L’ateneo senese sta scivolando rapidamente verso una dimensione che non è più quella propriamente universitaria

Altan-indifferenteRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo su un quotidiano on-line che gli studenti senesi potranno scegliere «di studiare in uno dei 32 corsi di laurea triennale o in uno dei 29 corsi di laurea magistrale.» Notare che metà delle triennali sono di area medica, sicché, a parte Medicina, a Siena vi sono una quindicina di triennali tra cui scegliere, talune dai contenuti tutt’altro che chiari. Ma nel 2007 (l’anno del diluvio) c’erano 55 lauree triennali o a ciclo unico e 42 magistrali. Dunque abbiamo perso 23 corsi di studio triennali e 13 magistrali, per un totale di circa il 38% dei corsi di studio che vi erano allora. Si disse che era necessario chiudere “qualche corso di laurea inutile”, ma stento a credere che il 38% dei corsi fosse “inutile” (e allora Pisa, che di triennali ne ha 140?). In ogni caso si sono persi 6700 studenti e probabilmente un nesso fra le due cose vi sarà. Soggiungo che tra i corsi defunti o moribondi vi sono molti corsi delle scienze di base, che se andate a dire a “Ossforde” che sono “useless”, vi fanno ri-passare la Manica a calci nel culo.

Altri corsi esistono di fatto solo nominalmente, come simulacro di quello che furono, presidiati da sparuti docenti in una condizione di assedio tipo fort Alamo. L’indifferenza con la quale operazioni di questo genere vengono spacciate per una mera e banale operazione burocratica di riorganizzazione dei corsi, senza che nessuno abbia a dire nulla sui contenuti, evidenzia che al contrario quello che ho scritto circa il retroterra culturale della nostra intellighenzia c’entra e c’entra parecchio, e va letto in parallelo con quello che afferma il prof. Vespri, ossia che, dovendo riassumere brutalmente, molti atenei medio-piccoli come Siena (ridotta ad un terzo di Pisa o di Firenze) stanno scivolando rapidamente verso una dimensione che non è più quella propriamente universitaria.

Ma questo rinvia alle considerazioni che ho già svolto circa il destino e il ruolo dei tre atenei toscani, la sbandierata, quanto improbabile “sinergia” tra monadi che non comunicano, il timore che essa si traduca in mera sottomissione e cancellazione del più debole, e non voglio ripeterle.

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9 Risposte

    • Cara Mary, allora qui siamo messi anche peggio, giacché, da quello che si sente dire in giro, a seguito dei pensionamenti a Siena si sono aperte delle voragini persino in settori chiave della medicina e dell’ingegneria. Figuriamoci il resto, i settori più deboli… ma tutto va bene, madama la Marchesa, e vietato dire: “Houston, abbiamo un problema”.

      In riferimento alla tua considerazione, se può essere d’aiuto alla discussione, leggo su un quotidiano che “nella maggior parte dei Paesi Europei le facoltà di Medicina rappresentano scuole separate e distinte dal resto dell’Università. In Italia il condizionamento e il peso delle facoltà di Medicina sulla vita della Sanità, e delle Università, è diventato insostenibile” ( http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=42314).
      Non si può dire se questa separazione sia una scelta giusta, né conosco le ragioni di questa difformità italiana rispetto agli altri paesi e mi rimetto al giudizio di chi ne capisce di più. Mi piacerebbe sentire delle opinioni al riguardo. Certo è che quando c’è da litigarsi un tozzo di pane, agli altri rimane assai pochino. Allora ritorna ineludibile l’interrogativo: cosa volete farne dell’università di Siena? Una specie di Fachhochschule? E dei settori disciplinari, delle aree scientifiche oramai dissanguati, senza futuro in terra di Siena, nonché di chi ancora ci lavora dentro?

      Certo è che se spariscono tutti i settori delle scienze astratte e speculative, o li si mantiene solo ad un livello di baccellierato di basso profilo, l’università di Siena non sarà più uno “studium generale” (anche se di fatto non lo è mai stato), bensì un istituto professionale avanzato. Tuttavia, anche per realizzare questo progetto occorrerebbe un rapporto più diretto con l’industria, che oggi non vedo, se non in sporadici casi.

      Stefano Feltri (Il Fatto Quotidiano) in una serie di articoli ha lanciato una vera e propria crociata contro gli “studi umanistici”, ossia gli studi “belli, ma inutili” (sic), che a suo dire dovrebbero essere estromessi dall’università pubblica:

      “I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. … fare studi umanistici non conviene, è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere.” (http://www.roars.it/online/stefano-feltri-e-le-lauree-inutili-i-dati-questi-sconosciuti/)

      Una posizione, secondo me, equivoca e assai confusa: certo se stiamo parlando di diplomi dequalificati in tuttologia, roba terra-terra di livello scolastico, non specializzato, ha ragione, ma se escludiamo questa petitio principii, Feltri non vede che la contrapposizione oggi non è quella fra le scienze astratte e quelle “umanistiche”, che si trovano dalla stessa parte della barricata, accomunate da una cronica assenza di risorse. Senza dire che i rami più astratti della Matematica e della Fisica vengono considerati da chi approva le sue tesi alla stregua di “inutili” speculazioni filosofiche.

      Ma si può sapere poi cosa cacchio sono queste materie “umanistiche”? Io non l’ho ancora capito. Molti se ne riempiono la bocca senza essere capaci di definirle. Credono che siano quelle quattro nozioni ottocentesche imparucchiate a scuola e consolidate all’università di massa con un bel 18 politico, e così come non sanno definire cosa siano le discipline “umanistiche”, pare che non sappiano nemmeno precisare cosa siano la Matematica o la Fisica del XXI secolo.

      Nota poi che ripartono le abilitazioni! Dove li mettono tutti gli abilitati, vecchi e nuovi? “Fine pena, mai!”, come gli ergastolani. Poi pare che adesso, dopo la Brexit, un sacco di italiani vogliano rientrare in patria: il “rientro dei cervelli”, dopo una gita all’estero. Lo sblocco delle procedure per l’abilitazione nazionale” – dice il CRUI – “ferme ormai da tre anni, rappresenta un’opportunità per i nostri giovani studiosi di vedersi aprire la strada per la carriera accademica”. Naturalmente, una volta conseguita l’abilitazione, poi c’è da aspettare il concorso. Vale la pena di ricordare che oltre ai tre anni di blocco delle abilitazioni, c’è stato un decennio di blocco del turnover e le risorse per assumere nuovi professori sono scarsissime.
      Trovo dunque insopportabile la retorica dei “giovani ricercatori” quasi quanto quella del “rientro dei cervelli”.

      Dieci anni di blocco del turn over, tre anni di blocco delle abilitazioni… eppure sono sempre “giovani”: “perché è proprio per i gggiovani e con i gggiovani che noi operiamo sulla via della democrazia e del progresso!” (vi ricordate?). Età media di ricercatori, cinquant’anni. Eppure questi qua continuano a parlare de “i giovani”, come se fossero sempre giovani, e come se fossero sempre gli stessi. Il tempo non esiste: “noi fisici – scriveva Einstein – [siamo] convinti che la distinzione tra passato, presente e futuro sia soltanto un’illusione”. Certo “s’invecchia”, ma come dice Majakovskij, la mia anima non ha un capello bianco.

      Epilogo: possiamo anche trastullarci con queste asperrime lotte fra totani per il primato fra i piccoli atenei con Monte Cassino, ma in fondo mi viene da pensare che l’unica differenza tra noi e loro è una “s” di meno: perché di casino qui ne abbiamo veramente un monte.

  1. Noi abbiamo avuto il caso di un docente che ha dovuto firmare un contratto post-pensione in punto di morte perché il suo insegnamento risultasse assegnato e il corso non si spegnesse. Altro non aggiungo.

    • …è una storia molto faustiana. Il prossimo passo sarà un patto col diavolo.

  2. L’incredibile episodio riportato da Mary – la firma del contratto in punto di morte per tenere attivato il corso – si riferisce all’ateneo senese?

  3. ….Faustus stipula un patto con Mefistofele: avrà garantita la continuità del suo insegnamento ed i servizi del servo di Lucifero grazie ad un assegno di ricerca, per ventiquattro anni, dopo i quali Lucifero avrà la sua anima, ma concederà un posto di ricercatore di tipo B.

    • Preciso che quanto detto è verissimo, non è successo a Siena ma la situazione è del tutto simile: crollo del numero di docenti e di matricole, pochi punti organico mangiati a grandi bocconi dai soliti noti (Ingegneria, Medicina). Posso ancora citare il caso di una collega eccellente che ‘è scaduta’ e ora sta a cinquant’anni in mezzo alla strada perché il suo 0.50 serve a mandare avanti due tirapiedi di altro settore che diventeranno associati. Avanti così…

  4. Sinceramente, non ne posso più di questi buffoni che sparano contro le materie umanistiche. Che provino a fare l’edizione critica di un testo greco o a tradurre la grammatica di Panini dal sanscrito, mi sapranno poi dire come è facile. La smettano anche di indurre un giovane a essere il centomillesimo laureato in ingegneria o economia a calci nel sedere, la smetta anche lo Stato di destinare umanisti entusiasti e promettenti a fare gli insegnanti di pseudosostegno in una scuola che sforna a getto continuo pseudo invalidi, ma non forma più bravi studenti e castra gli insegnanti. La grandezza di un paese si vede da ciò che esso ritiene utile. Buon Ferragosto.

    • …. Il problema, a mio avviso, è quello che fu sottolieato da Galli della Loggia in un già citato articolo sul Corriere della Sera del 19 Marzo 2016, dove si riassumeva così il senso delle attuali politiche universitarie:

      «L’Italia non dovrà più interessarsi di alcun aspetto del mondo passato, dei suoi eventi, delle sue idee, di ciò che l’arte ha prodotto. E come se non bastasse dovrà farla finita anche con una buona parte di quei saperi astratti come la filosofia, la matematica, o con altre scienze esatte che non vengono utilizzate dall’apparato produttivo in modo sufficiente.»

      Ma non voglio discutere la giustezza o meno della posizione di Galli della Loggia, o di quella, per certi versi diametralmente opposta, e in parte, a mio avviso, incomprensibile (come ho rilevato nel precedente messaggio) di Stefano Feltri, ribadita in una serie di articoli sul “Fatto Quotidiano”, anche se più o meno si è capito come la penso. Né voglio cadere nella trappola della sterile ed antiquata polemica fra scienze pure e scienze applicate, o fra scienze esatte e scienze “approssimative” e consimili coppie antinomiche: chi vi si avventura, di solito si impappina e non è capace nemmeno di stabilire con esattezza cosa siano le une e cosa siano le altre.

      Dico solo che nel quadro di una progressiva attenuazione dell’intervento statale a sostegno dell’università, questi “saperi astratti” paiono destinati inevitabilmente a sopravvivere, ad un livello degno, solo in pochi atenei “di serie A”, che godono di una situazione finanziaria più florida. Negli altri, sembrano destinati a soccombere. Né tali settori potranno mai procacciarsi fondi privati per provvedere alla loro sopravvivenza, o avere la priorità nell’accesso a quelli pubblici, come accade viceversa per quei saperi immediatamente traducibili in brevetti e in una professione.

      Allora, cari signori, se oramai avete accettato questa logica, agite di conseguenza, consapevoli però che si tratta di una autentica metamorfosi, non di una mera operazione burocratica. Fate quello che ritenete sia giusto fare, ma fatelo! Volete fare lo “hub” toscano dove la ricerca di base si fa a Pisa e un po’ a Firenze, mentre Siena è destinata ad un ruolo ancillare, di dispensatrice per lo più di diplomi triennali professionalizzanti, come vaticinò il prof. Emilio Barucci su “Repubblica”? Bene, rimboccatevi le maniche e fatelo, affrontando e risolvendo tutti i problemi che questa scelta comporta. Che poi sono quelli che ho cercato di porre in evidenza nei precedenti messaggi.

      Per favore, non dite che vogliamo entrare nei primi 100 atenei d’Europa, in competizione con Padova, Pisa ed altri atenei grossi quattro volte quello senese, sia come numero di docenti, che di studenti, per poi perdervi in scaramucce con Monte Cassino. Diceva un tale: ‘Mieux vaut un désastre qu’un désêtre’; ora, io non auspico disastri, naturalmente (c’è già chi ha provveduto), ma il “désêtre”, la stagnazione e il conseguente lasciar marcire cose e persone, non è anche questo un disastro?

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