Chiara fama all’italiana: una storia esemplare

Paolo -MacchiariniMarco Gasperetti. Lascia il segretario del Nobel che assunse il chirurgo italiano (Corriere della Sera, 8 febbraio 2016).

Michele Bocci. Trapianti falliti e falsi curriculum il super chirurgo messo alla porta (La Repubblica, 9 febbraio 2016).

Macchiarini, le 3 accuse del saggio (Corriere Fiorentino, 10 gennaio 2016)

Sergio Romagnani. Caro direttore, ho letto venerdì l’articolo di Alessio Gaggioli e il suo commento sulla incredibile recente evoluzione della storia del chirurgo Paolo Macchiarini e ho anche consultato il resoconto apparso il cinque gennaio sul sito della nota rivista americana Vanity Fair, intitolato «The Celebrity Surgeon Who Used Love, Money, and the Pope to Scam an NBC News Producer», che penso rappresenti la pietra tombale sul prestigio di questo personaggio. Dal resoconto di Vanity Fair emerge infatti in maniera indubbia il quadro di una personalità che va al di là di ogni più torbida previsione. Poiché come lei sa bene, io ho partecipato in prima persona ad alcuni eventi che hanno segnato il soggiorno di Macchiarini a Firenze e sui quali avevo già espresso alcuni commenti sul suo giornale a quel tempo ed anche successivamente, mi sento in dovere di trarre alcune conclusioni con riferimento ai protagonisti fiorentini della vicenda. Escludo dalle mie considerazioni la magistratura fiorentina, anche se le sue accuse sono state decisive nell’allontanamento del chirurgo dall’ospedale di Careggi, perché esse riguardano comportamenti professionali non di mia diretta conoscenza e che del resto sono oggetto di un processo attualmente in corso. Vorrei invece fare alcune considerazioni su altri protagonisti della vicenda, sui quali ho maggiore cognizione, cioè i politici, i professori della Facoltà di Medicina e i media.

I politici

Appare chiaro che il Macchiarini fu chiamato a Firenze a causa di una scelta politica basata sulla fama da poco acquisita di innovatore nelle tecniche chirurgiche sulla trachea e a tal fine furono al medesimo promessi un compenso molto elevato, un laboratorio creato e sostenuto con fondi regionali e, in accordo col Preside della Facoltà di Medicina, anche la nomina a Professore Ordinario senza necessità di un concorso nazionale (come avviene solitamente), ma utilizzando una legge che consente una chiamata «per equipollenza», cioè una chiamata diretta da parte della Facoltà possibile nel caso che Macchiarini avesse svolto una funzione equivalente a quella di Professore Ordinario in almeno una università straniera. Da quanto mi risulta non furono prese informazioni dirette dal Direttore del Dipartimento dell’Università di Barcellona (Spagna) dove il Macchiarini aveva effettuato il suo intervento chirurgico innovativo e nessun esperto nazionale o internazionale del settore delle cellule staminali usate nel suo intervento venne consultato. I bravi politici sono spesso chiamati ad avere intuizioni per scelte strategiche anche in settori molto diversi e perciò hanno la necessità di avvalersi del parere di esperti ben riconosciuti come competenti ed autorevoli in ciascuno di questi settori. Sfortunatamente, nelle scelte di politica sanitaria fatte a Careggi negli ultimi decenni sono state decisive le indicazioni di clinici, anche bravi professionalmente, ma privi di reale spessore scientifico. Uno spessore ormai da tempo evincibile semplicemente attraverso la consultazione di un sito («Web of ScienceTM della Thomson Reuters»), dove sono chiaramente indicati i principali parametri di valutazione oggettiva di tutti i ricercatori del mondo (numero delle pubblicazioni, fattore di impatto, numero delle citazioni, h-index). Questa politica sanitaria, basata sui suggerimenti di consulenti non accreditati a livello internazionale ha peraltro condotto nel tempo alla trasformazione dell’azienda ospedaliero-universitaria di Careggi da centro di alta specializzazione, ricerca e formazione delle nuove leve di medici, di assoluto livello nazionale ed internazionale, ad un semplice ospedale di pur ottimo livello assistenziale. Ma questo è tutt’altro discorso e meriterebbe un diverso contesto per il suo approfondimento.

I professori di Medicina

Una volta interpellata dal preside, la Facoltà di Medicina non accettò la chiamata del Macchiarini a professore ordinario a scatola chiusa con la formula dell’«equipollenza», ma chiese un esame del suo curriculum da una commissione di saggi, della quale io fui chiamato a far parte. La commissione nel giro di 3-4 sedute stilò il rapporto richiesto nel quale si faceva presente che il Macchiarini non aveva mai svolto funzioni analoghe a quelle di un professore ordinario, nonostante che nel suo curriculum vitae fosse chiaramente esplicitato che egli aveva rivestito un ruolo corrispondente a quello di professore ordinario nelle università di Parigi, Hannover e Barcellona. Ciò risultava ben chiaro, nonostante che alla commissione fosse stata interdetta la possibilità di effettuare le necessarie controprove tramite contatti diretti con le università in questione. Ottenuto il rapporto della commissione, il preside ritenne opportuno non riferirne le conclusioni in Facoltà ai fini di una approvazione o di un rifiuto sulla chiamata, ma al tempo stesso decise di mantenerne segreto il contenuto. Nonostante ciò, la decisione finale della componente universitaria dell’azienda di Careggi fu quella sostanzialmente giusta perché si risolse nella mancata chiamata del Macchiarini a professore ordinario presso l’università di Firenze. Quindi i «baroni» della Medicina furono gli unici a prendere in questa occasione la decisione più corretta. Leggo oggi sulle «News» dell’istituto Karolinska di Stoccolma che in seguito all’articolo su Vanity Fair l’istituto ha deciso una rapida azione investigativa per verificare l’accuratezza delle informazioni fornite da Macchiarini nel suo curriculum vitae prima del suo impiego in quella sede universitaria in qualità di «visiting professor».

I media

I media, sia gli altri giornali della città nelle loro cronache locali, sia alcuni quotidiani a livello nazionale, con l’unica eccezione del Corriere Fiorentino, svolsero nel corso di questa vicenda un ruolo veramente deteriore accendendo un tifo da stadio in favore del Macchiarini. Le motivazioni di questo tifo erano probabilmente diverse, alcune legati a meccanismi di ossequio o di affinità nei confronti dei politici responsabili ed altre probabilmente di natura più sotterranea. Ma il punto centrale della indegna gazzarra di stampa fu la presentazione ai lettori della decisione sostanzialmente negativa della Facoltà come un rifiuto da parte dei «biechi baroni» a consentire il rientro in Italia di un giovane «cervello in fuga». Peraltro in quegli anni la posizione «bieca» dei professori di Medicina era di gran moda anche in molte trasmissioni televisive. A cause di queste ingiuste accuse, io chiesi agli altri membri della commissione ed al preside di rendere pubblico il rapporto dal quale si evinceva invece chiaramente come Macchiarini avesse truccato il suo curriculum vitae per ottenere la chiamata a professore ordinario e che quindi esisteva la prova di una vera truffa, che dopo le rivelazioni di Vanity Fair sappiamo essere una delle tante da lui perpetrate. A questo proposito, un grande esperto di psicopatie, il dottor Ronald Scheuten direttore del servizio di legge e psichiatria del Massachusetts General Hospital di Boston, interpellato sempre da Vanity Fair a proposito dei comportamenti del Macchiarini, li ha definiti come l’espressione della forma estrema di truffatore («the estreme form of a conman»). Da tutta questa storia si evince che almeno per quanto riguarda il rapporto tra Macchiarini e Firenze gli unici ad aver agito in maniera corretta, oltre al giornale da Lei diretto, siano stati proprio i «biechi baroni» della commissione nominata dalla Facoltà di Medicina. Per questo vorrei chiudere ringraziando pubblicamente i miei colleghi membri di quella Commissione, nonché il suo giornalista Alessio Gaggioli per la sagacia investigativa, la correttezza e l’onestà intellettuale che ha sempre dimostrato nella descrizione delle varie fasi di questa fantasmagorica storia.

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Condannato a pagare le spese legali, Marinelli presenta appello per «mantenere una chiara immagine di credibilità»

Augusto Marinelli e Quirino Paris

Augusto Marinelli e Quirino Paris

L’ex rettore Marinelli può attendere l’appello nella causa fissato nel 2018 (la Repubblica Firenze, 11 dicembre 2013)

Franca Selvatici. Con i tempi della giustizia italiana, la querelle sulla economia agraria non avrà mai fine. Il professor Augusto Marinelli, ordinario di economia agraria ed ex rettore dell’Università di Firenze, non intende chiudere la sua battaglia legale contro il professor Quirino Paris, docente di economia agraria all’Università di California e severo censore del sistema di potere che — come ha scritto e ripetuto più volte — ha colonizzato in Italia la loro comune disciplina, condizionando il reclutamento dei docenti e la ricerca scientifica. L’ex rettore ha presentato appello contro la sentenza del giudice del tribunale di Firenze Luca Minniti, che l’11 aprile scorso — ritenendo che il professor Paris non lo avesse né diffamato né calunniato — ha respinto la sua richiesta di risarcimento per un importo di 700 mila euro e lo ha condannato al pagamento delle spese legali sostenute da Quirino Paris. Il professor Marinelli chiede la riforma totale della sentenza e rinnova la richiesta di 700 mila euro a titolo di risarcimento per i danni inferti alla sua figura di «importante studioso a livello internazionale di economia ed estimo forestale ed ambientale nel settore di agraria, dove è assolutamente necessario mantenere una chiara immagine di credibilità».

Il presidente della II sezione civile della corte di appello Alessandro Turco ha fissato la prima udienza al 16 giugno 2018 alle ore 10. Non è uno scherzo. Sono i tempi della giustizia a Firenze. Nel frattempo è stata sospesa l’esecutività della sentenza impugnata, il che significa che il professor

Paris non potrà ricevere il pagamento per le spese legali sostenute, salvo che la questione non venga risolta diversamente in una udienza fissata il 7 gennaio. La tesi del professor Marinelli circa la lesione della sua immagine di studioso chiamato a ricoprire «incarichi prestigiosi» riguarda la sua estraneità alla «cupola » della economia agraria, sancita in sede penale da una archiviazione. Tuttavia fra i concorsi ritenuti pilotati vi era anche quello di suo figlio Nicola, che il 17 ottobre 2002 vinse un posto di ricercatore di economia agraria bandito dalla facoltà di Medicina (sic) di Firenze. Non era ancora dottore di ricerca. Gli altri tre candidati si ritirarono. Suo padre all’epoca era rettore.

Un Gattopardo all’università di Firenze

Nepotism

Ateneo, la deroga strizza l’occhio al nepotismo (Da: “la Repubblica” Firenze, 8 luglio 2013)

Franca Selvatici. L’università di Firenze ha adottato il Regolamento dei dipartimenti il 23 luglio 2012, ma già ha ritenuto di doverlo modificare. In particolare Senato accademico e Consiglio di amministrazione hanno introdotto alcune deroghe in materia di mobilità interna fra dipartimenti. E poiché – come ha ha autorevolmente insegnato Giulio Andreotti – a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina, alcuni docenti si chiedono se le modifiche al Regolamento non abbiano una qualche relazione con le imminenti decisioni relative alla abilitazione scientifica nazionale, il nuovo sistema di reclutamento introdotto dalla riforma Gelmini con l’obiettivo di contrastare il nepotismo. Vediamo.

In materia di mobilità interna, il Regolamento adottato il 23 luglio 2012 stabilisce che, una volta scelto un dipartimento, docenti e ricercatori non possano chiedere di trasferirsi in un altro prima di tre anni. Ed è quasi impossibile, salvo casi eccezionali, che un docente o un ricercatore possa passare in un dipartimento in cui manchi il settore scientifico disciplinare a cui appartengono: per esempio, un docente di lettere a medicina, un ingegnere a filosofia. Le modifiche approvate, invece, consentono a professori e ricercatori di presentare domanda di trasferimento da un dipartimento all’altro anche prima dei tre anni, purché nel nuovo dipartimento sia presente il loro settore scientifico-disciplinare: per esempio i trasferimenti sono possibili fra i vari dipartimenti di medicina o fra scienze giuridiche e scienze politiche e così via. Nel caso in cui il trasferimento sia chiesto verso un dipartimento in cui non siano presenti altri docenti dello stesso settore scientifico-disciplinare, il nuovo regolamento lo consente verso il dipartimento che abbia il maggior numero di settori affini.

È possibile che queste modifiche siano state studiate per rendere meno ingessata l’organizzazione di ateneo. Ma potrebbero rivelarsi utili anche per i docenti i cui figli abbiano affrontato la Abilitazione scientifica nazionale e si attendano di essere dichiarati idonei. L’idoneità è una condizione necessaria ma non sufficiente per avanzare nella carriera universitaria. Occorre, infatti, essere chiamati da un dipartimento di un ateneo. Ma la legge Gelmini e (sia pure in maniera assai timida) anche il codice etico dell’ateneo fiorentino non permettono le chiamate di «docenti con un grado di parentela o affinità fino al quarto grado con un professore del dipartimento che effettua la chiamata». Con il rischio, quindi, che alcuni figli, pur avendo conquistato l’idoneità, non vengano chiamati da nessuno, perché graditi solo nel dipartimento in cui lavorano il padre e i docenti a lui vicini (magari beneficiati in passato da concorsi compiacenti). Ecco quindi la possibile soluzione. Il padre chiede il trasferimento in altro dipartimento e i docenti suoi amici chiamano il figlio. Nei prossimi mesi si capirà quanto siano fondate queste maliziose previsioni.

All’università di Firenze l’Urbanistica la insegnano meglio filosofi e poeti

Fiorenza

Urbanistica, in cattedra un filosofo e un poeta (la Repubblica Firenze, 30 novembre 2012)

Un dottore di ricerca in filosofia con tesi su Heidegger e Hegel e un maestro elementare-poeta specializzato in «paesologia» hanno vinto due docenze in urbanistica alla Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze. Un candidato escluso, l’architetto Alessandro Rizzo, dottore di ricerca in progettazione e titolare di un master in Housing and Urbanism conseguito a Londra, ha presentato ricorso al Tar, sostenendo che i due vincitori non hanno i requisiti richiesti dalla legge, dal regolamento e dal bando. Gli avvocati Maria Beatrice Pieraccini e Maurizio Dalla Casa sostengono che il filosofo ha una preparazione «in alcun modo riconducibile alla materia dell’urbanistica, ma neanche all’architettura», mentre l’altro vincitore «non è neppure laureato» e «per quanto possa essere grande la sua cultura o la fama (la sua specializzazione è la “paesologia”, disciplina “compresa fra il territorialismo e l’espressione poetica”) è impensabile che la laurea non costituisca un requisito minimo per l’accesso alla docenza universitaria»: non rilevando a tal fine il giudizio della commissione di concorso, secondo cui la sua opera «ha ormai un riconoscimento nazionale presso poeti, scrittori, artisti, giornalisti, registi e docenti universitari».

In attesa del voto per l’elezione dei rappresentanti del Senato Accademico presso l’università di Siena

A Siena si sta puntualmente verificando quello che è già accaduto all’Università di Firenze. Sono stati appena ratificati, con il passaggio alle urne, i direttori di Dipartimento  e si stanno individuando i candidati per il Senato Accademico. In attesa del voto, riflettiamo con l’articolo di Fabio Galati (da “la Repubblica” del 26 ottobre 2012), di seguito integralmente riportato.

L’Ateneo della strana democrazia

Fabio Galati. I professori universitari interpellati ieri da Repubblica a commento delle elezioni del Senato accademico sono stupefacenti. Davanti ad un voto bloccato (in tre aree disciplinari due candidati per due posti) si sono risentiti per il dubbio di scarsa trasparenza democratica. Uno di loro è stato esemplare: «Le elezioni del Senato accademico non devono scimmiottare l’ipocrisia della politica» ha detto. E un’altra ha chiosato: «Ma scherzate? Per individuare le persone giuste abbiamo impiegato un anno e mezzo di discussioni».

Eh, sì. All’università di Firenze hanno finalmente trovato il segreto della democrazia 2.0: non si vota, si sceglie prima a tavolino. Le elezioni sono un antipatico e inutile intermezzo, un contentino per quei testoni che ancora si riempiono la bocca con concetti desueti. Una novità rivoluzionaria che assomiglia in maniera inquietante a vecchi meccanismi, in un’università italiana che ha i professori ordinari tra i più vecchi d’Europa. Assolutamente ripiegati su se stessi, i docenti sembrano non essere sfiorati dal dubbio di lanciare un messaggio devastante al mondo esterno, per primi i loro studenti. Se le regole democratiche sono «una scimmiottatura», che cosa rimane? E sembrano non rendersi conto, i professori, che il loro atteggiamento verso le elezioni del Senato accademico alimenta il fuoco di chi giudica il mondo degli atenei chiuso e sprezzante delle regole.

Un atteggiamento più volte finito sotto accusa, ad esempio, nel corso delle inchieste sui concorsi, dove secondo le Procure di mezza Italia accade con una certa frequenza che i vincitori vengano decisi a tavolino e che agli aspiranti sgraditi venga “consigliato” di ritirare la candidatura. Certo, per i concorsi c’è il seccante particolare che la legge prevede un iter diverso.

Ma si sa, sono le storture di una democrazia: il Parlamento approva le leggi e i cittadini le osservano. Quisquilie. La democrazia 2.0 prevede ben altro. Stupisce poi che ci si vanti del «metodo partecipativo», che consisterebbe nel fare lunghe e affollate riunioni in cui si decidono i candidati unici. Riunioni in cui i docenti anziani affrontano franche discussioni con ricercatori e colleghi con meno potere per decidere in fraternità chi mandare al Senato, previa formalità del passaggio alle urne.

Si spera che qualche voce autorevole si levi all’interno del mondo universitario per spiegare ai colleghi che il concetto di voto segreto non è stato inventato per fare un dispetto a chi doveva spartire i posti, ma per garantire libertà. In primo luogo a chi si trova in condizioni di oggettiva minorità davanti ai meccanismi consolidati del potere. Nel nuovo Senato accademico, su venti docenti, siedono solo tre donne e un ricercatore. Un caso?

Dalle elezioni bulgare nell’Università di Firenze alla farsa nell’Università di Siena, per le elezioni dei direttori di dipartimento

Dichiarava il Prof. Enrico Livrea, commentando le elezioni svoltesi con candidature uniche in diciassette casi su ventiquattro: «dalle elezioni dei direttori dei 24 dipartimenti esce un’immagine penosa dell’Università di Firenze: un regime che porta con sé i vizi dell’Ateneo, clientelismo e quiescenza ai poteri occulti, che impongono le scelte senza possibilità di reazione di chi vuole un sistema più giusto. Una situazione che peggiora con il degrado sistematico dell’Università italiana, che attraversa la fase più tragica della sua esistenza. Addirittura nel fascismo – obbrobrio peggiore della storia italiana – c’era un sistema universitario migliore».

E all’università di Siena? Ci sono candidati unici in tredici dipartimenti su quindici. In quel caso, allora, a che serve votare? Il rettore designi subito i direttori! Emblematico, a tal proposito, è che abbiano presentato il programma solo in quattro. Gli altri perché dovrebbero perdere tempo? L’elezione è, comunque, assicurata! Infatti, se anche gli elettori scegliessero a maggioranza un altro docente, il “democratico” regolamento senese ne impedirebbe la nomina, per la mancata formalizzazione della candidatura. Pertanto, dal 29 al 31 ottobre si svolgeranno elezioni democratiche, con possibilità di scelta da parte degli elettori, in soli due dipartimenti: il “Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Neuroscienze” e quello di “Scienze della Formazione, Scienze Umane e della Comunicazione Interculturale”. Un ringraziamento particolare a quei due docenti, tra i diciassette candidati, che con la loro presenza ci consentono una libera espressione di voto, evitando che una competizione elettorale si trasformi in farsa, con elezioni bulgare, come quelle che per vent’anni e con candidature uniche hanno caratterizzato il rettorato di Berlinguer e Tosi.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (15 ottobre 2012) con il titolo: Elezione dei capi dipartimento: i nuovi numeri della democrazia.

Elezioni bulgare all’Università di Firenze! E a Siena?

«C’è clientelismo: questa è stata la riprova» (Corriere Fiorentino, 5 ottobre 2012)

Gaetano Cervone. «Dalle elezioni dei direttori dei dipartimenti esce un’immagine penosa dell’Università di Firenze: un regime che porta con sé i vizi del clientelismo e dei poteri occulti». È un sfogo quello di Enrico Livrea, grecista di fama mondiale della (ex) Facoltà di Lettere e Filosofia e decano dell’Ateneo fiorentino. Un affondo che giunge a termine delle due settimane che hanno designato i direttori dei 24 dipartimenti, perché – prima – Livrea stentava a credere che in 17 casi le elezioni si sarebbero svolte con candidature uniche. È invece andata proprio così.

Professore parlare di «poteri occulti» forse è troppo, non trova?

«È un’immagine penosa, che evidenzia i vizi dell’Ateneo: localismi, clientelismo, quiescenza ai poteri occulti che impongono le scelte senza possibilità di reazione di chi vuole un sistema più giusto. Una situazione che peggiora con il degrado sistematico dell’Università italiana, che attraversa la fase più tragica della sua esistenza. Addirittura nel fascismo – obbrobrio peggiore della storia italiana – c’era un sistema universitario migliore».

Ma come mai è così arrabbiato?

«Non sono arrabbiato, sono amareggiato. Sono cinquant’anni che subisco sulla mia pelle tutto questo, trent’anni che insegno a Firenze e non sono riuscito a trattenere nessuno dei numerosi allievi di valore che con sacrificio ho formato: qui tutte le porte sono chiuse ed è normale che i cervelli in fuga non tornino, una volta capita l’enorme differenza di sistema. All’estero un ambiente umano e di ricerca accogliente, a Firenze tutti contro tutti. E non parliamo poi delle strutture: io mi vergogno di invitare i miei colleghi in queste aule che sono un incrocio tra un obitorio e un carcere».

Crede che non ci sia possibilità migliorare? Nemmeno con la riforma Gelmini?

«Non ho mai smesso di crederci e nel mio piccolo ho fatto di tutto per migliorarla, ma mi sento sempre di più solo. La selva di candidati unici ne è la dimostrazione ed è spia di un profondo senso di sfiducia nella democraticità del sistema. E quella riforma, a cui Firenze non si è opposta, è un obbrobrio».

Tanti considerano la candidatura unica un segnale di compattezza del dipartimento…

«Le scelte sono fatte sempre altrove. Chi dirige o è l’espressione di questi gruppi di potere, oppure ne è l’uomo di paglia».

Accuse pesanti…

«Non mi importa, non devo fare carriera. Non ho interessi personali e si figuri se con cinquant’anni di anzianità non conosco i mali dell’istituzione. Provengo da un dipartimento (Scienze dell’antichità, Medioevo, Rinascimento e Linguistica, ndr) dove quattordici persone erano legate da rapporti di parentela. Sono solo stanco».