreranno, se non le macerie.

    • Vorrei solo far notare, e smettiamola con le ipocrisie, che molti di quelli che Voi chiamate amministrativi o tecnici-amministrativi, in realtà sono ricercatori o comunque professori (tutto fanno tranne che occuparsi di amministrazione o fare i tecnici) per cui non è stato possibile fare un concorso. Fatevi dare i numeri dettagliati, non la solita divisione Personale Docente- Personale Amministrativo. Faccio inoltre notare, che così come avviene per i docenti, in alcuni posti ci sono molti amministrativi, in altri meno. Dappertutto invece ci sono pochi, pochissimi tecnici-amministrativi (ovvero tecnici veri e propri).

    • Non intervengo spesso, anzi forse non sono mai intervenuto in realtà, ma forse va chiarito un punto sulla proiezione rappresentata. Primo, non credo che tutti gli associati presi sul bagnasciuga lo siano per colpa del buco. Forse è perché il sistema universitario è stato concepito in modo assurdo con questa distinzione fra associati e ordinari. Cosa rappresenta? Non è forse vero che l’80% delle risorse per l’assunzione di docenti sono state usate per passaggi interni fra ricercatori ad associati, o da associati a ordinari negli anni 1998-2008?, è ovvio che qui da noi all’epoca dopo un primo momento di euforia da riforma Berlinguer poi si è bloccato tutto, poi ci si stupisce se non ci sono giovani nella docenza e se la componente docente è di età avanzata.
      Non è reale il conteggio dei tecnici amministrativi nel 2020 perché non viene calcolato l’effetto del decreto che stabilirà i livelli di rapporto fra docenti e tecnici e amministrativi, una delle conseguenze fra le tante della mirabile riforma Gelmini e che farà mettere in mobilità coatta un numero di tecnici e amministrativi consistente. Comunque è vero che qui nel 2020 ci sarà solo prateria, grazie a tanti che oggi si parano le spalle dalla tramontana gelida con pellicce di pelle di assegnisti e borsisti e precari della ricerca spendibili e scuoiabili nella docenza e fra i tecnici e amministrativi che sperano nella mobilità del vicino di scrivania o in quello con la tessera sbagliata!

  2. Potreste ringraziare il buon Focardi per i 300 (proprio quelli in esubero) in più tra cui la di lui figlia mi si dice…
    Ed ecco il senatore Amato più volte citato qui grande inquisitore delle faccende senesi…

    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/sputt-amato-caccia-allautore-del-papello-bufala-sullaccordo-pdlpd-inevitabili-sospetti-sul-centrino-e-51246.htm

    meditate gente…

  3. Scrive il commentatore che si firma “Osservazione”: «Vorrei solo far notare che molti di quelli che Voi chiamate amministrativi o tecnici-amministrativi, in realtà sono ricercatori o comunque professori (tutto fanno tranne che occuparsi di amministrazione o fare i tecnici) per cui non è stato possibile fare un concorso.»
    Tutto vero, tranne il numero. Possibile che molti degli amministrativi siano ricercatori o professori? Io credo che siano una trentina. E se così fosse non cambia la sostanza di questa proiezione. Comunque, chi meglio di “Osservazione” ci può dire quanti siano realmente? Anzi, perché non inserisce su questo blog l’elenco di questi colleghi? Se aspettiamo che sia il Rettore a farlo… campa cavallo. Una volta si chiamavano Tecnici con Qualificata Produzione Scientifica; svolgevano e svolgono una funzione essenziale nella ricerca, didattica e assistenza.

  4. Scusate, forse non ci capiamo, ma per favore, fate mente locale: certo, diversi tecnici svolgono compiti di docenza, la cosa è nota: sono congelati lì, in attesa di tempi migliori; ma per la legge costoro non contano ai fini del calcolo dei requisiti minimi della docenza, dunque per la legge come docenti non esistono, così come i docenti precari e non possono entrare nel computo dei 12 + 8 docenti di ruolo distinti e non riciclabili richiesti per dar vita ad un ciclo laurea+laurea magistrale. Aggiungo (onde prevenire obiezioni oramai stantie) che è stato già accorpato l’accorpabile, e che tranne qualche ulteriore furbata di poco momento, anche su questo piano non vi è più tanto spazio di manovra. Cosa facciano o non facciano i tecnici, non possono a norma di legge essere conteggiati nel numero di docenti richiesti per tenere aperti i corsi di studio. Dunque al 2020 i docenti “strictu sensu” (ricercatori, associati ed ordinari) utilizzabili a tale scopo, come si evince dal grafico qua sopra, e considerando che non entrerà quasi nessuno, saranno dimezzati. Si aggiunga che non tutti i settori disciplinari dispongono di legioni di docenti, ma oramai uno o due, e che quindi mancherà la copertura delle discipline richieste dai piani di studio (sperando veramente che non si dia corso all’ipotesi cialtronesca, ma già ventilata di mettere la gente a insegnare quello che non sa!!!!!), la prospettiva ineluttabile è che quando su venti persone te ne vanno in pensione tre o quattro, devi chiudere e smantellare, secondo un meccanismo del tutto aleatorio. Ora, dal 2008 al 2020, di docenti (ufficialmente tali) ne sono usciti ed usciranno di ruolo, non una parte trascurabile, ma la metà, cioè circa 600: immaginate cosa può significare questo nei termini del calcolo dei requisiti minimi di cui sopra. Immaginate cosa vuol dire per tutti quei settori disciplinari (e sono oramai la maggioranza) dove oramai c’è rimasto un solo membro o due, magari sull’orlo della pensione. Alla luce di queste considerazioni, che fare? Fregarsene “perché tanto io fra un par d’anni vo’ in pensione” oppure “perché tanto noi siamo parecchi!”? Contemplare fatalisticamente la putrefazione sarebbe il “piano di risanamento”? Ma via… francamente non vedo come si possa eludere la prospettiva di federazione, almeno parziale, tra gli atenei toscani che ho indicato ai miei precedenti post. Certo, non potete pensare che a muovere le terga per avviare questo processo sia l’ultimo ricercatore.

  5. «Non è reale il conteggio dei tecnici amministrativi nel 2020 perché non viene calcolato l’effetto del decreto che stabilirà i livelli di rapporto fra docenti e tecnici e amministrativi, una delle conseguenze fra le tante della mirabile riforma Gelmini e che farà mettere in mobilità coatta un numero di tecnici e amministrativi consistente.» Lorenzo Costa

    È più facile chiuderla, l’università, che mettere in mobilità coatta gli amministrativi!

  6. I fatti danno ragione a Tessitore; ecco quel che riporta oggi il Corriere di Siena:

    (…) torniamo a ricordare la situazione degli stabilizzandi dell’ateneo senese, ai quali è stato riconosciuto (nel settembre 2011) il diritto all’assunzione, condizionato nella sua applicazione pratica dalla copertura finanziaria. Tale sentenza ha portato ad un ricorso in appello presso il Tribunale di Firenze, previsto nei prossimi mesi, nel quale si deciderà in maniera definitiva la sorte lavorativa degli stabilizzandi, che sono ancora oggi per la gran parte fuori dal mondo del lavoro.

  7. È più facile chiuderla, l’università, che mettere in mobilità coatta gli amministrativi!
    (Remo Tessitore)

    …mettere in mobilità verso atenei contigui i docenti di settori non più sostenibili attivando corsi e dottorati interateneo sarebbe viceversa di gran lunga meno drammatico. È sensato dedurre che la scomparsa di metà del corpo docente, in ragione delle considerazioni di cui sopra intorno ai requisiti – non solo numerici – di docenza, comporterà la crisi di parecchi corsi di laurea, dopo che in questi anni ne sono stati chiusi a decine, talvolta perché “inutili”, talvolta perché non più sostenibili dal punto di vista della docenza; come effetto domino accadrà (e già ora di fatto accade) che i docenti residui dei corsi entrati in crisi dovranno essere ricicciati in qualche modo (associati ed ordinari hanno l’obbligo delle 120 ore). Vediamo qualche scenario.

    Sicuramente verranno fatti fuori gli sparuti precari rimasti. Potrà accadere che esperti ricercatori (che tali sono rimasti e rimarranno a causa dal gelo seguito allo scoppio della crisi) in molti casi oramai rimasti gli unici a difendere la bandierina della loro disciplina o dell’intero settore disciplinare, non avendo l’obbligo dell’insegnamento, vedranno sopprimere del tutto tale disciplina oppure si vedranno sottrarre il corso per darlo ad ordinari od associati di tutt’altri settori, cioè a dire si toglierà un insegnamento ad una persona competente in quel settore, per darlo ad una perfettamente incompetente che deve completare le sue 120 ore: e questo me lo chiamate “risanamento”? Vi sorprenderete se gli studenti a siffatti troiai non ci si iscriveranno? Non bastano i pasticci di corsi “accorpati” incrociando le tabelle di corsi di laurea affatto diversi, con l’effetto bizzarro che i corsi una volta detti “complementari” diventano obbligatori e quelli “fondamentali” diventano opzionali?

    I ricercatori, a meno di non riuscire a fuggire altrove, verranno altrimenti pagati a vita, sostanzialmente per non fare un tubo, giacché la “ricerca” non si fa circondati dal Nulla, e non è escluso che alcuni si “rassegnino” volentieri a questa prospettiva; nella migliore tradizione del tragico ragionier Fantozzi si penserà forse uno scivolo verso la pensione per i docenti più in là con gli anni, magari motivandolo col fatto che si tratta di lavoro usurante, forse a qualche altra consimile porcata di quelle in cui sono maestre la politica e la burocrazia italiane. Il tutto per non rimuovere le ingessature feudali del sistema e non fare quello altrove in Europa sarebbe normale, ossia avviare efficaci rapporti di collaborazione, scambio e mobilità tra università pubbliche che insistono sul medesimo fazzoletto di terra.

    Dimenticavo di ribadire per l’ennesima volta che un modo – ragionevole, benché la politica di questi ultimi anni, per ragioni inconfessabili, sia andata nel verso diametralmente opposto – per recuperare qualche docente e tirare innanzi ancora un po’, sarebbe quello di chiudere i doppioni nelle sedi distaccate. Ma alla luce dei dati drammatici sopra riportati, anche questa mossa, che andava fatta non oggi, ma ieri appare superata e di scarsa efficacia (“smetterò di fumare, vivrò due anni in più. E pioverà sempre”-Woody Allen).

    Pertanto non prendiamoci per gli zebedei: qui non siamo più al maquillage, all’eliminazione dei “corsi inutili” (di corsi di studio, dal tempo di Mussi, ne sono stati eliminati diverse decine – a parte quelli inutili, mi verrebbe sarcasticamente da soggiungere), non è più una cura dimagrante, un ritocco della natica o del girovita: non siamo più al tessuto adiposo, ma all’osso; cioè, fuor di metafora, allo smantellamento di un bel pezzo dell’ateneo, mentre nel dibattito pubblico, a una settimana dalle elezioni, di ciò, delle conseguenze, delle azioni che dovrebbero accompagnare questa dolorosa operazione, non vi è sentore: occhio non vede, cuore non duole.

  8. … un’altra cosa: 602 docenti calcolando solo i pensionamenti “naturali”? Ma se proseguirà la prassi dei prepensionamenti (ricordando che i docenti prepensionati e poi ri-assunti a contratto – contratti peraltro luculliani – ai fini dei calcoli di cui sopra, sostanzialmente non contano, essendo fuori ruolo) toccherà toglierne un’altra cinquantina? E se qualche altro ateneo ricomincerà a chiamare gli idonei, benché le chiamate fossero e siano sostanzialmente “localistiche”, non è da escludere che alcuni giovani docenti se ne vadano, piuttosto che rimanere a marcire in un posto dove magari è stata persino cancellata la loro disciplina. Dunque ragionevolmente si potrà parlare non di seicento, ma di cinquecento e passa docenti, a fronte di un numero pressoché doppio di tecnici ed amministrativi, cosa che non ha eguali nell’intera Via Lattea: ma il vero problema è che, in forza degli stramaledetti “requisiti di docenza”, con quei cinquecento e passa docenti residui – neanche i tecnici che insegnano contano, ai fini di questi calcoli – ci si fa veramente poco: neppure l’offerta didattica presente, frutto dei cinobalanici accorpamenti e delle considerevoli dismissioni che hanno caratterizzato questi anni, dopo che oramai è stato chiuso il chiudibile (a parte le sedi distaccate) ed accorpato l’accorpabile. Di altre maialate, sotto il profilo scientifico e didattico, non se ne sente il bisogno, e una decisione ha da essere presa, non foss’altro per stabilire cosa dovranno fare quei docenti e tecnici che risulteranno “in esubero”, dopo la ulteriore strage di corsi di studio. Il dibattito pubblico intorno a questi temi è inesistente; ci si limita a un generico “o tempora!”, “e so’ troppiiii!”, “quando ero giovane io…”, “in America queste cose non succedono..”, ecc. senza considerare che nella determinazione di cosa vive e cosa muore, oramai, nell’università italiana schiacciata sotto il tallone di una burocrazia implacabile, la quale si è riservata un ruolo di pura interdizione, vigliaccamente non esprimendosi e non impartendo direttive circa cosa si dovrebbe fare, una volta che quasi tutto è stato proibito, tutte le considerazioni di ordine contenutistico, strategico, scientifico sono subordinate ai calcoli di cui sopra

    «ma a che serve una testa che non ragiona?»
    (l’abate Vella, sulla ghigliottina, da “Il consiglio d’Egitto” di Leonardo Sciascia)

  9. Tabella 68 – Rapporto docenti/personale t. a. – Personale docente su 100 unità di personale t. a. (dati al 31/12)
    ——————————-2000/012001/022002/032003/042004/05
    1 NAPOLI Federico II —- 59,07 —- 63,87 —– 63,20 —— 63,87 —— 65,19
    2 BOLOGNA ————- 106,58 — 109,22 — 109,21 —- 105,65 —- 107,47
    3 PALERMO ————— 66,47 —- 71,79 —– 68,75 —— 76,23 —— 78,98
    4 MILANO —————— 97,56 — 109,33 — 107,89 —- 106,71 —– 106,18
    5 PADOVA ————— 109,89 — 103,47 —- 99,49 —— 96,19 —— 99,34
    6 TORINO —————- 120,13 — 117,79 — 115,33 —- 115,67 —- 113,74
    7 FIRENZE ————— 129,47 — 127,95 — 128,51 — 120,22 —- 123,62
    8 BARI ———————– 84,58 —– 95,24 —- 95,06 —— 99,36 —- 102,85
    9 Politec.-MARCHE —— 70,75 —- 73,31 —– 73,12 —— 70,96 —— 73,31

    …recupero questi dati in rete e confrontandoli con quelli reperibili nel sito MIUR, mi correggo (parzialmente): non è vero che Siena si avvia ad essere un caso unico nel cosmo in cui il personale non docente è pressoché doppio di quello docente. Altri si avvicinarono a questo primato: l’università Federico II di Napoli, infatti, al 2005 aveva 3000 docenti e 4700 tecnici-amministrativi.

    Sta di fatto che a Siena i dati costanti di questi anni, a partire dall’annus horribilis dello scoppio del buco, sono:
    1) la vertiginosa diminuzione del corpo docente, che si avvia al dimezzamento; siccome dimezzare i docenti in un settore dove ce n’è venti non è la stessa cosa che dimezzare i docenti in un settore dove ce n’è rimasto uno solo – e il fatto che ce ne siano parecchi o pochi spesso non ha nulla a che fare con l’importanza o meno della disciplina (voi mi capite) – la conseguenza sarà l’ulteriore, progressiva caduta dei famigerati “requisiti minimi” e dunque la chiusura di ulteriori corsi di laurea ed insegnamenti in maniera scriteriata e massiccia, che nulla (ma proprio nulla) ha a che vedere con la millantata ricerca dell’ “eccellenza”: anzi, direi che si tratta dell’esatto opposto di una valutazione di merito.

    Intorno al 2020, considerato che per cinquecento che se ne vanno, ad essere ottimisti ne entreranno cinquanta (e non ci credo); considerato che anche questi cinquanta verranno ripartiti secondo criteri di potere e che chi chiude ora non riaprirà in futuro (chi “chiamerà” un associato per ricoprire una insegnamento soppresso presso un corso di laurea soppresso?), per l’azione congiunta di “requisiti minimi di docenza” e pensionamenti, dell’università di Siena ci sarà rimasto ben poco. A ciò si aggiunga:
    2) La costante diminuzione delle risorse messe a disposizione dallo stato (e niente lascia sperare, data la congiuntura, che il processo si invertità).

    Dal punto 1) e dal punto 2) segue implacabilmente un drammatico impoverimento dell’offerta didattica. Segnatamente:
    2,1) corsi di laurea triennali raffazzonati.
    2.2) corsi di laurea magistrale miseri, in cui non ci si specializza in niente.
    2.3.) dottorati esistenti solo sulla carta.
    2.4) impossibilità di conseguenza (con le dovute eccezioni, che tali però rimangono), per gli studenti, di approfondire gli studi, andando al di là del mero conseguimento di un pezzo di carta, e men che mai di coltivare la speranza di rimanere nell’ambito della ricerca.

    3) Si aggiunga inoltre la cornice desolante della recessione, il costo della vita esorbitante e le tasse universitarie sempre più alte. A causa dei fattori 1), 2) e 3), in definitiva, gli studenti, se agli albori della crisi scappavano da Siena per cercare un dottorato e poi hanno preso a scappare per cercare una laurea magistrale, ora hanno cominciato a riflettere sul fatto che forse è il caso di iscriversi sin dall’inizio ad un altro ateneo ove siano presenti gli interi cicli e in una città meno cara. E dove non sia morta la speranza.

    Il cosiddetto processo di “risanamento” dell’università di Siena e di sostegno ai comparti scientifici che stanno entrando in crisi anche in altri atenei toscani a causa delle uscite di ruolo non può essere compiuto nello splendido isolamento di un ateneo raffigurato come fortilizio inespugnabile, ma collettivamente della rete di atenei pubblici che insistono sul territorio: altrimenti appare solo un futile tentativo di curare il cancro con l’aspirina.

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