All’università di Siena non chiudono i “corsi inutili” (privi dei requisiti minimi di decenza) ma quelli utili, dove i docenti non hanno forza accademico-politica

Un intervento di Rabbi Jaqov Jizchaq a margine delle dichiarazioni sull’università dei candidati a sindaco di Siena Franco Ceccuzzi, Gabriele Corradi, Alessandro Nannini, Laura Vigni e Michele Pinassi.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Temo che a molti non sia chiaro a che punto è la notte; il dibattito intorno all’università per questo motivo scade a volte in toni stucchevoli e manieristici. La linea esposta dalla Vigni sarebbe quella giusta: dico “sarebbe”, perché questa demagogia dei “corsi inutili” sta diventando asfissiante. Atteso che a mio avviso la linea corretta, ancorché utopica, sarebbe 1) chiudere ciò che a Siena (e dintorni) non è più sostenibile e 2) trasferire docenti e ricercatori presso altra sede ove possano onorevolmente seguitare a svolgere la loro attività, ritengo che la notizia che si stiano chiudendo proprio i corsi creati per dare un posto ad un professore, sia assai imprecisa, se non addirittura fantasiosa. Essa appare più che altro un bolso espediente retorico e giornalistico per fornire una qualche interpretazione a posteriori e per tentare di dare un senso a ciò che sta accadendo, un po’ fatalisticamente, un po’ sotto la spinta di altre dinamiche, che non quella della ricerca dell’eccellenza. Come “modest proposal”, chiederei a chi interviene su questo tema, abbandonando logore e ripetitive liturgie, di esprimersi in modo esplicito, elencando le famose “cose inutili” della cui avvenuta eliminazione ci si debba compiacere; da parte mia, nel mio piccolo, molto umilmente, credo di aver enumerato un certo numero di cose inutili della cui sopravvivenza mi dispiaccio. È a tutti gli effetti una balla, che si stiano chiudendo solo i corsi “inutili”: quando uno stimato ordinario, di quelli che non hanno moltiplicato i posti praeter necessitatem, va in pensione, la cattedra oramai chiude per mancanza di turn over, senza che ciò abbia nulla a che vedere con l’utilità o l’inutilità: sfido chiunque a dimostrare che stanno chiudenedo proprio quei corsi “inutili” creati per dare un posto a un professore. Questi corsi sono in gran parte ancora lì, vivi e vegeti: giustappunto… perché hanno dato un posto a molti professori! Chiudono gli altri, ossia quelli che, per inettitudine, forse, più che per onestà, mercimoni di posti non ne hanno fatti a sufficienza e in questa fase non hanno pertanto le staliniane “legioni” da schierare onde soddisfare i famigerati draconiani requisiti minimi di docenza (sovente confusi coi requisiti minimi di decenza) e per affrontare le legioni “nemiche”; chiude in definitiva, chi non ha la forza politica per imporsi. Ai sopravvissuti baciati dalla fortuna, oltre a ricordare il macabro anatema scritto sotto un teschio in Santa Caterina della Notte: “io fui come tu sei, ma tu sarai come io sono adesso”, raccomanderei almeno un po’ di contegno, quando apostrofano come “inutili”, colleghi sovente più titolati e incardinati in materie più serie delle loro, giacché la qualità scientifica è altra cosa dalla demagogia e dalla forza accademico-politica.
Noto però che finalmente si incomicia a ravvisare nella perdita di migliaia di studenti un serio problema: taluni, abituati forse a sfamarsi attendendo la manna dal cielo, salutavano fino a non molto tempo fa la fuga di un pochi “di questi cilandroni” con sollievo. Ma uno studente che studia, cosa ci viene a fare a Siena, se l’offerta didattica peggiora a vista d’occhio giorno dopo giorno? Il possedere una competenza specialistica pare essere un grave indizio di inutilità; i vituperati corsi sul bue muschiato, lungi dall’estinguersi, proliferano e col meccanismo degli accorpamenti divengono la regola generale cui uniformarsi, a danno e detrimento della serietà scientifica e disciplinare: d’accordo, è il mix letale di disposizioni nazionali che assomigliano ad esercizi di cinismo, congiuntura economica e finanze locali sempre più dissestate, ma non è che questo possa costituire un alibi per non tentare nemmeno di arginare la deriva entropica. Lo studente che studia guarda su internet dove può studiare la materia che gli interessa: se la trova a Siena, se la confezione gli pare allettante, può anche darsi che venga; sennò, va altrove: come sa Nannini, che produce dolciumi e delicatessen, il puntare sulla genericità nel commercio del “made in Italy” e delle specialità locali, alla lunga non paga. Credo pertanto che scelte di basso profilo, senza alcuna ragion d’essere, né scientifica, né professionale, né la possibilità di proseguire verso una ben chiara e identificabile specializzazione, dopo caotici grovigli triennali indecifrabili e di accedere a studi post-universitari, siano il viatico del fallimento: ma avete idea oramai di quello che offre il mercato europeo (non solo italiano)? Di belle città è piena l’Europa e oramai la politica delle importanti università è quella di attrarre studenti da tutto il continente con proposte allettanti. La competizione è forte già a livello regionale e c’è da vergognarsi a star qui a disquisire di corsi di laurea senza capo né coda, di doppioni distaccati ecc., tutta roba provincialoide fuori dal mondo.

Non è accettabile che con la crisi profonda dell’ateneo senese la direttrice amministrativa si sia garantito il massimo dell’indennità

Le dichiarazioni sull’università del candidato a sindaco Michele Pinassi per il “Movimento Siena 5 Stelle”.

Michele Pinassi. Finché ci sono i soldi va tutto bene, l’università ha dato lavoro a tantissimi senesi e questo indubbiamente ha portato anche ad una qualità della vita elevata, dando alle persone la possibilità di guadagnare e anche di spendere. A fronte dell’autonomia dell’università gestita non bene negli anni e degli scandali a cui abbiamo assistito, è fisiologico il calo delle immatricolazioni se gli studenti sono considerati l’ultima ruota del carro, spremuti dagli affittuari in nero e dall’aumento delle tasse universitarie in un momento in cui per la mancanza di soldi i servizi sono diminuiti per qualità e prestazioni. L’università dovrebbe levare la politica dai ruoli dirigenziali e concentrarsi sulla sua vera e unica ricchezza, gli studenti: l’università senza universitari non ha ragione di esistere. Io faccio parte dei 1.100 tecnici amministrativi che si sono trovati a subire la decurtazione degli stipendi, a febbraio ero in piazza con un cartello in cui denunciavo una busta paga di soli 770 euro: non credo che ci siano persone in città in grado di affrontare il carovita con una busta paga del genere. Pur stimando e apprezzando il suo lavoro, la direttrice amministrativa non ha avuto alcuna remora a garantirsi il massimo dell’indennità: da cittadino a fronte di una crisi così profonda dell’università lo considero difficilmente accettabile, i sacrifici si fanno tutti. Il vizio è di andare sempre ad incidere sulle fasce più deboli e non lo possiamo più accettare.

Ateneo senese: da Oxford d’Italia a università sputtanata

Le dichiarazioni sull’università della candidata a sindaco Laura Vigni per la lista “Sinistra per Siena”.

Laura Vigni. Il passato: c’è stata un’amministrazione assolutamente imprevidente, diciamo così, superficiale, che ha fatto il passo più lungo della gamba. Noi abbiamo chiesto che i rinviati a giudizio, se condannati, siano chiamati anche al risarcimento dei danni all’università. Ci sono tante responsabilità, anche degli enti locali che nominavano i loro rappresentanti CdA, i revisori dei conti… dunque le responsabilità tecniche, ma ci sono anche quelle sindacali e probabilmente anche politiche. La linea annunciata da Riccaboni, inevitabile, è quella giusta di ridurre i corsi di laurea che erano stati creati per dare posto a un professore. Il personale attuale è effettivamente sproporzionato ed eccessivo rispetto agli standard di altre università. Per il futuro credo che sia necessario selezionare, togliere i rami secchi che appesantiscono e puntare sull’eccellenza, evitando che se ne vadano i professori migliori. Qualche anno fa Siena veniva definita la Oxford d’Italia, nel frattempo questo patrimonio è stato sputtanato. Recuperiamo sul piano economico, ma puntiamo sempre sull’eccellenza. Alcune facoltà sono sempre state un fulcro: Giurisprudenza, Medicina, ora anche alcune facoltà scientifiche; Lettere ha un patrimonio enorme a cui non dobbiamo far scontare il fatto che nel settore umanistico girano pochi soldi. Si devono fare sacrifici, ma soprattutto da ora in poi non devono più essere fatti sprechi: quanto fatto dal direttore amministrativo Miccolis, chiamato in un momento in cui era chiaro che serviva un risanamento, non ha dato il buon esempio.

La mala gestione dell’università di Siena riguarda gli ultimi tre rettori

Le dichiarazioni sull’università del candidato sindaco Alessandro Nannini sostenuto da: Pdl, Lega Nord, lista civica “Io Amo Siena” e Movimento per la Difesa della Senesità.

Alessandro Nannini. I 7.000 iscritti in meno all’università negli ultimi anni sono soldi persi, forse anche una perdita di valore immobiliare a Siena. È un problema serio che va affrontato tutti insieme: perché non vengono più a Siena? Dobbiamo portare di più i ragazzi a Siena, farceli vivere qualche giorno, promuovere altrove la nostra città, magari organizzando campagne con le camere di commercio locali, per mostrare che Siena è una città meravigliosa e anche sicura, facciamolo vedere anche ai genitori. Il crack? Come sempre sarò sincero, anche a costo di perdere voti: negli ultimi 10-12 anni ci sono state problematiche di mala gestione. In questo ritengo che Focardi abbia sbagliato a non renderle pubbliche subito. Ma comunque diciamolo: l’università non ha perso 250 milioni di euro, ne ha persi 20 all’anno. Ed evidentemente da Berlinguer a Tosi qualche problema devono averlo avuto anche loro. In teoria non è qualcosa di cui dovrebbe occuparsi il sindaco, ma adesso bisogna curare questi 20 milioni che si perdono ogni anno con iniziative più specifiche. Lo merita la tradizione del nostro ateneo.

L’Università di Siena come ammortizzatore sociale

Le dichiarazioni sull’Università del candidato sindaco sostenuto da: “Nuovo Polo per Siena” (Fli, Api, Udc), “Liste Civiche Senesi” e Lista civica “Per Corradi sindaco”.

Gabriele Corradi. Due anni fa qualcuno ha alzato il coperchio e ci si è accorti di un buco da 250 milioni di euro che non avviene dalla mattina alla sera, viene da lontano, volontariamente è stato tenuto nascosto. Si è presa l’università come ammortizzatore sociale, senza nulla togliere a loro ma si sono assunte persone che non servivano per creare consensi, basterebbe guardare il rapporto tra dipendenti e professori che c’è – per dire – alla Bocconi. E si sono aperte sedi in tutti i paesi da Colle a San Giovanni Valdarno. Arezzo costa 13-14 milioni di euro l’anno, ma perché se Arezzo vuole l’università non se la paga? E così Grosseto. Come se ne esce? Col concorso di tutti e l’aiuto del Ministero, con cui bisogna avere rapporti: non si può sempre criticare la Gelmini, bisogna parlarci e trovare insieme la soluzione. E ragionare con Comune e Provincia anche per un riequilibrio del personale, che è giusto non perda il posto e lo trovi in un altro ente.

Bisogna ripartire per creare un centro di eccellenza: io ho frequentato il primo corso di Scienze Economiche e Bancarie a cui venivano da tutta Italia, perché era l’unica; adesso perché uno deve venire a Siena a fare Economia e Commercio se lo trova da tutte le parti? Se non si ricrea eccellenza, la gente non viene. Negli ultimi cinque anni l’ateneo ha avuto 5.000 studenti in meno, che sono 5.000 posti letti in meno, 10mila pizze al giorno in meno. Uno si domanda perché uno studente dovrebbe venire, cosa offre Siena: un luogo di aggregazione? Un cinema? Perché non facciamo pubblicità per richiamare gli studenti? Io quando perdevo 20 clienti in una filiale mi chiedevo il perché e mettevo in piedi le azioni per recuperarli. L’avete vista un’iniziativa dell’università, del Comune, della Provincia, delle istituzioni messe insieme per provare a riattirarli?’

A Siena non è pensabile di portare le industrie, oggi che chiudono in tutta Italia. Noi abbiamo l’industria della cultura, dobbiamo puntare su cultura e turismo. Poi, quando l’università riprende un po’ di fiato dalla crisi attuale, un’altra cosa che dovremmo fare è puntare sulla ricerca: non solo Siena Biotech, ma creare incubatori. Cito la realtà di Pisa: accanto alla Scuola Sant’Anna e alla Normale nascono decine di aziende fatte da giovani studenti che provano a sviluppare la ricerca che fanno dentro l’università, è un motore perché riesce a dare opportunità di lavoro ai giovani. Mi stupisco che a Siena non si sia creata questa opportunità: non è semplice, non si fa dalla mattina alla sera, ma lavoreremo anche su questo, per permettere a chi si laurea di rimanere.

Università di Siena: spigolando nell’intervista del candidato sindaco del Pd che ha promesso mille posti di lavoro

Solo alcune considerazioni a margine dell’intervista a Franco Ceccuzzi.

1) Intende creare nuovi posti di lavoro nell’Università di Siena?
2) Di quale piano di risanamento parla il candidato sindaco? Lo sa che attendiamo da dieci anni il risanamento strutturale del bilancio?
3) Il piano di Riccaboni (Unisi 2015) è semplicemente un “suicidio assistito” perché manda in pensione i docenti e svende il patrimonio immobiliare dell’ateneo.

Franco Ceccuzzi. Come primo atto vorrei mettere insieme tutte le forze economiche e sociali, Regione, Provincia, le nostre due università, e stipulare un patto per lo sviluppo che contenga le linee di azione da adottare tutti insieme per i prossimi cinque anni per creare nuovi posti di lavoro che permettano ai giovani senesi di rimanere a Siena.

(…) L’idea è di costruire una task force tra l’ufficio europeo del comune e quello dell’università per portare a Siena più soldi da Bruxelles, oltre a più risorse dal Governo centrale e dalla Regione.

(…) Il turismo: dobbiamo lavorare per rafforzare il marketing territoriale nei confronti dell’esterno, farsi un’idea precisa dei mercati da penetrare per portare turismo a Siena, nuovi mercati ci sono. Vorrei affidare all’università di Siena la realizzazione di un piano strategico da affidare poi alla Regione per fare promozione sui mercati internazionali.

(…) Serve controllare di più dal punto di vista sociale quello che fa l’Università, serve un modello di governo diverso. Mi auguro che l’ateneo riformi quanto prima lo statuto e passi a un CdA più snello che garantisca una salute migliore, introducendo quanto prima sistemi contabili nuovi contenuti nella Legge Gelmini. Servono procedure amministrative trasparenti per evitare quanto è successo in passato. Attendiamo con grande fiducia l’esito delle indagini e i provvedimenti giudiziari per avere giustizia di un danno gravissimo inferto alla città. In futuro servirà una vicinanza più stretta del Comune all’Università: in questo senso il piano di risanamento va gestito con grande equità, non devono essere i soggetti più deboli a pagare il prezzo di tagli e rinunce da fare in futuro. Siena ha bisogno di sostenere l’Università e le sue eccellenze, e ce ne sono tante. Bisogna svoltare, e per questo bisogna cominciare a parlare bene dell’università, senza dimenticare quanto successo ma ripartendo da qui.

Un risanamento possibile dell’Università di Siena

Scrivevo sulla stampa locale nel lontano 2004 che «la grave situazione finanziaria esistente nell’Ateneo senese ha già imposto e imporrà pesanti manovre che ipotecheranno l’attività programmatoria dei prossimi tre rettori, proiettandone gli effetti fino al 2018-2020.» Sembravano denunce e previsioni azzardate, dal momento che i bilanci dell’università di Siena, fino al 2004, furono chiusi sempre in attivo. In realtà, si scoprirà in seguito che gli esercizi 2002, 2003 e 2004 avevano accumulato un deficit complessivo di circa 55 milioni d’euro. Toccò aspettare l’insediamento di Silvano Focardi per vedere formalmente inserito nel consuntivo 2005 – l’ultimo esercizio della gestione Tosi – il primo disavanzo finanziario (33,8 milioni d’euro). Non solo, ma nella riunione del CdA del 29 maggio 2006 furono inoltre quantificati debiti per 180 milioni d’euro nei confronti di Inpdap, Banca MpS, Cassa Depositi e Prestiti. Ma non era ancora finita! Infatti, nel settembre 2008, si materializzò una voragine nei conti di circa 250 milioni d’euro. Una commissione tecnica d’indagine amministrativa stabilì poi che, almeno a partire dal 2003 e su disposizione di rettori e direttore amministrativo, i bilanci erano stati “manipolati”, rielaborando sia la gestione di competenza che quella dei residui.

Nonostante l’esistenza dell’obbligo di adottare iniziative idonee al rientro dal disavanzo d’amministrazione, sono trascorsi 7 anni ed ancora non è stato predisposto un piano in grado di riportare in equilibrio la gestione finanziaria dell’ateneo, almeno in un arco temporale realistico di 5 o 6 anni. Al posto del piano di rientro, sono stati adottati solo pannicelli caldi e provvedimenti che hanno aggravato la situazione. Infatti, nel 2006 si rinegoziarono i vecchi mutui e se ne stipulò uno nuovo di 45 milioni d’euro, in palese violazione della legge che vieta l’indebitamento per coprire un disavanzo d’esercizio o per reperire risorse per la gestione corrente. Eppure, sebbene mancassero le risorse per le spese correnti, si dette via libera a più di 650 nuove assunzioni, senza alcuna programmazione e necessità ed in assenza del relativo budget. Da ricordare che l’esistenza della copertura finanziaria non è solo un atto propedeutico all’effettuazione delle spese, ma rappresenta un elemento fondamentale attorno al quale ruota la legittimità dei procedimenti di spesa. Solo dopo la scoperta della voragine fu presentato un piano di risanamento che, ottimisticamente, prevedeva al 2012 il superamento degli squilibri esistenti. Ben presto, però, fu sostituito da un altro piano che tendeva all’equilibrio nel 2014, recentemente sostituito da un terzo piano che si proietta ancora più in avanti, fino al 2015, senza però riuscire a realizzare l’equilibrio finanziario. È del tutto evidente che senza iniziative strategiche d’intervento che riducano la spesa corrente e l’indebitamento, la sola politica dei provvedimenti tampone – rinegoziazione di vecchi mutui, dismissioni immobiliari, anticipazioni di cassa, rinvio dei pagamenti, cessioni di credito – aggravano ulteriormente la situazione spostando agli esercizi di un futuro sempre più lontano la possibilità di riequilibrare la gestione finanziaria dell’ateneo. E senza un preventivo risanamento strutturale del bilancio ed un ridimensionamento dell’ateneo non ci sarà futuro per la nostra università.

A questo punto è doveroso chiedersi se oggi, dopo tutto questo tempo perso, sia ancora possibile un risanamento. La risposta è semplice: l’ateneo, purtroppo, non è più in grado di assicurare autonomamente il riequilibrio della gestione finanziaria. È necessario l’intervento congiunto di Comune, Provincia, Fondazione Mps, Regione toscana e Governo centrale per iniziare l’opera di risanamento. Ma non basta! Occorre un ridimensionamento dell’ateneo, attraverso una drastica riduzione dell’offerta formativa, che si accompagni ad un rilancio della didattica e della ricerca. Siccome il disavanzo strutturale, dipendente principalmente dalle spese fisse per il personale, si aggira sui 30 milioni d’euro l’anno, è indispensabile ridurlo senza compromettere o abbassare la qualità delle attività istituzionali. Per l’università di Siena non è più economicamente sostenibile – ammesso che lo sia mai stato – l’offerta formativa nelle sedi decentrate. La loro chiusura si può evitare in un solo modo: le comunità locali si facciano carico interamente dei relativi costi, compreso l’onere del personale docente e non docente. Logica e senso di responsabilità impongono che l’ateneo senese non continui a svendere il proprio patrimonio immobiliare ed a chiudere i corsi di laurea della sede centrale per tenere in piedi i poli sparsi sul territorio. Senza considerare che è ormai reale il rischio di chiusura della sede storica e, di conseguenza, di tutte le attività periferiche ad essa collegate. Una politica del genere applicata al solo Polo aretino dimezzerebbe il disavanzo strutturale, facendo risparmiare 15 milioni d’euro ogni anno. Infine, ad Arezzo l’ateneo senese dispone di un patrimonio immobiliare, l’ex ospedale psichiatrico “il Pionta”, valutato 25 milioni d’euro, da vendere o affittare agli enti locali aretini per ospitare la “loro università”.

Per il pensionamento dei docenti e per le scelte strategicamente sbagliate l’offerta didattica all’università di Siena peggiora a vista d’occhio

Rabbi Jaqov Jizchaq. I politici si riempiono la bocca di paroloni per impressionare le comari: ma quale “polo d’alta formazione” d’Egitto? Quante sono le sofisticate specialità locali che dovrebbero attrarre studenti da tutto il mondo? Ma per favore, guardatevi attorno: ad un tiro di schioppo c’è Firenze e c’è Pisa e per quanto non navighino nell’oro, al loro cospetto, Siena sta scivolando verso la dimensione di un modesto “college” di serie B, come quelli della remota provincia americana, “humus” naturale per il proliferare di tuttologi e di pressappochisti: di quel genere di animalini a cavatappo, insomma, che ci ammorbano da anni con le loro esilaranti imprese. La distanza fra parole e cose è veramente siderale, considerato che di fatto e anche per necessità, diverse facoltà si ristrutturano con l’obiettivo antistorico e minimalista, di non competere nazionalmente o internazionalmente, ma solo di racimolare studenti nel territorio, ossia nell’orto di casa, in provincia. Vorrei capire come si concilia tutto questo con le velleità di ricevere l’attestato di capitale europea della cultura, constatato che anche il “dibattito culturale” ad opera dell’intellighenzia politica locale è abbastanza deprimente, improntato al più vieto, accidioso, soffocante e cupo provincialismo, piagnone e narcisisticamente autocommiseratorio. Anche le chiacchiere intorno alla collaborazione fra i tre atenei toscani in vista di una migliore e più organica offerta didattica e di più solidi programmi di ricerca, ho il sospetto che pure chiacchiere, per lo più, siano destinate a rimanere; ciò era ampiamente prevedibile, non solo perché a questo “sposalizio” d’affari, Siena porta in dote soprattutto i debiti, ma anche perché le parole d’ordine che hanno accompagnato il varo della riforma, se non affermate in modo convinto e adeguatamente supportate, sia a livello legislativo, sia a livello finanziario (“liquore egual non v’è!”), si infrangono implacabilmente contro lo scoglio dell’inossidabile struttura di potere politico-accademico la cui virtù più preclara è l’inerzia.
 Di tale inossidabilità, abbiamo avuto una prova eloquente, tutta interna, con il piccolo golpe aretino: questo “pactum sceleris” (come direbbe Berlusconi), progetto velleitario subdolamente e illusoriamente mirante a trasferire in val di Chiana buona parte del comparto umanistico (a fare icché?), farà precipitare irreversibilmente la crisi di una facoltà da quasi tremila iscritti, che è dunque la più grossa o una delle più grosse facoltà dell’ateneo: un’operazione però paradigmatica di come si finga di risolvere i problemi, in realtà aggravandoli, a causa della quale, nel mio piccolo, credo di poter prevedere che Siena pagherà un conto piuttosto salato nei prossimi anni, in termini di perdita di iscritti.
Inutile raccontare frottole: questo è il grado di lungimiranza dei nostri risanatori; dall’Europa poi, l’università senese ed italiana, studenti non ne hanno mai richiamati; semmai si sta vistosamente accentuando la tendenza opposta, ossia quella per cui gli studenti italiani più motivati fuggono a gambe levate dall’Italia, attratti da chiare ed allettanti proposte didattiche in altri paesi, supportate anche da generose borse di studio. Ciò oramai avviene, non più dopo la laurea, per svolgere un dottorato e guardando a una carriera professionale o di ricerca, ma semplicemente per concludere con una laurea magistrale e oramai addirittura per iniziare il proprio normale percorso universitario. A fortiori scappano da Siena perché oramai l’offerta didattica di anno in anno (per la crisi finanziaria locale e generale, l’impossibilità di rimpiazzare le cattedre lasciate vuote dai pensionamenti e per scelte strategicamente sbagliate, ieri come oggi), si sta deteriorando e sta peggiorando a vista d’occhio, scadendo irriconoscibilmente sempre più in basso verso guazzabugli di infimo profilo.

Ancora demagogia e nessuna proposta concreta per il risanamento ed il rilancio dell’Università di Siena

Il passo sull’Università dell’intervento di Franco Ceccuzzi – candidato sindaco di Siena per il centrosinistra – pronunciato il 9 aprile 2011 alla convention del Partito Democratico.

Franco Ceccuzzi. In questi mesi abbiamo proposto, grazie alla partecipazione di tanti studenti, docenti e dipendenti, alla città tante idee, a partire dalla definizione di un Protocollo per il rilancio dell’Ateneo, che dovrà coinvolgere oltre al Comune anche la Regione, la Provincia, la Fondazione Mps e le nostre due Università. Un protocollo che contenga tutte le azioni da sviluppare per continuare a fare di Siena un polo dell’alta formazione, capace di attrarre studenti e ricercatori dall’Italia e dall’Europa. Proporremo, inoltre, un patto da elaborare e sottoscrivere all’interno di un coordinamento istituzionale permanente, per seguire le fasi attuative degli impegni assunti. Le riunioni del coordinamento saranno trasmesse in diretta web per dare trasparenza ad un momento così importante per la vita cittadina.

Alla luce delle nostre proposte ed in attesa che la magistratura senese faccia piena luce sulla responsabilità del dissesto dell’Università individuando i responsabili, l’approccio che sembra seguire l’ateneo, in questa fase, desta non poche perplessità. Le azioni messe in atto fino a questo momento, infatti, penalizzano la componente tecnico-amministrativa e non rendono equa e sostenibile la ripartizione dei sacrifici per il risanamento. Oggi, in occasione della giornata dedicata alla lotta contro il precariato, mi sento di rivolgere una parola di solidarietà al personale tecnico-amministrativo ed a tutti i precari, invitando le autorità accademiche a valutare, nella loro autonomia, le ricadute delle decisioni che si vanno ad assumere, senza un piano complessivo condiviso anche dalle parti sociali e dagli enti locali. Sono convinto che i rappresentanti delle istituzioni all’interno del consiglio di amministrazione sapranno rappresentare al meglio queste preoccupazioni così diffuse in città sulle condizioni imposte al personale tecnico-amministrativo.

Chiusura del corso di laurea in Lettere d’Arezzo e «barricate demagogiche della politica locale»

Prosegue la polemica sulla paventata chiusura di uno dei 2 corsi di laurea in Lettere. Oggi il “Corriere Fiorentino” pubblica la lettera di Francesco Stella in risposta all’intervento di Tomaso Montanari, pubblicato il 24 febbraio. Seguono entrambi i contributi ed una precisazione di Montanari a Stella.

Gli atenei col campanile(dal: “Corriere Fiorentino” 24 febbraio 2011)

Tomaso Montanari. I toscani che ieri si sono sintonizzati sul Tg3 regionale probabilmente avranno fatto un sobbalzo sulla sedia a metà dell’intervista con il sindaco di Arezzo: con aria grave, Giuseppe Fanfani diceva di non poter rispondere delle reazioni della città qualora «il ministro prendesse decisioni senza consultare» la città stessa. Ma cos’era che spingeva il sindaco ad evocare scenari estremi, quasi si parlasse della rivolta di Reggio Calabria? Si trattava della paventata chiusura del corso di laurea in Lettere della Facoltà di Lettere e Filosofia dislocata ad Arezzo dall’Università di Siena. E già qui il telespettatore si rilassava: per giungere poi fino ad un sorriso distensivo quando il sindaco concludeva di esser pronto a iscriversi lui stesso a Lettere, qualora il corso rischiasse di chiudere a causa del fatto che le iscrizioni sono sotto di un’unità rispetto alla soglia minima prevista. Ci potrebbe essere una prova più evidente di quanto la riforma Gelmini colpisca nel segno quando mira a ridimensionare le sedi distaccate degli atenei italiani? Una miope politica di campanile, un irresponsabile espansionismo accademico e una strategia clientelare perfettamente bipartisan hanno steso sul nostro territorio una rete insostenibile di sedi universitarie, in barba ad ogni considerazione culturale, educativa o logistica. Il risultato è che l’esperienza universitaria era di gran lunga più formativa e arricchente nella mobilissima Italia medievale che non nella stasi attuale, quando si pretende di passare dalla scuola primaria a una Facoltà senza uscire dall’isolato.

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