Signor Procuratore della Repubblica, per quanto ancora l’Università di Siena dovrà essere rappresentata da pataccari?

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Angelo Riccaboni. A rettifica di quanto pubblicato nell’articolo “Siena perde l’Ateneo – I revisori chiedono il commissariamento” preciso che, nell’esprimere il parere obbligatorio al bilancio 2013, i revisori non hanno chiesto il commissariamento dell’Ateneo. Hanno invece auspicato che il MIUR definisca i criteri per individuare le situazioni di criticità o dissesto, secondo quanto previsto dalla Legge Gelmini per gli Atenei impegnati in percorsi di risanamento finanziario. Le eventuali dichiarazioni di casi di criticità o dissesto, infatti, consentiranno agli Atenei di adottare iniziative funzionali alla realizzazione dei piani di risanamento. Desidero, inoltre, sottolineare che l’indicazione della cifra di 46 milioni, quale ammontare delle perdite dell’Ateneo per il 2012, è errata. Tale cifra rappresenta l’entità del disavanzo di amministrazione al 31-12-2012, ovvero il totale dei debiti netti consolidatisi negli esercizi precedenti. La perdita di esercizio prevista  per il 2013 risulta pari a 6 milioni, così come emerge anche dalla relazione dei revisori.

Giorgio Meletti (il Fatto Quotidiano, 31 gennaio 2013). La legge 240/2010 prevede all’articolo 5 “meccanismi di commissariamento in caso di dissesto finanziario degli stessi”. Il Magnifico Rettore non ha forse notato che il collegio dei sindaci, dopo l’auspicio che egli richiama, aggiungono l’auspicio ulteriore che il ministero “possa assoggettare l’Ateneo a tale procedura” prima che la situazione “degeneri ulteriormente”. Fanno bene a preoccuparsi i revisori se il rettore considera di soli 6 milioni (e non 19) le perdite 2013 perché non conta le rate di mutuo per 6 milioni e gli investimenti per 7 milioni.

Per il rettore dell’università di Siena il dissesto si risolve con il kamasutra dell’insolvenza incrociata

GiorgioMelettiSiena perde l’ateneo: i revisori chiedono il commissariamento (il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2013)

Giorgio Meletti. Due righe fulminanti, in linguaggio tecnico ma inequivocabili: il collegio dei revisori dei conti dell’Università di Siena invoca l’immediato commissariamento “prima che la situazione economica, finanziaria e patrimoniale degeneri ulteriormente”. Così si conclude il documento con cui, pochi giorni fa, i tre esperti – Cesare Lamberti, Massimiliano Bardani e Laura Pedron – hanno espresso parere contrario all’approvazione del bilancio preventivo 2013. Per la rossa Siena è una beffa stratosferica: i censori contabili invocano la prima applicazione della riforma Gelmini proprio nell’ateneo governato per lunghi anni da Luigi Berlinguer, padre della riforma che la pupilla di Berlusconi ha sovvertito. Lo stato di dissesto per le Università, infatti, non esisteva prima della Gelmini, e anzi non esiste di fatto neppure adesso: il ministro tecnico Francesco Profumo non ha ancora varato i decreti attuativi che consentirebbero la procedura di dissesto.

Se il rettore di Siena, Angelo Riccaboni, non fosse professore ordinario di economia aziendale si potrebbe sospettare che non abbia capito. Avrà dunque altri motivi per dichiarare, come ha fatto il 5 dicembre scorso inaugurando solennemente l’anno accademico, che “la fase più acuta della crisi è superata”. E per vantarsi, come ha fatto davanti al senato accademico, di una lettera di congratulazioni del ministro dell’Economia Vittorio Grilli per “l’azione di risanamento intrapresa”. Certo, è vero che le cose non vanno più così male come quattro anni fa, quando venne rivelata una voragine da 270 milioni di euro in un ateneo che ha un bilancio inferiore ai 200 milioni l’anno. Ma è anche vero che il 2012 si è chiuso con ulteriori 46 milioni di perdite, e la previsione, forse ottimistica per il 2013 è di un rosso ancora a quota 19 milioni. Adesso metteteci sopra la ciliegina: la strategia dell’economista Riccaboni per risanare l’Università è di non pagare i debiti al Monte dei Paschi. Proprio così, lo notano, con un certo trapelante raccapriccio, i sindaci revisori nella loro relazione tenuta finora accuratamente riservata. E notano anche che meglio sarebbe utilizzare il beneficio conseguente per accelerare il risanamento, anziché, come ha deciso Riccaboni, per fare nuovi investimenti e “far tornare a crescere” il campus senese (perché a Siena la mania di grandezza è dura a morire).

E così il cerchio si chiude. Non solo il Monte, malato grave, taglia i fondi alla Mens Sana basket, al Siena calcio e al Palio. Non solo la Fondazione, azionista al collasso del Monte, deve tagliare le sue generose erogazioni, anche quelle all’Università. Ma l’Ateneo a sua volta decide di sospendere per cinque anni il pagamento delle sue rate di mutuo a Mps. Un vero e proprio kamasutra dell’insolvenza incrociata. E così c’è chi chiede il commissariamento della banca, c’è chi chiede il commissariamento dell’Università, e il Comune è già commissariato. Ormai sotto la torre del Mangia i tempi sono maturi per l’intervento delle truppe Onu. Non è una battuta. Tra pochi giorni lo stato maggiore degli accademici senesi sfileranno a vario titolo a palazzo di Giustizia, dove potrebbero incrociarsi con l’ex presidente del Monte, l’amico Giuseppe Mussari, e altri big della banca finiti nei guai. Ognuno ha i suoi guai. Piero Tosi, delfino di Luigi Berlinguer e rettore dal 1994 al 2006, è alle prese con una richiesta di rinvio a giudizio per il dissesto dell’Università. Il suo mandato terminò su intervento della procura di Siena, che lo ha rinviato a giudizio per tentata concussione, con l’accusa di aver indotto a ritirarsi l’unico altro aspirante al posto di ricercatore a cui puntava suo figlio Gian Marco: per fortuna è stato assolto, e quindi padre e figlio vivono felici e contenti nella stessa facoltà, medicina.

Al posto di Tosi venne il rottamatore antiberlingueriano Silvano Focardi, che portò alla procura tutte le carte che dimostravano lo sfascio dei conti e il buco da 270 milioni. Ma anche il censore è finito nei guai, diventando celebre per le accuse sui finanziamenti alla sua contrada del Palio e sugli acquisti di quantitativi smodati di aragoste con soldi pubblici (la difesa sostiene che le aragoste servivano per certe ricerche nel campo della biologia marina). Anche Focardi attende la decisione sul rinvio a giudizio. E quindi venne Riccaboni, l’uomo della restaurazione berlingueriana (sempre nel senso di Luigi), che il 21 luglio 2010 è stato eletto contro Focardi per soli 16 voti su 570 votanti. In questo caso tra pochi giorni si decide sul rinvio a giudizio di dieci membri, di cui sette professori, della commissione elettorale: l’accusa (che non riguarda Riccaboni) è di aver truccato il voto. L’indagine è scattata subito dopo l’elezione di Riccaboni, che è stato intercettato mentre chiedeva lumi a Berlinguer, il quale lo rassicurava: convinto che l’inchiesta non poteva bloccare la nomina del nuovo rettore, sarebbe andato l’indomani a spiegare la situazione alla Gelmini. Due giorni dopo il ministro della Pubblica istruzione ratificò la nomina di Riccaboni.

L’articolo è stato pubblicato integralmente anche su Dagospia.

Università di Siena: la grande bufala del risanamento con i complimenti del Mef

BruttoanatroccoloUnisi

Scrive il rettore a tutto il corpo accademico: «Ho, inoltre, condiviso con il Senato Accademico l’apprezzamento che ci è stato recentemente rivolto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per i risultati conseguiti nell’azione di risanamento intrapresa.» Perché, il Magnifico, non rende pubblica la missiva ricevuta? Un bel messaggio merita d’esser pubblicato!

Rabbi Jaqov Jizchaq. Per qualche ragione che ignoro, ma riconducibile sostanzialmente a una forma di grettitudine, quando si parla dei problemi del MPS, giustamente ci si esprime in termini drammatici, mentre quando si parla dell’università al collasso ci si abbandona al sarcasmo. Eppure la situazione è per certi aspetti speculare: anche l’università ha avuto le sue dilapidazioni partitocratiche, i suoi titoli tossici e sta cedendo i suoi “asset”. Il futuro è ugualmente, o addirittura più incerto. Leggo questo sorprendente “peana” su Repubblica del 25 gennaio: «Abbattersi sarebbe un errore clamoroso – sostiene l’attuale rettore dell’università Angelo Riccaboni, uno che in tre anni ha fatto passare il bilancio dell’ateneo da un disavanzo di oltre 30 milioni di euro a meno 8 e da “brutto anatroccolo” della città ha incassato di recente i complimenti del ministero per l’opera di risanamento: “Siena ha molte eccellenze e un patrimonio che richiama turisti da tutto il mondo, si ricominci da lì”.» 
Mi domando e dico: ma in questa congiuntura, per avere contezza in modo oggettivo e spassionato delle gesta mussariane, tu ti rivolgi al Riccaboni? Vabbè, “chiudiamo la parente” (Totò); a parte questo, le cosiddette “eccellenze” non mi paiono punto tutelate; ciò che resta e ciò che muore lo decidono criteri a dir poco cinobalanici (vedi miei precedenti post) e parlare di un ateneo risanato mi pare parecchio avventuroso, per non dire alquanto superficiale (ma questo fa parte della superficialità fatta di luoghi comuni con cui si affrontano le questioni universitarie, dove l’università è descritta come una nebulosa, un tutt’uno senza articolazioni, punti critici, allarmanti vulnerabilità). Noto poi che quando non si sa che dire intorno allo sviluppo economico di un territorio ci si appella al “turismo”: in fondo siamo tutti turisti “gettati” in questo mondo, come direbbe l’ex rettore di Friburgo; chiudono le miniere nel Sulcis o le acciaierie di Piombino? Chi se ne frega se questo paese del Moplen e del “perottino”, di Galileo, di Fermi e di Marconi, si avvia a produrre oramai soltanto cocomeri e aria fritta: svilupperemo il turismo! Ma poi curiosamente scopriamo che paesi che non hanno un cavolo di gioielli da mostrare, ricavano dal turismo e dai musei ben più del paese che lascia cadere in rovina Pompei. E vale far notare che anche su questo piano la crisi senese è abbastanza palpabile, come attesta il fatto che il principale museo della città è chiuso, mentre con singolare vanità ci si cimenta in una gara per la “capitale della cultura”: il SMS non è l’Ermitage, è ridotto a uno spazio vuoto inservibile che dunque non calamita turismo; quattrini da parte del MPS non ne arriveranno più; specifiche competenze manageriali per far sì che arrivino da privati, non ve ne sono all’opera.

Con lo scandalo Mps si torna a parlare dell’università di Siena con notizie vecchie, inesatte e folcloristiche

Unisicampo

La Toscana avvelenata dalla politica (QN, 27 gennaio 2013)

Cecilia Marzotti. (…) Il primo scossone arriva nel 2008 quando emerge l’inchiesta sul «buco» da duecento milioni di euro emerso nell’antica università. La Finanza acquisisce non solo i bilanci 2006-2007 e 2008, ma anche migliaia di altri documenti che impegneranno per mesi la Procura di Siena. Non solo. Ci sono anche intercettazioni telefoniche. «Ogni atto sequestrato apre nuovi scenari» affermeranno in quel momento gli investigatori. I magistrati cambiano, ma la giustizia, anche se lenta, arriva a iscrivere nel registro degli indagati ben diciotto persone. Il 15 ottobre 2011 l’inchiesta è ufficialmente chiusa e ora la questione è all’attenzione del giudice dell’udienza preliminare. E mentre la città (soprattutto i dipendenti dell’ateneo) si interroga come sia stato possibile giungere a quel profondo rosso da 200 milioni, all’università arriva il nuovo rettore. Angelo Riccaboni viene eletto il 21 luglio 2010 al posto di Silvano Focardi. Due settimane dopo la proclamazione, al rettorato bussano i carabinieri della polizia giudiziaria della Procura e acquisiscono i documenti relativi alle votazioni. Si apre una nuova inchiesta che porta a iscrivere nel registro degli indagati dieci persone alle quali viene contestata «la falsità ideologica». Anche in questo caso siamo davanti al giudice dell’udienza preliminare. (…)

Dal maxi buco dell’università alla speculazione dell’aeroporto tutti gli sprechi targati Mps (la Repubblica, 28 gennaio 20123)

Alberto Statera. (…) Se è vero quel che dice Mario Monti, che destra e sinistra non esistono più (ma non è vero) Siena è il laboratorio precursore della perdita delle diversità. Prendete la gloriosa Università, che naturalmente è rappresentata nella Fondazione Mps, insieme a Comune, Provincia, Regione e Arcidiocesi. Almeno tre rettori hanno contribuito a mettere insieme un buco di 200 milioni di euro, un dissesto per cui sono state rinviate a giudizio per peculato una ventina di persone, tra cui gli ex rettori Piero Tosi e Silvano Focardi. Per far fronte al buco sono stati venduti alcuni gioielli, come il complesso di San Niccolò. Indovinate chi lo ha comprato? Franco Caltagirone, fino a qualche mese fa vicepresidente del Monte, per 74 milioni. E lo ha subito riaffittato a 120 milioni per ventiquattro anni.
 Ostriche e aragoste consumate in gran quantità con denari pubblici sono diventate un po’ l’icona degli scandali seriali che l’Italia sta affrontando negli ultimi mesi. Potevano mancare in uno scandalo universitario? Figurarsi. E infatti negli atti d’accusa figura l’acquisto con soldi dell’ateneo di 360 chili di aragoste destinate alla contrada della Chiocciola. I magistrati, gentili, hanno scritto che sembra “materiale non pertinente”. Intanto le rette sono diventate le più alte d’Italia. Tanto per gradire, infine, l’attuale rettore Angelo Riccaboni è al centro di un’inchiesta riguardante presunte irregolarità avvenute nelle votazioni per la sua elezione. Per pietà nei confronti dei lettori tralasciamo altre inchieste a carico di consiglieri d’amministrazione e semplici professori, come quella per rimborsi gonfiati per l’organizzazione di master e corsi di aggiornamento. (…)

Scandalo Monte dei Paschi: quando manca “il senso della misura”

IntervistaBerlinguer

Ascoltare, per credere, l’intervista di Lucia Tironi a Luigi Berlinguer
Luigi Berlinguer: «Responsabili le persone, non il Pd» (la Repubblica, 26 gennaio 2013).
«Certamente Mussari è stato un disastroso presidente della Fondazione e della Banca Mps.»

Eugenio ScalfariLa panna montata e lo scandalo di Siena (la Repubblica, 27 gennaio 2013)
«Le linee essenziali della vicenda sono tuttavia evidenti: un gruppo di mascalzoni si impadronì della fondazione e della banca, si dedicò ad operazioni arrischiate di finanza speculativa, falsificò i bilanci, occultò le perdite e probabilmente lucrò tangenti e altrettante ne distribuì.»

Sulla vicenda Monte dei Paschi di Siena: chi parla e chi tace

Piccini-Mussari-Ascheri

Camilla Conti (intervista a Pierluigi Piccini) – “D’Alema voleva la fusione con Bnl, io no e mi cacciò” (il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2013).

Stefano Feltri (intervista a Raffaele Ascheri) – “Mussari, Siena era tutta in mano sua” (il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2013).

RedazioneMps, spunta la pista della maxi tangente per l’acquisizione di Antonveneta (il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2013).

Pierangelo Maurizio (intervista a Raffaele Ascheri) – «Accusai Mussari, venni isolato» (Libero, 29 gennaio 2013).

Nicola Cariglia (intervista a Vittorio Mazzoni della Stella) – MPS: prima andavano nel pollaio a mangiare le uova, ora le galline «Un regolamento di conti all’interno di una vicenda criminale» (Pensalibero.it, 28 gennaio 2013).

Si consiglia la lettura di un articolo dell’anno scorso:

Paolo Baroni – I magistrati sulle tracce di una cresta da 1,5 miliardi (La Stampa, 10 maggio 2012).

Ovviamente nessuno controlla quel che accade all’Università di Siena!

Emilio-Giannelli

Sergio RizzoMontepaschi: le colpe non viste (Corriere della Sera, 25 gennaio 2013).

Alessandro De AngelisMps, Silvio Berrlusconi non affonda sullo scandalo senese.  Da Milano 2 alle Olgettine, i conti del Cav sono targati Monte dei Paschi (Huffington Post, 24 gennaio 2013).

Mps, Grillo accusa il Pd: “Sono i veri responsabili. Hanno spolpato la banca” (Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2013).

Antonio Padellaro. Il voto e MPS (Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 23013).

Cattiva maestra università. Siena: ateneo e banca un trench double-face con le toppe.

UnisiMPS

Siena/ Riflettori accesi sul Tribunale, le piazze, il Monte (e le nuove tegole per Mussari)
ilmondo.it anticipa le prossime tappe dello scandalo Mps. Oggi il pm potrebbe chiedere il rinvio a giudizio dell’ex presidente per la vicenda dell’aeroporto cittadino. Attesa per Grillo e Oscar Giannino

Mps/ Alexandria: spunta il giallo della scoperta ritardata
Mentre Siena si prepara al meeting dei soci da cui uscirà il via libera al salvataggio del Monte, ilmondo.it ha scoperto che i nuovi vertici sostengono di aver trovato il contratto esattamente il giorno dopo la precedente assemblea

Broker coreani e svizzeri, i misteri di Alexandria
Le manovre dell’area finanza, l’audit e le verifiche del collegio sindacale – Paolo Mondani
Corriere della sera.it

Università di Siena: u’ chiachill’ e il “grande vecchio”

Angelo Riccaboni e Luigi BerlinguerI peccatucci del “saggio” Berlinguer (il Giornale 20 gennaio 2013)

Gian Marco Chiocci. Lui è San Luigi Berlinguer da Sassari, cugino di Enrico, presidente del comitato dei garanti del partito di Bersani. Il più saggio tra i saggi. Il Potentissimo della città del Palio. Che qualche scivolata ha consegnato lui stesso ai posteri. 
Il primo incarico serio è Siena, dove arriva giovane esponente Pci per rappresentare il partito negli organi di controllo di Monte dei Paschi, la banca rossa oggi nel baratro e sott’inchiesta a causa dell’acquisto stratosferico di Antonveneta nel cui Cda c’è andato giust’appunto a finire il figlio Aldo, detto Aldino, carriera lampo universitaria (oggetto di interrogazioni parlamentari) con impiego saltuario financo nell’ateneo di Siena dove il papà fu in precedenza rettore prima di diventare ministro. Ai detrattori senesi, e non, è venuto spontaneo malignare sulla coincidenza della presenza del primogenito nel board della banca del Nord-Est e la successiva candidatura del babbo proprio in quell’area piena degli sportelli dell’istituto veneto quando, nell’aprile del 2009, Luigi si candidò alle Europee. Povero Aldo, e povero genitore, bersagliati dai pettegolezzi per l’inchiesta sull’aeroporto di Siena ad Ampugnano (dov’è indagato Mussari, presidente dell’Abi, ex presidente Mps) visto che il non indagato Aldo sedeva impropriamente nel Cda, come ricorda quest’informativa congiunta del 14 luglio 2010 Carabinieri-Finanza: «Il 30 maggio 2007 il Cda dell’aeroporto di Siena aumenta da 6 a 8 i propri consiglieri in dispregio al decreto Bersani che prevede un massimo di 5 consiglieri pubblici comprensivi per le società partecipate (…). Questo fu fatto anche per meglio rappresentare la nuova composizione con la quota privata notevolmente più influente rispetto alla pubblica: su rimostranze del comitato contro l’ampliamento dell’aeroporto, nel 2007 il Cda della società – continua l’informativa – fece dimettere Aldo Berlinguer (figlio del più noto Luigi, già ministro) così riportando l’organo sociale alla forma legale».

Le «colpe» dei figli non possono certo ricadere sui padri, che nel caso di Luigi qualche «colpa» nel dissesto senza precedenti dell’università senese sembra però averla stando a quanti addebitano alla sua gestione una parte di responsabilità nella voragine di bilancio (270 milioni di euro di debiti) emersa nel 2008. Quando scoppiò il bubbone governava il rettore Silvano Focardi, subentrato al professor Piero Tosi, Magnifico delfino designato da Berlinguer, poi sollevato dall’incarico a margine di un’inchiesta della magistratura. Proprio Tosi con un blitz si rese protagonista della ri-assunzione del pensionato Berlinguer intenzionato, disse più d’uno, attraverso il passaggio accademico, a diventare giudice costituzionale. E proprio per rendere più celere il transito l’Ateneo ordinò 300 volumi dal titolo «Tra diritto e storia, studi in onore di Luigi Berlinguer». Nessun atto aveva autorizzato la spesa, a scandalo esploso l’editore Rubbettino non venne pagato. Fece causa, e dopo anni ha finalmente intascato il dovuto. 
Tra le contestazioni più feroci a don Luigi, oltre alle assunzioni di massa nell’organico tecnico amministrativo e di docenti, le consistenti spese «edilizie», l’Inpdap non pagato, i tanti, troppi, soldi spesi in occasione dei faraonici festeggiamenti per i 750 anni di fondazione dell’Università (8 miliardi di lire a fronte del miliardo iniziale). E che dire delle «pressioni» fatte sul ministro Gelmini affinché firmasse il decreto di nomina dell’attuale rettore amico Riccaboni. Intercettato il 3 novembre 2011, Berlinguer si informa con Riccaboni sullo stato delle indagini e spiega che «tutto ciò non può bloccare la nomina del nuovo Rettore». 
La Gelmini, dice, è critica sul futuro dell’università di Siena in relazione ai bilanci. «Devi tenere un atteggiamento soft col ministro». Alla fine l’ok della Gelmini arriva ma con più di una riserva collegata all’esito dell’inchiesta che il prossimo 22 febbraio vedrà la commissione elettorale dell’università rischiare il processo davanti al gup per irregolarità nell’elezione di Riccaboni, proprio lui, il rettore «sponsorizzato» dal garante Pd.

Sullo stesso argomento:
– Francesco MerloL’importanza di chiamarsi Berlinguer (Corriere della Sera, 19 maggio 1996).
– Francesco SpecchiaBerlinguer critica i nepotisti ma si dimentica del figlio (Libero, 30 novembre 2010).
– Giovanni Grasso. E c’è chi entra in Università, ne esce andando in pensione e poi ci rientra (Il senso della misura, 16 marzo 2011).
– Giancarlo MarcottiMa quanto è bravo Aldo Berlinguer (Borsa Forex Trading Finanza, 30 settembre 2011).
– Tommaso Strambi. Dal diritto settecentesco sardo all’olimpo dell’Università (La Nazione Siena, 27 gennaio 2012).

L’università di Siena è nel baratro? Contenti, altri atenei ci seguiranno!

Unisinelbaratro

Angelo Riccaboni. Il nostro Ateneo ha terminato una delicata prima fase di risanamento, che ha portato l’Università di Siena ad avere situazione finanziaria simile a quella di altri atenei. Ora inizia una nuova fase nella quale tutte le Università pubbliche saranno messe in grave difficoltà dalle criticità della finanza pubblica.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Insomma, è stata dura, ma si può ben dire che il meglio è alle nostre spalle: eravamo sull’orlo del burrone, ma poi abbiamo ricevuto una valida spinta. Soggiungerei che se qualcosa potrà andar peggio, senz’altro lo farà. Visto che la “criticità” della finanza pubblica e la progressiva deindustrializzazione del paese (che è ben più di un dato recessivo meramente congiunturale) non lasciano sperare in un radioso avvenire in cui ricomincia a piovere la manna dal cielo, da parte dello stato o fors’anco dell’impresa, diviene sempre più pressante la richiesta di un serio piano di risanamento che partendo proprio da questa constatazione, non rimuova psicoanaliticamente i problemi di cui al mio precedente post.

Federico Vercellone. Come tutte le operazioni pletoriche anche questa è fallita. In assenza di un chiaro orientamento relativo al peso e al significato dell’istruzione universitaria nel nostro Paese, si sta così giungendo all’implosione delle strutture. L’impressione complessiva è che in realtà si volesse ottenere una cosa sola: tagliare i costi.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Bisognerebbe avere il coraggio di parlare italiano e dire ciò che relmente si pensa, ovvero: “scordatevi per sempre l’ateneo “generalista”: fine dell’utopia sessantottesca”, essendo questo, a forza di spremere le leggi, il contenuto delle sedicenti riforme degli ultimi anni; ma ciò non esime le competenti autorità dal pensare in chiave strategica ad un diverso assetto del diritto allo studio e della ricerca, alla salvaguardia di competenze scientifiche e tecnologiche, alla presenza sul territorio di robusti presidi in ordine alla ricerca scientifica, pura ed applicata (non amo neanch’io la classificazione “umanistico” vs “scientifico”), ascendendo ad una visione che magari oltrepassi le colonne d’Ercole di Poggibonsi e i dogmi del neofeudalesimo incarnato dalla cosiddetta “autonomia universitaria”.

Federico Vercellone. La determinazione di criteri molto selettivi per il reclutamento che privilegino i settori di eccellenza con l’intento di limitare così anche la «fuga dei cervelli» la determinazione di criteri molto selettivi per il reclutamento che privilegino i settori di eccellenza con l’intento di limitare così anche la «fuga dei cervelli».

Rabbi Jaqov Jizchaq. A parte che parlare di “reclutamento” qui è come parlare di corda in casa dell’impiccato, giacché, nonostante le massicce uscite di ruolo, di assunzioni non ve ne sono, alle viste, se non in numero infinitesimo. Si è parlato improvvidamente di “rivoluzione” a proposito delle recenti riforme; ma le rivoluzioni vere, com’è noto, non sono un pranzo di gala: il facimmo ammuina del frenetico spostare cose da qui a lì e poi di nuovo da lì a qui, non ha molto di rivoluzionario. La tendenza degli ultimi anni, indotta dalle leggi nazionali come dai comportamenti locali poco virtuosi, salvo meritorie eccezioni, lungi dal perseguire l’eccellenza, sembra che semmai sia stata quella di favorire lo sputtanamento totale, perpetrato con palpabile disprezzo: livelli specialistici aboliti, dottorati cancellati o esistenti solo nominalmente, accorpamenti voluttuosi con conseguente profilo bassissimo dei corsi di laurea, a causa di piani di studio inevitabilmente aggrovigliati e dell’impossibilità di “verticalizzare”: cosa volete “rivoluzionare”? L’autonomia universitaria sta al dissesto finanziario dell’università, come le regioni stanno al dissesto finanziario dello stato, ma qui non siamo boni nemmeno ad abolire le province e quanto all’università, stiamo a cincischiare di frivolezze, come certi damerini della corte di Luigi XVI, ignari che per i loro colli già si affilava la lama del “rasoio nazionale”. Di quale “meritocrazia” andate cianciando, se qui il problema al centro del dibattito politico è “l’esubero dei docenti”, per quanto latiti la consapevolezza che la fuoriuscita di decine e decine di professori rende la situazione di molti comparti ben poco “esuberante”? Disfatti i corsi di laurea, soppressi vari settori disciplinari, il problema sarà, non già come favorire la meritocrazia, bensì come disfarsi dei ricercatori. Un piano di risanamento reale temo che debba prendere in considerazione i problemi, realmente “di carattere strutturale”, con i quali molto umilmente vi ho tediato, proponendo soluzioni eventualmente migliori delle mie, se ve ne sono, ma senza nascondere la testa sotto la sabbia: lusso che può consentirsi solo chi ha le natiche al caldo, la pensione certa e magari imminente.