Concluse le elezioni “bulgare” per l’elezione dei Direttori di Dipartimento all’Università di Siena

Rabbi Jaqov Jizchaq. Una domanda ingenua: com’è possibile che in alcuni megadipartimenti vi sia stato un solo candidato e nonostante ciò non abbiano raggiunto il quorum? In altri, si mormora, il Candidato Unico ha vinto per un pelo. Si è parlato di elezioni “bulgare”, per via della presenza di un solo candidato; ma se addirittura non vi era consenso così unanime attorno a quell’unico nome, i dissenzienti non potevano presentare un altro candidato alternativo? Domanda sicuramente naive, ignara delle supercazzole prematurate della “politique politicienne”, essa non celava secondi fini, se non quello autentico di accertarsi dell’effettiva coesione e prospettiva di durata di queste strutture che hanno preso il posto delle vecchie Facoltà, visto che non possiamo sopportare un terremoto ogni tre anni. Insomma, è lecito o no porsi il problema se questi “rassemblements”, come in precedenza accadde per i corsi di laurea, siano solo il frutto della necessità di reperire numeri, oppure sottendano un solido progetto scientifico? In alcuni casi, benché il fattore numerico sia evidentemente cruciale per tutti, mi pare che la risposta possa essere abbastanza rassicurante. In altri non tanto. Cattivi segnali. Ho il vago sospetto che di questi organismi pletorici che sono i mega dipartimenti da una cinquantina di persone, i quali, per sussistere, mentre si sta perdendo docenza a vista d’occhio e per di più in molti settori di base (conosciamo oramai tutti l’abominio di un eccesso immotivato di docenti in taluni settori non proprio strategici, cui fa da pendant una grave carenza in altri, falcidiati dalle uscite di ruolo e a rischio sparizione), devono oggettivamente assemblare le cose più svariate, alla fine ne sopravviveranno ben pochi: i più coesi, forse, ammesso che venga dismessa quella certa rozzezza che caratterizza l’attuale “dibattito culturale”, a causa della quale, se da un lato si consentono dei pastrocchi inguardabili a livello di corsi di laurea, dall’altro paradossalmente, complici anche un malinteso “specialismo” sotto il quale si cela una notevole ignoranza e il delirante egocentrismo che caratterizza l’intellighenzia tutta, non si vedono le effettive affinità, quando vi sono. È probabile che fra un paio d’anni si reclamerà addirittura il ritorno alle vecchie “Facoltà”. Nel frattempo si saranno persi per strada altri pezzi di università, altri ricercatori, stritolati dalla macchina infernale della burocrazia. Tacerò sul fatto che, come accadde per certi corsi di laurea, anche per i dipartimenti ci si è concessi il lusso di fare dei doppioni a beneficio delle Loro Maestà. Che tanto qui si sciala, come quei poveri che non hanno casa, ma comprano l’Alfa Romeo con le cambiali.

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Università di Siena: sul duplice esposto in Procura è, forse, il silenzio dei colpevoli?

La notizia sul duplice esposto alle Procure di Siena e Arezzo era stata pubblicata da “La Nazione” (nella cronaca dei due capoluoghi di provincia) e da “il Cittadino Online” il 16 ottobre. La denuncia contiene accuse gravissime nei confronti del rettore e di un nutrito gruppo di suoi collaboratori, interni ed esterni all’Università di Siena. Sull’argomento è uscito oggi, su “Il Mondo”, un breve articolo (di seguito riportato integralmente) che vedrà certamente, a differenza dei primi due e in considerazione della rilevanza nazionale della testata, un intervento chiarificatore dei diretti interessati.

Autunno nero per Riccaboni (Il Mondo 2 novembre 2012)

Fabio Sottocornola. All’orizzonte di Angelo Riccaboni, rettore a Siena, si affacciano nuvole nere. Segnale di un autunno/inverno che si annuncia difficile. A metà dicembre si terrà l’udienza preliminare che potrebbe mandare a processo una decina di persone per presunte irregolarità che avrebbero favorito la sua elezione durante il ballottaggio del 2010 contro lo sfidante Silvano Focardi. Va detto che il magnifico non è indagato. Ma se i sospetti degli inquirenti trovassero conferme, la sua posizione rischia di indebolirsi. Un altro problema potrebbe arrivare da un recente esposto, presentato alle procure di Siena e Arezzo da Francesco Giusti, segretario della Lega Nord nella città del Palio. Vi sono descritti ruoli e attività del capo ateneo, che è stato anche preside di Economia, nell’ultimo decennio fino alla sua elezione, in particolare nei rapporti con il polo aretino. Nell’esposto si chiede di fare luce sui legami corsi tra il rettore e un gruppo di una decina persone che hanno, di volta in volta, insegnato o collaborato ai master coordinati dall’economista, oppure fatto consulenze per l’università. Però alcuni di essi sono anche titolari di società private che, sempre secondo la denuncia, hanno operato in convenzione anche con alcuni centri di ateneo. Come è il caso di Telos consulting, una srl che ha registrato nel 2011 un fatturato di 860 mila euro (utili pari a 77 mila) guidata dall’ad Simona Arezzini, tra le principali collaboratrici di Riccaboni. Inoltre, alla ribalta finisce il ruolo che Riccaboni ha svolto al fianco di Loriano Bigi (ex direttore amministrativo), per definire le pagella dei dirigenti e «distribuire il salario accessorio». Sono gli anni, tra il 2005 e 2008, in cui si forma il buco in bilancio che pesa ancora sui conti. Toccherà adesso alle procure valutare se intrecci, cattedre e consulenze siano nella norma. Oppure no.

Il direttore generale dell’Università del Salento: abile, spregiudicato e, soprattutto, chiacchierone e ingenuo

Dal quotidiano on-line di Lecce e del Salento, “LeccePrima.it”, un articolo riguardante il direttore generale dell’Università del Salento, Emilio Miccolis, già direttore amministrativo dell’Università di Siena.

Università del Salento, è caos: sospeso il direttore generale

Lecce – Emilio Miccolis, direttore generale dell’Università del Salento è stato sospeso in via cautelativa dal rettore, Domenico Laforgia. La decisione arriva a poche ore dalla pubblicazione su La Gazzetta del Mezzogiorno di parte della registrazione del colloquio intercorso il 12 luglio tra lo stesso Miccolis e l’allora responsabile dell’ufficio reclutamento (e sindacalista) Manfredi De Pascalis. Da quell’ora e mezzo di faccia a faccia emergerebbero lusinghe e tentativi – da parte del direttore – di accomodare la conflittualità dell’esponente Cgil. Solo due giorni addietro i sindacati lamentavano una sorta di persecuzione ai danni di alcun dirigenti sindacali.

“Non sapevo di questo incontro con il signor De Pascalis – scrive Laforgia -, che apprendo solo oggi dal giornale. Non posso che dissociarmi da ciò che ho letto in quanto non rientra nella mia visione dei rapporti istituzionali e personali. Il direttore è stato scelto per le sue ottime capacità di tecnico, ha completamente ristrutturato l’amministrazione dell’ateneo e ha dato prova di essere capace di dragare finanziamenti e risolvere problemi con il ministero. Tuttavia, non posso accettare che esista un’etica pubblica e un’etica privata. L’etica è soltanto una. La presenza del direttore generale, se la conversazione pubblicata fosse vera, risulterebbe incompatibile con la linea di rigore che abbiamo mantenuto finora. D’altra parte, è eticamente inqualificabile che un dirigente sindacale circoli in ateneo con il registratore in tasca.”

La decisione del massimo rappresentante dell’ateneo arriva al termine di settimane convulse: prima la notizia dell‘iscrizione nel registro degli indagati, proprio di Laforgia, per tentato abuso d’ufficio relativamente alle nomine sulle commissioni interne (il fascicolo è stato aperto su denuncia dell’ex delegato all’Internazionalizzazione, Luigi Melica), poi la notizia dell’interpellanza urgente presentata da Alfredo Mantovano del Pdl, e da altri 54 deputati, per sollecitare i ministri Profumo – Università – e Patroni Griffi – Funzione pubblica ad inviare gli ispettori per fare chiarezza sul tormentato concorso per tre amministrativi, nel quale è centrale il ruolo avuto da Miccolis che ha annullato gli atti dello stesso, in autotutela, dopo aver aperto i plichi e segnalato il presunto scorretto operato dei tre vincitori. Un comportamento, quello del direttore generale, sanzionato successivamente dal Tar e poi anche dal procuratore capo della Repubblica, Cataldo Motta.

Dalle elezioni bulgare nell’Università di Firenze alla farsa nell’Università di Siena, per le elezioni dei direttori di dipartimento

Dichiarava il Prof. Enrico Livrea, commentando le elezioni svoltesi con candidature uniche in diciassette casi su ventiquattro: «dalle elezioni dei direttori dei 24 dipartimenti esce un’immagine penosa dell’Università di Firenze: un regime che porta con sé i vizi dell’Ateneo, clientelismo e quiescenza ai poteri occulti, che impongono le scelte senza possibilità di reazione di chi vuole un sistema più giusto. Una situazione che peggiora con il degrado sistematico dell’Università italiana, che attraversa la fase più tragica della sua esistenza. Addirittura nel fascismo – obbrobrio peggiore della storia italiana – c’era un sistema universitario migliore».

E all’università di Siena? Ci sono candidati unici in tredici dipartimenti su quindici. In quel caso, allora, a che serve votare? Il rettore designi subito i direttori! Emblematico, a tal proposito, è che abbiano presentato il programma solo in quattro. Gli altri perché dovrebbero perdere tempo? L’elezione è, comunque, assicurata! Infatti, se anche gli elettori scegliessero a maggioranza un altro docente, il “democratico” regolamento senese ne impedirebbe la nomina, per la mancata formalizzazione della candidatura. Pertanto, dal 29 al 31 ottobre si svolgeranno elezioni democratiche, con possibilità di scelta da parte degli elettori, in soli due dipartimenti: il “Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Neuroscienze” e quello di “Scienze della Formazione, Scienze Umane e della Comunicazione Interculturale”. Un ringraziamento particolare a quei due docenti, tra i diciassette candidati, che con la loro presenza ci consentono una libera espressione di voto, evitando che una competizione elettorale si trasformi in farsa, con elezioni bulgare, come quelle che per vent’anni e con candidature uniche hanno caratterizzato il rettorato di Berlinguer e Tosi.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (15 ottobre 2012) con il titolo: Elezione dei capi dipartimento: i nuovi numeri della democrazia.

Palazzo Bandini Piccolomini: «uno sforzo di fantasia e l’università è pronta a dare concretezza ai sogni»

L’asta sulla vendita del Palazzo Bandini Piccolomini è andata deserta. Di seguito il commento di Red da “il Cittadino online” del 13 ottobre 2012.

VENDITA DI PALAZZO BANDINI: L’ASTA È UN FLOP (L’Università non realizza gli incassi previsti a bilancio)

Red. Bocconi amari per il rettore dell’Università di Siena Angelo Riccaboni, impegnato in un lungo processo di risanamento dell’ateneo senese. Dopo la mancata vendita del complesso della Certosa di Pontignano, di cui pare il rettorato (pur essendone proprietario) non abbia la disponibilità alla vendita, e di cui – comunque  – l’asta andò a suo tempo deserta, come già raccontato, è arrivata un’altra brutta notizia.

Palazzo Bandini Piccolomini, liberato dalla storica segreteria universitaria, era stato messo all’asta, aperta il 7 settembre e chiusa lo scorso venerdì 5 ottobre. Già le modalità dell’asta e della valutazione del cespite erano state oggetto di critica aspra anche su questo quotidiano on line; ma oggi dobbiamo registrare che non una offerta è arrivata sul tavolo del notaio Mandarini. Forse il prezzo della base d’asta (6 milioni e 500mila euro, ndr) è stato ritenuto dai possibili acquirenti troppo elevato (diviso i 2.721 mq lordi dichiarati vale 2.389 euro al metro quadrato)? Il bando doverosamente ha avvisato che l’Università non ha certificazioni da dare all’acquirente sulla sicurezza e la conformità degli impianti e che l’immobile è in classe energetica “G” per l’assoluta mancanza di attestato di certificazione energetica: e meno male che per tanti anni studenti e lavoratori hanno frequentato questo luogo poco protetto e non è successo alcun incidente di rilievo.

Viene da pensare che, come per Pontignano, qualcuno abbia fatto le valutazioni della base d’asta in po’ a casaccio, arrivando a definire cifre sproporzionate ai luoghi e ai tempi di crisi che corrono. Ma siccome in città non mancano personaggi sempre in caccia di fondi e abitazioni da comprare (perché la crisi non è uguale per tutti), può essere che qualcun altro stia lavorando per una seconda (o terza) asta al ribasso. La mancata vendita dei due beni immobili apre un buco nel bilancio dell’Università impossibile da coprire; e l’eventuale cessione a prezzo ribassato non raggiungerebbe gli scopi per cui si è tentata la procedura. Voci di possibile messa in vendita di altri immobili di proprietà dell’Ateneo come Santa Chiara e l’ex Convitto il Rifugio sono chiacchiere da bar o poco più: le procedure di vendita sono così farraginose che sicuramente non se ne vedrebbe frutti, sempre che qualcuno compri ai prezzi del rettore, prima del 2013

Tardi per salvare il bilancio dell’Università di Siena di questo 2012, annus horribilis per le istituzioni senesi.

Il problema non è che s’insegni all’Università senza il titolo di studio ma che lo si faccia da incompetenti

Si legge sul Corriere della Sera: “Insegnava all’Università
 ma non aveva mai preso la laurea.
«Ho preso 110 e lode», non è vero: indagato per truffa ex docente dell’ateneo di Bergamo, ora in servizio al ministero.”

Rabbi Jaqov Jizchaq. Il problema non è tanto la mancanza del titolo, giacché con l’abolizione del valore legale dei titoli non ci si curerà più tanto di questi superati “formalismi”. Già da ora, del resto, abbiamo anche noi fulgidi esempi di personaggi che insegnano senza laurea materie inesistenti e potrei citare altri casi di personaggi che insegnano una materia che ignorano totalmente, semplicemente associando alla denominazione di quella materia un contenuto del tutto estraneo ad essa, in nome della libertà d’insegnamento: tutto ciò è legale, truffe perfettamente legittime, di fronte alle quali il lestofante bergamasco appare solo un po’ più naive. Ciò che mi scandalizza dunque, non è tanto che sia perfettamente consentito insegnare qualcosa senza possedere una laurea, quanto la probabile assenza, che nessuno evidentemente aveva notato e nessuno ha sottolineato, delle reali competenze; questo per dire a che livello è stata ridotta l’università, sospinta sempre più in basso da una sequela di riforme disastrose, da un localismo sfrenato, dai corsi in materie inesistenti, dagli “accorpamenti” varii e dai diplomi triennali in aria fritta chiamati “lauree”. Tutto ciò rappresenta il prodromo di una truffa. Il 25% di disoccupazione giovanile temo non sia estraneo a tutto ciò. Restando nel campo della suinicoltura, oltre al troiaio delle riviste di fascia A, c’è la porcata dei nuovi settori disciplinari, che in molti casi paiono assemblati a vanvera da un matto, mettendo insieme cose che si trovano a distanza cosmologica: sicché le famose “mediane” sulle quali valutano le idoneità, non mediano un fico secco, dovendo comparare le mele con le banane. Del resto tutto si tiene: il bergamasco in questione, manco a dirlo, adesso lavora al Ministero, a dare il suo contributo d’incompetenza come membro (in molteplici sensi) di quella compagine di burocrati da incubo bulgakoviano o kafkiano che tiranneggiano l’università con dispacci sempre più insensati.

Chieste le dimissioni del ministro dei rettori abusivi

È iniziata la raccolta di firme contro il ministro del Miur, Profumo, con il seguente appello, predisposto dai primi firmatari e dalle associazioni L’Università che vogliamo, CoNPAss, Università bene comune, Alternativa, Fuoriregistro, Forum Insegnanti, Il tetto.

Perché chiediamo le dimissioni di Profumo      (il Manifesto, 10 ottobre 2012)

Quasi un anno di governo è sufficiente per giudicare l’operato del ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Francesco Profumo. Tutte le sue scelte confermano che egli è l’esecutore testamentario della legge Gelmini, vale a dire il prosecutore del più distruttivo attacco alle strutture della scuola e dell’università pubbliche mai realizzato nella storia della repubblica. Egli stesso ha dichiarato che tutte le sue iniziative sarebbero state realizzate «con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi e maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Ma è andato anche oltre. Egli continua a bloccare i concorsi universitari (sottobanco diminuisce la dotazione finanziaria per la loro applicazione), ha imposto nuovi tagli agli enti di ricerca, ha accresciuto il finanziamento alle scuole private, deliberato la possibilità di aumentare le tasse degli studenti universitari, ha prorogato i rettori in carica, al potere da decenni. Ma fa di peggio, perché sta fornendo all’opera di distruzione delle strutture della formazione un’ideologia ingannevole, quella che ha trovato espressione nel termine “merito”: che ovviamente è, in sé, criterio serio, rispondente alle aspettative di giustizia di tutti noi.

Tuttavia il merito, per il ministro, è quello che inizia a essere valutabile a partire dall’anno del suo avvento. Così nel recente bando di concorso per la scuola, le abilitazioni, i risultati di concorso, le specializzazioni (conseguiti nel passato dagli insegnanti), non hanno più alcun valore e i docenti devono essere di nuovo giudicati da chi oggi ne stabilisce i criteri a proprio arbitrio. Gli stessi titoli dei docenti universitari vengono valutati secondo parametri stabiliti quest’anno dall’Anvur, un organismo di nomina oscura, che in base a criteri privi di riscontro stabilisce che cosa è scientifico e cosa no, imponendo una classificazione delle sedi di pubblicazione delle riviste e case editrici, di 10 o 20 anni fa, sulla base di scelte arbitrarie e inaccettabili.

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