Domani il CdA dell’ateneo senese approverà un altro danno erariale di sedici milioni d’euro

                Arnold Böcklin, "The Isle of the Dead", 1883

Arnold Böcklin, “The Isle of the Dead”, 1883

La domanda è semplice! Possono, un rettore irregolarmente eletto, un direttore amministrativo condannato dalla Corte dei Conti e un Consiglio d’Amministrazione ormai scaduto, approvare un provvedimento che penalizza l’ateneo senese di oltre sedici milioni d’euro, con evidente danno erariale? Questi i fatti! Il rettore – un tecnico in economia che, dopo il dissesto economico-finanziario del settembre 2008, non ha ancora approntato il necessario piano di risanamento strutturale – ha deciso di non pagare per i prossimi cinque anni le rate dei mutui contratti dall’Ateneo con la Banca Monte dei Paschi di Siena. In tal modo, il congelamento delle rate (sette milioni d’euro l’anno) porta ai seguenti risultati: allungamento di cinque anni delle scadenze dei mutui e ripresa del pagamento, il 31 dicembre 2017, gravato del maggior onere finanziario di sedici milioni d’euro, corrispondenti a interessi maturati nel periodo di moratoria. Del resto, le roi soleil de’ noantri ha dichiarato d’essere stanco delle crisi di liquidità dei primi due anni del suo mandato e di volersi dedicare, per i prossimi quattro anni, a investire nello sviluppo dell’ateneo. Perciò, servono nuove risorse. Di seguito alcuni interrogativi e rilievi di legittimità che, mi auguro, possano convincere i consiglieri di amministrazione (per giunta a fine mandato) a non approvare, domani, tale delibera. È legittimo, questo provvedimento, in assenza di un serio piano di risanamento strutturale e con un indice d’indebitamento, il più alto del paese (pari al 38%), che esclude nuove forme d’indebitamento? E che dire del danno erariale che si determina con il congelamento delle rate dei mutui pari a un maggior onere nominale per interessi superiore a sedici milioni di euro? È possibile l’approvazione di tale delibera senza la necessaria autorizzazione dei competenti Ministeri (Miur e Mef) e l’obbligatorio parere del collegio dei revisori dei conti?

Articolo pubblicato anche da:

il Cittadino Online (20 dicembre 2012) con il titolo: «L’Università non pagherà le rate dei mutui contratti con MPS: il cda dell’ateneo approverà un danno erariale di 16 milioni di euro».

Primapagina online (22 dicembre 2012) David Busato: «L’Università di Siena approva il bilancio: chiusura dell’anno tra luci e ombre».

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Altra patacca dei vertici dell’Ateneo senese

Fontana-Trevi-Toto-Truffa

Ci odiate di più? Chissà…

Rsu d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Flc-Cgil, Cisl, Ugl-Intesa, Uil-Rua, Usb P.I. – Si è svolta nel pomeriggio di ieri una seduta di contrattazione sul salario accessorio 2012 e sulla distribuzione dello straordinario 2011. Il 21 ottobre 2012 come OO.SS. avevamo presentato una piattaforma con una serie di richieste che discendevano dal nostro CCNL, tra le quali il pagamento dell’indennità mensile d’ateneo (IMA) non sottoposta a valutazione e prevista per tutti. L’IMA non è una parte del salario accessorio legato alla produttività, ma un’indennità mensile (circa 50 euro lordo lavoratore) da corrispondere in dodici mensilità a tutto il personale tecnico ed amministrativo così come previsto dall’art. 41 del CCNL 2002-2005, e ripreso dal CCNL 2006-2009 tuttora vigente.

Ci è stato invece proposto di sottoporre l’IMA a valutazione, ma non possiamo accettare ciò che  va contro le norme né possiamo soggiacere al ricatto di dare carta bianca e comprimere i nostri diritti o restare senza salario accessorio di fronte al quale ci pone l’amministrazione. In numerose  sedute di contrattazione  ed anche ieri di fronte alle nostre richieste e alla difesa del CCNL, la Direttrice Amministrativa ha usato bieche e neppur  tanto velate minacce come quella  di non destinare risorse aggiuntive, i risparmi da straordinario, nel fondo per il salario accessorio se non ci fossimo piegati al volere dell’amministrazione. Valutiamo particolarmente grave l’uso della leva economica per piegare le OO.SS. e la RSU, tanto più che la destinazione di risorse aggiuntive va nella direzione di giovare più che altro al Rettore e al DA che, diversamente, non riuscirebbero a remunerare  alcune  responsabilità che gli stanno più a cuore.

Noi però non cediamo e di fronte all’ennesimo tentativo della Direttrice Amministrativa di spingere le OO.SS. e la Rsu a fare scelte che ci danneggiano abbiamo  abbandonato il  tavolo. Non è stata una scelta facile, ma di fronte alla sordità dei vertici di questo Ateneo, non possiamo prenderci/vi ancora in giro. Il Rettore ha provato a gettare addosso a noi la responsabilità della mancata erogazione del salario accessorio, ma sa bene che se vuole può applicare la legge, emanando un atto unilaterale provvisorio per il 2012. Se ne deve assumere, però, la responsabilità politica di fronte a tutto il personale e all’opinione pubblica. Per due anni Rettore e DA hanno potuto addossare ai revisori dei conti e al MEF la responsabilità di non saper chiudere un contratto integrativo, ma ora non ci sono più scuse e non possono scaricare su altri le proprie  responsabilità.

Rettore e Direttrice Amministrativa vorrebbero imporci la valutazione dell’IMA, collettiva per il 2012 e individuale per il 2013, ma noi non possiamo andare contro il CCNL né possiamo soggiacere a politiche padronali che vorrebbero dare continuità  alle  pressioni che tutto il personale  sta vivendo da diversi  mesi a causa  di  una riorganizzazione avventata. Accettare la valutazione dell’IMA porrebbe ancora una volta il nostro Ateneo a livello nazionale come apripista di un tentativo dei ministeri di svuotare il CCNL di valore. Non abbiamo neppure accettato il ricatto sullo straordinario 2011, la vera farsa delle relazioni sindacali degli ultimi 3 anni. Sono anni che poniamo la questione in trattativa e che pretendiamo una soluzione.

Ieri ci è stato proposto lo stesso regime di pagamento di ore in esubero per il 2011 e per il 2012. La Direttrice Amministrativa non vuole tenere conto del fatto che il 2011 è una sanatoria, mentre per il 2012 si potevano trovare soluzioni più giuste. Se per il 2011 la proposta era pagare dalla 41esima ora alla 190esima, già di per sé dura da digerire, per il 2012 si sarebbe dovuto fare un ragionamento non solo numerico, e pagare semmai dalla prima ora alla 100esima. L’impegno di tanti in questo anno di riorganizzazione non si è esplicitato solo in tante ore di esubero ma se pagassimo dalla 41esima ora molti si vedrebbero tagliati fuori. Tutto questo però non interessa ai vertici di questo Ateneo, per loro le nostre proposte sono una perdita di tempo. Ieri non gli interessava altro che chiudere un accordo sullo straordinario 2011-2012 per pagare coloro a cui avevano promesso qualcosa, e far vedere che avevano ottenuto l’avallo delle OO.SS. e della RSU. Ora ci viene detto che se non abbiamo risolto la questione dello straordinario la colpa è nostra solo perché abbiamo chiesto criteri chiari e non discriminatori tra il personale. Forse siamo attaccati su questo punto perché gli intenti erano diversi? Si erano fatte promesse che ora non si riescono a mantenere? Si volevano fare figli e figliastri?

La Direttrice Amministrativa in una delle ultime sedute di contrattazione ci ha urlato contro nel corridoio: “Tutti vi odiano perché non volete accettare niente”. Diversamente da chi ha la responsabilità  dell’amministrazione  e che evidentemente pensa di avere una mission caritatevole,  noi non facciamo sindacato per essere amati, ma soltanto per far valere i ‘giusti diritti’ previsti dall’ordinamento, quei diritti che forse qualcuno, con odio più che con amore, vorrebbe calpestare. Siamo disposti a tornare al tavolo quando i nostri vertici decideranno di togliere la questione dell’IMA valutata dal contratto integrativo, e quando saranno disposti a discutere di straordinario 2012 in modo concreto.

Mai che ne facciano una giusta, all’università di Siena!

RiccascopinoCome distruggere ogni piccola iniziativa

USB P.I. Università di Siena. È uscito da pochi giorni il Bando per la mobilità Erasmus Staff Training 2012/2013, tutto sembra uguale agli altri anni ma… al paragrafo 5 c’è l’inghippo! Come gli altri anni il periodo che si può passare all’estero varia da una a sei settimane, ma quest’anno c’è la sorpresa! La prima settimana è formazione… il resto, deciso dalla nostra lungimirante e moderna amministrazione, te lo fai di ferie, se vuoi proseguire la borsa!!! Ma chi prende queste decisioni si rende conto dell’utilità di queste borse e di come il personale che ne usufruisce partecipi ad attività di elevata formazione inerente al proprio lavoro? Perché limitare i tempi in questo modo? Questa limitazione svilisce l’esperienza e la rende del tutto inutile.

Lor signori pensano che i dipendenti e i propri responsabili non siano in grado di capire e decidere quanto tempo sia loro necessario per rendere proficua un’esperienza? Da chi deve essere fatta questa università: da persone consapevoli del proprio ruolo e desiderose di migliorare nel proprio lavoro o da fantocci che devono fare solo presenza (timbro dunque sono) e non alzare la testa dalla loro scrivania per guardarsi intorno e, magari, anche apportare qualche miglioramento in questa università sempre più decadente? E la Comunità Europea perché ci dà questi soldi: per fare una vacanza in Francia o in Inghilterra o per amalgamare i popoli che la compongono e scambiare “buone pratiche”?

C’è poi la questione della borsa Erasmus che viene finanziata fino ad un massimo di € 900. Il nostro Ateneo sottopone la borsa a tassazione. L’Agenzia delle Entrate, a quanto ci risulta, con la risoluzione n. 109/E del 23 aprile 2009, ha chiarito che le borse di studio finanziate dalla Comunità europea ed erogate nell’ambito del programma Erasmus Mundus sono escluse dall’imponibile Irpef e non rilevano ai fini della determinazione della base imponibile Irap delle Amministrazioni pubbliche che le erogano. Ora, pur non essendo queste borse del programma Erasmus Mundus, ma venendo erogate per lo stesso genere di finalità, non può ritenersi corretto lo stesso trattamento? In altre università non operano alcuna tassazione delle borse Erasmus. Da quanto incorriamo in questo errore e a danno di quanto colleghi? Chiediamo una ricognizione sulla questione e che sia assunta una soluzione anche per il passato.

Ci sono anche alcuni aspetti pratici: a) il viaggio può essere rimborsato se si parte e si ritorna entro due giorni dalla data di attivazione del periodo all’estero; b) la relazione finale come deve essere scritta: “Una settimana di formazione e cinque di vacanza pagata dalla Comunità Europea”? Forse, chi ha inserito questa modifica nel bando farebbe meglio a occuparsi dei problemi della nostra università invece di perdere tempo a distruggere una bella e sana esperienza di 18 persone dipendenti! Per favore, non togliete dignità anche a questa esperienza, non se ne può più!

Il rettore risponda pubblicamente a questo inaudito comportamento

Rsu d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Ugl-Intesa, Uil-Rua, Usb P.I. – Apprendiamo con profondo sconcerto da un comunicato dei colleghi dell’USB.P.I. che l’Amministrazione avrebbe preso accordi con la Questura in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico onde coinvolgere dei colleghi nel servizio d’ordine al Rettorato durante la cerimonia e, con altrettanto profondo sconcerto, apprendiamo che molti dei colleghi interpellati hanno effettivamente svolto tale ruolo. Riteniamo che questo modo di operare sia gravemente lesivo dei diritti dei lavoratori, dei dipendenti della cooperativa e degli studenti che esercitavano il proprio legittimo dissenso nei confronti dell’Amministrazione. Chiediamo perciò al Rettore che divulghi tutta la documentazione inerente alla problematica in oggetto e che risponda pubblicamente e per iscritto di questo inaudito comportamento suo, dell’Amministrazione che rappresenta e dei colleghi che hanno svolto il ruolo illegittimamente assegnato, riservandoci comunque di adire tutte le sedi competenti alla tutela dei diritti che riteniamo gravemente lesi.

Ultimo atto sulle elezioni del rettore dell’università di Siena

Riccabonigregario

Una scena ripresa da tutte le Tv. Alcuni tifosi intenti a spingere due ciclisti del gruppo di testa lungo la salita, pochi metri prima del traguardo. Incredibilmente, non ci furono polemiche sulla vittoria di uno dei due. Il secondo classificato non fiatò. Non manifestarono alcun disappunto neppure le squadre sportive. Zitti gli organizzatori! Il direttore di gara invitò la madrina di turno a salire sul palco per consegnare la coppa al “vincitore”, il quale, raggiante e senza alcun disagio, la sollevò sulla sua testa con entrambe le mani. Non disdegnò neppure di spruzzare spumante sui presenti, di berne un sorso direttamente alla bottiglia e di mettersi in posa, tra due ragazze, per le foto di rito. Purtroppo, per il vincitore, la Federazione Ciclistica Italiana, dopo una veloce indagine, chiese il rinvio a giudizio dei responsabili che, si scoprì in seguito, erano minorenni in vena di scherzi. Ai giornali sportivi che avevano parlato della vicenda, il vincitore chiese di pubblicare la seguente rettifica: «Sono costretto a ribadire che non sussiste alcuna richiesta di rinvio a giudizio che mi riguarda nell’ambito dell’inchiesta relativa alla vittoria della tappa e chiedo che la mia precisazione venga pubblicata con il giusto risalto per contrastare l’impatto lesivo provocato». Come se l’inchiesta non riguardasse proprio la sua vittoria!

Scherzi a parte, tutto ciò è accaduto nell’università degli Studi di Siena, che, ormai, ci ha abituato a tutto. Anche a elezioni del rettore inequivocabilmente irregolari, al punto che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siena ha chiesto il rinvio a giudizio dei membri del seggio e della commissione elettorale. Fra poche ore si conosceranno le decisioni del Gup.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (12 dicembre 2012) con il titolo «Università: ultimo atto sull’elezione del rettore

Se i poveri pagano l’università ai ricchi

IchinoTerlizzese

Dal “Corriere della Sera” (12 dicembre 2012)

Andrea Ichino e Daniele Terlizzese. La campagna elettorale è di fatto aperta. La nostra speranza è che l’università sia al centro del dibattito, per le sue implicazioni riguardanti la crescita e l’equità sociale. Il confronto non dovrebbe però essere contaminato da controversie su questioni non controvertibili, perché riguardanti dati di fatto. Una di queste è se sia vero o no che in Italia i poveri pagano l’università ai ricchi. Nei giorni scorsi, Francesco Giavazzi l’ha affermato; Marco Meloni (responsabile Pd per l’università) l’ha messo in dubbio (vedi www.lavoce.it). Che cosa dicono i dati? Che il finanziamento universitario opera ogni anno un trasferimento ingente, circa 2,5 mld di euro, dalle famiglie con reddito inferiore ai 40.000 euro lordi annui a quelle con reddito superiore. Non si può discutere di diritto allo studio e di finanziamento dell’università se prima non si riconosce questa macroscopica e odiosa ingiustizia.

Le famiglie con un reddito fino a 40.000 euro sono il 93% del totale dei contribuenti e pagano solo il 54% del gettito Irpef, dato che questa è una tassa progressiva (Dipartimento delle finanze). Quindi queste famiglie finanziano attraverso l’Irpef il 54% di quanto lo Stato dà all’università, con un contributo di 4,9 mld di euro. Tuttavia da esse proviene solo un quarto degli studenti universitari italiani, mentre dal 7% di famiglie più ricche vengono i restanti tre quarti (Banca d’Italia). Le famiglie più povere ricevono perciò, sotto forma di istruzione, un quarto di quanto lo Stato spende per gli atenei: circa 2,2 miliardi. La differenza tra quanto pagano e quanto ricevono (2,7 mld) è un regalo alle famiglie più abbienti. È vero quindi che, in proporzione al loro reddito, i più ricchi pagano più Irpef, ma non in misura tale da compensare l’uso maggiore che essi fanno dell’università. Tenendo conto delle altre imposte, che sono sicuramente meno progressive dell’Irpef, l’entità del regalo aumenta.

Cambiano le conclusioni considerando le rette universitarie? No. La loro somma, per legge, non può superare il 20% dei bilanci degli atenei. Inoltre la loro struttura è marcatamente regressiva: da un rapporto di Federconsumatori si desume che, in proporzione al reddito, le rette incidono per il 15,6% sui redditi più bassi, ma solo per il 4,3% su quelli di 40.000 euro, fino a quasi annullarsi a livelli ancora più alti. I ricchi pagano di più, ma non molto; tenendo conto delle rette di iscrizione, il regalo che ricevono dai poveri resta comunque di 2,4 mld. E sarebbe di 2,2 mld anche se le tasse universitarie, rimanendo ai bassi livelli attuali, fossero interamente pagate dai più ricchi.

È un trasferimento inaccettabile, che si perpetua solo perché i più ignorano come stanno realmente le cose. Che possa essere maggiore in Paesi dove l’università è del tutto gratuita non lo rende meno odioso e paradossale. Una volta che questi fatti siano riconosciuti da tutti, possiamo discutere di come venirne fuori. E qui le prospettive, legittimamente, possono essere diverse. Una, a cui forse aspira Meloni, potrebbe essere che tutti i giovani frequentino l’università, così come già frequentano la scuola dell’obbligo. In questo modo tutti ne fruirebbero in modo uguale ma i ricchi pagherebbero di più per via del prelievo fiscale progressivo, e il paradosso scomparirebbe.

Ma si tratta di una prospettiva realistica, o desiderabile? Certamente vanno rimossi tutti gli ostacoli che scoraggiano i ragazzi poveri e di talento dall’acquisire un’istruzione superiore. La qualificazione «di talento» non è però un inciso retorico, va presa sul serio. Il sistema universitario è la modalità con cui la società trasmette la frontiera più avanzata della conoscenza a chi è meglio in grado di riceverla ed estenderla. È un sistema intrinsecamente elitario, perché si fonda su un’ineliminabile disuguaglianza nelle capacità delle persone. È una disuguaglianza che non deve dipendere dalla ricchezza della famiglia d’origine, e bisogna fare ogni sforzo per rompere questo legame; ma così come non è possibile che tutti vadano alle Olimpiadi, è inevitabile che alcuni siano più di altri in grado di prendere il testimone della conoscenza. Ciò non è in contrasto con la nostra Costituzione (art. 34), dove stabilisce il diritto di «raggiungere i gradi più alti degli studi» per i «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi». Anche questa è una qualificazione importante e spesso trascurata: non per tutti, solo per i capaci e meritevoli. La scuola è e deve essere per tutti: è lì che si devono davvero creare le pari opportunità. L’università è altra cosa. Chiunque vinca dovrà ripensare al suo finanziamento.

Università di Siena: se non ora, quando si prevede di arrestarli?

Sbarre-Unisi

Ormai è chiaro che, nell’esclusivo interesse dell’Università di Siena, la richiesta d’interdizione dalla carica e dall’attività dei vertici dell’ateneo senese sia una misura cautelare non solo fondata ma insufficiente, considerando la reiterazione di abusi, l’inquinamento probatorio in atto, la dissipazione delle scarse risorse per attività non istituzionali, il malaffare diffuso, l’illegittimità (e in alcuni casi l’illegalità) della maggior parte dei provvedimenti adottati. Gli ingredienti, con i quali due sedicenti “tecnici” – incapaci di gestire l’ordinaria amministrazione (figurarsi l’emergenza!), – stanno affossando definitivamente il nostro martoriato ateneo, sono sotto gli occhi di tutti: impreparazione e insipienza, assenza totale di trasparenza, azioni truffaldine relative all’utenza sostenibile e alla riorganizzazione degli uffici amministrativi, organi di governo esautorati delle loro prerogative, opera di sciacallaggio. E tutto questo accade con un rettore privo della piena legittimità a esercitare le sue funzioni (perché irregolarmente eletto) e con un corpo docente muto e latitante.

Si prenda, per esempio, la retribuzione del Direttore amministrativo che all’ateneo costa 237.592,06 € l’anno. A suo tempo (novembre 2010), con un appello pubblicato da Il senso della misura, il Cittadino online e La Nazione, chiesi al rettore di predisporre un contratto che tutelasse l’ateneo senese, stante la difficile opera di risanamento. Ebbene, il magnifico rispose sottraendo la materia al CdA che, pertanto, non poté fissare gli obiettivi dell’azione amministrativa. Il risultato fu un contratto maggiorato di 30.000 € di retribuzione lorda non dovuta e di circa 30.000 € di retribuzione di risultato non spettante al dirigente. E tutto ciò in evidente violazione del disposto del Decreto interministeriale sul trattamento economico dei direttori amministrativi che fissava criteri e parametri per l’individuazione della relativa fascia retributiva. E così, ancora una volta, l’Università di Siena è detentrice di un altro primato: la retribuzione più alta di un suo dirigente, nonostante i valori più bassi dei parametri di riferimento (fondo di finanziamento ordinario, numero di studenti e di dipendenti), come si può desumere da un confronto con atenei di dimensioni maggiori. Particolare non trascurabile: il direttore amministrativo percepisce anche un assegno pensionistico annuo superiore a 160.000 euro.

Tabella comparativa

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (7 dicembre 2012) con il titolo: «Università: ancora nessuna interdizione per i vertici».

E intanto il gagà (che non è la lady) dell’Ateneo di Siena si trastulla inaugurando l’anno accademico di un’università di contrada

UnisigagaRabbi Jaqov Jizchaq. Faccio mia la celebre frase di Bernanos, secondo cui gli intellettuali dovrebbero essere considerati idioti, fino a prova contraria. Trovo del resto sconvolgente il fatto che molta intellighenzia senese accetti la situazione in cui versa il proprio ateneo come una catastrofe naturale (un terremoto, un’inondazione, qualcosa di cui accusare la natura matrigna), con la rassegnazione che segue contemplando lo scatenarsi delle forze della natura. I politici non ne parlano proprio, se non con frasi generiche e nebulose. Ma sulla base delle considerazioni che ho cercato di sviluppare nei miei precedenti messaggi, quando si parla del futuro dell’ateneo, suggerirei di smettere di parlare de “l’università di Siena” latu sensu, prescindendo dalle dinamiche in corso, come se fosse un corpaccione unico che o si salva o perisce tutto intero, mentre è sotto gli occhi di tutti che si sta disarticolando, non si sa se abbia una testa, ha perso via via dei pezzi e ne perderà ancora molti: perderà in definitiva i connotati di ateneo semi-generalista, per diventare cosa, non si sa bene.

Abolirei cioè questa locuzione: “l’università di Siena”, se prima non si è chiarito, dicendolo esplicitamente, di quale università stiamo parlando, chi sono i salvati dalla imperscrutabile volontà del Magnifico e quale inferno è riservato ai sommersi: al netto di un certo numero di cose che andavano chiuse in nome della decenza (ma non dimenticando quelle che invece, con oltraggio alla decenza, non sono state chiuse) la cosa di cui mi sono convinto è che il succedersi di riforme e riforme delle riforme dei corsi di laurea, il progressivo venir meno dei livelli specialistici e dei dottorati, abbiano di fatto disintegrato ogni idea di didattica ben strutturata: è abbastanza evidente che questo è l’humus dove prosperano i lestofanti e gli incompetenti che vendono la scienza un tanto al chilo («Di mestiere sono tipografo; però commercio nel campo dei medicinali; e sono pure attore – attore tragico, capisci –; quando ci ho l’occasione faccio sedute di ipnotismo e frenologia; qualche volta giusto per cambiare insegno geografia cantabile; ogni tanto faccio delle conferenze… Oh faccio un sacco di cose», M. Twain, “Le avventure di Huckleberry Finn”).
 Da un lato c’erano i governi e le burocrazie, torturatori che premendo quasi esclusivamente sulla leva dei “requisiti di docenza” (cioè del numero di professori necessario per tenere in piedi un corso), avvitavano la garrota di norme sempre più stringenti e oramai addirittura paranoiche (in presenza di numerose ed imminenti uscite di ruolo, naturali o con prepensionamenti, e del blocco del reclutamento), dall’altro lato le Facoltà che cercavano di sfuggire alla tortura eludendo le norme (già di per sé ambigue) con esegesi opportunistiche.

Adesso siamo giunti a un punto di non-ritorno e per un pezzo cospicuo de “l’ateneo” bisognerebbe avere il coraggio di dire che non c’è più niente da fare, e che da qui a breve saremo semplicemente nell’impossibilità di fare qualsiasi cosa. Ma né il rettore, né i politici parlano mai di questo. Io un’ideuccia, non utopistica, né originale, né peregrina, l’avrei formulata, ed è quella di un’integrazione fra i tre atenei che insistono sul territorio regionale, in modo da consentire la sopravvivenza, almeno in una sede, di corsi di laurea e discipline, concentrando in quella sede gli studiosi oramai isolati e messi nelle condizioni di non agire nelle sedi restanti. È quello che fanno altri paesi europei di fronte ad analoghi problemi, dicendolo esplicitamente e non attendendo la putrefazione.

L’occasione svanita della venuta del ministro a Siena, sarebbe stata propizia per sottoporgli questo semplice quesito: atteso che di soldi non ce ne sono, il ministero pensa di esaurire la sua funzione riformatrice e organizzatrice nella mera interdizione, come in un manicomio prebasagliano provvedendo esclusivamente alla contenzione degli agitati, e seguitando ad inviare “circolari” intorno a ciò che non si può fare, pur constatandone l’inutilità, visto che oramai non si può fare più niente? Dice il ministro: “per avere dei buoni ricercatori, occorre avere dei buoni studenti”. Ma come fanno a esservi dei buoni studenti, se non vi sono dei buoni corsi di laurea? Come fanno i buoni docenti ad insegnare in pessimi corsi di laurea privi di qualsiasi struttura?