Università di Siena: «rifiutarsi lucidamente di fingere di essere ricchi, fingere di essere forti, fingere che tutto vada bene»

Marco Tomasi-Francesco Frati-Angelo Riccaboni-Roberto Morrocchi-Franco Galardi

Marco Tomasi-Francesco Frati-Angelo Riccaboni-Roberto Morrocchi-Franco Galardi

Simonetta Losi

Simonetta Losi

Ateneo al voto. Università di Siena alla ricerca di un Rettore “libero” (Da: agenziaimpress.it, 1 giugno 2016)

Simonetta Losi. Con le prossime elezioni del Rettore si sta per giocare una partita fondamentale per il futuro dell’Università degli Studi di Siena: una partita che è, di conseguenza, importantissima per la Città tutta, in particolare ora che è impoverita dalla perdita della Banca. L’Ateneo senese, istituito nel 1242, nei secoli ha goduto momenti di splendore, protetto dai potenti del mondo di allora, e momenti di grave difficoltà. Nel 1321, a causa di una forte diatriba tra gli studenti dell’università bolognese e il podestà della città, Siena ebbe molti benefici dall’accoglienza di numerosi professori e studenti fuoriusciti dall’università felsinea, istigati anche da un locale lettore di legge Guglielmo Tolomei. Nel Cinquecento, con Siena in piena crisi, l’Università era uno dei pochi centri di sviluppo e di innovazione ancora attivi in città: riuscì a convogliare a Siena le innovazioni e le idee contemporanee, divenendo l’Ateneo di riferimento del Granducato di Toscana. Ma nel 1808, con l’invasione francese, lo Studio senese venne chiuso, per riaprire i battenti solo con la Restaurazione. Nel 1892 solo una sollevazione popolare, animata da uno sciopero generale e l’intervento delle istituzioni cittadine, impedì – nonostante una positiva ripresa delle attività – che l’Ateneo venisse soppresso. La storia si ripete. Oggi la nostra Università corre il rischio di perdere non solo importanti discipline a causa della progressiva riduzione di docenti (circa 300 negli ultimi 10 anni), ma anche la propria autonomia politico-amministrativa e culturale. E come i fuoriusciti dell’Università felsinea, appunto, portarono nel 1321 nuovo vigore all’Università di Siena, così la crisi della nostra Università procaccerà energie ad altre realtà.

Tra i fattori interni della crisi è la mancata presa di coscienza di sé da parte di Siena. La necessità di depotenziare l’Università di Siena è solo un tassello nel generale disegno di ridimensionare il potere complessivo di una città che – come già accaduto nel Cinquecento – dava fastidio per la propria potenza. Situazioni politiche contingenti, insieme ad altri fattori interni ed esterni, hanno indotto la crisi delle istituzioni, prima fra tutte il Monte dei Paschi, la Banca più antica del mondo, che ha stimolato voraci appetiti internazionali prima ancora che nazionali e locali. Tra i fattori interni della crisi è la mancata presa di coscienza di sé da parte di Siena, che non è stata capace di combattere in maniera efficace la mediocrità, pensando che il proprio isolamento fosse una protezione: debolezze che forze esterne hanno creato e potenziato, per poi gestirle, indebolendo tutte le istituzioni che hanno reso unica Siena nel mondo.

Università di Siena e città di Siena sono un binomio indissolubile. Oggi dobbiamo chiederci se dopo la “delocalizzazione” della nostra Banca anche la nostra Università subirà la stessa sorte: con essa Siena perderebbe anche una parte importante della sua storica ricchezza culturale. Questo non deve accadere. Università di Siena e città di Siena sono un binomio indissolubile che deve risorgere e trovare la forza di potenziarsi. Esistono in tutte le grandi aree disciplinari dell’Ateneo Senese – così come nella città di Siena con il suo territorio – delle eccellenze assolute, la cui integrazione è la sola opportunità per un nuovo rinascimento. Bisogna essere migliori grazie alla capacità di impiegare queste “eccellenze assolute” per coltivare culturalmente il tessuto sociale di Siena, per renderlo consapevole delle proprie reali potenzialità: un tessuto sociale che deve essere vigile e non stordito da investimenti di facciata privi di una reale consistenza e di ritorni certi. Bisogna rifiutarsi lucidamente di fingere di essere ricchi, fingere di essere forti, fingere che tutto vada bene. Fra sei anni l’Università potrebbe non esistere più, implosa e fagocitata dall’esterno. Di questo si sta parlando poco, troppo poco: l’opinione pubblica non viene smossa, a tutto vantaggio di qualche “manovratore” che ha tutto l’interesse a non provocare dibattito o movimento di opinione.

Qual è il bene dell’Università e di tutto il suo territorio? Nel frattempo, in queste elezioni che sanno tanto di ultima chiamata, si stanno consumando sottotraccia accordi, alleanze, rotture, sulle quali si gioca il futuro dell’Università e della città. Noi cittadini non possiamo rimanere inerti a guardare, concentrati su guerricciole interne di piccolo cabotaggio che non ci fanno accorgere che stanno continuando a portarci via ogni cosa. Un esempio per tutti: SienaBiotech aveva con l’Università un rapporto con potenzialità straordinarie. Eppure non è stata trattenuta: è stata smembrata, “delocalizzata”. Bisogna chiedersi: qual è il bene dell’Università e di tutto il suo territorio? L’Università di Siena è sopravvissuta fino ad oggi perché è riuscita a stare in equilibrio tra malnutrizione e decesso. L’Università si è fermata a causa del dissesto economico, puntando i piedi sull’orlo del precipizio, ma non può permettersi questo equilibrismo per troppo tempo. Aspettare, curarsi le ferite, essere inerte per altri 6 anni corrisponde a perdere ulteriormente terreno, a creare una voragine incommensurabile tra Siena ed il resto del mondo. E così, a differenza con il passato – dove i margini di rischio erano temporalmente lunghi – adesso il turnover di idee e la selezione “naturale” dei competitors sempre più specializzati, si svolge in lassi temporali istantanei che non consentiranno più di avere i ritmi lenti del passato, pena la sopravvivenza.

Il futuro Rettore non deve essere imprigionato o ostaggio di logiche troppo vicine e localistiche. Quindi è necessario smettere di cercare equilibrismi tra un passato che non esiste più e un futuro che potrebbe non esserci: dobbiamo ora, adesso, subito, vivere e respirare cose nuove, cose vere. Il futuro dell’Università degli Studi di Siena passa obbligatoriamente dalla scelta che essa saprà fare nelle prossime elezioni. Il prossimo Rettore, oltre ad una indiscutibile statura scientifico-culturale, dovrà essere una persona autorevole e autonoma, dovrà saper scegliere una classe dirigente illuminata. Solo quella potrà garantire una traccia sicura verso cose concrete, di reale valore, una moneta di scambio aureo esportabile, che oltrepassi ogni confine geografico, ma che mantenga una speciale e profonda sensibilità nei confronti della città, che questa Università ha voluto e ha saputo difendere nei secoli. Parliamo quindi di cultura, conoscenza, scienza, ricerca che creino consapevolezza e ricchezza anche alla città: fare della cultura, della tecnologia e della scienza una forza economica di sviluppo e di crescita. È necessario far sì che l’Università sia il motore di un potere economico sano, capace di produrre ed esportare i suoi valori. Seguendo questo ragionamento, il futuro Rettore non deve essere imprigionato o ostaggio di logiche troppo vicine e localistiche, tantomeno di quelle troppo lontane e non esplicite: quelle che vedono l’Università di Siena come un’istituzione da occupare e non da servire.

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3 Risposte

  1. “Esistono in tutte le grandi aree disciplinari dell’Ateneo Senese – così come nella città di Siena con il suo territorio – delle eccellenze assolute…” (Simonetta Losi)

    Condivido il contenuto, ma suggerisco una correzione: in diversi settori, forse, ESISTEVANO è più appropriato, al posto di ESISTONO. Mi pare che chi ha frequentato l’università prima della “discoverta del vero buco” e delle riforme da Mussi alla Gelmini, non abbia chiaro lo stato dell’arte. Leggo il seguente interrogativo posto dal M5S ai candidati rettore:

    “Rispetto alle altre due università toscane – Pisa e Firenze – l’Ateneo senese si trova in una condizione di incertezza per la sua collocazione nel contesto regionale. Come ha recentemente dichiarato il Prof. Emilio Barocci in una intervista, “[…]Siena è invece un boxeur che è appena andato ko, si è ripreso ma ancora non sa bene quale futuro potrà avere”. Quale è la sua visione ideale di collocamento dell’Ateneo senese nel contesto formativo universitario regionale?”

    Noto con piacere che qualcuno nel mondo politico non si accontenta delle vacue aspersioni di ottimismo e incomincia a mettere i piedi per terra (o sul piatto) e a paventare quello che si diceva, ossia che il destino che si prefigura per Siena sia quello di diventare una sede distaccata al servizio delle altre due. Del resto non passa giorno che la politica e i media non pongano all’attenzione dell’opinione pubblica la necessità di ridimensionare il sistema degli atenei pubblici, essenzialmente attraverso una diversificazione di ruoli (“di serie A” e “di serie B”). Anche stamattina 14 Giugno il prof. Stefano Campi a “Prima pagina” ha affermato che l’ingiustificato aumento del numero delle sedi universitarie ha prodotto un drastico abbassamento del livello degli studi. Dell’articolo del prof. Barocci già si è detto. Ripropone il vecchio tema della compresenza di tre atenei generalisti in un lembo di terra, e siccome due di questi sono molto grossi, sarà il terzo a farne le spese. Forse il processo di erosione dell’ autonomia di Siena era già in atto da tempo (e tacerò sul concetto stesso di “autonomia universitaria”), ma come si sa, la coscienza è come la nottola di Minerva.

    Il dato demografico è eloquente. Nonostante Firenze sia stata colpita dai pensionamenti percentualmente in misura simile rispetto a Siena, ha ancora 1664 docenti (all’incirca quanti ne ha Pisa, che però può reclutare a tutto spiano), mentre Siena ne ha 728 e si avvia a scendere intorno ai 600, un po’ a macchia di leopardo (o a cacchio di cane). Incredibilmente, nonostante la drastica riduzione e il blocco decennale del turnover abbiano messo in crisi intere aree, provocato la chiusura di decine di corsi di laurea e determinato la fuga di 6000 studenti, c’è chi, chiamando in causa il gioco delle tre carte del rapporto docenti/studenti, ritiene che siano ancora troppi. Sicché la proposta parrebbe essere quella di rimpicciolire l’ateneo ancora di più, in modo da perdere altre migliaia di studenti e poter di nuovo affermare che “i docenti sono troppi”. Allora chiudete bottega e buonanotte!

    Possibile poi che non entri ne cervello di certa gente che non stiamo parlando di mandrie di bestie vaccine, tutte uguali nel grigio della notte, e che uno zoologo non può occuparsi di linguistica (che le bestie non parlano), né un ginecologo di astrofisica? E figurarsi se un papirologo può operare a un femore. Checché ne dicano rettore ed aspiranti rettore, Siena non è destinata a rimanere una università semi-generalista. Qualcuno dirà: ” tanto a noi a Siena della papirologia e dell’astrofisica non ce ne frega niente, perché con la cultura non si mangia!” Bene, tacerò su questo incarognimento culturale della “capitale della cultura”, ma allora risponderei a questo “qualcuno”: atteso che quella di cui parlate non è propriamente una “università”, chiariteci innanzitutto cosa volete farne di chi ancora nelle aree che dichiarate “inutili” insegna e studia. Volte realizzare poli disciplinari regionali dotati di significativa massa critica? Ebbene, cosa aspettate: FATELO!!!

    Se comunque 600 docenti vi parevan troppi, ve ne ritroverete 500, chiuderete altri corsi e perderete qualche altro migliaio di studenti. Ma va benissimo per una sede distaccata di carattere eminentemente pratico ed orientato alla formazione professionale (bando alla ricerca ed altre consimili amenità). Nel 2015 Pisa e Firenze viaggiavano sui 50.000 studenti, mentre Siena si è attestata sui 15.874 (i dati sono pubblici, nel sito del MIUR). È difficile contrastare la retorica del “piccolo è bello”, dell’ateneo ultraspecializzato e non più generalista, che ad oggi non esiste e che oltretutto ognuno vorrebbe a propria immagine e somiglianza. Oggi come oggi “piccolo e bello” significa solo una graziosa sede distaccata eterodiretta. Ora, è evidente che c’è un vaso di coccio fra due vasi di ferro, ed è evidente come lo svuotamento di molte aree di base fa sì che quello che si va configurando non sarà una “università” in senso proprio, ma semmai una Fachhochschule o un Community College con qualche cosina in più, per gentile concessione. Sottolineo comunque che il terzo polo universitario regionale, quello senese, pur non essendo più generalista, non ha ancora assunto una chiara funzione ed una chiara caratterizzazione, neppure in qualità di sede distaccata, rispetto agli altri due. Il governatore Rossi promise di dirottare a Siena tutto il comparto delle scienze della vita (“The Life Valley”), ma per ora mi pare che più che altro siano chiacchiere.

    D’altronde non è chiaro, né come Siena possa riscattarsi dallo stato di minorità, né cosa possa essere ad oggi il vagheggiato sistema integrato degli atenei toscani. Sono dieci anni che brancoliamo nell’incertezza e la confusione regna sovrana. Credo che molta gente ne abbia pieni i cabbasisi di stare sulla graticola e che sia giunta l’ora di dare una risposta a queste domande. Il progetto di costituzione di “pochi hub della ricerca”, in realtà, non è un’esclusiva dell’attuale governo ed anzi, si fa risalire più indietro. Leggo nel sito ROARS http://www.roars.it/online/de-nicolao-la-vqr-serve-a-realizzare-il-progetto-che-voleva-giavazzi/: “nel 2010 Francesco Giavazzi lodava la riforma Gelmini perché «riconosce che i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse»…. “. Così si esprimeva al riguardo un membro del Consiglio Direttivo dell’ANVUR: «quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university» . Poche voci di dissenso: cito ad esempio il prof. Galli della Loggia, o il prof. Semplici. Insomma, una concezione ampiamente bipartisan. Checché se ne pensi, se il chirurgo afferma che bisogna operare, poi non può limitarsi a praticare un taglio ed andarsene, perché vi è ancora, spero, una distinzione fra un’operazione chirurgica ed una mera ferita da arma da taglio. Invece tocca constatare sin qui che questo progetto viene realizzato “all’italiana”, cioè attuando solo la pars destruens, oppure semplicemente non agendo, aspettando che le cose marciscano e vadano a ramengo.

  2. […] fino ad oggi perché è riuscita a stare in equilibrio tra malnutrizione e decesso. (…) Fra sei anni l’Università potrebbe non esistere più, implosa e fagocitata dall’esterno.» Lo vedono gli osservatori esterni! Non lo vogliono vedere i docenti dell’ateneo […]

  3. Che l’Università di Siena sia perduta lo si evince anche da articoli come questo in cui si definisce MPS “preda di appetiti internazionali” quando sono stati i senesi ad affossarla: Mussari, Vigni, Pisaneschi, quest’ultimo docente di Diritto Costituzionale in questa marcia Università, che avrebbe dovuto essere commissariata quando aveva accumulato 60 mln € di debiti con l’INPS.
    A questo campanilismo stupido e infarcito di retorica auguro solo di dover imparare dalla dura pedagogia del reale.

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