E intanto il gagà (che non è la lady) dell’Ateneo di Siena si trastulla inaugurando l’anno accademico di un’università di contrada

UnisigagaRabbi Jaqov Jizchaq. Faccio mia la celebre frase di Bernanos, secondo cui gli intellettuali dovrebbero essere considerati idioti, fino a prova contraria. Trovo del resto sconvolgente il fatto che molta intellighenzia senese accetti la situazione in cui versa il proprio ateneo come una catastrofe naturale (un terremoto, un’inondazione, qualcosa di cui accusare la natura matrigna), con la rassegnazione che segue contemplando lo scatenarsi delle forze della natura. I politici non ne parlano proprio, se non con frasi generiche e nebulose. Ma sulla base delle considerazioni che ho cercato di sviluppare nei miei precedenti messaggi, quando si parla del futuro dell’ateneo, suggerirei di smettere di parlare de “l’università di Siena” latu sensu, prescindendo dalle dinamiche in corso, come se fosse un corpaccione unico che o si salva o perisce tutto intero, mentre è sotto gli occhi di tutti che si sta disarticolando, non si sa se abbia una testa, ha perso via via dei pezzi e ne perderà ancora molti: perderà in definitiva i connotati di ateneo semi-generalista, per diventare cosa, non si sa bene.

Abolirei cioè questa locuzione: “l’università di Siena”, se prima non si è chiarito, dicendolo esplicitamente, di quale università stiamo parlando, chi sono i salvati dalla imperscrutabile volontà del Magnifico e quale inferno è riservato ai sommersi: al netto di un certo numero di cose che andavano chiuse in nome della decenza (ma non dimenticando quelle che invece, con oltraggio alla decenza, non sono state chiuse) la cosa di cui mi sono convinto è che il succedersi di riforme e riforme delle riforme dei corsi di laurea, il progressivo venir meno dei livelli specialistici e dei dottorati, abbiano di fatto disintegrato ogni idea di didattica ben strutturata: è abbastanza evidente che questo è l’humus dove prosperano i lestofanti e gli incompetenti che vendono la scienza un tanto al chilo («Di mestiere sono tipografo; però commercio nel campo dei medicinali; e sono pure attore – attore tragico, capisci –; quando ci ho l’occasione faccio sedute di ipnotismo e frenologia; qualche volta giusto per cambiare insegno geografia cantabile; ogni tanto faccio delle conferenze… Oh faccio un sacco di cose», M. Twain, “Le avventure di Huckleberry Finn”).
 Da un lato c’erano i governi e le burocrazie, torturatori che premendo quasi esclusivamente sulla leva dei “requisiti di docenza” (cioè del numero di professori necessario per tenere in piedi un corso), avvitavano la garrota di norme sempre più stringenti e oramai addirittura paranoiche (in presenza di numerose ed imminenti uscite di ruolo, naturali o con prepensionamenti, e del blocco del reclutamento), dall’altro lato le Facoltà che cercavano di sfuggire alla tortura eludendo le norme (già di per sé ambigue) con esegesi opportunistiche.

Adesso siamo giunti a un punto di non-ritorno e per un pezzo cospicuo de “l’ateneo” bisognerebbe avere il coraggio di dire che non c’è più niente da fare, e che da qui a breve saremo semplicemente nell’impossibilità di fare qualsiasi cosa. Ma né il rettore, né i politici parlano mai di questo. Io un’ideuccia, non utopistica, né originale, né peregrina, l’avrei formulata, ed è quella di un’integrazione fra i tre atenei che insistono sul territorio regionale, in modo da consentire la sopravvivenza, almeno in una sede, di corsi di laurea e discipline, concentrando in quella sede gli studiosi oramai isolati e messi nelle condizioni di non agire nelle sedi restanti. È quello che fanno altri paesi europei di fronte ad analoghi problemi, dicendolo esplicitamente e non attendendo la putrefazione.

L’occasione svanita della venuta del ministro a Siena, sarebbe stata propizia per sottoporgli questo semplice quesito: atteso che di soldi non ce ne sono, il ministero pensa di esaurire la sua funzione riformatrice e organizzatrice nella mera interdizione, come in un manicomio prebasagliano provvedendo esclusivamente alla contenzione degli agitati, e seguitando ad inviare “circolari” intorno a ciò che non si può fare, pur constatandone l’inutilità, visto che oramai non si può fare più niente? Dice il ministro: “per avere dei buoni ricercatori, occorre avere dei buoni studenti”. Ma come fanno a esservi dei buoni studenti, se non vi sono dei buoni corsi di laurea? Come fanno i buoni docenti ad insegnare in pessimi corsi di laurea privi di qualsiasi struttura?

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4 Risposte

  1. Rabbi Jaqov Jizchaq: «Io un’ideuccia, non utopistica, né originale, né peregrina, l’avrei formulata, ed è quella di un’integrazione fra i tre atenei che insistono sul territorio regionale, in modo da consentire la sopravvivenza, almeno in una sede, di corsi di laurea e discipline, concentrando in quella sede gli studiosi oramai isolati e messi nelle condizioni di non agire nelle sedi restanti.»

    Non è un’idea del tutto nuova:

    Art. 3. (Federazione e fusione di atenei e razionalizzazione dell’offerta formativa)
    1. Al fine di migliorare la qualità, l’efficienza e l’efficacia dell’attività didattica, di ricerca e gestionale, di razionalizzare la distribuzione delle sedi universitarie e di ottimizzare l’utilizzazione delle strutture e delle risorse, nell’ambito dei principi ispiratori della presente riforma di cui all’articolo 1, due o più università possono federarsi, anche limitatamente ad alcuni settori di attività o strutture, ovvero fondersi.
    […]
    3. La federazione ovvero la fusione ha luogo sulla base di un progetto contenente, in forma analitica, le motivazioni, gli obiettivi, le compatibilità finanziarie e logistiche, le proposte di riallocazione dell’organico e delle strutture in coerenza con gli obiettivi di cui al comma 1. Nel caso di federazione, il progetto deve prevedere le modalità di governance della federazione, l’iter di approvazione di tali modalità, nonché le regole per l’accesso alle strutture di governance, da riservare comunque a componenti delle strutture di governance delle istituzioni che si federano. I fondi risultanti dai risparmi prodotti dalla realizzazione della federazione o fusione degli atenei possono restare nella disponibilità degli atenei che li hanno prodotti, purché indicati nel progetto e approvati, ai sensi del comma 4, dal Ministero.
    […]
    5. In attuazione dei procedimenti di federazione o di fusione di cui al presente articolo, il progetto di cui al comma 3 dispone, altresì, in merito a eventuali procedure di mobilità dei professori e dei ricercatori, nonché del personale tecnico-amministrativo. In particolare, per i professori e i ricercatori, l’eventuale trasferimento avviene previo espletamento di apposite procedure di mobilità ad istanza degli interessati. In caso di esito negativo delle predette procedure, il Ministro può provvedere, con proprio decreto, al trasferimento del personale interessato disponendo, altresì, in ordine alla concessione agli interessati di incentivi finanziari a carico del fondo di finanziamento ordinario, sentito il Ministero dell’economia e delle finanze.

    Riferimento: Legge 240/2010
    http://www.camera.it/parlam/leggi/10240l.htm

  2. Sì, qualcosa del genere: in molti ne ravvisano la plausibilità, ma pochi ne percepiscono l’urgenza, anche se (tenendo conto delle considerazioni di s.e. Cesare Mori) comincerei intanto a sondare il terreno limitatamente ai settori che tutti quanti non possono tenere e iniziando col mettere in comune alcuni corsi di laurea che altrimenti rischiano la sparizione dappertutto, nonché i dottorati (ben più di quelli cui è stato concesso dalla magnanimità del Montesquieu di Pontedera). Norme permettendo, naturalmente: ma le norme si possono anche cambiare, quando un problema è generalizzato (e questo temo che lo sia) e il parlamento ci sarebbe anche per questo. Non mi pare che avviarsi verso una soluzione del genere comporterebbe – limitatamente a quanto detto – deportazioni del personale amministrativo; il quale oltretutto si troverà sempre più alle prese con problemi di mobilità, visto che la prospettiva è quella di una ulteriore e progressiva contrazione e smantellamento delle strutture. Davanti a questo scenario, dunque, non credo che giovi restare immobili contemplando la discesa del mattone che ci sta cadendo in testa, né c’è speranza di far tornare uovo la frittata (o maiale la salciccia, come dice Crozza). Ma se aspettate che lo facciano spontaneamente le signorie locali (considerando che qui a Siena siamo ancora a discutere in modo amabilmente “retrò” delle sedi distaccate), aspetterete a lungo: il Ministero dovrebbe smettere di alludere alle possibili soluzioni ai problemi che le sue riforme stesse hanno creato e incominciare ad imporle, queste soluzioni, se sono quelle che palesemente desidera. Qui poi stiamo parlando di atenei siti a distanza di un’ora l’uno dall’altro (che a traversare Roma ci vuole di più) ed è ridicolo che non collaborino.

  3. I cantori del Groviglio Armonioso oggi scrivono: “Università dall’incubo del fallimento alla rinascita”. Rimango basito. Il rettore afferma: “Il peggio è passato”, e poi “l’ateneo è in salute” ecc. ecc. … vabbè che siamo in clima natalizio, ma cosa è “rinato”? Quando è “rinato”? Evidentemente i problemi di cui stiamo dibattendo in questo forum, per i cantori del Groviglio Armonioso non esistono. O forse, visto il livello di grettezza cui è sceso il dibattito pubblico intorno all’università, alla scienza e alla cultura, non ne sospettano neppure l’esistenza. La negazione, freudianamente, è un meccanismo difensivo con cui gli individui cercano di sfuggire a stati d’animo di sofferenza, negando la realtà spiacevole che ha provocato lo stato di disagio, ma francamente certi discorsi un tanto al chilo, un uso illusionistico delle cifre stese come una coltre d’oblio sui problemi di cui sopra, non mi paiono degni. Ma è il livello di comunicazione giusto per la politica. Tanto domani mattina parleremo d’altro. “Va tutto bene” è quello che vuol sentirsi dire l’opinione pubblica. Abbiamo autorevoli esempi anche a livello nazionale.

  4. Finalmente lei mi ha indicato
    “il giusto simbolo per studiare in maniera produttiva ed efficente”
    Grazie davvero, senza sarcasmo.
    Ghismunda delle Malvestite

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