All’università di Firenze l’Urbanistica la insegnano meglio filosofi e poeti

Fiorenza

Urbanistica, in cattedra un filosofo e un poeta (la Repubblica Firenze, 30 novembre 2012)

Un dottore di ricerca in filosofia con tesi su Heidegger e Hegel e un maestro elementare-poeta specializzato in «paesologia» hanno vinto due docenze in urbanistica alla Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze. Un candidato escluso, l’architetto Alessandro Rizzo, dottore di ricerca in progettazione e titolare di un master in Housing and Urbanism conseguito a Londra, ha presentato ricorso al Tar, sostenendo che i due vincitori non hanno i requisiti richiesti dalla legge, dal regolamento e dal bando. Gli avvocati Maria Beatrice Pieraccini e Maurizio Dalla Casa sostengono che il filosofo ha una preparazione «in alcun modo riconducibile alla materia dell’urbanistica, ma neanche all’architettura», mentre l’altro vincitore «non è neppure laureato» e «per quanto possa essere grande la sua cultura o la fama (la sua specializzazione è la “paesologia”, disciplina “compresa fra il territorialismo e l’espressione poetica”) è impensabile che la laurea non costituisca un requisito minimo per l’accesso alla docenza universitaria»: non rilevando a tal fine il giudizio della commissione di concorso, secondo cui la sua opera «ha ormai un riconoscimento nazionale presso poeti, scrittori, artisti, giornalisti, registi e docenti universitari».

In nome di un merito retorico e salvifico, invocato ma non declinato, finiremo per costruire una società di tutti uguali e di inevitabili perdenti che “non-se-lo-meritano”

La differenza tra merito e “me-lo-merito” (il Fatto Quotidiano 25 novembre 2012)

Antonio Nicita. Finalmente – e inevitabilmente – la questione del merito è diventata centrale nel dibattito politico-elettorale del nostro paese. Essa riguarda la selezione della classe dirigente, non solo nel pubblico, ma anche nel privato. Oggi, ne parlano tutti. Ma pochissimi riconoscono l’equivoco tra merito e “me-lo-merito”. Mi spiego. Spesso i sostenitori del merito non sono solo interessati a una società ‘aristocratica’, cioè dei migliori: essi sostengono il merito perché pensano di possederlo. Capovolgendo la famosa frase di Groucho Marx, una società che non riconosce il mio merito non può che esser sbagliata, se non corrotta.

Per questa ragione – oltre all’oggettiva schifezza che oggi ci circonda – le campagne sul merito attirano molti consensi: perché offrono a molti la speranza che ciò che essi ritengono di meritare sarà sempre riconosciuto in un’ipotetica “società dei migliori”. Ma è davvero così? O meglio: quanti di noi sono disposti ad accettare una ‘società dei migliori’ che ci escluda? Cosa accade quando qualcuno ha i requisiti minimi, ma ci viene preferito dal valutatore per qualche criterio che non comprendiamo o, peggio, non condividiamo (e spesso non condividiamo proprio perché ci danneggia)? Siamo disposti ad accettare il giudizio sul merito anche quando quel giudizio ci esclude? Oggi è del tutto assente dal discorso sul merito la circostanza che, nella sua declinazione concreta, il merito si ‘misura’ in termini relativi e comparativi, cioè all’interno di uno schema concorrenziale. Esser meritevoli (o pensare di esserlo) non basta a far parte della “società dei migliori”, dipende anche, e soprattutto, dal merito degli altri.

La concorrenza è un modo semplice per selezionare: vinca il migliore. Vero. Ma restano comunque due problemi. Il primo è che, in molti ambiti – nel lavoro e nell’istruzione – la valutazione è spesso soggettiva e comunque parziale (nel senso che tende a premiare di più ciò che è più facile da misurare). Si pone il problema di individuare criteri di valutazione del merito condivisibili e condivisi (anche quando si perde). Il secondo è che la concorrenza per il merito genera quella che Fred Hirsch (“I Limiti sociali allo sviluppo”, 1976, Bompiani) chiamava ‘la scarsità sociale’. Prendiamo l’istruzione. Se dobbiamo selezionare i migliori dobbiamo basarci sul titolo di studio e sul voto. Ma quando cresce l’offerta di lavoratori con lo stesso titolo di studio, la domanda dovrà selezionare sulla base di titoli aggiuntivi, generando inflazione da titoli. Un maggior grado di istruzione cresce in valore se decresce il numero di quelli che lo posseggono e diventa un ‘bene posizionale’. La corsa ai titoli di studio genera ‘scarsità sociale’: più sono i titoli mediamente posseduti da una popolazione di aspiranti candidati a un ruolo, minore è la chance di ottenere il ruolo cui si aspira. È qui che la questione del merito cessa di essere facile retorica e diventa un problema serio di meccanismo di selezione.

Se la corsa al merito genera scarsità sociale nell’istruzione possono crearsi tre effetti perversi: il primo è che solo chi ha mezzi personali idonei può accedere ‘in media’ a percorsi di successo e resistere alla gara per i titoli, permettendosi di rinviare l’ingresso nel lavoro a forza di sommare titoli e ciò alimenta diseguaglianza e l’equazione aristocrazia-plutocrazia; il secondo è che viene meno l’offerta di lavoratori per occupazioni con ‘conoscenza tacita’ non misurabile (specie nei servizi, nell’artigianato, nei beni culturali ecc.); il terzo è che la concorrenza per il merito genera standardizzazione dei percorsi formativi e dei curriculum, un esercito di uguali in concorrenza. Finiamo per far tutti la stessa gara, indipendentemente dai nostri talenti e dalle nostre inclinazioni, aumentando il numero di perdenti. L’insopportabile retorica del ‘devi-avere-un-master’ (quale? di che tipo? in quale disciplina? per far cosa?), rivolta a ogni giovane laureato italiano, è figlia di questi equivoci (e del nostro provincialismo atavico).

Beninteso: siamo tutti concordi nel volere una società basata sul merito, ma – oltre gli slogan – c’è il rischio che, in nome di un merito retorico e salvifico, invocato ma non declinato, finiremo per costruire una società di tutti uguali e di inevitabili perdenti che ‘non-se-lo-meritano’, smarrendo in noi, e nei nostri figli, la scoperta dell’originalità, della diversità, dei talenti e delle inclinazioni. La “società dei migliori” sarà certo meglio di quello che abbiamo oggi, ma dubito sia la migliore società. Quantomeno discutiamone nel merito, del merito.

È fondata la richiesta d’interdizione dal ruolo e dall’attività dei vertici dell’ateneo senese?

Di recente, alcuni mezzi d’informazione locali hanno riportato la notizia di un esposto, alla Procura della Repubblica di Siena, riguardo alla retribuzione del Direttore amministrativo. Con la denuncia si chiedeva anche l’interdizione di Angelo Riccaboni e di Ines Fabbro, rispettivamente, dalla carica e dal ruolo di rettore e dall’attività e dal ruolo di Direttore amministrativo. La richiesta della misura cautelare era motivata dal pericolo di reiterazione del presunto reato e inquinamento probatorio. Per i vertici dell’ateneo senese, queste, sono accuse gravi e richieste pesanti, che i diretti interessati hanno eluso. Ebbene, rientra nella reiterazione di un abuso il provvedimento che si sottopone all’approvazione del CdA, nella riunione odierna? Nonostante il poco invidiabile primato di un Ateneo con il più alto indice d’indebitamento, l’amministrazione universitaria senese ha deciso di «utilizzare in assegnazione temporanea», presso la Divisione Ragioneria, 1 unità di personale dell’USL 7 di Siena per «una necessaria maggiore presenza di esperti di contabilità economico-patrimoniale». Il costo totale del comando ammonta a trentamila euro l’anno per un massimo di tre anni, non considerando l’ineludibile trattamento accessorio e altre indennità. Evidentemente, le attuali 46 unità di personale della Divisione Ragioneria non sono sufficienti – o non possiedono le competenze? – per assicurare la «riorganizzazione delle attività amministrative e contabili dei nuovi dipartimenti», oltre che per attuare le «nuove disposizioni normative in materia di bilancio delle università». L’illegittimità del provvedimento e l’inesistenza della dichiarazione di conformità alla normativa, che esclude il ricorso a tale procedura, dovrebbero convincere i consiglieri di amministrazione (per giunta a fine mandato) a non approvare tale delibera.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (23 novembre 2012) con il titolo «Ateneo: un nuovo contratto nella direzione ragioneria. È utile?»

Prima assoluzione nei processi Sum, con diaspora a Napoli e Roma, e scomparsa di un fascicolo

Qualche imputato assolto avrà, forse, brindato con una delle trenta bottiglie di vino comprate a Lo Squero di Rimini e fatte passare per materiale di cancelleria?

Reclutamento dei docenti: Schiavone & C. tutti assolti (la Repubblica Firenze, 16 novembre 2012)

Franca Selvatici. Si è concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati il processo per il reclutamento dei docenti del Sum (Istituto di Scienze Umane), la super-università fondata nel 2006 dal professor Aldo Schiavone, ordinario di diritto romano. Lo stesso professor Schiavone e gli ex rettori delle Università di Firenze e di Napoli, Augusto Marinelli e Guido Trombetti, che nel 2006 erano membri del consiglio provvisorio con funzioni di commissione di concorso, sono stati assolti con il sociologo Guido Martinotti dall’accusa di abuso d’ufficio, e cioè di averne favorito la nomina nel corpo docente del Sum. Il professor Schiavone è stato assolto, insieme con Martinotti e con i professori Leonardo Morlino (Scienza della politica e Alberto Varvaro (Filologia romanza) anche dalla accusa di rivelazione di segreto d’ufficio. Aldo Schiavone era accusato di aver comunicato ai tre colleghi la imminente indizione dei bandi di concorso nelle rispettive discipline, chiedendo i loro curriculum in modo da calibrare sulla loro esperienza professionale la tipologia di impegno didattico e scientifico che sarebbe stata richiesta nel bando. Secondo il tribunale, però, la delibera del 26 gennaio 2006 con la quale il Sum chiedeva al ministero l’apertura di dieci procedure di chiamata per trasferimento era pubblica. Dunque non vi sarebbe stata alcuna rivelazione di segreto. Inoltre Morlino e Martinotti non ebbero concorrenti: perciò – secondo il tribunale – non si può sostenere che furono favoriti. Contro Varvaro, invece, si presentò la professoressa Lucia Lazzerini, che aveva appreso del concorso all’ultimo tuffo; la valutazione, però, non si svolse a Firenze bensì a Napoli, quindi il tribunale fiorentino non se n’è occupato. Soddisfatti i difensori, fra cui gli avvocati D’Avirro, Fenyes e Valignani. Quanto alla cattedra di diritto romano, vinta dal professor Schiavone che era anche il presidente della commissione di concorso, se ne dovrebbe occupare il tribunale di Roma (perché la decisione fu presa nella capitale) ma del fascicolo si è persa ogni traccia.

«L’Université de Sienne c’est moi»

E così, all’insegna dell’illogicità manifesta, la “stracciona” ha il suo re. Che altro pensare, quando, rispondendo a un articolo del “Mondo” sul duplice esposto in Procura, Riccaboni sposta l’attenzione dal presunto colpevole all’istituzione che lui dovrebbe rappresentare? È un sillogismo zoppo, privo della premessa maggiore, e quindi senza deduzioni. Affinché le accuse al rettore, per presunti reati da lui commessi prima di assumere la carica, possano ritenersi «campagna allusivamente diffamatoria contro l’Università di Siena e che sia necessario, per tutelarne la reputazione, difenderla in tutti i modi previsti dall’ordinamento», occorre che sia vero il primo enunciato: «Riccaboni è l’Università di Siena». Appunto: «L’Université de Sienne c’est moi», come dice il rettore con la sua rettifica. Un consiglio spassionato a “le roi soleil de’ noantri”: non distolga risorse ed energie pubbliche per vicende esclusivamente personali. Ricordo, ancora una volta, che gli studenti di Medicina sono sempre in attesa, per le loro esercitazioni, dei moderni microscopi binoculari. Sono stufi di osservare i preparati microscopici sui vecchi monoculari del 1950.

Riccaboni senza macchia (il Mondo, 16 novembre 2012)

Angelo Riccaboni. In relazione all’articolo pubblicato sul Mondo, dal titolo «Autunno nero per Riccaboni», a firma di Fabio Sottocornola, mi pare doveroso rettificare le notizie presentate, a mio parere, in maniera tendenziosa e distorsiva della realtà dei fatti. In particolare ritengo necessario precisare che:

1. il fatto che le presunte irregolarità inerenti all’identificazione dei votanti per le elezioni del rettore del 2010, avrebbero, eventualmente, favorito la mia elezione è una ipotesi gratuita che ad oggi non ha trovato avallo in alcun provvedimento dell’Autorità Giudiziaria;

2. le attività da me svolte in qualunque contesto, ad Arezzo e altrove, sono sempre state in linea con la normativa di riferimento. Mi sembra doveroso a questo proposito precisare che non sono e non sono mai stato socio di alcuna società di capitale o di persone;

3. non ho mai avuto alcun ruolo nel definire le pagelle dei dirigenti e nel «distribuire il salario accessorio» o nel formare «il buco in bilancio» dell’Università di Siena (oggetto di un’indagine che riguarda persone diverse dalla mia).

La campagna allusivamente diffamatoria che l’Università degli Studi di Siena da tempo subisce potrebbe incidere negativamente sull’opera di risanamento assai impegnativa che sto conducendo insieme ai miei collaboratori, volta a far uscire l’Università di Siena dalla difficilissima situazione ereditata, e che, grazie al contributo di tutte le componenti della comunità universitaria, sta fornendo risultati assai incoraggianti. Proprio per tutelare l’Università degli Studi di Siena sarà mia cura difendere in tutti i modi previsti dall’ordinamento la reputazione dell’Ateneo che mi trovo pro-tempore a rappresentare e quella mia personale, rispetto a qualsiasi allusione gratuita.

Fabio Sottocornola. Per quanto riguarda le presunte irregolarità (punto 1) avvenute durante le elezioni, nell’articolo è scritto chiaramente che «il magnifico non è indagato». È vero: non ci sono provvedimenti sull’elezione. Ma la stessa Procura di Siena, nel corso dell’inchiesta, ha acquisito dal ministero dell’Università le carte relative alla nomina a rettore. Non solo: dai magistrati era stata sentita addirittura Mariastella Gelmini, all’epoca dei fatti ministro all’Istruzione, che ha firmato il decreto di nomina. Sugli altri due punti, II Mondo ha dato conto di un esposto presentato presso le Procure di Siena e Arezzo (e riferito anche da cronache della stampa locale), limitandosi a riportare gli elementi contenuti in quel testo.

Primi eletti nel nuovo Senato Accademico dell’Università di Siena

Area 1 – Scienze Sperimentali

Prof.ssa Santina Rocchi: 117 voti (rappresentante dei direttori di dipartimento dell’area).

Prof. Emilio Mariotti: 67 voti; Prof.ssa Cosima Baldari: 56 voti (rappresentanti dei docenti dell’area).

Area 2 – Scienze Biomediche e Mediche

Prof. Ranuccio Nuti: 139 voti (rappresentante dei direttori di dipartimento dell’area).

Prof. Enrico Pinto: 41 voti; Prof.ssa Michela Muscettola: 40 voti (rappresentanti dei docenti dell’area).

Area 3 – Lettere, Storia, Filosofia e Arti

Prof. Marco Bettalli: 79 voti (rappresentante dei direttori di dipartimento dell’area)

Prof.ssa Gabriella Piccinni: 51 voti; Prof.ssa Loretta Fabbri: 32 (rappresentanti dei docenti dell’area)

Area 4 – Economia, Giurisprudenza e Scienze Politiche

Prof. Angelo Barba: 119 voti (rappresentante dei direttori di dipartimento dell’area)

Prof. Michelangelo Vasta: 66 voti; Prof. Stefano Pagliantini: 60 voti (rappresentanti dei docenti dell’area)

Rappresentanti del personale tecnico e amministrativo

Dott. Maurizio Sgroi: 122 voti; Dott. Fiorino Iantorno: 118 voti

Rappresentanti degli studenti

Rosa Barnaba; Francesco Bianchi; Francesco Scorzelli

Per i risultati completi consultare la Tabella.

Il declino delle Università si deve all’impreparazione e all’insipienza dei vertici amministrativi

Ganetino. Quello universitario è un sistema che non sa, o peggio non vuole, affrancarsi dal “passato”, forse perché in qualche modo è stato di utilità a tutti, anche se in diversa misura, ma sicuramente non lo è stato per l’Istituzione. Ma questa, l’istituzione, a chi sta veramente a cuore? È il “sistema” che non va, perché privo della volontà e della capacità di cercare il “nuovo”. Il declino delle Università nell’ultimo decennio ha messo a nudo l’impreparazione e l’insipienza dei vertici amministrativi, che, ciononostante, continuano ad essere lì, sui posti di comando, girando da una Università all’altra, beneficiari di un sistema relazionale da essi stessi creato. E se non sono stati loro (figli di un tempo in cui la gestione delle Università era abbastanza semplice, perché centralizzata a livello ministeriale), fosse solo per una responsabilità di tipo oggettivo, a chi va ascritta l’attuale situazione in cui versano le Università? Possibile che non abbia sbagliato nessuno e che le Università siano, come dire, implose da sole? Non ci credo e non voglio crederci. Se così fosse, dovrei ritenere che l’Università ha fallito nella sua missione, perché avrebbe formato giovani per consentire loro nella vita di fare un lavoro diverso dal percorso di studi intrapreso. Per dirla tutta, mi chiedo come può un laureato in lettere o filosofia gestire una pubblica amministrazione, la cui azione è tutta “diritto”. Sarebbe come se io, laureato in giurisprudenza, facessi il medico. È semplicemente assurdo! Sia chiaro, che queste mie “fantasticherie” non vanno assolutamente generalizzate, perché ci sono “vecchi” molto preparati e “giovani” che non lo sono affatto. Ma, non è possibile che, in via pregiudiziale, soltanto i primi siano dotati di capacità! Allora, mi chiedo, chi ha rovinato l’Università e perché il legislatore, negli ultimi anni, ha avvertito la necessità di intervenire per sancire, in sostanza, la fine dell’autonomia universitaria, mal gestita da qualcuno? Se il medico interviene è soltanto perché il paziente è malato! O forse è il medico che s’inventata la malattia per intervenire sul paziente, che non riusciva più a “controllare”, sentendosi privato del suo “potere ministeriale”? Tutto è possibile e tutto ha una logica, anche ciò che appare irragionevole! Sono convinto che un dirigente debba essere una persona giuridicamente preparata, che deve fare al meglio il proprio mestiere lasciando agli altri (Rettori e Organi di Governo) il loro, senza interferirvi.