Si legge sul Corriere della Sera: “Insegnava all’Università
ma non aveva mai preso la laurea.
«Ho preso 110 e lode», non è vero: indagato per truffa ex docente dell’ateneo di Bergamo, ora in servizio al ministero.”
Rabbi Jaqov Jizchaq. Il problema non è tanto la mancanza del titolo, giacché con l’abolizione del valore legale dei titoli non ci si curerà più tanto di questi superati “formalismi”. Già da ora, del resto, abbiamo anche noi fulgidi esempi di personaggi che insegnano senza laurea materie inesistenti e potrei citare altri casi di personaggi che insegnano una materia che ignorano totalmente, semplicemente associando alla denominazione di quella materia un contenuto del tutto estraneo ad essa, in nome della libertà d’insegnamento: tutto ciò è legale, truffe perfettamente legittime, di fronte alle quali il lestofante bergamasco appare solo un po’ più naive. Ciò che mi scandalizza dunque, non è tanto che sia perfettamente consentito insegnare qualcosa senza possedere una laurea, quanto la probabile assenza, che nessuno evidentemente aveva notato e nessuno ha sottolineato, delle reali competenze; questo per dire a che livello è stata ridotta l’università, sospinta sempre più in basso da una sequela di riforme disastrose, da un localismo sfrenato, dai corsi in materie inesistenti, dagli “accorpamenti” varii e dai diplomi triennali in aria fritta chiamati “lauree”. Tutto ciò rappresenta il prodromo di una truffa. Il 25% di disoccupazione giovanile temo non sia estraneo a tutto ciò. Restando nel campo della suinicoltura, oltre al troiaio delle riviste di fascia A, c’è la porcata dei nuovi settori disciplinari, che in molti casi paiono assemblati a vanvera da un matto, mettendo insieme cose che si trovano a distanza cosmologica: sicché le famose “mediane” sulle quali valutano le idoneità, non mediano un fico secco, dovendo comparare le mele con le banane. Del resto tutto si tiene: il bergamasco in questione, manco a dirlo, adesso lavora al Ministero, a dare il suo contributo d’incompetenza come membro (in molteplici sensi) di quella compagine di burocrati da incubo bulgakoviano o kafkiano che tiranneggiano l’università con dispacci sempre più insensati.
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Pubblicazioni e concorsi universitari
Riviste (per nulla) scientifiche
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«S c-sc-scientifico!», garantiva Gassman nella parte di «Peppe er Pantera» ne «I soliti ignoti». «Scientifiche», garantiscono i commissari ministeriali per le riviste accettate per valutare i lavori dei docenti universitari. Ma sulla lista è scoppiato un putiferio: sono «scientifici» anche «Cineforum», i settimanali diocesani o «Stalle da latte»?
Il punto di partenza era sacrosanto: fissare finalmente dei parametri quanto più possibile oggettivi e incontestabili per una sorta di preselezione dei professori universitari. Obbligando gli aspiranti cattedratici a presentare un certo numero di lavori scientifici, diversi a seconda del settore, pubblicati su una serie di riviste. Una specie di «patentino» indispensabile per concorrere poi alle gare per conquistare questa o quella cattedra. Chiudendo così, una volta per tutte, la stagione dei concorsi truccati, dei curriculum fatti di articoli firmati insieme con i commissari d’esame, della cooptazione di mogli, figli, sorelle, fratelli, cognati e cugini che hanno fatto precipitare la reputazione del nostro sistema universitario a livelli spesso umilianti.
Certo, la bacchetta magica per smascherare i furbi non ce l’ha nessuno. E anche questo sistema non offre la garanzia assoluta di selezionare sempre e solo i migliori. Era comunque un primo passo per uscire dalla logica del più fradicio nepotismo e da quella dei concorsi pilotati «a fin di bene» perché quel nepotismo fosse in qualche modo arginato.
Mettetevi dunque nei panni di un barone, baronetto o baroncino universitario alle prese col rischio di non potere più manovrare a capriccio la distribuzione dei posti: cosa fare? Ovvio: svuotare i nuovi meccanismi selettivi di ogni oggettività «scientifica». La scelta delle riviste da accettare come sedi congrue per le pubblicazioni dei candidati doveva quindi essere la più larga, strampalata e ridicola possibile.
Un sospetto inutilmente maligno? Lo capiremo meglio quando i magistrati avranno tra le mani gli atti del procedimento seguito per la prima selezione delle riviste. Dando ragione alle richieste di trasparenza di federalismi.it , il Tar del Lazio ha infatti appena ordinato all’Anvur, cioè l’Agenzia di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, di mostrare le carte.
Certo è che nella prima lista, utilizzata per selezionare gli stessi commissari che poi valuteranno quanti aspirano all’abilitazione scientifica nazionale, c’erano alcune «eccentricità», diciamo così, che farebbero scoppiare in una fragorosa risata qualunque docente non solo di Harvard, Princeton o Berkeley ma anche di un qualsiasi ateneo minimamente serio dal Cile al Kamchatka.
Come denunciarono tre settimane fa i professori e i ricercatori che animano roars.it , un blog che si occupa di politica universitaria, tra le pubblicazioni «scientifiche» c’erano infatti non solo Il Sole 24 Ore ma anche Etruria oggi, Fare Futuro Web Magazine, la Rivista del clero italiano, il Mattino di Padova, Yacht capital, il settimanale diocesano La vita cattolica di Udine e poi Airon e, Barche, Nautica, «Leadership medica» e via così. Fino al periodico che più sollevò qualche ironia fra gli scienziati: Suinicoltura. Un giornale che, riccamente illustrato con maiali, scrofe, porcelli e porcellini, si propone quale «punto di riferimento imprescindibile per gli allevatori di suini, per i tecnici e per le imprese impegnate nell’indotto della filiera suinicola». Tutte pubblicazioni che non ci permetteremmo mai di liquidare come poco serie. Ci mancherebbe altro. Ma che mai potrebbero finire nel curriculum di uno studioso che aspiri a entrare a Yale.
La reazione degli «esperti» dell’Anvur, colti con le mani nel sacco, è stata affannata. Dieci giorni fa un comunicato avvertiva che dopo avere contato 15.998 riviste «suddivise nelle aree non bibliometriche (…) i gruppi di lavoro, avvalendosi delle società scientifiche interpellate dall’Anvur, hanno effettuato una difficile e meritoria opera di sfrondamento, pervenendo a un numero finale di 12.865 riviste considerate scientifiche in almeno un’area. L’eliminazione dalle liste di riviste scientifiche ha riguardato ben 3.133 riviste considerate non scientifiche». Sulle quali chi aspira all’abilitazione ha pubblicato 183.348 articoli.
Non l’avessero mai fatto. Proprio ironizzando quell’autoapplauso dei commissari a proposito della «difficile e meritoria opera di sfrondamento», Antonio Banfi e Giuseppe De Nicolao, tra i redattori del blog roars.it, sono tornati sul tema con una seconda puntata dal titolo spigliato («Sesso, droga e chiesa: le pazze riviste Anvur sempre più pazze») e dal contenuto micidiale.
Dopo avere ricordato che «le liste delle riviste scientifiche si sono rivelate al di sotto di ogni standard qualitativo», che «in altre nazioni, le anomalie riscontrate da Roars e poi rilanciate dalla stampa, sarebbero bastate a provocare le dimissioni del consiglio direttivo dell’Agenzia per manifesta incapacità, per non volere pensare peggio riguardo a possibili favoritismi», i due docenti affondano il coltello nella piaga. Spiegando che l’agenzia non solo non ha chiesto scusa per gli strafalcioni, ma evita di pubblicare la lista delle 3.133 riviste scartate, indispensabile per «rendere trasparente il suo operato e consentire di verificare che non vi siano state esclusioni ad hoc», elenca due volte le stesse riviste con accenti diversi (Aretè e Areté, Topicos e Tópicos…) ed evita di inserire per ogni rivista il suo codice ISSN necessario a identificare un giornale al di là di ogni equivoco.
C’è di peggio: nonostante lo «sfrondamento» restano tra le pubblicazioni «scientifiche» le riviste Alta Padovana del Comune di Vigonza e Delitti di carta dedicata ai gialli, il mensile di informazione sui libri per ragazzi Andersen-Il Mondo dell’Infanzia, l’Annuario del liceo di Rovereto che pubblica le foto di classe degli alunni, Il commercialista veneto, Cineforum, I martedì che si propone come un mensile «del Centro San Domenico e del suo instancabile fondatore e animatore, fra Michele» e vari bollettini delle amministrazioni locali tipo La regione Abruzzo, Comune notizie del municipio di Livorno, il Trentino, Cronache parlamentari siciliane… E giù giù fino a Wired che pubblica in prima pagina notizie tipo «Io, genio in sette giorni» o ancora, come dicevamo, L’informatore agrario e Stalle da latte . Tutta roba, per carità, rispettabilissima. Ma provate a metterla in un curriculum per chiedere una cattedra a Cambridge…
Gian Antonio Stella Corriere della Sera (17 ottobre 2012 | 8:04)
..continua (ancora sulla suini-cultura):
“Sesso, droga e chiesa: le pazze riviste ANVUR sempre più pazze”
http://www.roars.it/online/sesso-droga-e-chiesa-le-pazze-riviste-anvur-sempre-piu-pazze-episodio-2-della-trilogia/