Con lo scandalo Mps si torna a parlare dell’università di Siena con notizie vecchie, inesatte e folcloristiche

Unisicampo

La Toscana avvelenata dalla politica (QN, 27 gennaio 2013)

Cecilia Marzotti. (…) Il primo scossone arriva nel 2008 quando emerge l’inchiesta sul «buco» da duecento milioni di euro emerso nell’antica università. La Finanza acquisisce non solo i bilanci 2006-2007 e 2008, ma anche migliaia di altri documenti che impegneranno per mesi la Procura di Siena. Non solo. Ci sono anche intercettazioni telefoniche. «Ogni atto sequestrato apre nuovi scenari» affermeranno in quel momento gli investigatori. I magistrati cambiano, ma la giustizia, anche se lenta, arriva a iscrivere nel registro degli indagati ben diciotto persone. Il 15 ottobre 2011 l’inchiesta è ufficialmente chiusa e ora la questione è all’attenzione del giudice dell’udienza preliminare. E mentre la città (soprattutto i dipendenti dell’ateneo) si interroga come sia stato possibile giungere a quel profondo rosso da 200 milioni, all’università arriva il nuovo rettore. Angelo Riccaboni viene eletto il 21 luglio 2010 al posto di Silvano Focardi. Due settimane dopo la proclamazione, al rettorato bussano i carabinieri della polizia giudiziaria della Procura e acquisiscono i documenti relativi alle votazioni. Si apre una nuova inchiesta che porta a iscrivere nel registro degli indagati dieci persone alle quali viene contestata «la falsità ideologica». Anche in questo caso siamo davanti al giudice dell’udienza preliminare. (…)

Dal maxi buco dell’università alla speculazione dell’aeroporto tutti gli sprechi targati Mps (la Repubblica, 28 gennaio 20123)

Alberto Statera. (…) Se è vero quel che dice Mario Monti, che destra e sinistra non esistono più (ma non è vero) Siena è il laboratorio precursore della perdita delle diversità. Prendete la gloriosa Università, che naturalmente è rappresentata nella Fondazione Mps, insieme a Comune, Provincia, Regione e Arcidiocesi. Almeno tre rettori hanno contribuito a mettere insieme un buco di 200 milioni di euro, un dissesto per cui sono state rinviate a giudizio per peculato una ventina di persone, tra cui gli ex rettori Piero Tosi e Silvano Focardi. Per far fronte al buco sono stati venduti alcuni gioielli, come il complesso di San Niccolò. Indovinate chi lo ha comprato? Franco Caltagirone, fino a qualche mese fa vicepresidente del Monte, per 74 milioni. E lo ha subito riaffittato a 120 milioni per ventiquattro anni.
 Ostriche e aragoste consumate in gran quantità con denari pubblici sono diventate un po’ l’icona degli scandali seriali che l’Italia sta affrontando negli ultimi mesi. Potevano mancare in uno scandalo universitario? Figurarsi. E infatti negli atti d’accusa figura l’acquisto con soldi dell’ateneo di 360 chili di aragoste destinate alla contrada della Chiocciola. I magistrati, gentili, hanno scritto che sembra “materiale non pertinente”. Intanto le rette sono diventate le più alte d’Italia. Tanto per gradire, infine, l’attuale rettore Angelo Riccaboni è al centro di un’inchiesta riguardante presunte irregolarità avvenute nelle votazioni per la sua elezione. Per pietà nei confronti dei lettori tralasciamo altre inchieste a carico di consiglieri d’amministrazione e semplici professori, come quella per rimborsi gonfiati per l’organizzazione di master e corsi di aggiornamento. (…)

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5 Risposte

  1. Prescrizione e disinformatja sono le parole chiave di questa triste ed amara vicenda. Tutto il resto è fumo elettorale.

  2. Per qualche ragione che ignoro, ma riconducibile sostanzialmente ad una forma di grettitudine, quando si parla dei problemi del MPS, giustamente ci si esprime in termini drammatici, mentre quando si parla dell’università al collasso ci si abbandona al sarcasmo: eppure la situazione è per certi aspetti speculare: anche l’università ha avuto le sue dilapidazioni partitocratiche, i suoi titoli tossici e sta cedendo i suoi “asset”. Il futuro è ugualmente, o addirittura più incerto. Leggo questo sorprendente “peana” su Repubblica del 25 Gennaio: «Abbattersi sarebbe un errore clamoroso — sostiene l’attuale rettore dell’università Angelo Riccaboni, uno che in tre anni ha fatto passare il bilancio dell’ateneo da un disavanzo di oltre 30 milioni di euro a meno 8 e da “brutto anatroccolo” della città ha incassato di recente i complimenti del ministero per l’opera di risanamento: “Siena ha molte eccellenze e un patrimonio che richiama turisti da tutto il mondo, si ricominci da lì”.»
    Mi domando e dico: ma in questa congiuntura, per avere contezza in modo oggettivo e spassionato delle gesta mussariane, tu ti rivolgi al Riccaboni? Vabbè, “chiudiamo la parente” (Totò); a parte questo, le cosiddette “eccellenze” non mi paiono punto tutelate; ciò che resta e ciò che muore lo decidono criteri a dir poco cinobalanici (vedi miei precedenti post) e parlare di un ateneo risanato mi pare parecchio avventuroso, per non dire alquanto superficiale (ma questo fa parte della superficialità fatta di luoghi comuni con cui si affrontano le questioni universitarie, dove l’università è descritta come una nebulosa, un tutt’uno senza articolazioni, punti critici, allarmanti vulnerabilità). Noto poi che quando non si sa che dire intorno allo sviluppo economico di un territorio ci si appella al “turismo”: in fondo siamo tutti turisti “gettati” in questo mondo, come direbbe l’ex rettore di Friburgo; chiudono le miniere nel Sulcis o le acciaierie di Piombino? Chi se ne frega se questo paese del Moplen e del “perottino”, di Galileo, di Fermi e di Marconi, si avvia a produrre oramai soltanto cocomeri e aria fritta: svilupperemo il turismo! Ma poi curiosamente scopriamo che paesi che non hanno un cavolo di gioielli da mostrare, ricavano dal turismo e dai musei ben più del paese che lascia cadere in rovina Pompei. E vale far notare che anche su questo piano la crisi senese è abbastanza palpabile, come attesta il fatto che il principale museo della città è chiuso, mentre con singolare vanità ci si cimenta in una gara per la “capitale della cultura”: il SMS non è l’Ermitage, è ridotto a uno spazio vuoto inservibile che dunque non calamita turismo; quattrini da parte del MPS non ne arriveranno più; specifiche competenze manageriali per far sì che arrivino da privati, non ve ne sono all’opera.

  3. … tanto tuonò che piovve:

    «Università, 50mila iscritti in meno.
    Come fosse scomparsa la Statale di Milano

    È quanto registra un documento del Consiglio Universitario Nazionale, assieme al calo dei docenti: -22% rispetto al 2006. Eliminati più di mille corsi di laurea. In sei anni sono stati eliminati 1.195 corsi di laurea. Quest’anno sono scomparsi 84 corsi triennali e 28 corsi specialistici/magistrali. Se questa riduzione è stata inizialmente dovuta ad azioni di razionalizzazione, ora dipende invece in larghissima misura – si fa notare – alla pesante riduzione del personale docente… Detto che del calo dei prof del 22% in sei anni, nei prossimi 3 anni si prevede un ulteriore calo. Contro una media Ocse di 15,5 studenti per docente, in Italia la media è di 18,7. Pur considerando il calo di immatricolazioni, il rapporto docenti/studenti è destinato a divaricarsi ancora per una continua emorragia di professori che non vengono più assunti.» http://www.repubblica.it/scuola/2013/01/31/news/universit_calo_iscritti_come_scomparsa_ateneo-51634863/?ref=HREA-1

    Vedo che ogni tanto qualcuno comincia a rendersi conto del fatto che la retorica “chiudiamo i corsi inutili” appare un po’ stantia. Dato che, specie qui a Siena, il futuro appare assai nebuloso e sicuramente più povero sotto diversi punti di vista, la domanda che mi sentirei di porre al Magnifico reggitore, così come al CRUI e al ministero è ancora la solita: e allora che si fa, stiamo qui a guardare la nostra Pompei che crolla pezzo a pezzo? Ci avete brillantemente illustrato la pars denstruens, ma la pars construens qual è? Soldi, si sa e siamo rassegnati, non ne arriveranno, ma le chiacchiere non fan farina.

  4. P.S. Leggo anche i commenti a questa notizia, apparsa sul Corriere e su Repubblica: seguendo la scia del populismo e del qualunquismo dilaganti, la maggior parte degli utenti giudica questo pesante ridimensiopnamento un’ottima cosa. Ma ammesso e non concesso che la decimazione di un quarto del corpo docente sia “un’ottima cosa”, e avendo molti dubbi sull’efficacia di una selezione meritocratica realizzata con cannonate ad alzo zero, come diceva mia nonna, anche per farsi impiccare è bene andare dal boia: anche l’opera di ridimesionamento, cioè, dovrebbe essere condotta con razionalità, e non lasciando al fato e alla legge della jungla la determinazione dei nuovi assetti. Siamo forse ancora nell’ottica del “chiudiamo i corsi inutili”: “pochi, ma bòni”, si dice, e sfugge la dimensione e il reale significato del problema, giacché il 22% dei docenti è veramente tanto, soprattutto considerando che l’introduzione dei cosiddetti “requisiti minimi di docenza” fa sì che questo esodo determini come conseguenza la chiusura di centinaia di corsi di laurea per il mancato raggiungimento dei venti docenti imposti dalla legge: così per due che vanno in pensione, non di rado accade che ne rimangono diciotto i quali non sanno più cosa fare e debbono essere riciclati in qualche maniera, magari a fare cose che non sanno fare, mentre potrebbero dedicarsi con maggiore successo a quelle nelle quali vantano reali competenze. Nel prossimo futuro non si ha notizia che ricominci stabilmente il reclutamento e da nessuna parte, sia detto per inciso, è scritto che quello che a causa di questo meccanismo rimane in vita sia l’eccellenza, mentre quello che scompare sia la fuffa. Nell’attuazione di una simile politica manca, per così dire, un passo, come ho cercato di sottolineare nei precedenti interventi. E cioè a dire che se in tal modo, consapevolmente, mirando a ridurre il personale docente, chiudi centinaia di corsi di laurea e metti in ginocchio vari settori in molti atenei, poi dovresti favorire, o addirittura imporre la loro riaggregazione a livello di strutture interateneo, oppure la loro ricomposizione in alcuni specifici atenei (versomilmente dove sono più forti), con una razionale programmazione sul territorio, ove convogliare tutte le forze disponibili onde creare quella “massa critica” indospensabile affinché parole logore come “merito” e “ricerca” abbiano un senso. Sennò, non si capisce il senso della tua politica. Senza far questo, infatti, oltre all’irrazionalità di continuare a pagare personale altamente specializzato senza uno scopo, oltre alla pavidità di non affrontare le reali questioni politiche (=baronia), il rischio è che rimangano in vita proprio corsi inutili e che spariscano interi comparti della ricerca, esattamente come nel paese intero è rimasto un apparato burocratico elefantiaco, mentre sono scomparsi interi comparti dell’industria: stessa mentalità, stessa politica.

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