Ateneo senese: i sindacati sul kolossal dell’inaugurazione dell’anno accademico

Teatro-Rinnovati

Rsu, Cisapuni, Cisl, UilRua, Ugl, Usb PI. Non vogliamo partecipare a un’inutile passerella che non ci rappresenta. Noi non vogliamo passerelle ma organizzazione vera, carriere, dignità. Chiediamo da oltre un anno di dare corso a previsioni contrattuali, come le progressioni economiche orizzontali, ma l’immobilismo dei vertici di quest’Ateneo, rasentano il teatro dell’assurdo. Ancora ci viene detto che ci sono tanti problemi di gestione, difficoltà che non permettono di eseguire determinate procedure nei tempi previsti. Strano… Sempre quelle che riguardano noi del personale tecnico e amministrativo. Poi se stiamo celebrando con una colossale inaugurazione, degna di un film di cinecittà, l’uscita dal tunnel del buco, com’è che si usa ancora la scusa della difficoltà amministrativa? Forse perché non è una scusa, la verità è che siamo messi peggio di prima e quello che andiamo a celebrare è fumo…

Noi non parteciperemo a un’inaugurazione in cui dovremmo andare a dire che va tutto bene, celebrare questa gestione e, con ricchi premi e cotillon, nascondere tutto sotto il tappeto. Usciti dove! Qui va tutto peggio, i soldi mancano più di prima, in contabilità finanziaria chiuderemo l’anno peggio del 2014, cosa va meglio? Siamo senza istituto cassiere da anni e a ogni scadenza è un dramma, i piani di studio non funzionano, abbiamo una tassazione altissima, non abbiamo riconsiderato le fasce di reddito in base al nuovo ISEE, questa è l’attenzione data agli studenti, perché dovrebbero iscriversi? Non promuoviamo la ricerca come si dovrebbe, non riusciamo ad attrarre fondi, ma forse ai docenti tutto questo va bene, non sappiamo, vorremmo dicessero qualcosa. Davvero per i docenti la priorità di questo Ateneo è comprare i tocchi per i nuovi colleghi?? Non abbiamo distribuito il salario accessorio nel modo in cui si doveva per gli infiniti rinvii dell’amministrazione, non abbiamo gestito l’organizzazione del lavoro nel modo in cui si doveva, non abbiamo dato le responsabilità come si doveva…

Non è raccontando che ora è tutto a posto che si fa il bene dell’università, non è vendendo fumo che si fa il bene dell’Ateneo. Ci si dovrebbe rimboccare le maniche, ma su una piattaforma comune a tutta la comunità, invece passa la linea del Rettore che è di facciata. Non ce ne voglia il Magnifico, ha fatto tanto a modo suo, ma non abbastanza, perché una priorità sarebbe stata quella di creare, rafforzare la comunità, il senso di appartenenza. Invece il clima lavorativo è sempre peggio. Dov’è la strategia di medio periodo? Non c’’è perché si pensa già alle elezioni del Rettore e questa inaugurazione è solo ideata per celebrare la fine dell’incarico del Magnifico. “Il re è nudo”. Colui che si sente il grande timoniere in realtà non ha fatto altro che rimestare con un bastoncino in una tinozza d’acqua sudicia. Domandatevi quali sono questi risultati… Elencateli da voi… Tardiva, … troppo tardiva risulta la convocazione di lunedì 26 ottobre di una contrattazione, per cercare di calmare gli animi. Davvero i vertici di quest’Ateneo credono che una convocazione metta l’animo in pace al personale che rappresentiamo? Vogliamo risposte vere, contratti firmati, chiediamo il rispetto del Contratto Nazionale di Lavoro!! A quale titolo dovremmo essere partecipi di una inaugurazione di anno accademico che ci vedrà ancora una volta ai margini di questa comunità, a dover essere lacchè o servi dei vertici, e non poter rivendicare la nostra dignità. Chi vuole essere lacchè si accomodi, noi no! L’inaugurazione avvenga ma non in nostro nome! O meglio, visto che siamo internazionali… e il Magnifico vuole un’inaugurazione in inglese, not in our name!

E intanto il gagà (che non è la lady) dell’Ateneo di Siena si trastulla inaugurando l’anno accademico di un’università di contrada

UnisigagaRabbi Jaqov Jizchaq. Faccio mia la celebre frase di Bernanos, secondo cui gli intellettuali dovrebbero essere considerati idioti, fino a prova contraria. Trovo del resto sconvolgente il fatto che molta intellighenzia senese accetti la situazione in cui versa il proprio ateneo come una catastrofe naturale (un terremoto, un’inondazione, qualcosa di cui accusare la natura matrigna), con la rassegnazione che segue contemplando lo scatenarsi delle forze della natura. I politici non ne parlano proprio, se non con frasi generiche e nebulose. Ma sulla base delle considerazioni che ho cercato di sviluppare nei miei precedenti messaggi, quando si parla del futuro dell’ateneo, suggerirei di smettere di parlare de “l’università di Siena” latu sensu, prescindendo dalle dinamiche in corso, come se fosse un corpaccione unico che o si salva o perisce tutto intero, mentre è sotto gli occhi di tutti che si sta disarticolando, non si sa se abbia una testa, ha perso via via dei pezzi e ne perderà ancora molti: perderà in definitiva i connotati di ateneo semi-generalista, per diventare cosa, non si sa bene.

Abolirei cioè questa locuzione: “l’università di Siena”, se prima non si è chiarito, dicendolo esplicitamente, di quale università stiamo parlando, chi sono i salvati dalla imperscrutabile volontà del Magnifico e quale inferno è riservato ai sommersi: al netto di un certo numero di cose che andavano chiuse in nome della decenza (ma non dimenticando quelle che invece, con oltraggio alla decenza, non sono state chiuse) la cosa di cui mi sono convinto è che il succedersi di riforme e riforme delle riforme dei corsi di laurea, il progressivo venir meno dei livelli specialistici e dei dottorati, abbiano di fatto disintegrato ogni idea di didattica ben strutturata: è abbastanza evidente che questo è l’humus dove prosperano i lestofanti e gli incompetenti che vendono la scienza un tanto al chilo («Di mestiere sono tipografo; però commercio nel campo dei medicinali; e sono pure attore – attore tragico, capisci –; quando ci ho l’occasione faccio sedute di ipnotismo e frenologia; qualche volta giusto per cambiare insegno geografia cantabile; ogni tanto faccio delle conferenze… Oh faccio un sacco di cose», M. Twain, “Le avventure di Huckleberry Finn”).
 Da un lato c’erano i governi e le burocrazie, torturatori che premendo quasi esclusivamente sulla leva dei “requisiti di docenza” (cioè del numero di professori necessario per tenere in piedi un corso), avvitavano la garrota di norme sempre più stringenti e oramai addirittura paranoiche (in presenza di numerose ed imminenti uscite di ruolo, naturali o con prepensionamenti, e del blocco del reclutamento), dall’altro lato le Facoltà che cercavano di sfuggire alla tortura eludendo le norme (già di per sé ambigue) con esegesi opportunistiche.

Adesso siamo giunti a un punto di non-ritorno e per un pezzo cospicuo de “l’ateneo” bisognerebbe avere il coraggio di dire che non c’è più niente da fare, e che da qui a breve saremo semplicemente nell’impossibilità di fare qualsiasi cosa. Ma né il rettore, né i politici parlano mai di questo. Io un’ideuccia, non utopistica, né originale, né peregrina, l’avrei formulata, ed è quella di un’integrazione fra i tre atenei che insistono sul territorio regionale, in modo da consentire la sopravvivenza, almeno in una sede, di corsi di laurea e discipline, concentrando in quella sede gli studiosi oramai isolati e messi nelle condizioni di non agire nelle sedi restanti. È quello che fanno altri paesi europei di fronte ad analoghi problemi, dicendolo esplicitamente e non attendendo la putrefazione.

L’occasione svanita della venuta del ministro a Siena, sarebbe stata propizia per sottoporgli questo semplice quesito: atteso che di soldi non ce ne sono, il ministero pensa di esaurire la sua funzione riformatrice e organizzatrice nella mera interdizione, come in un manicomio prebasagliano provvedendo esclusivamente alla contenzione degli agitati, e seguitando ad inviare “circolari” intorno a ciò che non si può fare, pur constatandone l’inutilità, visto che oramai non si può fare più niente? Dice il ministro: “per avere dei buoni ricercatori, occorre avere dei buoni studenti”. Ma come fanno a esservi dei buoni studenti, se non vi sono dei buoni corsi di laurea? Come fanno i buoni docenti ad insegnare in pessimi corsi di laurea privi di qualsiasi struttura?

Tutti pazzi per la costituzione di parte civile nel dissesto dell’Università di Siena

Di seguito un resoconto completo dell’inaugurazione dell’Anno Accademico (da: La Nazione Siena 22 novembre 2011)

Tommaso Strambi. Le chiarine e gli ermellini, i tocchi con la coccarda dell’Unità d’Italia e i goliardi che intonano i «Gaudeamus Igitur». Ma anche lo striscione degli studenti del Das (Dimensione Autonoma Studentesca) con la scritta più che eloquente: «28 indagati per le elezioni truccate e il falso in bilancio. Noi non vi legittimiamo!!». Forse, però, a pesare di più è il volantino che, proprio fuori dal palazzo del Rettorato, viene distribuito dai partiti della maggioranza che governa Palazzo Pubblico (Pd, Siena Futura, Riformisti, Sinistra Ecologia e Libertà, Italia Dei Valori e Comunisti Italiani). Un documento in cui si invoca «rigore, trasparenza, legittimità per il risanamento dell’Ateneo». Ma anche «verità in tempi rapidi per tutelare l’Università e i suoi lavoratori». Un testo, soppesato in tutte le sue virgole, in cui si mette nero su bianco che «il Comune dovrà mettere in atto tutte quelle azioni istituzionali e legali volte a tutelare l’intera comunità senese, compresa la costituzione civile nell’eventuale processo» sul dissesto economico.

Il messaggio è chiaro: l’Università rappresenta un bene per la città e va tutelata, ma adesso il tempo è scaduto. Il Rettore non viene mai citato e nemmeno l’inchiesta sulla regolarità delle elezioni dello scorso anno, ma nello stesso tempo si evidenzia, con forza, che l’Ateneo «ha bisogno di grande determinazione ed autorevolezza nel portare avanti il risanamento». «Un lavoro che prima di tutto – si legge – deve essere condotto con la piena stabilità e legittimità degli organi di governo, con la massima trasparenza verso la comunità accademica e la città, il coinvolgimento nelle dolorose scelte di tutte le componenti dell’Ateneo e senza scaricare solo sulle fasce più deboli il peso della crisi e gli effetti del dissesto. Adesso serve maggiore equità». Se non fosse un documento politico, ma un atto legale si potrebbe definire un avviso di sfratto. Ma il rettore Angelo Riccaboni è sereno. Quando entra nell’Aula Magna fasciato dalla toga dispensa sorrisi, a tutti. Senza accorgersi che, tolte le autorità istituzionali, i numerosi agenti della Digos e i carabinieri in borghese, restano poche decine di docenti, qualche dipendente amministrativo e giusto appunto i goliardi. Continua a leggere