I docenti ne hanno ormai segnato il destino: «fra sei anni l’Università di Siena potrebbe non esistere più, implosa e fagocitata dall’esterno»

Diceva lucidamente Simonetta Losi: «È un momento cruciale nella secolare storia dell’Università degli Studi di Siena. Un momento di svolta, dove le decisioni che verranno prese e le strategie che saranno messe in campo determineranno un decisivo rilancio o la permanenza nelle acque limacciose dell’immobilismo, con il rischio di perdere eccellenze e risorse. (…) Negli equilibri di potere e di “peso” complessivo delle università toscane, l’indebolimento dell’Ateneo senese può attivare operazioni predatorie esterne. (…) L’Università di Siena è sopravvissuta fino ad oggi perché è riuscita a stare in equilibrio tra malnutrizione e decesso. (…) Fra sei anni l’Università potrebbe non esistere più, implosa e fagocitata dall’esterno.» Lo vedono gli osservatori esterni! Non lo vogliono vedere i docenti dell’ateneo senese!

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nazionesiena18giu2016

corrsiena18giu2016

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9 Risposte

  1. …continua, sulla distinzione fra atenei di serie A e di serie B, con la “tentazione del modello inglese”:

    “Un breve sguardo ai dati pubblicati dall’Anvur sembra confermare che il sistema inglese è molto efficace nel motivare i docenti universitari a fare ricerca e a farla bene. Il rapporto si conclude quindi con un confronto fra il sistema di valutazione recentemente introdotto dall’Italia e sistemi come quello inglese, implicitamente suggerendo che il lavoro di Anvur può dare un contributo determinante a fare dell’Italia un paese in cui si fa ricerca a livelli degni di un paese occidentale.” (Il Foglio, 25 Maggio 2016)

    Adesso, che l’Italia, soprattutto considerando la miseria di fondi che investe nel sistema della ricerca (meno di 7 miliardi, mentre la Germania 26 miliardi, e in sette anni l’Italia ha tagliato gli investimenti del 22%, mentre la Germania li ha aumentati del 23% http://www.roars.it/online/universita-litalia-taglia-la-germania-investe/) non faccia ricerca a livelli degni di un paese occidentale è un’opinione dell’articolista. Evidentemente vomitare sull’università pubblica è la condizione preliminare per legittimarne la soppressione.

    Non si dice, ma si lascia intendere, dietro a queste frasi altisonanti, che quello che si abbraccia (“il modello inglese”), in realtà, è il modello della bipartizione netta del sistema universitario in un ristretto numero di università “di serie A” (“research universities”) ed un gran numero di atenei di serie B, dedicati prevalentemente all’insegnamento (“teaching universities”), dove le possibilità di ascesa nella classifica è praticamente nulla.

    Apprendo dal sito ROARS che in inglese questo processo si chiama downsizing, un ridimensionamento attuato con lo scopo di aumentare la competitività. E che in Italia rimonta addirittura al 1963 la prima proposta di una simile bipartizione, allorquando il senatore Giuseppe Ermini propose tre diversi titoli accademici: il diploma universitario, la laurea e il dottorato di ricerca, e accanto alle vere e proprie università propose l’istituzione dei cosiddetti “istituti aggregati”, che avrebbero rilasciato i diplomi universitari ma non le lauree, sul modello di certe pseudo-università americane che sono autorizzate a rilasciare “Bachelor’s degree”, ma non il “Master’s degree”.

    Ripeto: lo prendo, in maniera “avalutativa”, come un dato di fatto, registrando come più o meno il quadretto, se riferito alla Toscana, sia quello descritto dal prof. Barocci. Rincara anzi la dose un candidato rettore pisano:

    “chi propone una via di mezzo tra research university e teaching university, di fatto accetta il declino dell’università” [di Pisa, nella fattispecie, ma il discorso è generalizzabile]. http://www.iannaccone.org/

    Dunque si direbbe che il dado è tratto. E visto che non si levano alti lai, pare che ai più stia bene così. Ciò che comunque critico, pesantemente, è che un ricercatore finisca per essere marchiato come “di serie B” dopo essere stato messo nelle condizioni di non operare, solo per essersi trovato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, rispetto alle grandi strategie ed i grandi interessi che determineranno la nuova geografia degli atenei. E che questa bipartizione venga attuata semplicemente lasciando che mezzo sistema universitario, comprese numerose eccellenze (che non sono concentrate, ma diffuse), se ne vada in malora. Quale sia il rischio che Siena, continuando a perdere pezzi, stia correndo in questa graziosa cornice, mi pare sia chiaro a tutti.

    Distinzione “in aeternum” fra atenei di ricerca (di serie A) e d’insegnamento (cioè di serie B), contrattualizzazione della posizione di docente, il professore non più come insegnante e ricercatore, ma come un “amministratore” di dati e un procacciatore di soldi: “ai soldi che saprà trovare è legato non solo il suo potere accademico ma, sempre più, anche il suo posto di lavoro” http://www.doppiozero.com/materiali/come-distruggere-luniversita. Non so se questa trasformazione possa considerarsi una riforma, oppure un golpe, visto che prescinde completamente dai compiti che la Costituzione assegna all’università pubblica.

    Noi puntiamo tutto sulle “Scienze della vita”, si dice. Benché non si sappia bene cosa ciò significhi, né chi avrà il potere e le sostanze per attuare questa virata, se ne evince perciò che non puntiamo niente su tutto il resto. E non alludo evidentemente alle “Scienze Tanatologiche”. Trovo bizzarro che si chieda il voto a chi da queste logiche rischia di essere travolto, senza un minimo di spiegazione, di progetto, di chiarimento riguardo a quello che potrà essere il suo futuro. Manca un progetto vero, il quale abbisogna di un minimo di organicità, di respiro, di trasparenza, di solidità scientifica, di una prospettiva e di risorse adeguate. Tocca constatare che chi meno si è espresso su questo punto, ciò nonostante ha ricevuto più voti. Il tema è di rovente attualità, ma evidentemente a qualcuno piace caldo.

  2. «Ciò che comunque critico, pesantemente, è che un ricercatore finisca per essere marchiato come “di serie B” dopo essere stato messo nelle condizioni di non operare, solo per essersi trovato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, rispetto alle grandi strategie ed i grandi interessi che determineranno la nuova geografia degli atenei.» Rabbi

    Concordo!

  3. […] I docenti ne hanno ormai segnato il destino: «fra sei anni l’Università di Siena potrebbe non es… […]

    • Oramai è un bel po’ di tempo che si pompa su questa retorica della distinzione fra università “di massa” (professionalizzanti, o di pura didattica di primo livello) e università “d’élite” (di ricerca). In questo documento della Banca d’Italia si stigmatizza la scarsa differenziazione interna del sistema italiano https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2012-0122/QEF_122.pdf. Si propone da un lato di sfruttare le economie di scala, concentrando le risorse in poche aree; dall’altro di trasformare la vasta rete di atenei minori diffusi nel territorio in mere università d’insegnamento. Leggo in un altro documento di Confindustria che un tratto di criticità del nostro sistema è che nella tradizione italiana si conferisce poca importanza a percorsi formativi brevi e professionalizzanti. Si fa notare che il paese in cui vi è un’offerta più vasta di istruzione terziaria professionalizzante o para-universitaria sono gli Stati Uniti, con una vasta articolazione senza eguali. Tale sistema è costituito da 3.800 “università”. Tuttavia, stando all’Europa:

      “anche il Regno Unito e la Germania si caratterizzano per un’articolazione più ampia dell’offerta di istruzione superiore rispetto a quella italiana e più marcatamente contraddistinta dal legame tra formazione superiore e domanda del sistema economico. A questa specifica finalità rispondono infatti le Fachhochschulen tedesche e in misura minore le old universities britanniche.” http://www.confindustria.it/ancong.nsf/e5e343e6b316e614412565c5004180c2/96cd630db57b4cb9c1256b20002d0b3f/$FILE/cap4.pdf

      Nel Regno Unito ci sono le ′′old′′ universities, che offrono corsi di tipo professionale in specifici settori disciplinari, tra cui ingegneria, accountancy, scienza dell’informazione, medicina. Le Fachhochschulen tedesche sono invece presenti in sette dei sedici Laender: “si caratterizzano per un’articolazione di studi tale da coniugare alla didattica tradizionale, l’esperienza pratica con tirocini presso imprese o con il coinvolgimento degli studenti in progetti di ricerca applicata.”

      Noi stiamo importando questo sistema, declinandolo all’italiana co’ la pommarola ‘n coppa. Cosicché, accanto al progetto di costituzione delle nostre Harward e delle nostre Oxford, vorremmo trasformare gli atenei minori in “teaching universities” e decidendo d’ufficio che Tizio e Caio, da domani non fanno più ricerca. Giorni fa ho postato un intervento di un candidato rettore di Pisa, che affermava non esservi (per loro, ma da intendersi in generale) vie di mezzo fra università di ricerca e università d’insegnamento (tertium non datur). Ora, anche per attuare questa netta bipartizione tra gli atenei, in modo che non sia solo il mero congelamento dello status quo (chi ha avuto, ha avuto), occorrerebbero cose che ad oggi non esistono: ad esempio la mobilità dei docenti fra atenei, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, la “contrattualizzazione” della posizione dei docenti, cioè la differenziazione retributiva (calamita che serve ad attrarre i migliori nelle sedi “d’eccellenza”). Non so, a dire il vero, se sia un destino auspicabile: in ogni caso è a questo modello che si allude.

      In quale cornice si cala questo progetto? In Italia sono diminuiti i docenti di ruolo: da 62.753 nel 2008 a 50.369 nel 2015. Un taglio del 20% (vd. http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/declino-della-universita-italiana-secondo-lanvur/giugno-2016). A Siena assai peggio: i docenti si avviano ad essere il 43% in meno rispetto al 2008, riducendosi a circa 600, ovvero un terzo di quelli pisani o fiorentini. Se ne vanno uno su due, ma secondo alcuni sono sempre troppi. Eppure ciò ha comportato una desertificazione di alcune aree scientifiche di non secondaria importanza. Si è detto, con notevole leggiadria, che era necessaria una sforbiciata ai corsi ed una razionalizzazione dell’offerta, accettando, per il principio di realtà, l’epilogo inevitabile di un drastico ridimensionamento.

      Come si è attuato questo ridimensionamento? Semplicemente per effetto congiunto di blocco decennale del turnover e pensionamenti massicci: cioè a caso, ragion per cui si sono svuotate, a caso, intere aree scientifiche dove il personale era più anziano e meno numeroso. Con quello che rimane e con le briciole di turnover che ci verranno elargite in un futuro prossimo, dovremmo rilanciare l’ateneo con lo scopo di collocarci tra le prime 100 università europee, come recita il programma del prof. Petraglia, ma è evidente che ciò non basterà, se non a turare alcune falle. Pertanto le aree entrate in crisi non risorgeranno. A Siena scompariranno tutti i reparti delle scienze astratte, della ricerca di base e le discipline speculative (almeno ad un livello che possa dirsi propriamente “universitario“), orientando sempre di più l’ateneo verso quei modelli di “old university”, di “Fachhochschule” o “community college” a parole aborriti. D’altra parte dice Faraone:

      “dovremmo evitare di creare doppioni ovunque e dovremmo potenziare e razionalizzare costruendo sinergie tra le regioni e spingere in ogni regione per un coordinamento tra gli atenei in relazione all’offerta formativa e di questi con i singoli territori.” http://www.lastampa.it/2016/06/13/italia/politica/rilanceremo-gli-atenei-togliendo-alle-regioni-la-competenza-sui-fondi-vuiU7uCP96d2WcNJYYOYKO/pagina.html

      Ora, io non ho capito in cosa possa differenziarsi Siena dagli altri due atenei, che hanno tutti gli indirizzi e molte più risorse, visto che per differenziarsi in modo da essere competitivi occorrerebbero risorse ingenti. Forse si intende tenere in piedi solo pochi settori, le “scienze della vita”, come si vocifera, se i dirimpettai te ne concedono l’esclusiva (cosa di cui dubito fortemente). Né ho ben chiaro cosa si intenda per “sinergie” (magico abracadabra), che al momento si riducono essenzialmente ad alcuni dottorati comuni. Un progetto più organico non è alle viste. Il tempo passa, la gente invecchia. A meno che con “sinergie” non si intenda hegelianamente la sinergia fra servo e padrone, ovvero ciò che ha teorizzato apertamente il prof. Barocci: declassamento dei docenti senesi al rango di insegnanti di college, senza vie di fuga per chi non accettasse questa condanna. Ma se volete, chiamate pure il lasciar morire d’inedia aree scientifiche fino a ieri vivaci “una razionalizzazione”:

      “Queste difficoltà creano una condizione per la quale, data la normativa vigente, ciò che può essere fatto è solo portare a lenta agonia le sedi che si intende chiudere – e che verranno chiuse con la nobile motivazione che sono poco produttive.” http://www.roars.it/online/la-distruzione-delluniversita-e-le-ragioni-di-chi-si-oppone/

  4. ….Harvard, of course

  5. Federazione e sinergie tra atenei. Obiettivo difficilissimo da raggiungere, soprattutto quando si fanno più o meno le stesse cose. Alcuni iniziano ad accorgersi che forse non saranno della partita
    http://www.roars.it/online/il-rettore-di-genova-la-vqr-e-davvero-una-schifezza/
    alcune sedi invece vengono potenziate con strutture nuove ad hoc, in voga adesso sono le “città della salute” (si stanno già differenziando le risorse?)
    Vederemo chi farà parte dell’esclusivo Russell Group italiano.
    In questa intervista registrata il ministro ci dà alcuni spunti

    http://www.zipnews.it/2015/11/giannini-il-politecnico-di-torino-al-centro-di-una-knowledge-valley/

  6. Qui invece manco belano, stanno tutte zitte…

  7. i problemi evidenziati in questo blog sono ancora tutti lì sul tappeto. Per adesso di idee concrete per risolverli non ne ho sentite, ma quello che c’è di peggio è che pare disdicevole persino nominarli.

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