I problemi dell’ateneo senese sono strutturali e stanno mutando per sempre il volto, il peso e la collocazione di Siena tra gli altri atenei toscani

 

Unisi2015

Rabbi Jaqov Jizchaq. È chiaro che quello dell’ateneo senese non è più un problema contingente, legato a una particolare congiuntura, una crisi passeggera, ma trasformazione strutturale e destinata a mutare per sempre il volto, il peso e la collocazione di Siena tra gli altri atenei toscani. Sarebbe interessante parlare di questo. Il rettore dice che i conti sono a posto; Grasso e Piccini dicono di no. Le alternative dunque sono queste:

1) Hanno ragione Piccini e Grasso; e allora le domande che molto umilmente ho sottoposto al blog sul destino dell’ateneo risultano ovviamente ineludibili. L’ateneo si accinge a perdere metà del suo corpo docente; non solo, ma lo fa a un ritmo accelerato, stando ai dati ufficiali, dai quali si evince che i docenti rimasti sono molti meno del previsto; il che vuol dire che intere aree scientifiche di base sono entrate pesantemente in crisi, sono state smantellate o si accingono ad esserlo, e se i conti sono in disordine, se dunque non si può contrastare questa tendenza, parimenti non è che si può seguitare a contemplare le ruine imprecando contro un destino cinico e baro.

2) Oppure ha ragione il Rettore. Ma allora, se potendosi considerare conclusa la fase di emergenza l’università può ricominciare a guardare al futuro, “a fortiori” occorre definire con maggiore esattezza tutte le questioni con le quali vi ho ammorbato nei precedenti messaggi. Ovviamente non è che domani all’alba verranno banditi 500 posti per rimpiazzare quelli perduti; anche confidando nella promessa renziana di finanziare un migliaio di ricercatori, a Siena di questi ne toccherà se va bene una manciata, dunque le risorse, ammesso che ve ne siano, saranno centellinate e sarebbe utile capire in quale direzione investirle. L’ateneo sarà comunque, anche in questo caso, pesantemente ridimensionato e il rapporto con gli altri atenei regionali è tutto da chiarire.

Dunque in entrambi i casi, è sicuro che le aree entrate in crisi non risorgeranno più, almeno nel prossimo ventennio, cambiando il volto dell’ateneo: curioso che questa sia vista come un’operazione meramente burocratica da affidare ai ragionieri; ma dov’è l’intellighenzia locale? E poi, anche qui, l’idea balorda di ristrutturare “accorpando”, cioè prendendo chi in quelle aree ancora ci lavora e buttandolo a fare qualche cosa da qualche altra parte, rivela una mentalità da sensali, che non vedo come si possa conciliare con le richieste della SUA e del VQR: c’è solo da augurare a coloro che ragionano così di essere operati ad un rene da un egittologo.

Insomma, qualunque sia la verità sullo stato attuale dei conti, non credo che le questioni che ho elencato nei precedenti messaggi possano essere eluse. Proprio in questa fase pre-elettorale occorrerebbe anzi che fossero poste apertamente all’ordine del giorno: perché non lo si fa? Perché non ci si sbottona (a parte i proclami sulla “Life Valley”, retorici quanto quelli intorno alla “capitale della cultura”)?